Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Lettere di suicidi

30%
140 copie
all´obiettivo
27
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Febbraio 2021
Bozze disponibili

“Lettere di suicidi” è una raccolta di racconti costituita da sette lettere di suicidi e da una conclusione che funge sia da preghiera che da monito. I temi principali delle lettere risiedono nelle cause che spinsero ognuno dei loro autori a prendere la decisione che in esse viene annunciata: si passa perciò dal disprezzo per un mondo che inesorabilmente condanna alla sofferenza, all’incapacità di accettare il corpo in cui la sua materia costringe, dal dolore per una passione distruttiva alla difficoltà di accettare un amore di cui ci si ritiene indegni, dal desiderio di eternità alla fede che soltanto nell’oblio atemporale della morte essa possa essere ottenuta. Il filo conduttore dell’intera raccolta è costituito necessariamente da una ricerca comune a ogni essere umano, il cui scopo latita nella possibilità di accettare finalmente se stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Credo che il suicidio sia in un certo senso l’apice di quella ricerca dell’io che vuole trovare un significato alla sofferenza. Il suicido non appartiene alla storia di tutti gli uomini, tuttavia le cause che si celano dietro di esso sono universali e partecipi di un dolore che accomuna qualunque destino. Ho scritto queste lettere per esigenza, nutrendo la speranza che un giorno avrebbero potuto affiancare qualcuno nel difficile cammino che separa dalla possibilità di amare se stessi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Estratto da FIORI DANNATI

La vide arrivare dalla strada. Ella le ricambiò uno sguardo veloce, intimo e intenso da una parte, avido e ansioso dall’altra, prima ch’egli rivolse il suo altrove per scendere ad accoglierla a proprio modo: socchiudeva la porta, spegneva la prima candela della casa, quella posta sopra il mobile all’ingresso, e attendeva nella stanza adiacente, concentrato ad ascoltare il passo esitante della fanciulla, la voce emozionata e impaurita che pronunciava il nome con cui era conosciuto. Così egli assaporava i momento, immaginava il tesoro e cercava di percepirne la maestosità, perché era consapevole di quanto possa dire in proposito il sentimento con cui una donna si pone di fronte a un adulterio. La giovane trovò la porta aperta e bussò, senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Rimase allora esitante sulla soglia, indecisa su come si sarebbe dovuta comportare, inquieta nel domandarsi se quella porta aperta non significasse qualcosa di peggiore di ciò che inconsapevolmente si aspettava. Si concentrò per cercare di cogliere il più minimo rumore e tuttavia riuscì a sentire soltanto la tensione del suo respiro, accompagnata dal battito pesante del suo cuore: solo il silenzio sembrava risiedere in quella casa. La possibilità che si potesse trattare di uno scherzo dalla forte carica erotica le faceva ribollire il sangue e le scaldava lentamente l’interno delle cosce. Si decise ad aprire un poco di più la porta e vi accostò il viso mordendosi le labbra. L’ingresso era buio, tuttavia ella si ricordava che una candela avrebbe dovuto illuminare l’ingresso. Si chiese perciò che fine avesse fatto la sua fiamma, se lui l’avesse spenta di proposito e con quali intenzioni. Non gli venne in mente neppure per un istante che un giovane amante dei fiori potesse farle del male, offuscata com’era dal desiderio ch’era ormai divampato in tutto il suo corpo. Egli continuava ad ascoltare nel buio della stanza adiacente, sicuro che presto ella avrebbe trovato il coraggio per oltrepassare quella soglia e assaporando nel suo respiro un desiderio sempre più opprimente. Entrò piano, cieca nel buio dell’appartamento e ansimante nella quiete che lo governava. I suoi passi si posarono delicati sul pavimento e all’improvviso, sorpresi dalla voce che già li governava, si attecchirono alle sua superficie ardente.

Continua a leggere

«Spogliati» disse loro la voce in modo chiaro e deciso. Colei che avrebbe dovuto dominarli tuttavia non rispose perché aveva implicitamente accettato di cedersi del tutto esanime al controllo delle mani da cui desiderava venir svestita. Lui comprese e fece scivolare via dal suo corpo un indumento alla volta, fino a quando non ne rimase nessuno a ricoprire la sua carne nuda. Ora essi giacevano sopra il legno reso rovente dal contatto con i suoi piedi scalzi ed ella, spoglia e immobile come un albero in autunno, si domandava cosa aspettassero quelle mani a farla sua. «Segui il rumore dei miei passi» disse la voce e lei accolse le sue parole come un discepolo devoto al suo Dio. Si mosse a fatica quando sentì l’oggetto del suo desiderio allontanarsi lentamente. Non si chiese come egli riuscisse a muoversi nell’oscurità, giacché la sua ragione latitava nella coltre di un accecante istinto che lui non esitò a percepire, comprendendo all’improvviso che il tesoro non fosse puro quanto aveva sperato. Era divampata troppa fame in lei e appariva chiaro che i suoi appetiti avrebbero finito per divorarla dall’interno se fossero rimasti insoddisfatti, tuttavia non vi era alcuna speranza che il candore delle sue gemme si sarebbe potuto conservare intatto se ciò fosse avvenuto. Egli allora si fermò ed ella fece lo stesso. Rimase a osservare la sua figura seminascosta nell’ombra. Poté ammirare la forma dei suoi seni che imploravano di essere stretti e la delicata lucentezza dei suoi occhi, che sapeva lo stessero cercando oltre il buio che non potevano varcare. Si avvicinò al suo viso, che volle accarezzare il calore del respiro che a sua volta lo sfiorava. La pelle nuda fremeva. Lui ispirava il suo profumo, un’essenza che riteneva di aver già sufficientemente conosciuto. «Rivestiti e vattene» le disse ed ella scoprì in un istante di essere la discepola di un Dio crudele. Con un filo di voce chiese spiegazioni, tuttavia non ricevette risposta e una lacrima, destinata a esistere soltanto per la pelle ch’ebbe modo d’irrorare, spense in silenzio l’incendio ch’era divampato ai suoi piedi. Fuggì dal suo Dio senza preoccuparsi di raccogliere prima i suoi abiti. Si precipitò nuda in strada, spogliata realmente di tutto. Egli dal suo terrazzo la vide perdersi tra la folla che la guardava sconvolta. L’indomani avrebbe saputo che la sua corsa era terminata fra le braccia di suo marito, che appena capì violentò il suo corpo come lui aveva fatto con il suo cuore.
Qualche giorno dopo molte persone in abiti da lutto sarebbero passate sotto il suo terrazzo, dirette alla chiesa dove si sarebbe svolto il funerale di una povera giovane assassinata dal marito poco dopo il matrimonio, perché sospettata di aver commesso adulterio. Gli uomini avrebbero desiderato tentare di ferirlo con i loro occhi colmi di odio e disgusto, mentre le donne che non erano mai state scelte, e che nutrivano verso la vittima più invidia che compassione, lo avrebbero ammirato compiaciute. Egli tuttavia non si fece vedere perché nel buio della sua abitazione era impegnato a cercare inutilmente di combattere l’immagine di un corpo spoglio e martoriato. Nelle sue terribili fantasie non era bastato il trucco per nascondere il cambiamento a cui un uomo aveva costretto un volto innocente. Era consapevole di essere il solo a conoscere una verità che alla gente sarebbe parsa incomprensibile. Nessuno di coloro che sarebbero stati presenti alla sua sepoltura avrebbe potuto comprendere che il fiore che lui le aveva strappato fosse molto più prezioso della verginità che non aveva osato toglierle.
Quando la strada si fu svuotata egli colse una sua mimosa e la lasciò cadere dove lei aveva deciso di correre incontro alla morte: sapeva di dovergliela restituire.

Estratto da LETTERA AI COLPEVOLI

Con queste mani sporche incido per l’ultima volta la purissima carta che sempre mi salvò dalle mie colpe, donandomi l’innocenza che soltanto essa possiede nel mondo. Ho perduto la mia vita in un vortice di peccati, nell’oscurità in cui ho immerso la mia anima da quando scoprii cosa fosse il piacere. Ho sostituito il mio sangue con il vino e ho ceduto all’abbondanza della carne, alla fame e al desiderio di sazietà. Ho celebrato il mio corpo agli occhi di uomini che anelavano a possederlo. Ho lasciato che giovani arpie dai seni prominenti e la pelle candida divorassero ciò che di più immacolato restava in me. Ho chiuso gli occhi dinanzi all’amore per seppellire il mio cuore nel vuoto e nel silenzio di una dolcissima morte, di un sonno colmo di meravigliosi sogni, d’illusioni che mi resero ebbro, cieco di fronte al patibolo che le mie mani costruirono per la mia fine.
Non ho mai voluto raccontare la storia della mia vita, giacché ho adorato viverla senza soffermarmi mai per giudicarla. Sono cresciuto e invecchiato nella più totale assenza di etica e spero vivamente che l’inchiostro che sto versando e verserò possa trasmettere ai lettori il ribrezzo che dovrebbero provare nei miei confronti, che io nutro per me stesso e che inesorabilmente merito. Se esso non bastasse potrei allegare a questi fogli anche le sudicie pagine del mio diario, ricco di ogni aneddoto della mia misera e vigliacca esistenza, tuttavia non è mia intenzione farlo. Sono infatti consapevole che, sebbene il mio intento sia quello di condannare gli eventi che mi videro protagonista, molti giovani lettori ingenui e ancora incapaci di comprendere cosa sia la vita, potrebbero prendermi erroneamente a esempio, perciò ho deciso di limitarmi a tentare di descrivere l’origine della mia maledetta assuefazione alla carne. Le mie parole dovranno essere un monito e le accuse che rivolgerò contro me stesso semplicemente il frutto di un rancore che fiumi d’inchiostro non riuscirebbero mai a cancellare. Morirò in questi fogli nella ferma convinzione che il mio male sia inestirpabile e che ogni salvezza per la mia anima sia ormai infinitamente lontana.

Mia madre mi diede alla luce in primavera, nel mese di maggio, quando la natura e i suoi innumerevoli fiori sono soliti rinascere, sbocciare nella meravigliosa profondità del futuro che li aspetta, colmo della gioia che doneranno agli uomini, marci esseri che si limitano a cogliere i loro intensi profumi senza mai essere in grado di percepire le loro essenze, celate nell’infinita bellezza che contiene ogni istante della brevissima esistenza a loro concessa. Crescendo volli credere che non fosse un caso il mio immenso apprezzamento verso il rigoglio fisico della vita. Eccitarsi per me significò sempre sorgere, esplodere nella stagione di un contatto, nel parto verde di un letto caldo capace di regalare un unico dolce e materno torpore. Oramai sono consapevole dell’enormità del mio errore, tuttavia allora ero giovane e purtroppo ancora innocente, dotato di uno sguardo poco lucido ed eccessivamente delicato, per cui era impossibile notare la differenza tra la candida e luminosa purezza dei fiori e il sudiciume in cui languivano i desideri degli uomini, i cui corpi m’illudevo dovessero essere trattati con la medesima cura con cui si accarezzano dei fragili petali. So che dovrei rinnegare l’ingenuità che mi condusse sulla strada della colpa, eppure non posso fare a meno di rammentare il me di quegli anni con dolcezza e compassione, giacché insieme a esso mi è inevitabile ricordare la bontà di un giovane cuore ancora distante dai miasmi di un mondo che lo avrebbe rapito e cambiato. La memoria si modifica con il tempo e immagini, sensazioni da cui una volta fuggivo, improvvisamente mi divennero indispensabili per poter affrontare un presente che ripudio e disprezzo quanto colui che lo scelse. Molte persone s’illudono che gli anziani possano salvare i fanciulli con i loro consigli, mentre in realtà è nella purezza degli stessi ch’è riposta la speranza dei primi. È necessaria la possibilità di un futuro per accettare la vicinanza della morte e allo stesso modo è indispensabile l’innocenza per poter reggere il peso d’innumerevoli rimorsi e rimpianti, di presunte colpe desiderose di venire dimenticate. Personalmente credo siano solo il risentimento nei miei confronti e la piena consapevolezza della pena che merito a donarmi un eccessivo distacco dalla comprensione di starmi tramutando in polvere. Mi costringo a sperare che il mondo non conosca gli impulsi libidici degli uomini e che la pace riesca finalmente a sciogliere nel vuoto del silenzio ogni mia dannata perversione, nel gelo della calma terra la terribile fame che mi condannò a dissolvermi nell’obblio della mia anima sola. La natura non sarà insaziabile quanto lo fu il mio corpo: la nutrirò e al termine della mia esistenza imparerà a nutrire colui che seppe solo cibarsi con tanta foia da divorare infine anche se stesso.

Mia madre era una donna incredibile e voglio affermare con assoluta sicurezza che non fu a causa sua se io diventai ciò che in fondo decisi di diventare. Ereditai il seme della lascivia da mio padre, che come ogni uomo era stato imprigionato da Dio nella gabbai del suo immenso desiderio di voluttà e piacere: la fame di carne è la malattia che grava dall’intero arco della storia umana sul sesso maschile, ignaro colpevole di un male insanabile. Io non fui altro che l’ennesimo marcio germoglio di un prato avvelenato. Credo che ogni maschio, fin dalla sua nascita, abbia una scelta fondamentale dinanzi a sé, condizionata inesorabilmente dall’insistenza della sua libido e dalle sue possibilità di controllarla. Decidere di abbandonarsi all’istinto che secondo gli uomini ci accomuna agli animali ha conseguenze certe e inevitabili: la solitudine e il gelo. Io ottenni entrambi e il mio presente dimostra in modo chiaro che terreno scelsi di solcare, in quale freddo volli seppellire la mia anima. Non posso immaginare cosa fece Adamo per assumersi la responsabilità di secoli di prigionia e tuttavia conosco la colpa di Eva, l’anelito che la condannò a divenire l’oggetto di un desiderio altrettanto forte e infermabile.
Io scoprii il sesso prima ancora d’imparare a camminare. Mia madre in seguito mi raccontò quel che io solo in parte ricordavo, ossia quanto fosse impossibile lasciarmi gattonare per casa in presenza di ospiti femminili, in particolare se si trattava di ospiti che non esitavano a lasciare scoperte le loro belle gambe perfettamente lisce. Avevo infatti imparato, in un modo che ignoro e che non desiderio scoprire, a trarre un immenso piacere strusciandomi contro le lunghe forme levigate che sostenevano tutte le creature simili a mia madre, giacché non avevo mai potuto ammirare quelle degli esseri più vicini all’aspetto di mio padre, sempre coperte dai lunghi pantaloni che erano soliti indossare. Credo che se anche lo avessi fatto la mia infantile bramosia non mi avrebbe condotto verso lo strano strato di peli che vi avrei trovato con il medesimo trasporto che mi costrinse a conoscere per la prima volta il dolce e conturbante piacere della carne. Ovviamente i miei genitori si stupirono non poco della mia biasimevole precocità e impararono a non lasciare che la mia bestiale natura li mettesse in imbarazzo. Fui obbligato a dimenticare presto la mia ingenua scoperta e tuttavia ora so ch’essa aveva già cominciato a sconvolgere la mia natura iniziando a minacciare l’innocenza che attendeva con ansia di strappare dal mio corpo e dalla mia anima. Ero condannato ancor prima di divenire un colpevole, sporco senza essermi immerso nel sudiciume in cui in seguito sarei affogato. Il mio destino era in parte scritto e neppure l’estesa educazione che mi venne impartita fu sufficiente a salvarmi. Io ero una bestia o più probabilmente il problema era l’opposto, ossia che fossi un uomo troppo vero, un maschio eccessivamente reale. La mia natura era identica a quella di Adamo: la mia colpa era la sua ed ebbi la sfortuna di doverne sopportare la pena anche con la medesima intensità. Disprezzo tuttavia me stesso perché, se solo fossi stato più forte e meno umano, avrei potuto avere la possibilità di essere libero, di vivere la felicità della mia anima lontano dalla carne.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Lettere di suicidi”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Mattia Maria Vallelonga
Sono nato nel 1999 in provincia di Milano, dove tuttora abito e studio Filosofia. Ho iniziato a creare storie ancor prima che imparassi a leggere e a scrivere, ossia quando l’inchiostro era sostituito dai giocattoli che riempivano la mia stanza. Essendo figlio unico, credo che fossi infatti quasi costretto a dare vita a personaggi che mi tenessero compagnia, a vicende che un giorno – si tratta di un ricordo molto vivido nella mia memoria – un mio cugino spiò in silenzio perché, come mi disse quando l’ebbi scoperto, lo divertivano: furono le sue parole a consentirmi di dare maggior valore a un atto che io consideravo infantile e scontato (ancora oggi, circa quindici anni dopo, ritengo che entrambi gli aggettivi siano e debbano rimanere molto distanti dall’indefinibile definizione che concerne la possibilità umana di raccontare).
Mattia Maria Vallelonga on FacebookMattia Maria Vallelonga on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie