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L'Equilibrio

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Consegna prevista Agosto 2020

Martha, crescendo, non ha perso la capacità che hanno i bambini di vedere le fate.
L’incontro con Mirko, un ragazzino testardo quanto enigmatico, la porterà proprio per questo in un luogo fuori dal tempo e dal mondo. Si tratta di un’isola abitata dagli Wanduts, tribù di indigeni dove Martha riscopre il gioco, la spensieratezza, l’ingenuità di quand’era bambina.
Ma forse l’isola non è il paradiso che sembra e nemmeno lì si può sfuggire alle responsabilità, alla violenza, al dolore della vita “da grandi”. L’omicidio improvviso di un bambino riaccende un conflitto che sembrava essersi spento da tempo, tra gli Wanduts e gli Invasori Bianchi. Cosa vogliono, dopo anni di tregua?
In una tavolozza di personaggi e ambienti che si accostano come in un sogno, Martha dovrà capire da che parte schierarsi, se con l’inarrestabile Mirko o con l’affascinante Capitano James; se cedere all’attrazione per il bellissimo Gabe o rinunciarvi in partenza; se restare o ritornare a casa.

Perché ho scritto questo libro?

L’equilibrio non nasce con l’idea di essere pubblicato, ma da un mio bisogno di mettere nero su bianco dei ricordi.
Luoghi, persone, episodi, sensazioni e conversazioni vengono catapultati in uno scenario quasi onirico e ne nasce un romanzo dove chi può dire cos’è reale e cos’è espediente narrativo?
Questo libro è perché ci sono cose che non ho detto.
Perché tutti siamo stati Martha.
Perché la gente creda ancora nelle fate.
E perché ho fatto una promessa a un bambino, anni fa.

Capitolo 6 – La Corallo Grigio
Oscilliamo a bordo di una scialuppa che riesce appena ad ospitarci tutti e tre. Il più alto di loro, quello che prima mi ha legato le mani, sta remando mentre l’altro tiene per tutto il tragitto il coltello puntato contro di me. Non potendo parlare, mi limito ad osservarli e fare le mie ipotesi.
Sono Invasori bianchi, non c’è dubbio, nessun altro abita quest’isola oltre agli Wanduts. In realtà, noto che non sono proprio bianchi: la loro pelle è bruciata dal sole, ma i lineamenti sono caucasici, più simili a quelli miei e di Mirko che a quelli degli indigeni.
Così seduta e legata, tento ogni movimento possibile con le gambe per nascondere la vista che offre la gonna dalla loro angolazione. Ma per quanto mi dimeni, ho i piedi bloccati e le ginocchia piegate e coprirmi diventa impossibile. Quello con il coltello in mano ne è compiaciuto, persino divertito, e mi fissa sotto la gonna quasi per dispetto. Praticamente gli sto dando spettacolo. Si volta e scambia col suo compagno qualche occhiata d’intesa. Tremo al pensiero che, se venisse loro qualche strana iniziativa, non potrei difendermi in nessun modo. Continua a leggere
Continua a leggere

Distogliendo lo sguardo dai due individui, mi accorgo dell’immensa costruzione che sembra sbucare dall’acqua, a qualche metro da noi.
E’ il Villaggio Galleggiante.
Ma non è un villaggio, come lo hanno descritto gli Wanduts: è una nave, un enorme transatlantico che fluttua sul mare blu pavone.
In un tempo più lungo del previsto, gli siamo davanti ed è ancora più minacciosamente maestoso.
Mi liberano dalle corde, senza impedirsi di approfittarne per allungare “accidentalmente” le mani sudice, poi mi spingono avanti a loro, per farmi salire sulla scaletta che taglia il lato destro della nave.
Salgo e tremo ad ogni gradino perché ho paura di cadere. Conto i pioli per cercare di distrarmi, ma i due hanno fretta e non gliene frega niente che io me la stia facendo sotto.
Quando finalmente posso appoggiare i piedi sul pavimento della nave, mi sento come se avessi perso dieci anni di vita, ma non mi danno il tempo di riprendermi; mi afferrano per le braccia e mi conducono all’interno.
Sembra di essere sul Titanic, ma nessun Di Caprio in smoking, a bordo. E’ così disorientante il contrasto tra il lusso delle stanze e la sciattezza degli uomini che girano, che mi sento sempre più confusa e sempre più convinta che tutto questo sia solo un sogno.
Sì, sicuramente tra qualche istante Mirko mi sveglierà con una secchiata d’acqua fredda e io mi alzerò per rincorrerlo.
Mirko! Lui stava venendo qui! E se l’avessero scoperto e catturato?
Mentre attraversiamo le stanze sontuose e le scale di legno lucido, tutti si voltano a guardarmi incuriositi. Qualcuno mi grida qualche volgarità toccandosi il pacco, i curiosi che si avvicinano troppo vengono spinti via brutalmente con un gesto secco che li scaraventa a dieci passi da noi.
Mi sento come se fossi uscita in strada mezza nuda; avanzo dritta, senza dire una parola o incrociare il loro sguardo, ma sono terrorizzata.
E come se non fossi abbastanza inguaiata io, sto in pena anche per Mirko, che temo esser qui imprigionato da qualche parte.
Ci uccideranno come hanno fatto con Chunta?
Proseguiamo avanti e indietro per un labirinto di corridoi e ci fermiamo di fronte alla porta di quella che, già dall’esterno, sembra la cabina più sontuosa della nave.
– Continua a stare zitta. Non dire una parola. Parla solo se il Capitano te lo chiede. – L’uomo alla mia destra, con la mano libera, batte tre pugni sulla porta di ciliegio.
– Avanti! – la voce dall’interno della cabina ci arriva ovattata.
Vengo spinta dentro e la porta mi viene sbattuta alle spalle.
La stanza è spaziosa e illuminata dal sole che entra da due oblò incastrati nella parete opposta. Un lampadario pende dal soffitto e varie candele consumate sono disposte in giro senza un preciso schema, a segnare che l’ufficio vive anche nelle ore più buie. Si tratta infatti di un piccolo studio, con i muri rivestiti di carta da parati annerita dal tempo e il pavimento coperto da una collezione di tappeti, come una moquette arrangiata. Ma quel che più colpisce è l’arredamento, che mescola mobili di primo Novecento ad arredi molto più antichi dall’odore di salsedine, come se fossero stati recuperati dal mare. Davanti a me, tra noi e il Capitano, c’è un elegante scrittoio di legno, sommerso di scartoffie e cianfrusaglie.
– Siamo noi, Capitano! Siamo … siamo tornati. – la voce del mio aggressore si è fatta improvvisamente flebile e dolciastra, si è persino tolto il cappello prima di parlare. La sua presa sul mio braccio non si è allentata tuttavia di un millimetro.
Il Capitano ci volta le spalle e continua a guardare fuori dall’oblò.
– Ve l’abbiamo portata, come desideravate. – riprende l’uomo, costringendomi a fare un passo avanti.
Solo allora il Capitano si gira, aspirando da un marchingegno in ottone che gli permette di fumare due sigari contemporaneamente.
Non dice nulla, mai suoi occhi blu, quando finalmente mi guarda, hanno l’effetto del ferro arroventato sulla pelle.
E’ questo il terribile uomo contro il quale Mirko combatte?
– Scrubs, è il modo di scortare una fanciulla, quello? – chiede all’uomo, accennando con il mento alla sua presa sul mio braccio. Il suo tono è pacato, ma mette i brividi quanto una minaccia di morte.
Scrubs cerca invano di mascherare il tremolio nella voce, ma non ci riesce e le sue parole sembrano uno squittio: – No! No, no … perdonate, Capitano! – dice, affrettandosi a lasciarmi – La trattenevo solo perché non scappasse.
Mi viene da ridere, ripensando alla prepotenza che aveva usato con me fino a poco fa. Ma dura poco, perché dalla sua insicurezza deduco anche che il Capitano, dietro la sua apparente inoffensività, sia più pericoloso di quanto sembri. E ho di nuovo paura.
– Avrete la vostra ricompensa più tardi. – dice impassibile – Adesso lasciateci soli. Anche tu, fuori. – ordina ad un terzo uomo che prima non avevo notato.
I tre escono, non poco delusi, e restiamo soli io e il Capitano.
Stiamo in silenzio qualche istante a fissarci.
E’ un uomo alto, oltre i quaranta, con un portamento elegante; una naturale raffinatezza è sprigionata da ogni suo movimento mentre si siede sulla poltrona e aspira dai suoi sigari. Ha qualche ruga intorno agli occhi, ma la fronte è limpida sopra le folte sopracciglia; i capelli neri iniziano ad argentarsi sulle tempie.
– Prego, accomodatevi – dice, indicando la sedia che ho di fianco.
Pur con qualche esitazione, prendo posto sulla poltroncina imbottita.
Spegne il doppio sigaro su un posacenere d’argento a forma di conchiglia e mi rivolge di nuovo la parola: – Spero che i miei uomini non siano stati troppo sgarbati con voi, damigella.
– Se con “garbati” intendete che mi hanno rapita, legata e spinta su una scialuppa con un coltello alla gola, sono stati due veri gentiluomini.
– Vi prego di perdonarli, non sanno come comportarsi. Avevo ordinato loro di non usare violenza con voi.
– Questo non cambia il fatto che voi siete il mandante. Perché mi avete fatta rapire?
Lui sorride appena, facendo sollevare il folto baffo – Prima le presentazioni, se permettete: Ufficiale James, Capitano della Corallo Grigio, per servirvi.
Quanto se la tira.
– Martha. Nessun titolo. E non servo nessuno. – gli porgo la mano a mia volta e mi ritrovo disorientata: sono io che sono rovescia o lui?
Lui mi afferra la mano sinistra e la stringe, facendomi inspiegabilmente gelare il sangue – Il Capitano usa la mano del Diavolo, milady. – mi sussurra davanti al naso e sorride, mostrando una dentatura ben allineata, ma scurita dal fumo.
In effetti avrei dovuto accorgermi che fumava con la sinistra.
– Ora mi potete rispondere. Perché sono qui?
Lui fa una pausa, fissando distrattamente le mappe sulla scrivania. – I miei uomini vi hanno vista con un bambino. Sbaglio?
– Non dovrebbero. Perché, se così fosse, sarebbero dovuti entrare in territorio Wandut. Ed è risaputo che gli Invasori Bianchi non possono varcare il confine.
Lui tace, preso alla sprovvista.
– Nessuno dei vostri bravi uomini immagino che si permetterebbe mai di disonorare una legge simile, giusto, Capitano? – lo sfido.
Lui pare colpito. E sorride, come se ormai avesse inquadrato chi ha di fronte: – Siete furba.
– Faccio solo delle supposizioni logiche.
– Allora supponiamo che qualche mascalzone, tra i miei uomini, abbia violato l’antica legge. Potrebbe, in quel caso, avervi vista con un bambino?
– Probabile, sono sempre in compagnia dei bambini.
– Mi riferisco a uno in particolare. Alto più o meno così, capelli neri, occhi castani, lentiggini sulle guance.
– Ce ne sono tanti così, al villaggio.
Lui inizia a innervosirsi: – Sapete bene di quale sto parlando, non fate l’ingenua.
Stanca anche io del tiro alla fune di domande retoriche e curiosa di dove voglia arrivare, mi arrendo:- Mirko.
– Mirko! – il suo sguardo si illumina. E sghignazza, per ragioni sue. – Ha di nuovo cambiato nome, quello scricciolo?
Questo mi sconcerta per un istante. Lo conosce davvero. O perlomeno lo conosce abbastanza da sapere di questo suo gioco.
– Siete in confidenza con lui? E’ vostro amico?
– Direi di sì.
– Ed è stato lui a portarvi sull’isola?
– Capitano James, posso chiedervi il perché di tutte queste domande?
– Certo che potete, è vostro diritto. Vi ho convocata qui …
– Trascinata.– lo correggo.
– Le scomode modalità con cui siete arrivata non sono state mia disposizione, vi ripeto.
Il Capitano si sporge poi in avanti sulla scrivania e mi fissa dritto negli occhi – Arrivando alla questione: mi serve il vostro aiuto. – sussurra, per mia grande sorpresa.
– Il mio aiuto? Per cosa?
– Il ragazzino di cui siete amica, Mirko … – sospira, facendo una pausa: – E’ mio nipote.
Resto di sasso.
– Vostro nipote?
– Non vi siete accorta che è diverso da tutti gli altri indigeni?
Ovviamente è la prima cosa che ho notato, al villaggio, ma la sua relazione proprio con quest’uomo mi lascia comunque sconvolta. Mentre prosegue il suo discorso, gioco a cercare somiglianze tra i loro lineamenti.
– Io voglio solo che torni qui, su questa nave: è questa casa sua.
Allora non l’hanno preso!, penso sollevata. Ma se non si trova nemmeno qui, dove diavolo può essersi cacciato?
– Quando sua madre è morta, le ho giurato che mi sarei preso cura di lui, ma nonostante i miei sforzi, lui … beh, non è mai riuscito a vedermi come un padre e per questo si ribella. E’ scappato via dalla nave e ha trovato rifugio presso gli indigeni dell’isola. Gli Wanduts stranamente l’hanno accolto, probabilmente lo hanno visto come un semplice bambino e non come un “piccolo invasore bianco”; deve aver ispirato loro fiducia e così ne hanno fatto uno di loro. Devo parlargli, convincerlo a ritornare qui, ma se io organizzassi con i miei uomini una spedizione per andare al villaggio …
– … Gli Wanduts vi ucciderebbero a vista. – concludo io.
Lui annuisce.
Incrocio i suoi malinconici occhi azzurri e qualcosa di molto simile alla pietà mi si smuove dentro.
– Martha, so che si fida di voi: siete sua amica, a voi darà retta. Se voi lo convinceste a lasciare il villaggio e venire qui, potremmo risolvere la faccenda faccia a faccia e senza che nessuno dei miei uomini rischi la vita.
– Non sono così sicura di riuscire a convincerlo, è terribilmente testardo.
Lui ridacchia – Sì, lo è.
– Supponendo che decida di aiutarvi, cosa dovrei fare, esattamente?
– Solo riportarlo sulla nave, per me. Io non posso avvicinarmi al territorio Wandut: il Capitano è un uomo di parola e ho promesso che rispetterò l’antico confine.
– Certo, lo lasciate fare ai vostri uomini, però! – ribatto, ripensando a Chunta.
– Non era loro consentito, hanno agito di testa loro! – giura il Capitano, con un’enfasi che quasi mi convince. – E la morte di quel bambino, posso assicurarvi che hanno pagato le conseguenze di un’atrocità simile!
– Ma che cosa erano venuti a fare?
– Venivano in pace, era un ennesimo tentativo di riavvicinare mio nipote, che però è fallito.
– Venivano in pace armati di pistola?
– Era per difendersi dai pericoli del bosco, avrebbero depositate le armi all’ingresso del villaggio.
La sua versione non mi convince. Quegli uomini avevano ucciso Chunta di proposito.
Mirko non mi ha mai parlato del Capitano, ha persino giurato di non avere nulla a che fare con gli Invasori bianchi.
Ma forse mentiva. La convinzione con cui ha pronunciato quelle parole erano un segnale: troppo cariche, troppo enfatiche. Forse mentiva, per rinnegare questo legame coi nemici di quelli che ora sono la sua nuova famiglia, gli Wanduts.
Ripenso all’odio con cui parla di questa nave e di questa ciurma. Ma se suo zio gli vuole bene come vuole farmi credere (supponendo che il Capitano sia davvero suo zio), perché Mirko sarebbe scappato dalla Corallo Grigio? Cosa può aver fatto in modo che un rapporto zio-nipote si spezzasse così violentemente? Ci deve essere per forza qualcosa di più dell’orgoglio di un bambino.
Improvvisamente, ricordo quella sua cicatrice. Sono stati gli Invasori Bianchi, dice, a procurargliela. Il Capitano James sarebbe in grado di fare una cosa simile?
A chi dovrei credere? A Mirko, il bambino pavone e testardo che è mio amico, o al Capitano James, che è uno sconosciuto, ma ha la mente adulta e forse ragiona meglio?
– Siete con me, miss Martha?- mi chiede, porgendomi la mano sinistra.
L’espressività di quegli occhi pervinca è devastante. Sono sinceri, imploranti, speranzosi.
Tutte le domande si riassumono alla fine in un unico, enorme interrogativo: io del Capitano io mi devo fidare o no?
Capisco che quei pochi secondi che mi offre per rispondere non bastano.
– Io … voglio ventiquattro ore. – annuncio. – Voglio un giorno per rifletterci sopra. Voi potete pure essere suo zio, ma per me siete un estraneo e voglio potervi prima conoscere per capire se posso fidarmi di voi, Capitano. Me lo concedete?
Il Capitano si scioglie in un sorriso: – Certo, milady, lo capisco eccome. Accordato. Passeremo insieme questa giornata, per darmi modo di dimostrarvi che le mie intenzioni sono delle migliori. Avrete tempo fino a domattina di considerare la mia proposta e mi riferirete a pranzo l’esito dei vostri ragionamenti. Indipendentemente da quel che deciderete, sarete libera di andarvene.
– D’accordo.
Ci stringiamo la mano. Brividi.
– E’ ora di pranzo, avrete fame, immagino.
– Non molta, a dire il vero. – mento. Se non puzzassero di alghe, mi mangerei pure le gambe del tavolino alla mia destra.
– Peccato. Vi avrei invitata a pranzo da me. Non capita di frequente di avere una damigella così graziosa sulla mia nave. – sorride, galante.
A rendere la situazione ulteriormente imbarazzante è il fatto che questa è la prima volta che un uomo mi chiede di uscire dopo mesi.
Lui suona un campanello posato sulla scrivania – Quand’è così, vorrete certo riposare, dopo le emozioni di oggi. Il Nostromo vi accompagnerà alla vostra cabina.

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Martina Tasso
Martina Tasso è nata il 16 novembre del 1995 e vive da sempre in un minuscolo paesino della provincia di Padova.
Dopo il liceo artistico, si è diplomata in un’accademia di musical e ora scrive e dirige spettacoli per il teatro.
Ha mille hobby, dal disegno alla cucina, dal teatro alla scrittura; ama Victor Hugo e Ken Follett e si ritiene orgogliosamente una nerd del mondo Disney.
Chi la conosce non sa quanto lei scriva, ma la verità è che ha più di 15 libri iniziati, in una cartella del pc che è un cantiere in continuo sviluppo. Passa da un progetto all’altro, interrompendosi solo per documentarsi o per trovare una soluzione originale per poter proseguire.
Per un periodo ha pubblicato racconti a puntate sul sito "TheIncipit". Il suo "Su strada" le è valso il 3° posto in classifica.
“L’Equilibrio” è il primo romanzo che ritiene finito e lo offre al pubblico, sperando di non annoiare.
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