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L'estate in cui morì Warren García

L'estate in cui morì Warren García
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Il 25 luglio 2008, a Seil, una tranquilla cittadina americana, viene ritrovato, all’interno di un cassonetto della spazzatura, il corpo senza vita di Warren García, un impiegato di 49 anni.
L’indagine si profila complessa sin dall’inizio tanto che gli agenti dell’unità anticrimine Lance Shark ed Eric Hunt sono chiamati a scavare nel passato burrascoso della vittima. Un caso che tiene con il fiato sospeso sia gli abitanti, sia la stampa locale e nel quale s’intrecciano le vite di diversi personaggi pronti a qualsiasi cosa pur di non essere coinvolti nella vicenda.

Perché ho scritto questo libro?

Essendo un amante dei gialli, già da qualche anno si era fatta strada nella mia mente l’idea di provare a scriverne uno, ma, tra università prima e lavoro poi, non ho mai avuto abbastanza tempo da dedicare alla scrittura. Tempo che ho (ri)trovato solamente durante il lockdown. Così, un giorno, ho deciso di iniziare a scrivere il mio primo giallo cercando di inserire qualcosa di me in ogni personaggio e di incuriosire i lettori facendoli seguire le indagini passo passo con gli investigatori.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Vintage Music Production,

venerdì 25 luglio 2008

«Entro e non oltre il 25 settembre!»

«Ma è completamente impossibile per quella data!»

«Non m’interessa, ci avete spedito dei prodotti difettosi e per questo motivo ho discusso con un mio cliente! Mi aveva anche pagato in anticipo!»

«Mi dispiace, anzi, ci dispiace, parlo per conto di tutta l’azienda, ma come le ho già detto, per il 25 settembre non riesco a soddisfare la sua richiesta … che ne dice per la settimana successiva?»

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«Ascolti bene, accetto solamente perché non voglio compromettere i rapporti con questo mio cliente … uno tra i migliori che ho.»

«La ringrazio e mi scusi ancora per il disguido; faremo il possibile per risolvere questa problematica nei tempi concordati!»

«Il possibile?! No! O ci riuscite oppure questa sarà stata la nostra ultima telefonata!»

«Non si preoccupi e passi delle buone …»

«Tuuu … tutu … tuuu… tutu …»

«… vacanze …»

Sì, vacanze, come quelle che avrebbe trascorso a Sidney Rod Harper, direttore commerciale della Vintage Music Production (V. M. P.), azienda americana produttrice di strumenti musicali vintage.

Ci voleva proprio una settimana di pausa dal lavoro, soprattutto dopo che il Grupo Martín, il più importante rivenditore spagnolo della V. M. P., tre giorni fa, aveva ricevuto dalla ditta americana alcuni prodotti difettosi che avevano inevitabilmente insoddisfatto uno dei migliori clienti dell’impresa spagnola.

La Vintage Music Production, nata nel 1958, avrebbe compiuto proprio quest’anno il suo cinquantesimo anniversario dalla data di fondazione: mezzo secolo caratterizzato da continui ampliamenti e ingenti fatturati, grazie anche ai venticinque anni di lavoro di Rod.

Dopo un periodo di gavetta, riuscì a farsi promuovere a ruoli sempre più importanti all’interno dell’azienda stessa, fino a essere nominato, dieci anni fa, direttore commerciale dell’area vendite.

Una carriera lavorativa, quella di Rod, caratterizzata da un’escalation molto elevata, ma anche da situazioni problematiche da risolvere, esattamente come il rischio di perdere il proprio rivenditore spagnolo.

Rod sapeva che avrebbe dovuto cercare di risolvere questa scomoda situazione in tutti i modi, ma ora non voleva assolutamente pensarci. Erano le sette e trenta di venerdì sera del 25 luglio 2008, aveva la testa che gli stava per esplodere, ma era felice perché lo attendeva una settimana di vacanza che avrebbe trascorso a Sidney con la compagna Isabel.

Diede una rapida occhiata alle ultime e-mail arrivate, erano circa una cinquantina, ma ora non era il momento di pensarci e dunque chiuse la schermata della posta elettronica. Sistemò le penne in base al loro colore, ripose la calcolatrice all’interno della sua confezione di cartone e mise uno sopra l’altro i documenti stampati durante la giornata allineandone i bordi; prese con cura la propria giacca cercando di non sgualcirla, ma non l’indossò a causa del caldo incessante. Infine, dalla tasca destra dei pantaloni afferrò le chiavi dell’ufficio e uscì.

Il sole, ancora alto, dominava tutta la città, gettando fasci di luce che abbagliavano gli occhi. Non vi era la minima traccia di vento tanto che le foglie delle piante, immobili, sembravano fare parte di un quadro realista del XIX secolo. Il cielo, senza nemmeno l’ombra di una nuvola, appariva come una tela completamente azzurra. In quel momento, l’animo di Rod era simile a quella tela, spensierato e limpido, ma con qualche sfumatura di grigio alle quali però non voleva momentaneamente pensare.

Chiuse la porta principale dello stabilimento dando due giri di chiave. Abitudine, questa, che prese dopo averla lasciata aperta per un giorno intero due mesi fa: non chiuse occhio per tutta la notte con il pensiero che qualche ladruncolo potesse entrarvi.

Aprì il cancello, ma prima di dirigersi verso la sua automobile, un suv nero, prese il sacchetto della spazzatura all’interno del bidone appoggiato a destra della porta d’ingresso e lo caricò nel bagagliaio per gettarlo nel primo cassonetto che avrebbe trovato durante il tragitto verso casa. Una volta salito in auto, com’era solito fare, si sistemò il ciuffo, ormai leggermente brizzolato, appoggiò attentamente la giacca nel sedile posteriore, in modo che non si sgualcisse e accese il contatto. Prima di partire, si pulì gli occhiali nella camicia di lino grigia perché iniziava ad avere la vista un po’ appannata, ma si accorse immediatamente che la causa di questo problema non erano le lenti, bensì i suoi occhi, stanchi, dopo una lunga giornata trascorsa in ufficio davanti al computer.

Uscito dal parcheggio, si mise in marcia verso casa. Accese l’aria condizionata e si sbottonò leggermente la camicia, che gli rimase incollata alla pelle a causa del sudore. Anche la fronte era tutta bagnata, tanto che dai lati gli scendevano delle goccioline che andavano a inumidire le asticelle degli occhiali. Dopo aver percorso pochi metri, si tolse anche l’orologio, il quale gli scivolò via dal polso come una saponetta.

Il tragitto che Rod percorreva ogni giorno era di circa una trentina di chilometri: una strada di campagna non molto trafficata, con qualche casa qua e là in mezzo ai campi, che separava casa sua dal luogo di lavoro. In auto, come tutte le sere, ripensava a tutte le mansioni svolte durante la giornata: controllare i documenti, portare avanti nuove trattative e trovare soluzioni per risolvere i soliti problemi con i propri rivenditori e clienti. Ora, in prima linea tra essi, c’era quello scaturito poco fa con il Grupo Martín, per nulla semplice da risolvere, soprattutto riguardo alle tempistiche imposte dall’azienda spagnola.

Con la testa già proiettata in vacanza, non voleva assolutamente contorcersi il cervello pensando ai problemi lavorativi, anzi, spense il cellulare aziendale, promettendosi di non accenderlo per due settimane. Pochi istanti dopo, sentì vibrare quello personale. Era un messaggio da parte di Isabel che diceva:

Ho preparato le valigie, dopo cena controlliamo se ho dimenticato qualcosa e ho anche cucinato il tuo hamburger preferito. Quando sei quasi arrivato, avvisami che metto la carne a scaldare.

Rod lesse questo messaggio accennando un leggero sorriso.

A metà strada, con ancora il sole che splendeva alto nel cielo, mise la freccia a destra e si accostò in una piazzola di sosta non asfaltata e formata da ciottoli. Abbassò il volume della radio e scese dall’automobile, facendo molta attenzione a non impolverarsi i mocassini in pelle che lucidava con cura ogni mattina. S’infilò lentamente un paio di guanti in lattice, aprì il bagagliaio e prese il sacchetto della spazzatura per gettarlo nel cassonetto: una volta aperto, un odore sgradevole, come se qualcosa fosse andata a male, invase il suo viso. L’aria attorno al cassonetto divenne così nauseante che gli provocò una tosse violenta come se l’ossigeno venisse a mancare. Pensò di non aver mai sentito un tanfo simile provenire da un cassonetto, ma si sa, questo caldo afoso lo avrà sicuramente intensificato.

Una volta chiuso, smise di tossire riprendendo anche a respirare regolarmente e decise, per curiosità, di riaprirlo per controllare se quel fetore si propagasse nuovamente, nonostante sapesse già che sia il suo naso, sia i suoi polmoni non l’avrebbero di certo ringraziato. Questa volta, cercando innanzitutto di non sporcarsi gli abiti, allungò il collo per controllare cosa potesse emanare quell’odore disgustoso: vide una distesa di sacchetti neri simili a quello gettato da lui in precedenza, niente d’insolito quindi, ma, aguzzando maggiormente la vista, scorse una specie di parrucca piena di ricci castano scuro. Non senza un po’ di ribrezzo, spostò un sacchetto prendendolo con il pollice e l’indice per cercare di sporcarsi il meno possibile le mani. In un primo momento vide un colletto bordeaux di una maglietta, poi, nonostante il cervello ripudiasse l’idea, i suoi occhi, come se non rispondessero all’istinto di non guardare oltre, si posarono sul corpo di un uomo senza vita. Chiuse il cassonetto e rimase impietrito, si sentì soffocare e aumentare i battiti del cuore, ebbe un leggero tremito alle mani e alle braccia e improvvisamente, il caldo sentito pochi istanti prima fu sostituto da un’intensa sudorazione fredda. Non sapeva cosa fare, come se il suo cervello non fosse più in grado di pensare né di compiere azioni.

Rientrò in auto e prese il cellulare: inizialmente pensò di telefonare alla compagna, ma non voleva spaventarla; un attimo dopo si disse che forse sarebbe stato meglio fare finta di niente e tornarsene a casa. Riflettendo qualche istante, concluse che, procedendo in questo modo, non sarebbe stato in pace con sé stesso. Sperò che passasse qualche automobilista di ritorno dal lavoro, ma erano quasi le otto a quell’ora gli uffici erano già tutti chiusi. Non si vedeva nessuno in giro.

La giornata stava per terminare, il sole si fece sempre più timido nascondendosi dietro ai campi per andare a riposarsi e lasciare posto alla luna. Rod si guardò costantemente intorno con la speranza di poter avvisare qualche passante, ma non c’era anima viva. Decise, quindi, andando probabilmente contro la sua volontà, di riaprire il cassonetto sperando per un attimo che la visione di quel corpo potesse essere stata causata dalla stanchezza, dal caldo, dalla voglia di riposarsi e dal fatto di aver bevuto solamente un bicchiere di acqua durante tutta la giornata. Non aveva mai avuto l’abitudine di bere molta acqua, nemmeno in estate. Se, aprendo nuovamente quel cassonetto, non avesse rivisto il corpo di quell’uomo, avrebbe promesso a sé stesso di berne almeno un litro al giorno, ma era già certo che non avrebbe mantenuto la parola.

II

Cittadina di Seil, Noionta

Seil era una tranquilla cittadina americana appartenente alla contea di Imark nello stato del Noionta che contava poco più di venti mila abitanti.

Rinomata meta turistica per le sue bellezze artistiche risalenti al XVIII secolo che ne caratterizzavano il centro, era circondata da bassi rilievi che l’avevano spesso protetta dalle intemperie climatiche, soprattutto durante i freddi inverni nevosi.

Lo stato del Noionta, facendo parte della pianura costiera atlantica, presentava un clima prevalentemente continentale, nel quale vi erano importanti escursioni termiche tra l’inverno e l’estate.

La piccola città di Seil, dunque, era contraddistinta da temperature invernali piuttosto basse, accompagnate da moderate precipitazioni nevose; le estati, invece, erano estremamente calde e afose.

Dal punto di vista naturalistico, Seil era attraversata dal fiume Abes, il quale dava alla città un tocco pittoresco, tanto che era diventato sempre più frequente vedere turisti alle prese con la propria macchina fotografica per immortalare le meraviglie del paesaggio. Un paesaggio caratterizzato da una vasta gamma di vegetazione grazie anche ad ampie distese di campi dalle quali si poteva apprezzare lo stile di vita rurale di molte famiglie.

Lontano dal centro storico e dalla natura, vi era un’importante zona industriale i cui settori andavano dall’industria metalmeccanica a quella farmaceutica, passando per quella tessile ed elettronica.

La vita notturna non era contraddistinta alla movida, ma da tranquille passeggiate lungo i vicoli del centro o da qualche bevuta in compagnia all’interno di piccoli pub.

Seil era sempre stata sinonimo di uno stile di vita sereno e spensierato, in cui qualunque cittadino era sempre disposto a dare una mano per aiutare il prossimo; una piccola realtà in cui regnava l’ospitalità e la giustizia faceva valere i propri poteri, anche se nessun abitante ne aveva quasi mai avuto seriamente bisogno.

Infatti, esattamente come in tutti gli altri giorni, il clima che si respirava all’interno del dipartimento dell’unità anticrimine era molto rilassato in vista dell’arrivo del fine settimana.

L’edificio, che si trovava a circa dieci chilometri dal centro della città, era dominato da un grande cancello che si apriva su un ampio parcheggio riservato esclusivamente ai membri delle forze dell’ordine locali. Al suo interno, vi erano numerose stanze distribuite su due piani nelle quali erano collocati diversi uffici: segreteria, amministrazione generale, coordinamento, pianificazione e reparti speciali.

«Con queste uniformi il caldo è ancora più insopportabile, taglierei il colletto della camicia!»

«Dai Eric, resisti che tra non molto usciremo da qui.»

«Lo so Lance, ma mi sento soffocare e con queste belle giornate sembra che il tempo qua in ufficio non passi mai … e come se non bastasse non fumo da due ore.»

«Non lamentarti dai! Pensa a quanto sia stimolante il nostro mestiere e a quante persone nel mondo che, purtroppo, lavorano solamente per arrivare a fine mese, senza alcuna soddisfazione personale. Direi che hai già fumato abbastanza per oggi …»

«Mmm … forse hai ragione …» ammise Eric mentre teneva il volto completamente attaccato alla bocchetta dell’aria condizionata asciugandosi le goccioline di sudore che gli scendevano dalla fronte, «ma non farmi la morale sulle sigarette.»

«Certo che te la faccio, non fai altro che seminare mozziconi e scaricare accendini!»

«Sei il solito esagerato …» disse Eric allontanandosi dal getto dell’aria, «Cambiando discorso … cosa fai questo fine settimana?»

«Ancora non lo so, ma non appena uscirò da qui andrò a farmi una passeggiata; voglio godermi il più possibile queste lunghe giornate di sole e mantenermi in forma, tu?»

«Al mare con mia moglie Jenny.»

«Chissà che divertimento!» intervenne Phil, «E poi ti lamenti di restare in ufficio durante le belle giornate.» affermò ridendo.

«Tu invece? Andrai a fare i tuoi soliti giretti nei pub con i ragazzini?! Sei patetico!»

«Patetico sarai tu, Eric! Con la tua vita monotona da sposato. Non puoi decidere niente senza il parere di tua moglie e inoltre, con tutte le belle donne che ci sono in giro, la vita mi sembra troppo breve per fermarsi ad una sola. Magari non te la dà nemmeno più …»

«Sentite da chi devo prendere lezioni di vita.» replicò Eric, «Da un cinquantenne che sbandiera ogni giorno numerose conquiste, ma che ancora non ci ha mostrato nemmeno una prova!»

«La tua è solo invidia!» rispose seccato Phil gettando a terra il bicchierino di plastica da caffè vuoto che teneva nelle mani, «Io faccio la vita da ragazzo, mentre tu da pensionato e per la precisione, ho quarantotto anni, non cinquanta! Detto questo, vi saluto; oggi ho chiesto un permesso e dunque esco ora. A lunedì!» Detto questo se ne andò a passo spedito, molto irritato dalle parole di Eric.

«Credo che tu l’abbia fatto arrabbiare …» affermò Lance ridendo, «Comunque le prossime volte lascialo perdere, nemmeno sprecare il fiato con lui! Ha voluto sempre fare l’alternativo!»

«Lo so lo so Lance, non ne vale la pena, ma mi sono preso una sorta di rivincita.»

Bum! Si sentì sbattere la porta dopo che Phil Rybak, agente dell’unità anticrimine locale, uscì dall’ufficio.

Era un quarantottenne non molto alto, capelli lunghi laccati all’indietro e dei baffetti che, secondo lui, avevano un certo potere attrattivo sulle ragazze. Single da sempre, ripudiava la vita da sposato e il sistema che la incoraggiava ed era solito, il lunedì mattina, raccontare ai colleghi delle sue conquiste del sabato sera. Conquiste che comunque non erano mai state concretamente “verificate”. Infatti, ogni volta che qualcuno gli domandava di presentare una ragazza che aveva rimorchiato in un locale, Phil trovava sempre una scusa per non farlo: o era partita per tornare nel suo paese, o aveva cambiato residenza oppure diceva che si era stancato e che l’aveva lasciata.

Nessuno, tra le persone del dipartimento, gli credeva più ormai, compresi Eric Hunt e Lance Shark, anch’essi agenti appartenenti all’unità anticrimine di Seil. Colleghi da poco più di un anno, i due divennero quasi fin da subito ottimi amici, soprattutto dal punto di vista lavorativo, tanto che il capitano del reparto anticrimine, Alan Barfy, aveva l’abitudine di affidare loro la maggior parte dei casi, nonostante Seil fosse comunque una cittadina abbastanza tranquilla.

Eric era un quarantatreenne sposato da quattro anni, biondo, capelli corti, molto dedito al lavoro, con la passione per la cucina e la pesca sportiva; Lance, quarantacinque anni, sposato con due figli, aveva i capelli castano scuro un po’ spettinati, che mostravano i primi segni di stempiatura ed era solito mantenersi in forma andando a correre la sera dopo il lavoro.

Mancavano poco più di dieci minuti alla fine del loro turno quando squillò il telefono nell’ufficio di Lance ed Eric.

«Chissà chi è a quest’ora … nemmeno negli ultimi minuti ci si può rilassare un po’…» disse Eric sbuffando.

«Sicuramente qualche ragazzino che avrà già iniziato il fine settimana e si diverte a fare scherzi.» pensò Lance.

«Polizia anticrimine di Seil, buonasera, sono l’agente Hunt. Come posso aiutarla?»

«S-s-salve, chiamo da … ehm… st-st-stavo gettando via la sp-spazzatura … c’è u-u-un corpo all’interno di un cassonetto!»

«Si calmi, mi dica il suo nome e da dove chiama.»

«Eric, chi è?» intervenne Lance.

Eric avvicinò l’indice della mano sinistra alle sue labbra, facendo segno a Lance stare in silenzio.

«S-s-sono R-Rod Harper, ch-chiamo da una p-piazzola di sosta sull’Ave Street.»

«Sta chiamando dal suo cellulare?»

«S-si! St-stavo tornando a c-casa …»

«Stia fermo lì, non si muova e non tocchi niente, mi raccomando! Saremo da lei il prima possibile.»

Eric abbassò la cornetta e si alzò spostando la sedia bruscamente.

«Chi era? Cos’è successo Eric?»

«Un signore di nome Rod Harper ha appena trovato un cadavere all’interno di un cassonetto sull’Ave Street.»

«Oh mio Dio! Dobbiamo avvertire anche Alan? È in ufficio?» chiese ansiosamente Lance.

«No, oggi sarebbe stato assente per tutta la giornata.»

«Allora lo avverto io, tu intanto prendi l’automobile che ti raggiungo!» ordinò Lance a Eric.

Quest’ultimo lasciò il collega in ufficio a parlare con il capitano, prese le chiavi, uscì di corsa senza salutare nessuno, salì in auto e fece manovra per uscire dal parcheggio. Una volta uscito, si accese una sigaretta respirando il fumo a pieni polmoni e lasciando che la nicotina gli entrasse bene in corpo.

«Alan ha detto che ci raggiunge direttamente sul luogo del ritrovamento appena riesce a liberarsi.» disse Lance con il fiatone dopo aver raggiunto il collega già pronto per partire, «Cavoli! Mi sono dimenticato di prendere la pastiglia per la pressione!» gridò successivamente accorgendosi dell’ora.

«Per una volta non muori, stai tranquillo.» rispose Eric gettando nuvole di fumo fuori dal finestrino.

I due partirono con le sirene accese e il traffico contenuto permise loro di arrivare sul posto senza intoppi.

Le persone che stavano facendo jogging si fermarono a osservare l’automobile sfrecciare per le strade della città: il sole era calato completamente, ma ancora c’era una luce intensa data dal crepuscolo che rendeva la giornata ancora molto afosa.

Arrivati sul luogo del ritrovamento, i due agenti videro un uomo sulla cinquantina vicino ad alcuni cassonetti della spazzatura. Aveva i capelli leggermente brizzolati con un ciuffo imponente; indossava una camicia grigia, pantaloni neri eleganti, un paio di mocassini tirati a lucido, era tutto sudato ed in evidente stato di shock.

«Buonasera, sono l’agente dell’unità anticrimine di Seil, Lance Shark e lui il mio collega Eric Hunt. È lei il signor Rod Harper?»

«S-si sono io …»

«Ci racconti cosa stava facendo e dove ha visto precisamente il cadavere.» disse Lance appoggiando la mano destra sulla spalla dell’uomo per cercare di tranquillizzarlo.

Rod fece un gran sospiro e iniziò il suo breve racconto:

«Sono uscito dal lavoro verso le sette e mezza e mi sono fermato a gettare la spazzatura. Una volta aperto, ho sentito un odore nauseabondo, ho buttato il sacchetto e ho dato un’occhiata per vedere da cosa e da dove provenisse … e … e ho visto il corpo …»

«Eric, apri il cassonetto.» ordinò Lance.

«Sì, però l’uniforme me la lavi tu.» puntualizzò Eric strappando a Lance un sorriso sarcastico.

L’agente, dopo essersi infilato i guanti in lattice, fece pressione sulla leva metallica del cassonetto chei aprì emanando l’odore disgustoso descritto qualche istante fa da Rod.

«Non riesco a respirare!» esclamò Eric con la voce nasale tipica di chi si chiude il naso con il pollice e l’indice della mano.

«Davvero!» osservò Lance tossendo.

Eric si trovò davanti agli occhi il corpo di un uomo nascosto quasi completamente dai sacchetti della spazzatura: aveva i capelli ricci, poca barba e indossava una specie di polo bordeaux. Esaminandolo con più attenzione, l’agente notò che dietro al capo mostrava un ematoma abbastanza evidente.

«Guarda qui Lance!»

«Eh … deve aver subìto un colpo molto forte.»

All’improvviso sì udì un’automobile fermarsi di fianco a quella dei due agenti, dalla quale scese un uomo alto, senza capelli, serio e che aveva l’aria di sapere il fatto suo.

«Buonasera!»

«Buonasera capitano!» risposero in coro Lance ed Eric.

«Che cosa abbiamo qui?»

«Il signore, Rod Harper, ci ha detto di aver trovato il cadavere di un uomo dentro al cassonetto mentre stava gettando la spazzatura. Come può notare, ci sono i segni di un forte ematoma.» rispose Lance.

«Sicuramente non se lo sarà procurato da solo.» sdrammatizzò il capitano, mantenendo comunque un’aria austera mentre analizzava la ferita, «Chiami un’ambulanza agente Hunt … e lei, agente Shark, telefoni all’unità scientifica.» Rivolgendosi a Rod, invece, si presentò stringendogli la mano in modo deciso:

«Sono il capitano dell’unità anticrimine Alan Barfy. Immagino che lei sia il signor Harper.»

«Sì.» rispose quest’ultimo.

«Conosceva la vittima?»

«No.»

«Dove stava andando?»

«Stavo rientrando a casa dal lavoro.»

«E cosa ci faceva in questi cassonetti?»

«Stavo gettando la spazzatura. Sono i primi che ci sono durante il tragitto che percorro per tornare a casa.»

«Cos’ha gettato precisamente?»

«Cartacce d’ufficio, perché?» chiese Rod sorpreso.

«Perché le ha gettate nel cassonetto dell’indifferenziata? Quello della carta è a fianco.»

«Ha ragione, mi scusi, ma andavo di fretta. Sono molto stanco e avevo voglia di andare a casa il prima possibile, inoltre, domani parto per una vacanza a Sydney.»

«Va bene, può andare …» disse il capitano fissandolo dritto negli occhi.

Rod si congedò con un timido sorriso e salì a bordo della sua auto e notò che nel cellulare c’erano cinque chiamate perse di Isabel; la richiamò dicendo che aveva avuto un piccolo contrattempo e che le avrebbe spiegato bene una volta arrivato a casa. Intanto, il corpo della vittima fu portato via dall’unità scientifica per esaminarlo e per stabilire le cause del decesso.

Lance ed Eric salutarono Alan che affidò loro il caso.

«Conto su di voi ed esigo che appena abbiate delle novità io sia il primo a venirne a conoscenza, intesi?»

«Certamente capitano!» risposero quasi all’unisono i due agenti quando Alan aveva appena chiuso lo sportello della sua automobile, già pronto ad andarsene.

Prima di salire nella loro, Lance gettò casualmente lo sguardo a terra e si accorse di una fototessera a terra che ritraeva un ragazzo molto giovane, biondo e sorridente; la prese e dopo averla esaminata per qualche istante, la mostrò a Eric.

«Guarda cosa ho trovato!»

«Ah grazie Lance, mi sarà scivolata dalla camicia.» osservò il collega tastandosi i taschini della divisa.

«Ah, è tua? In effetti, a guardarla bene, ti assomiglia.»

«Eh sì …» affermò Eric sospirando con espressione malinconica.

«Credo di aver toccato un tasto dolente, scusami tanto, non volevo.» disse Lance dandogli una pacca sulla spalla sinistra.

«Non preoccuparti. Ora che ci penso, anche se ci conosciamo ormai da più di un anno, non ti ho mai parlato di mio fratello … eravamo molto legati, ma è venuto a mancare quando era molto giovane.» disse Eric seduto sul sedile dell’auto, mentre fissava i pedali con aria molto triste.

«Se non te la senti, non c’è bisogno che mi racconti nulla.» affermò Lance cercando di rincuorarlo.

«Certo che mi va. Anche se sono passati tanti anni, non ne ho mai parlato con nessuno eccetto la mia famiglia e credo che sia arrivato il momento per me di affrontare questa cosa e accettare il fatto che la vita debba andare avanti.»

«Allora, se te la senti, direi che due chiacchiere si fanno meglio davanti ad un buon bicchiere di birra.» propose Lance.

«Uno e basta?» chiese ironicamente Eric, riacquistando il sorriso e accendendosi un’altra sigaretta.

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Antonio Sebastiani
Classe 1994, Antonio Sebastiani è nato e cresciuto nell'entroterra riminese conseguendo il diploma in ragioneria e successivamente una laurea in Lingue e Culture Straniere presso l’Università degli Studi di Urbino. Due mondi apparentemente opposti, ma che hanno contribuito ad arricchire la sua formazione professionale. Dopo gli studi ha lavorato in ambiti più attinenti ai numeri che alle lettere, ma ciò non gli ha impedito di continuare ad inseguire la sua passione per la lettura, la cultura e l’arte. Dando voce alle sue aspirazioni, ha deciso di scrivere il suo primo romanzo “L'estate in cui morì Warren García”.
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