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Limito è già sveglio

Limito è già sveglio
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Consegna prevista Giugno 2022

Avete presente la sensazione che si prova l’ultimo giorno d’estate? Quando non sai se essere triste perché devi lasciare la spiaggia o essere felice perché rivedrai casa tua? Ecco, questo è il senso di appartenenza secondo me: voler tornare a casa quando tutti rimangono al mare.
Limito è un paesino di 5000 anime, non fa nemmeno comune, ma è un luogo speciale, come il vostro, come quello in cui siete cresciuti, è il posto dove vi sentite al sicuro, più che da nessun’altra parte, sopra cui camminate a memoria, è la piazza, il bar dove beccarsi, il campanile e il mercato, Limito è dove affiorano i ricordi, le amicizie, le cotte, dove il dialetto sopravvive e le persone si conoscono tutte, è il porto che, gira e rigira, finiamo per riabbracciare. L’insieme di strade, facce e rumori, che si mischiano fino a formare quel luogo che, per un motivo indecifrabile quanto indiscutibile, chiamiamo casa. E di casa nostra siamo gelosamente fieri, vorremmo raccontarla, anche a chi verrà dopo di noi

Perché ho scritto questo libro?

Per due motivi. Numero uno: per lasciare una traccia a coloro che, un giorno, vivranno qui, per le piccole strade del mio paese, perché sono le cose più semplici e scontate che spesso racchiudono le emozioni più grandi e intime. Numero due: per chi ama la propria casa, senza un preciso o razionale motivo, la ama e basta e guai a chi gliela tocca. Questo libro è per chi vive a Limito ma è anche per chi nel cuore ha un suo Limito, per chi potrà ritrovarsi in queste strade, come fossero le sue.

ANTEPRIMA NON EDITATA

posta? Tante. Ad un colloquio di lavoro, ad un primo appuntamento, a scuola e all’interno di qualunque genere di conversazione, la domanda “di dove sei?” è di rito e la nostra risposta, recitata da copione, è sempre pronta, nel mio caso: “di Milano, provincia in realtà, a Pioltello, veramente sono di Limito che è una frazione…”. Il senso di appartenenza è qualcosa di fortemente radicato nel mio essere; pur definendomi una persona che sta alla grande anche sola con sé stessa (non parlate mai da soli voi?), ho maturato nel corso degli anni un legame forte con ciò che mi gravita attorno, con ciò che ha fatto parte della mia vita o che fa parte della mia vita oggi; mi porto in spalla tutto ciò a cui tengo e lo sfoggio con orgoglio! Non fraintendetemi, non mi sentirete sbandierare ai quattro venti di quanto sono bravo o di quanto sono bello, del fatto che mi sia anche laureato o di quanti zeri ci siano sul cedolino del mio stipendio, no no, ma potreste sorprendermi a raccontare di quanto sia fiero di abitare a Limito ad esempio, del fatto che non ci sarà nessun’altro luogo al mondo più importante per me, del fatto che casa mia sarà questa, sempre; ad avere tempo e soldi mi vedrei tutto il mondo, da nord a sud, ma poi tornerei a Limito di corsa, perché mi mancherebbe troppo.

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Personalmente mi capita di stare lontano da Limito per settimane a volte, è il mio lavoro che mi fa viaggiare parecchio ed è parte della mia vita; mentre me ne sto in giro mi capita di provare una strana sensazione, da una parte avverto forte la nostalgia di casa, della mia amata routine, ma nel medesimo tempo desidero anche restarci lontano, almeno quanto basta forse per alimentare la mancanza stessa, è tremendamente controversa come emozione me ne rendo conto ma credo sia dovuta al piacere più intenso che proviamo nel ritrovare la nostra via dopo lungo tempo, più la distanza da ciò che si ama si fa grande, più sarà grande e vera l’emozione nel rincontrarla, in altre parole io viaggio per due ragioni: vedere cose nuove e tornare a Limito.

Avete presente la sensazione che si prova l’ultimo giorno d’estate al mare? Quando non sai se essere triste perché devi lasciare la spiaggia o essere felice perché rivedrai casa tua? Ecco, questo è il senso di appartenenza secondo me: voler tornare a casa quando tutti rimangono al mare.

Un famoso comico Irlandese, George Carlin, mi smentirebbe in tronco su questo punto, in uno dei suoi più celebri monologhi definisce infatti bizzarro il sentirsi orgogliosi di essere nati e di vivere in un particolare luogo, riconduce il tutto alla casualità genetica, nessuno sceglie dove nascere e dove crescere, ci nasce e ci cresce e basta; secondo Carlin la fierezza deve essere necessariamente collegata a qualcosa che si raggiunge volontariamente e con le proprie forze, non a ciò che il caso ha prodotto. Ecco, sono d’accordo con lui, ma più che altro riguardo la seconda parte del suo ragionamento, ossia quella riferita alla felicità di essere nati in un preciso luogo, non sarò stato io a scegliere Limito ma chiunque sia stato ha fatto, casualmente, la scelta giusta. In altre parole, mi vado a correggere, non sono fiero di essere Limitese ma ne sono molto, molto felice.

Tornando al quesito iniziale, se si scava più a fondo, come per tutte le cose del resto, si può dissotterrarne il vero significato e la conseguente risposta acquista molto più valore. Mi spiego. La sete di conoscenza e di esplorazione è caratteristica intrinseca dell’essere umano; il desiderio di volgere lo sguardo altrove, per mettere piede dove mai si è stati, è tipico della nostra natura ed è un bene. Abbiamo scoperto l’America, abbiamo popolato ogni singolo metro quadrato del nostro palloncino azzurro-verde sospeso nell’universo, ci siamo spinti anche oltre, siamo arrivati sulla luna e oggi si parla di viaggi su Marte e pianeti extrasolari. La verità è che il nostro pezzetto di mondo non ci è mai bastato e la voglia di spostarci per conoscere posti diversi dal nostro è sempre stata più forte di noi. Tutto ciò è fantastico, io stesso amo viaggiare e mi inquieto quando penso a quanto è immensa la nostra “casa” e a quanto poco potrò dire di aver visto durante la mia vita.

C’è però un “ma”, grosso come una casa per l’appunto, pensavo, non sarà che nel vortice di questa nostra curiosità di vedere posti lontani, ci siamo persi il posto a noi più vicino, casa nostra? Vi parrà forse un quesito forzato e ordinario, ma rifletteteci un secondo, non sarebbe ridicolo aver scandagliato ogni anfratto, ogni centimetro del nostro mondo senza conoscere davvero l’angolino dove siamo nati?

È da questo paradosso che voglio partire e da un’altra serie di domande che mi sono posto: chi sazierà la sete di risposte e la curiosità dei futuri abitanti di questo mio piccolo paese? Chi racconterà ai miei figli se li avrò o ai figli di questa generazione com’era fatto questo luogo? Dove si andava a bere il caffè? In che via si trovava il ristorante più bello? Com’era la gente? Cosa accadeva per le strade? Potrebbe apparire un po’ comico come esercizio, me ne rendo conto, imbattetevi dunque in questi fogli nella veste di miei “colleghi” di paese, nella speranza che possiate comprenderne la natura e il senso di omaggio che racchiudono.

Trovo fantastico conoscere il nostro passato, la storia che ci ha preceduto e gli uomini che ne hanno fatto parte; persone come noi, alcune capaci di lasciare dei segni indelebili nel bene e nel male. Sono, siamo, soltanto una briciola all’interno del calderone della nostra storia e non essere curiosi di sbirciare nei fatti dei nostri antenati lo trovo sbagliato. Sono loro ad averci aiutato in questo, ci hanno lasciato tracce, i libri che oggi leggiamo, gli oggetti, le immagini, grazie a questo possiamo viaggiare nel tempo, non vi è un’altra strada purtroppo.

Sapete, anche dietro le cose più piccole si nascondono grandi storie, a volte sono quelle più interessanti, che non avevamo notato perché impalati ad osservare il dettaglio più vistoso. Limito in fondo è solo una monetina di un infinito salvadanaio ma se non ci fosse, quel gruzzolo immenso varrebbe un po’ di meno. È come entrare in una grande casa e mettersi alla ricerca di quel minuscolo giocattolo nascosto, forse in soffitta, per poi sorprendersi nello scoprirne l’immenso valore.

Una fotografia. Vorrei lasciare una fotografia del mio paese, di com’è oggi, anche e soprattutto attraverso i miei ricordi e la mia vita da queste parti. Condurre passo passo tra le nostre vie un ipotetico abitante del futuro, dettargli la strada e sussurrargli all’orecchio di come stavano le cose, com’erano fatte le strade e dove portavano, che aria si respirava e che cosa accadeva ogni giorno. Le strade che ho conosciuto io e che conosco come le mie tasche, una volta semplicemente non c’erano o erano diverse, sterrate, magari più strette, magari portavano in direzioni opposte. Come noi cambiamo, diventiamo più alti, più grassi, più magri, più simpatici e a volte un po’ insopportabili, anche le cose si trasformano, anche i paesi come Limito. Quando mio padre me lo racconta mi fa sempre uno strano effetto, è difficile immaginare tutta quella campagna al posto di quella via che per me oggi è la normalità; le foto ti aiutano parecchio, è divertente intravedere i tuoi luoghi mascherati dal tempo, sono sempre loro ma un po’ diversi, lo sforzo da fare è minimo ed ecco che riesci a cogliere quel dettaglio che ancora adesso è rimasto identico. Le foto sono magiche senza ombra di dubbio ma anche la traccia scritta è testimone altrettanto diretta; in queste pagine vi imbatterete nell’inchiostro per arrivare, si spera, ad una istantanea della Limito attuale, scorrendo di tanto in tanto il nastro all’indietro perché senza il passato (come la fisica insegna), il presente non può esistere.

Avviso ai naviganti: questo NON è un libro di storia. Correttamente vi preciso che queste pagine ad eccezione di alcuni tratti, non sono il frutto di alcuna ricerca storica, la gran parte di ciò che leggerete è basato esclusivamente sulla mia esperienza di vita in questo nostro paese e su quanto la mia famiglia mi ha saputo raccontare, laddove la mia memoria non giungeva. Dunque, un abitante come tanti, legato al suo piccolo pezzo di mondo e intenzionato a lasciare un’impronta più fresca del suo paese vissuto in prima persona, una polaroid lasciata lì, a qualche limitese che un giorno, chissà, vorrà viaggiare nel tempo.

C’è una bellissima citazione tratta dalla saga di Rocky, il protagonista, è invecchiato e una sera osservando malinconico, ma ancora innamorato, la sua cittadina, confida al suo amico questo pensiero: “Credo che quando vivi per tanto tempo in un posto, tu sei quel posto”. È una metafora semplicissima ma racchiude straordinariamente la ragione che mi ha spinto a sedermi per scrivere su questi fogli.

Detto questo via, procedete spediti verso la pancia di questo mio libro; ricordate, è un tragitto sul quale non bisogna perdersi e non vi perderete se passo passo mi starete dietro, si andrà pianino e si guarderà a destra e a sinistra, un po’ in alto e un po’ in basso, fino a che passerete dalla pancia al cuore di questo insieme di carta; non so precisamente dove si trovi, se nel mezzo, al principio o nelle ultime righe, non lo so, di certo so che almeno un pezzettino del mio cuore ci è finito dentro, da qualche parte, la speranza più piccola è che possiate ritrovarlo, la speranza più grande è che possiate ritrovare una parte del vostro di cuore, se questo accadesse anche per un solo lettore, sarebbe per me il successo più grande.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Andrea Rescalli
Mi chiamo Andrea Rescalli, classe 1991 e 196 centimetri di altezza, sulla carta sono un ragioniere ma i numeri non mi sono mai andati giù, ho una laurea in Scienze Politiche e un Master in Comunicazione e media digitali. Il mio dovere lo faccio nell’ufficio marketing di una società della grande distribuzione, quanto allo scrivere, a differenza dei numeri, non esiste un’equazione o una formula per poterlo fare, per questo mi piace, mi piace dare forma scritta a quello che mi passa per la testa o a quello che accade in giro.
“Limito è già sveglio” è il mio primo libro, vedremo che succede.
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