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Lettere da un’amica che non c’era

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La vita di Azzurra trascorre apparentemente silenziosa e trasparente, immersa tra le giornate in redazione e il ticchettio delle sue scarpe col tacco per le vie della città. Fino a quando non sbuca una lettera. È di Viola, una ragazza che sembra sapere tante, tantissime cose di Azzurra… ma Azzurra non ricorda nulla di lei.
Le lettere però continuano ad arrivare, e diventano per la protagonista l’occasione per compiere un viaggio dentro di sé: riemerge così l’immagine dell’ex fidanzato, Michele, un amore che Azzurra non riesce ancora a lasciar andare, nonostante sia finito ormai da tempo. Non solo: grazie alle parole di Viola, Azzurra si scopre a mettere luce sul rapporto che la lega alla sorella Stella, fatto di gesti complici, ma anche di frasi rimaste a metà.
Ci addentriamo così nel mondo di Azzurra, tra i suoi pensieri e le sue emozioni, scoprendo una realtà dove il quotidiano si intreccia costantemente a una dimensione “altra”, accompagnando però la protagonista tra quei tasselli della sua esistenza che sono rimasti sospesi e che ora possono forse finalmente trovare la loro giusta collocazione.

Perché ho scritto questo libro?

La storia di Azzurra mi è arrivata per caso, dopo una passeggiata lungo le vie di Vicenza. Una volta a casa, nel silenzio della mia camera, ho chiuso gli occhi ed è apparsa una ragazza di spalle, che camminava lungo il corso principale della città. È stato sufficiente giusto qualche istante per capire che questa figura femminile aveva qualcosa per me, qualcosa che desiderava narrarmi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La sera, tornare a casa da lavoro è come compiere il susseguirsi dei gesti esatti di un rito. Perfetto nella sua immutabilità.

Mi alzo dalla scrivania, con un movimento rapido prendo il lungo cappotto nero dall'attaccapanni e lo indosso, un bottone dopo l'altro eccolo chiuso. La sciarpa rosa avvolta attorno al collo. Infine la borsa, ci infilo velocemente il cellulare e sono pronta.

Un passo davanti all'altro sul selciato, scandito dal ticchettio delle mie scarpe col tacco. Le ho comprate proprio per questo, è come se descrivessero un ritmo, come se disegnassero dei contorni per il tempo, all'interno dei quali posso muovermi in maniera precisa. Tac – tac, tac – tac, una sorta di battito del cuore che si espande nell'aria, diventato all'improvviso udibile anche agli altri.

Continua a leggere

 

Il mio battito del cuore, trasparente, che inaspettatamente si fa suono. Una circonferenza che volteggia nel cielo.

Lo stesso fu quella sera. M'incamminai a passo svelto per il largo viale del centro gremito di persone che, di lì a pochi  minuti, mi avrebbe condotta al mio appartamento.

La strada lastricata, ancora bagnata dalla pioggia di quel pomeriggio, rifletteva le luci delle vetrine creando una moltitudine di riflessi che sembravano come danzare in quel cielo buio. Mi sentii avvolta da una sensazione di calore e di allegria, difficile da spiegare razionalmente.

In quei pochi passi che ogni giorno mi accompagnano da lavoro a casa, e viceversa, mi sembra per qualche istante di perdermi nel flusso dell'esistenza, di essere un puntino, insieme a tanti altri puntini, che semplicemente scorre attraverso la vita. Senza fare resistenza, senza porre domande.

Fu così che, quasi senza accorgermene, mi trovai di fronte al portone d'ingresso del mio palazzo, un giro di chiavi ed eccomi nell'androne, con lo sguardo distrattamente posato sulla cassetta della posta.

Una busta bianca sbuca leggermente fuori, non sarà nulla di che, la solita bolletta da pagare.

L'afferro con una mano e la giro dalla parte del destinatario. Che strano, c'è il mio indirizzo scritto a mano, con una grafia  minuziosa e delicata.

Non ho mai ricevuto una lettera scritta a mano, chi mai potrebbe essere?

Chiamo l'ascensore, continuando a rigirare la busta.

In passato qualche collega mi ha inviato delle cartoline, semplici messaggi di saluto dal mare o dalla montagna. Ma nessuna delle mie colleghe si trova ora in vacanza.

Le porte dell'ascensore si aprono al mio piano, pochi metri e sono a casa.

Accendo le due lampade vicino al divano e mi siedo, rigirando ancora la busta fra le mani.

Ma chi mai potrebbe essere?

Resto ancora qualche minuto in quell'atmosfera ovattata, avvolta dalle calde luci di casa, con il buio fuori dalla finestra che lentamente avanza.

Che strano pensare che qualcuno, che ora non riesco ad immaginare, mi abbia fatto dono del suo tempo scrivendomi una lettera.

Tra i tanti regali che si possono ricevere una lettera mi è sempre sembrato il più prezioso – forse proprio perché non ne ho mai ricevuta nessuna?

Un regalo fatto di tempo che si espande, simile ad un universo, e di parole posate sulla carta, come pietre. Scolpite.

Qualcuno potrebbe dire che un'e-mail è in fin dei conti la stessa identica cosa, c'è sempre il pensiero che goccia dopo goccia diventa parola, c'è però anche una distanza, quella della tastiera e dello schermo, che sono oggetti freddi e asettici, toccati solo marginalmente dal nostro corpo: la tastiera dalla punta delle dita e il monitor soltanto dallo sguardo che vi si posa. Scompare la penna avvolta nella mano, e anche il foglio, strumento palpabile, si dissolve nell'etere.

E' così che anche a me una lettera è sempre parsa come l'immortalità, come scriveva Emily Dickinson più di un secolo fa.

Allora mi decido, prendo una forbice e con cura taglio il bordo superiore della busta, estraendone un foglio bianco, piegato in quattro parti.

Mia cara Azzurra,

è da tanto che pensavo di scriverti, ma c'era sempre qualcosa che mi frenava, forse la paura di andare a ricucire un tempo ormai per te passato.

Lo so, sono trascorsi tanti anni da quando ci frequentavamo, eppure per me qualcosa è rimasto fermo, qui, dentro al cuore. Non c'è più stata un'amica che mi fosse cara come lo eri tu, allora.

A quei tempi eravamo solo due ragazzine, che sapevano ancora poco della vita e che poco ne erano state scalfite.

A riguardarci, con gli occhi del presente, mi sembra di vedere due nuvole leggere nel cielo terso che si rincorrono, si avvicinano fino ad unirsi e poi si allontanano per rincorrersi di nuovo, in un gioco senza fine che, da qualche parte, continua ancora oggi. Ne sono convinta.

Portavamo come una lievità dentro di noi… eppure in quella lievità c'era anche qualcosa di insondabile, qualcosa che proveniva da un punto remoto di noi stesse e che, nell'ingenuità della nostra giovinezza, si rivelava.

Ecco Azzurra, permettimi di ricordarlo adesso insieme a te, nonti chiedo altro. Fermare quel tempo, per un istante, e farlo rivivere nello scorrere di queste parole. Nulla di più.

 

La tua amica, che mai ti dimentica.

Viola

Rileggo queste parole più e più volte, cercando di ricordare, cercando di far affiorare nella memoria se è mai passata nella mia vita una qualche Viola. No. Non c'è mai stata nessuna Viola e, a dire la verità, non c'è mai stata nessuna persona che abbia considerato veramente amica.

Che si tratti forse di uno scherzo, di una burla? O di un caso di omonimia? Sì, probabilmente non sono io l'Azzurra a cui è destinata questa lettera, deve trattarsi senz'altro di un malinteso.

Continuo però ancora a riflettere sull'origine di quella strana missiva, attardandomi su quella piccola e graziosa grafia e sul nome Viola, su questa Viola che non conosco, ma scrive a me… o forse ad un'altra me.

Quando crollo addormentata, la notte ha avvolto ormai tutta la stanza.

Rannicchiata sul divano, ho ancora quel foglio stretto in una mano.

L'indomani mi sveglio col sole del mattino che ha abbracciato tutto il salone, cingendo anche me.

Ho la sensazione di essermi destata da un lungo, lunghissimo sogno… mi sento come se tutta la giornata di ieri fosse stata un'illusione.

Allungo le braccia nella luce, stropicciandomi gli occhi.

Che buffo, mi sono addormentata vestita, sul divano… è la prima volta che mi succede. Senza indugiare oltre su inutili congetture, controllo che ore sono: già le 8.00, devo sbrigarmi! In un battibaleno mi lavo, faccio colazione e mi sistemo: pronta per una nuova giornata di lavoro!

Prendo le chiavi dal tavolino… ma c'è un foglio bianco vicino al divano, la lettera di Viola… allora non è stato un sogno. Potrei buttarla, alla fine si è trattato solo di un errore del caso… però qualcosa mi trattiene dal farlo… quella lettera, scritta con tanta cura, con tanto affetto… La raccolgo, la ripiego e la inserisco nella sua busta, poggiandola sul tavolino. Per ora resterà lì.

Le giornate a lavoro scorrono in un inanellarsi di piccoli segni. E' poi questo il lavoro di un copywriter: leggere, ricercare e dal flusso di parole di altri far emergere le proprie. Un lavoro minuzioso, in cui ogni singola parola ha un suo specifico peso.

Non importa l'argomento di cui ti devi occupare, può trattarsi di un articolo di cucina, della recensione di un romanzo o di una dissertazione sull'ultima scoperta scientifica. Ciò che conta è lo spirito certosino con cui ci si affaccia tra libri e pagine web. E' un lavoro silenzioso e meticoloso, che spesso ci vede assorti tra i pensieri e il foglio word che gradualmente prende la sua struttura. Decostruire e ricostruire. Parole come tanti piccoli mattoncini lego che bisogna sistemare per realizzare il nostro, unico, castello.

Capita poi, in un distratto momento di pausa, di perdersi ad osservare quell'uccellino sulla finestra, piccolo e cinguettante, che saltella qua e là. La sua vita là fuori è appena cominciata. E' allora che un ricordo fa capolino, così, senza chiedere il permesso.

Non è facile avere quindici anni. Forse non lo è per nessuno.

La testa chinata sul banco, i lunghi capelli che la circondano.

E' appena suonata la campanella della ricreazione, si leva il solito boato liberatorio. Le compagne si alzano di corsa per comprare la merenda giù al bar, o per andare in cortile a fumare.

Non resta nessuno in aula, soltanto io, assorta sul quaderno di matematica. Sarò interrogata all'ultima ora. Ogni tanto getto uno sguardo fuori dalle ampie vetrate, le nuvole scorrono lente e lievi portate dal vento. Il cielo è azzurro.

A pochi istanti dalla fine della ricreazione rientra Chiara, sarà interrogata anche lei con me in matematica.

“Azzurra, stai ripassando? Ma tanto tu sai sempre tutto!”. Le accenno un sorriso, senza dire nulla.

Parole così, senza significato. Parole tanto per dire parole. Parole che scorrono, come quelle nuvole in cielo, senza lasciare traccia. Non mi sono mai sentita più lontana da qui.

Quando sta per scendermi una lacrima e scivolarmi lungo il viso, ecco lo squillo del cellulare a riportarmi al presente. E' mia sorella Stella, chissà cosa deve dirmi.

“Azzurra, ciao! Cosa fai questo fine settimana? Dai, vieni a trovarci!”

“Mah, io non so…”

“Dai, vieni, non farti pregare! Così passiamo un po' di tempo insieme, sono già trascorsi tre mesi dall'ultima volta che ci siamo viste!”

“Stella, non sono sicura…”

“Ti aspetto sabato mattina allora! Ciao, un bacione!”

Non faccio nemmeno in tempo a cercare di replicare, che ha già attaccato il telefono.

Mia sorella Stella.

Siamo così diverse lei ed io, sin dai tempi in cui eravamo bambine.

Se lei correva per tutta la casa strillando, io me ne stavo invece in un angolo del giardino a raccogliere margheritine. Mentre lei attaccava bottone con tutti, io me ne restavo zitta zitta e saldamente aggrappata alla mano della mamma. Anche una volta adulte le nostre strade si sono mantenute su due binari chiaramente distinti. Lei ha messo in piedi una famiglia allegra e chiassosa, io ho costruito un mio piccolo nido di pace, dalla cui finestra mi piace osservare lo scorrere fragoroso della città.

Siamo così, io e Stella.

E' fredda la mattina alla stazione. Raffiche di vento gelido mi colpiscono la faccia e mi fanno volare i capelli. Tutto l'inverno sembra essersi fermato qui. Siamo solo una manciata di persone sulla pensilina, tutte chiuse nei loro cappotti, ripiegate nei loro dilemmi. Il cielo ci osserva grigio e stanco, mentre in lontananza si scorge il treno che sta arrivando. Eccolo scorrerci davanti, sollevando inquieti interrogativi, e poi frenare e fermarsi.

E' un gesto rapido prendere la valigia e salire, lasciando un po' delle nostre vite sospese lì, alla banchina, nella luce dell'inverno.

Mi accomodo vicino al finestrino, con le gambe unite.

Il viaggio durerà un'oretta, il tempo giusto per perdersi nel paesaggio che passa e si dissolve, e poi tornare qui, all'incedere quotidiano di punti ordinati che avanzano nell'esistenza.

E' così che mi lascio scivolare attraverso le case, le colline, le nuvole e ancora le fermate coi loro cartelli e i passeggeri che salgono o se ne vanno.

E' tutta una vita che passa senza fermarsi, che mi attraversa senza aggrapparsi. Non c'è niente che chieda di restare, in questo tempo sospeso, solo attimi che si rincorrono senza fine, quotidianità che si sfiorano, impercettibili.

Sul fondo dell'anima di tutto questo si deposita forse una luce, un raggio di sole che illumina l'angolo di un prato. Cos'altro dovrebbe restare poi della vita? E in un battito di ciglia mi trovo tra le braccia di Stella, che con la voce entusiasta di una bambina mi guarda diritta ed esclama:

“Che bello, sei venuta! Ci divertiremo insieme!”

Le sorrido.

Quando arriviamo a casa sua, veniamo accolte dalle urla e dagli schiamazzi dei suoi figli, che giocano a rincorrersi. “Silenzio bambini! E' arrivata la zia, adesso vi prepariamo una bella torta… ma solo se fate i bravi!” aggiunge, strizzando l'occhio verso di me e trascinandomi in cucina. La porta si chiude alle nostre spalle, accompagnata dal “Sììììììì!” delle due piccole pesti.

“Facciamo uno strudel di pere, ti va?”. Annuisco e mi volgo verso la dispensa per prendere gli ingredienti, in quella sorta di patto tacito che fa sì che sia sempre io ad occuparmi della sfoglia e lei invece della farcitura. Mentre io così affondo le mani nella farina e mi accingo ad impastare, Stella sbuccia le pere e le taglia a tocchetti.

E' in questi momenti che troviamo un nostro ritmo perfetto – che nelle parole mai abbiamo trovato -, una complementarietà segreta fatta di mani e di sguardi, di gesti che si ripetono senza pensieri che vengano a bussare, a domandare. Ogni distanza si azzera e sembriamo scoprire una specie di perfezione, esatta e solo nostra. Il tutto non dura che per un battito di ciglia, ma in quegli attimi riesco a sentirmi unita a Stella più che a chiunque altro.

Le parole poi però tornano ad affacciarsi, sempre così goffe ed inopportune tra di noi.

“E sul lavoro, tutto bene?”

“Sì, tutto procede.”

“Nessuna novità?”

Resto un momento in silenzio.

“No, nessuna”.

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Allison Bersani
Sono nata nel 1985 in provincia di Verona, in un paese attraversato dal fiume Adige e, ancora oggi, il mio sguardo spesso si volge verso le sue rive, che sanno sempre donarmi pace e risposte.
La parola, nella mia vita, si è presto rivelata uno strumento capace di aiutarmi a decifrare la realtà in cui mi trovo immersa, anch'io, come scriveva Murakami: "Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle".
Ho scritto poesie, racconti e articoli. Questo è il mio primo romanzo.
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