Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

L'estate di Shane

immcmp-lestatedishane
1%
199 copie
all´obiettivo
42
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2020

In una quieta città di provincia del Nord è nata l’Orchestra multietnica Deportees, una band composta da musicisti provenienti da ogni parte del globo che con la loro musica vogliono dare un messaggio di convivenza e solidarietà.
Un misterioso assassino ne prende di mira i componenti e inizia a eliminarli uno alla volta. La polizia locale indaga senza riuscire a ottenere risultati. Viene convocato sulla scena Shane, consulting detective dalle raffinate capacità deduttive e dal carattere scorbutico, che si trova per caso a fare coppia con Miriam, cantante dell’Orchestra e psicologa. I duetti tra i due protagonisti, a colpi di citazioni tratte dai classici della letteratura e dai serial tv fanno da intermezzo divertente a una serie di vicende parecchio intricate.

“Delicatezza” e “tolleranza” sono le parole che definiscono questo romanzo, dove le persone si sforzano di rispettare i sentimenti di coloro a cui vogliono bene senza rivendicare possesso e esercitare potere.

I diritti maturati dall’autrice grazie a questa campagna di crowdfunding verranno devoluti alla Comunità di San Benedetto al Porto, per un progetto musicale con i rifugiati.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per mettere in parole l’esperienza che ho fatto con l’Orchestra Furasté di Alessandria: persone che cercano di vivere e lavorare l’una a fianco dell’altra accettando in modo naturale le differenze di lingua, religione, abitudini e colore della pelle.
Per chiunque abbia a cuore la collaborazione, l’integrazione, l’incrocio di mondi culturali diversi. Che abbia più curiosità che paura, più gentilezza che rabbia, che sia stufo del clima pesante e furibondo in cui viviamo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I. L’Ombra

Chi non ha visto il calar della notte non giuri di inoltrarsi nelle tenebre

J.R.R. Tolkien, Il Signore degli anelli

27 giugno 2016 

Un cadavere l’avevano trovato due ragazzini la mattina presto, andando a scuola. Facevano sempre quella strada, tagliando attraverso il piccolo parco maltenuto e non cintato che sopravviveva vicino alla Stazione.

Il poveraccio aveva lividi e fratture in tutto il corpo; quella che ne aveva determinato la morte era una frattura alla testa. A un primo esame sembrava fosse stato picchiato brutalmente. Ma l’elemento fondamentale, che attirò l’attenzione del Commissario Testa, fu il biglietto che venne trovato nelle tasche del morto.

Le parole erano composte di lettere ritagliate dalle pagine di un giornale, e dicevano “Scimmie nere, tornate a casa vostra. L’Italia deve diventare di nuovo bianca”.

Non solo uno slogan, ma una specie di manifesto razzista.

Gianfranco Testa era una persona equilibrata e saggia, ma c’era nelle affermazioni razziste qualcosa che faceva scattare nel suo cervello immagini di enormi elicotteri neri che inondavano di napalm gli autori.

L’uomo – la vittima – era abbastanza conosciuto in città, “lavorava” nel parcheggio di un discount dove in cambio della moneta del carrello aiutava i clienti a caricare gli scatoloni di provviste. Era una persona gentile e sempre sorridente, che non si imponeva in modo scortese e si faceva avanti solo se chiamato. Gli habitués del supermercato avevano finito per affezionarsi a quell’omino garbato, che chiamavano per nome e con cui era piacevole scambiare due chiacchiere in cambio di pochi spiccioli.

Continua a leggere

Continua a leggere

L’autopsia avrebbe poi stabilito che il poveretto non era stato ammazzato a forza di botte, ma era caduto da un’altezza di una decina di metri. Evidentemente non si era trattato di una disgrazia: qualcuno lo aveva buttato giù, e si era preso la briga di spostarlo nel parco con il biglietto in tasca. Che aveva messo di cattivissimo umore il Commissario, perché quel biglietto lo aveva già visto altre due volte, su altri due cadaveri, in circostanze completamente diverse. 

 Tutte e due quelle morti erano state importanti per me.

La prima mi aveva dato un grande dolore.

La seconda aveva mandato completamente all’aria la mia pace mentale.

Mentre infilava il biglietto in una busta di plastica, pur non nutrendo nessuna speranza che conservasse qualche impronta digitale, Testa venne scosso dal grido di un agente.

“Commissario! Venga subito, qui ce n’è un altro!” 

L’altro cadavere era a qualche metro di distanza, nascosto sotto un cespuglio, parzialmente coperto di terra e di foglie. 

Ma stavolta per tutti era una faccia conosciuta: si trattava di Chaka, un musicista senegalese abbastanza noto in quella città di provincia dove tutti conoscevano tutti. Era il percussionista dell’Orchestra Multietnica “Deportees”, un gruppo che radunava musicisti provenienti dai più diversi paesi del mondo, e che era diventato un po’ la bandiera di tutte quelle Associazioni e Onlus umanitarie specializzate nell’organizzare l’accoglienza ai rifugiati.

Ma era anche, purtroppo, il terzo della band a essere assassinato.

Anche in questo caso la vittima aveva fratture alla testa e al torace, che sembravano essere stati schiacciati dalle ruote di un’auto. E lo stesso biglietto nella tasca posteriore dei jeans.

III. I Deportees

La terra ha musica per quelli che sanno ascoltarla

Shakespeare, Romeo e Giulietta

Settembre 2014

Era il tempo delle band multietniche, la nostra aveva visto la luce nei locali della libreria di quella particolare città di provincia, dove avevo amici molto cari.

Una sera di settembre mite e luminosa Lorenzo, l’intraprendente proprietario, aveva radunato – approfittando delle conoscenze del genero, mediatore culturale – una ventina di musicisti di varia provenienza e nazionalità. 

Piano sequenza: una ventina di persone di ogni possibile colore, cultura, lingua e religione, fatte convergere lì da alcune vaghe affermazioni, sedute tutte in circolo e molto addossate alla parete.

Atmosfera lievemente clandestina e piuttosto imbarazzata. 

“Io – ehm – suono un po’ la chitarra”.  “Io le percussioni”. “Ho portato il violino”. “Il basso”. “Il clarino”.

Viene il turno di Akilan, che afferma perentorio: “Io canta. Bene”.

Akilan viene dallo Sri Lanka, è Tamil come il protagonista di “Dheepan”, è in Italia da quindici anni e parla ancora in terza persona, come Giulio Cesare. In patria faceva il poliziotto, qui la guardia giurata, e la sua espressione non invita alle confidenze.

Conosce un numero di parole italiane strettamente limitato alla sopravvivenza, eppure riesce a produrre un numero infinito di battute. Quando canta è il leone di Sigiriya – quel giorno ci tramortì, ci catturò, e riuscì a trasformare in pochi istanti un’accozzaglia di musicofili svagati e prudenti, convenuti più per curiosità che per adesione a un preciso progetto, in una fusione di strumenti e voci che accoglievano i suoi suggerimenti, li rilanciavano, li mescolavano a evocazioni improvvisate di musiche e ritmi, per sfociare in una jam session strepitosa dove melodie orientali si trasformavano in danze irlandesi sostenute da percussioni africane e chitarre latino-americane.  

Da quel momento è partita l’avventura dei “Deportees”, che ha portato il gruppone a esibirsi su palchi prestigiosi e a farsi una discreta fama, nonostante avessimo nel corso del tempo radunato senza discriminare sia eccellenti musicisti che simpatici rifugiati, frullandoli insieme in un miscuglio non sempre riuscito. 

Il nome “Deportees” non fu il risultato di una discussione comune, lo trovò Lorenzo commentando scherzosamente l’estetica generale della band.

Ma a tutti piacque e ce ne impadronimmo. 

Viene dalla canzone che Woody Guthrie scrisse per ricordare un aereo carico di braccianti messicani stagionali rispediti in patria dalla California a fine raccolto.

L’aereo precipitò uccidendoli tutti, e la radio nel dare la notizia  commentò che in fondo erano “Just deportees”, nient’altro che clandestini senza permesso di soggiorno, giustamente rispediti a casa loro quando non servivano più. 

La canzone, forse l’ultima di Woody, non nacque solo da una notizia di cronaca sentita alla radio. Nacque, soprattutto, dalla comunanza e dalla sintonia che sentiva nel suo cuore con chi aveva subito la sciagura, perché ne condivideva profondamente  le aspirazioni, le frustrazioni e i sogni. 

Come lui, noi volevamo mettere in musica il racconto delle vite e delle speranze di queste persone . Come lui, volevamo dare voce a chi voce non ha.

Sulla scena portavamo suggestivi strumenti etnici, come la kora, il djembé, il balafon, i tabla, insieme ai violini e ai fiati dell’orchestra classica, e alla chitarra elettrica e al basso dei gruppi rock.

Il fatto di condividere una sensibilità comune e comuni ideali ci aveva spinto a cercare un linguaggio condiviso, in cui fondere diverse tradizioni musicali: perché il messaggio che volevamo trasmettere era quello della possibilità di una convivenza tra persone di differente colore, esperienza e religione,  un esempio di come l’unione tra diverse culture può produrre un risultato di alto livello artistico e di esuberante vitalità.

Niente è più potente della  musica per mettere in connessione le persone. 

Nessuno oggi si sognerebbe di dire che le canzoni cambiano il mondo: ma se c’è ancora qualcuno che fa qualcosa per rendere migliore la nostra esistenza, se pensa che il mondo può ancora cambiare in meglio, la nostra musica gli può  tenere buona compagnia. 

 

Dopo due anni di concerti, accompagnati come è logico da incomprensioni, litigate, insulti reciproci in varie lingue, stavamo lavorando al primo CD e sembrava che avremmo preso definitivamente il volo, quando successe quello che sapete.

Quando accadde, nessuno di noi era pronto. Ce lo aspettavamo quanto vincere il Grammy, uno sbarco di extraterrestri o l’invenzione del teletrasporto.

Dopo l’uccisione di un altro elemento dell’Orchestra, la brasiliana Estela, a supportare la polizia nelle indagini viene convocato Shane – “consulting detective” dal cervello scoppiettante e i modi spicci. Miriam è incaricata di ospitarlo e si trova a collaborare con lui.

                                       

XV. Ancora indagini

True love leaves no traces

As the mist leaves no scar

On the dark green hill

So my body leaves no scar

On you and never will

Leonard Cohen, True love leaves no traces

“Ehm… Dunque… Hai pensato, Shane? Posso esserti utile in qualcosa?”

“Utile?” mi guarda perplesso.

Oddio che imbarazzo.

 “Sì, beh, io collaboro con la polizia, come psicologa. Testa mi manda a interrogare sospettati, testimoni, persone che possono sapere qualcosa. Per esempio domani vado a parlare con l’ex marito di Estela”. 

“Ex marito? Da quando era ex?”

“Oh, un bel pezzo, direi. Estela si era sposata molto giovane e aveva divorziato quasi subito”.

“Così a occhio non mi sembra granchè interessante, come pista da seguire. Sarebbe meglio concentrarsi sugli attuali corteggiatori”.

“Anche io la penso così, ma il Commissario non è d’accordo. Comunque tra quelli ce n’è uno in particolare che forse potrebbe essere utile interrogare, un certo conte Balbo Bertone, con cui è uscita un paio di volte ma che è stato recentemente – e bruscamente – piantato.  Potrebbe essersi offeso, potrebbe avuto voglia di vendicarsi, Estela non era molto diplomatica.”

“E magari lo status di conte lo rendeva particolarmente suscettibile.”

Gli passa un lampo negli occhi. 

“Io adoro gli aristocratici, soprattutto avere a che fare con il loro lato suscettibile. Lo conosci?”

“No, a dire la verità non l’ho mai incontrato.”

“Puoi contattarlo?”

Ehm. Era un sogghigno, quello?  

Un tantino in allarme,  telefono al Conte, che sembra deliziato di sentire che io desideri la sua compagnia. Mi dà appuntamento al suo Club per un aperitivo, tra un’ora.

Impiego un certo numero di minuti nello scegliere il vestito adatto – chi ci ha mai posato piede, in quel covo di snob? Non dovrò mica mettermi in tenuta da sera? Confidando nella scarsa conoscenza della moda femminile degli addetti all’ingresso, infilo un vestito di seta écru che arriva quasi alla caviglia, con una giacchina nera.

Shane invece non dedica un pensiero al proprio abbigliamento, e purtroppo la faccenda si rivelerà  delicata.  Incontreremo infatti un giudice molto competente in fatto di moda maschile.

Il Club è un concentrato di potere: circa 300 soci, imprenditori, nobiluomini, brookers, manager di altissimo livello e professionisti di grido che pagano una cifra a molti zeri per intrattenersi gli uni con gli altri nell’intento di imbottire ulteriormente i loro già pingui portafogli. 

Al nostro arrivo, un imponente personaggio piazzato a difesa della porta ci scruta con il sopracciglio inarcato.

“Ho appuntamento con il Conte Balbo Bertone di Sambuy” annuncio coraggiosamente.

“Lei è…”

“Miriam Ulrich”.

“Un momento, prego.”

Armeggia con un microfono che ha sul bavero, e dopo un’ attesa abbastanza esasperante annuncia: “Va bene” con un tono che sottintende che non ci sia praticamente nulla che vada bene.

Prima che Shane possa fare un passo, gli si piazza davanti con tutta la sua mole.

“Il signore non può entrare”. Lo sguardo è quello della sentinella romana che vide avvicinarsi i Goti intenzionati a mettere a sacco la città.

“Il signore è con me” lo sfido.

“Il signore…” fa una smorfia sofferente e  chiude gli occhi, come se non potesse assistere un minuto di più a un simile riprovevole  spettacolo “… non ha la cravatta”.

“La cravatta?” domando incredula.

“Proprio così, Madame. Nessuno può entrare al Club senza giacca e cravatta. È la regola”.

Si impettisce, evidentemente considera un onore poter difendere quell’ultimo baluardo della classe e dello stile dalla volgarità dei nostri tempi.

“Mi scusi, ma si tratta solo di una piccola cravatta. Non potrebbe fare un’eccezione, per questa volta ?” gli chiedo, con un’occhiata che scioglierebbe i ghiacciai groenlandesi.

“Non è possibile, Madame.” Scuote la testa. “Altrimenti…”

Il sospetto di pericolose derive barbariche resta sospeso nell’aria. I Turchi sono già sotto le mura di Vienna.

“Oh, beh. Non mi sembra un problema così grave” interviene Shane, con un sorriso soave che mi mette istantaneamente all’erta. “Penso che possiamo rimediare facilmente. La giacca c’è, it’s true? Per la cravatta… permetti, Miriam?”

Mi sfila la sciarpa di seta arancio che serviva a ravvivare il colore delicato del vestito, e se la annoda al collo.

“Così va bene, non le pare ?”

“Non direi proprio” risponde l’altro con voce artica, nonostante stia cominciando a sudare.

“In che senso, non direbbe?”

“Nel senso che quella non è una cravatta”.

“Ah no? Guardiamo la definizione.” Smanetta rapidissimo sul suo smartphone e gli mette sotto il naso il risultato. “Legga, prego.”Accessorio dell’abbigliamento maschile costituito da una striscia di tessuto disegnato e colorato,  che viene fatta passare sotto il colletto della camicia e annodata sul davanti. “Eccola qua, la striscia di tessuto ecc ecc.” 

“Non insista”. L’impavida sentinella non si arrende. “Quel… indumento non ha niente a che fare con l’abbigliamento maschile. Quella è una sciarpa da donna”.

“Vuole forse farmi credere di essere un intenditore in fatto di abbigliamento maschile?”

“Non ambisco a tanto. Ma ho gli occhi, e lei ha preso la sciarpa dal collo della signora.”

“Ma certo, proprio così. Questa “era” una sciarpa, quando la indossava la signora, adesso è una cravatta.  Dal momento che lo indosso io, questo è un indumento da uomo. O vuole forse insinuare che io non sia un uomo? È questo che vuole dire? Devo ritenermi offeso?”

Il malcapitato comincia a confondersi.

“Non voglio dire niente del genere. Voglio solo dire… temo di non capire cosa… di cosa vi state lamentando”.

“Ah, non capite. Questa ammissione è illuminante.”

Si sta intanto radunando una piccola folla intorno a noi, interessatissima e partecipe.

“Dunque, potete farvi da parte e lasciarci entrare? Siamo stati invitati. La regola dice giacca e cravatta, eccomi qua con giacca e cravatta. È previsto dalla legge che se si rispetta il regolamento, l’accesso al vostro Club sia consentito. Non gode di extraterritorialità. È un circolo privato, mica il Vaticano”.

“La legge? Il signore è un avvocato?”

“No, il signore è un democratico. And a troublemaker.”

“Un piantagrane.”  Traduco con il mio miglior sorriso.

La folla rumoreggia e dà segni vistosi di apprezzare l’umorismo di Shane. La battaglia del popolo contro i lugubri privilegi feudali ha trovato un nuovo eroe.

                                           

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “L’estate di Shane”

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Mimma Caldirola
Sono psicologa e psicoterapeuta, mi occupo di adolescenti.
Sono musicista, a Milano ho lavorato con Radio Popolare e collaborato con molti esponenti della scena musicale: Moni Ovadia, Dario Fo, Ivan Della Mea, Eugenio Finardi, Ricky Gianco.
Da quando mi sono trasferita in provincia di Alessandria faccio parte dell'Orchestra multietnica Furastè, che è diventata nel libro i "Deportees".

In passato ho scritto per la Casa Editrice Mazzotta un libro sulla musica al femminile dal titolo "Io canto la differenza".

Quando faccio musica è forse l’unico momento in cui la distanza tra quello che sono e quello che faccio non esiste.
Non importa se ad ascoltarti sono dieci o diecimila, in quel momento sei il centro del mondo. Diventa possibile sfidare la morte, far durare oltre il tempo l'emozione, trovare una consolazione alla fragilità umana - questa è la promessa che ti fa la musica.
Mimma Caldirola on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie