Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

L'impazienza di Penelope

Svuota
Quantità

Intollerante all’amore: così si è sempre definita Virginia, trent’anni, stilista in carriera con un importante progetto a New York all’orizzonte. Da quando ha lasciato il suo paese d’origine e il suo primo amore per trasferirsi a Milano non si è più innamorata, non è più stata capace di lasciarsi andare, di affidarsi completamente a qualcun altro… Finché una sera a teatro rivede Riccardo Russo, attore di successo incontrato anni prima a Parigi e mai dimenticato.

Nonostante lui sia felicemente sposato i due cominciano a vedersi, e presto l’attrazione si trasforma in qualcosa di più profondo…

Mi manca l’aria.

Se potessi racchiudere questa storia in un concetto, sarebbe sicuramente la spietata incapacità di respirare.

Mi chiedo se capiti anche a lui ogni tanto, oppure se quando si chiude la porta di casa alle spalle io smetta di esistere.

A cosa pensa quando cammina per strada e per caso vede passare qualcuna che gli ricorda me?

Cosa fa quando vorrebbe un mio bacio e sa di non poterlo avere?

Dove sono io quando torna a casa dalla sua famiglia?

“Tu la pensi diversamente perché non hai quarant’anni e due figlie” mi ha detto una volta.

Mi chiedo se sia solo una scusa o se effettivamente il mio modo di amare, profondo e a tratti distruttivo, sia ancora adolescenziale.

Ma io non capisco, non ci riesco.

Non so come si possa amare qualcuno e non volerlo accanto tutti i giorni.

Come si fa ad amare nel modo giusto?

Chi ce lo insegna?

Come si fa a respirare quando non ci sei?

Come si fa a sorridere?

Insegnami a vivere senza di te. Insegnami a non sentire la tua mancanza. Spiegami come faccio a non portarmi dietro la presenza della tua assenza.

Aiutami a ricordare com’era la mia vita prima di te.

***

Sono le sette e la sveglia suona. «Cazzo!» esclamo. «Devo alzarmi, maledizione!»

È quasi finito maggio ma a Milano fa un caldo asfissiante. Ho passato la notte a rigirarmi nel letto senza tregua ed è già arrivato il momento di andare al lavoro.

«Buongiorno, Gigi, torna a darmi un bacio!» mi dice lui, e io non posso deluderlo.

Ma cosa ci fa un angelo così con una come me?

Me lo chiedo tutti i giorni, soprattutto quelle mattine in cui mi porta la colazione a letto e mi stringe come se non volesse più lasciarmi andare.

Il suo modo di abbracciarmi è diverso da quello di qualsiasi altra persona. Ogni volta chiude gli occhi e inspira profondamente, come se volesse sentirmi con tutti i suoi cinque sensi.

Se dovessi disegnarlo mi soffermerei sul suo sorriso: gli occhi sembrano illuminarsi e gli si forma sempre una buffa fossetta sul mento.

Sto parlando di Gabriele, quello che qualsiasi altra donna definirebbe “il mio ragazzo”. Ma io non sono mai stata una tipa da relazioni. L’ultima risale ai tempi del liceo e da quel momento il mio unico pensiero sono stati il lavoro e la carriera.

Le mie storie non vanno mai oltre il terzo appuntamento ma con lui sta durando più del solito, anche se negli ultimi tempi sta iniziando a pretendere da me qualcosa di più. Qualcosa che io non so e non voglio dare. Io sono fatta così, mi sveglio tutte le mattine con la voglia di conquistare il mondo, alla continua ricerca di qualcosa di più. Non ho tempo per un vero fidanzato. Come si fa a iniziare una relazione stabile quando il tuo lavoro ti porta continuamente in giro? Tutto questo non aiuta a creare legami. Li rende impossibili, incerti e flebili. Nessun uomo serio ed equilibrato sceglierebbe una piuma nel vento come me. Ma io non riesco a fermarmi, anche se volessi non saprei come si fa. Se sono incapace di amare, non è per cattiveria e nemmeno per sadismo. A bloccarmi da sempre è la paura.

Paura di soffrire, paura di dipendere troppo dall’altro. Quando le cose iniziano a farsi serie, mi pietrifico e poi scappo terrorizzata.

Quello che mi spinge a scegliere le storie senza futuro è proprio la brutale consapevolezza che durerà poco. Il tempo di farsi del bene senza scavare a fondo, senza lasciar traccia o cicatrice alcuna.

Con Gabriele è iniziata allo stesso modo. Io in quel periodo ero a Parigi per lavoro, lui seguiva un corso universitario alla Sorbonne. Ci incontrammo in un café in Place du Tertre. Quella mattina sembrava che tutto mi sorridesse: il cielo era limpido e il sole delicato rendeva l’atmosfera parigina ancora più romantica del solito.

Continua a leggere
Continua a leggere

Io ero seduta al mio tavolino preferito, l’ultimo a destra accanto alla vetrina, e prendevo il solito caffè macchiato con la quotidiana illusione che potesse miracolosamente svegliarmi. Il cameriere, che mi vedeva ogni mattina da due settimane, mi disse che quel giorno irradiavo una luce diversa.

Mentre versavo il latte caldo nella tazza alzai lo sguardo e rimasi colpita da quel ragazzo biondo e sorridente che mi guardava dal tavolino di fianco. Capii subito che era italiano dal voluminoso libro accanto al piattino colmo di madeleine.

Non persi tempo e ne approfittai per attaccare bottone, con la scusa di sapere se le avrebbe mangiate tutte da solo. Fu una cosa insolita per me, in genere sono così timida che preferirei camminare sui carboni ardenti piuttosto che farmi avanti con un ragazzo. Lui sorrise di nuovo e notai per la prima volta la sua curiosa fossetta.

Prese il piatto e venne a sedersi accanto a me senza dire nulla. Poi iniziammo a chiacchierare e mi raccontò un po’ la sua vita, mi parlò di quello che stava facendo a Parigi e mi chiese se avevo voglia di scoprire la vera anima della città insieme a lui. Lo trovai così sicuro di sé e allo stesso tempo rassicurante.

Fu una delle conversazioni più vere di quei mesi, un raggio di sole dopo una stagione di nuvole. E da quel momento non ci staccammo più per tre settimane.

Un grande passo per me. Non sentivo quella voglia di scappare, mi piaceva sapere che da qualche parte, in una grande e sconosciuta Parigi, ci fosse qualcuno che desiderava quello che desideravo anche io.

Andavamo ogni mattina a far colazione lì, nel café in cui ci eravamo conosciuti, poi le giornate proseguivano alla scoperta della città, dei suoi musei, delle biblioteche sconosciute, per finire con lunghe passeggiate lungo la Senna.

Condividere i miei interessi con qualcuno per la prima volta rendeva tutto più intenso. Quando arrivò il giorno del suo ritorno in Italia sapevo già che sarebbe finita lì, che non ci sarebbe stato un futuro per noi. Lo accompagnai all’aeroporto e mi promise che ci saremmo rivisti. Io invece ero convinta che non avrebbe mantenuto la sua promessa, ma come al solito per me non sarebbe stato un problema.

Invece Gabriele tornò a Parigi la settimana seguente. Avevamo poco tempo per noi, io sempre presa dal lavoro e lui immerso nei suoi libri voluminosi, ma mi bastava alzare lo sguardo e vederlo accanto a me per sentirmi meno sola. Da quella volta venne a farmi visita sempre più spesso e, dopo tre mesi di baci scambiati in aeroporto, finalmente arrivò il momento del mio rientro a Milano.

Da quando sono qui passiamo molto tempo insieme, nonostante io sia sempre stata chiara sulla mia intenzione di non avere nessun tipo di relazione stabile. Eppure tutto sono già passati tre mesi. Non so perché stia durando così tanto, forse mi sono legata a lui perché ero stanca di scappare, perché cercavo un posto in cui parcheggiare la mia anima sempre in movimento. Un rifugio per il mio cuore, in cui sentirmi protetta.

Parigi, Milano, New York sono da sempre le città ideali per una stilista. Il mio più grande desiderio, da quando ero bambina, è sempre stato ideare e creare abiti. Per questo motivo a diciotto anni sono andata via dal mio paesino per inseguire il mio sogno. Ma non è stato facile. Allontanarmi da tutto ciò che mi dava sicurezza, dalle mie radici, ha significato una lotta continua per mantenermi a galla. Raggiungere il mio obiettivo era l’unico modo per dare un senso alle innumerevoli notti insonni e alle infinite giornate tristi da affrontare in completa solitudine.

La mia vita girava intorno al lavoro e agli eventi mondani, continuamente a contatto con persone a cui ero obbligata a sorridere e prestare attenzione. Una vita frivola, vuota, a volte faticosa per una ragazza introversa come me. L’arrivo di Gabriele è stato come un risveglio dal torpore: lui era la prima persona con cui potevo lasciarmi andare, mostrarmi nella mia vulnerabilità senza paura di essere ferita.

Quando immagini la vita da stilista pensi solo a fogli e matite che danno forma alla tua creatività; quello che c’è dietro le quinte è invece un susseguirsi di sorrisi di circostanza e conversazioni vacue. Spesso, dopo una giornata di lavoro, vorresti soltanto tornare a casa, mettere su un film strappalacrime e ingozzarti di patatine al formaggio. Invece hai l’obbligo di presenziare agli eventi e parlare con più persone possibile per alimentare una rete di contatti.

Ma oggi non c’è tempo per autocommiserarsi. È tardissimo e devo scappare in ufficio: la riunione di oggi è troppo importante, non posso perderla. Scappo in bagno e metto un filo di trucco, quel tanto che basta per non farmi licenziare.

Torno frettolosamente in camera e infilo la gonna nera elegante, l’unica che ho, e mi ripeto che è arrivato il momento di comprare dei vestiti da donna, sì, a trent’anni dovrei proprio smetterla di vestirmi come una ragazzina.

Poi guardo indietro e vedo Gabriele, venticinque anni appena compiuti.

Ecco, mi dico ridendo, potresti iniziare smettendo di andare a letto con ragazzi più giovani di te!

«Gab, vado al lavoro. Chiudi bene la porta quando vai via!» gli sussurro all’orecchio prima di uscire di casa.

Lui si rimette a dormire e abbozza un sorriso.

Prendo la borsa, corro giù per le scale e mi ritrovo subito in strada. Intorno a me soltanto traffico, afa e confusione. In questi momenti mi chiedo quando mai ho preso la malsana decisione di abbandonare la tranquilla vita di paese rivierasco e immergermi nel devastante caos metropolitano.

Scendo le scale della metro e già odio tutta questa gente che vaga in maniera disordinata come un banco di pesci confusi. Mentre aspetto il treno controllo nuovamente se sono sulla banchina giusta. Il mio cervello si attiva soltanto dopo un paio di caffè e non voglio rischiare di trovarmi inconsapevolmente persa nelle periferie di Milano. Inizia così la mia frenetica danza in attesa del treno. Il mio corpo asseconda il continuo moto dei pensieri che frullano nella testa. Se potessi bloccarli almeno per un attimo… Se potessi fermare questa costante voglia di scappare…

Mi stanno chiamando. Sento solo una lontana vibrazione del telefono nel caos della mia borsa, ma riesco a tirarlo fuori.

«Pronto, Gigi?»

«Ciao, Zù. Cosa devi ricordarmi oggi?» le dico in tono scherzoso. È davvero strano ricevere una chiamata di Azzurra a quest’ora.

«Sapevo che ti saresti dimenticata. Stasera c’è l’ultima replica dello spettacolo di Marco. Te lo ripeto da due settimane.»

«Hai ragione! Sono la solita sbadata. Passo a prenderti alle diciannove!»

Devo assolutamente comprare un’agenda, o forse avrei bisogno di un’assistente personale che mi ricordi di comprare il latte e di chiamare ogni tanto Gabriele. Sarei capace di dimenticare anche quello!

Azzurra è la mia migliore amica, la mia anima gemella. In realtà se ci vedessero da lontano sembreremmo davvero gemelle. Fortunatamente per Azzurra e, a pensarci bene, anche per me, caratterialmente siamo all’opposto. Lei è tutto ciò che io non sono. Sa mostrarmi ogni situazione da un altro punto di vista, quello che io da sola non coglierei affatto. Mi apre gli occhi con la sua brutale sincerità e mi aiuta a tenere a bada l’istinto, che mi porterebbe sempre a far cazzate.

Siamo cresciute insieme e mi conosce molto bene, a volte anche meglio di quanto mi conosca io. Abbiamo messo piede a scuola nello stesso momento e ne siamo uscite allo stesso modo: stessi amici, stessa città ed entrambe la prospettiva di una carriera creativa. Io all’Accademia di Moda di Milano, lei a studiare recitazione alla Paolo Grassi, anche se poi ha deciso di lasciare tutto per fare la maestra d’asilo. E a scuola di teatro ha conosciuto Marco, suo insegnante di recitazione poco più grande di noi. Fanno coppia fissa da quasi cinque anni e stanno progettando di sposarsi entro un anno. Beata lei! Così sicura del suo sentimento e così costante. Per una volta che decido di lasciarmi andare io, invece, nel giro di pochi mesi sono già pentita e mi dimeno come un pesce infilzato all’improvviso e senza pietà da un amo. Con Gabriele mi sono buttata alla cieca, senza esserne davvero sicura, e adesso mi ritrovo, come previsto, incastrata in una situazione che non mi rende felice. Lui è perfetto, davvero. Mi dedica tutto il suo tempo libero, è attento e premuroso. Ma a me non va mai bene nulla, c’è sempre qualcosa che manca. Come un puzzle che resterà incompleto perché non sai dove possa essere finito l’ultimo pezzo. Forse sotto al divano, tra la polvere e qualche penna rotolata lì, oppure nel piccolo spazio tra il piano cottura e il lavabo.

Una vita incompleta, un armadio vuoto in cui raccogliere relazioni monche, come un tavolino senza un piede o un elicottero giocattolo senza le pale. Mi sento così adesso e neanche Gabriele, con il suo affetto e le sue premure, potrebbe riempire quello spazio. Non ci riuscirebbe neanche se fosse quel pezzo di puzzle.

Il mio ufficio si trova all’ultimo piano di uno dei palazzi più belli di Milano. La mia scrivania si affaccia su piazza della Repubblica e ogni volta che guardo fuori mi lascio incantare dalla città che non smette mai di muoversi freneticamente. Milano è difficile da capire e da conoscere. È come una donna misteriosa e sfuggente, che si lascia avvicinare per poi far perdere improvvisamente le sue tracce. Ma una volta compresa, una volta conquistata, ti regala tutta se stessa.

Nonostante questo, casa mia mi manca, tutti i giorni, e neanche la città più bella del mondo potrebbe prenderne il posto. Neanche il lavoro dei miei sogni, a cui mi posso finalmente dedicare.

Ma dopotutto cosa dovrei fare? Lavorare qui mi permette di condurre la vita che ho sempre desiderato. Vorrei solo avere la possibilità di vedere più spesso mia madre, anche lei troppo impegnata nel suo atelier per venirmi a trovare un paio di giorni. Per non parlare di mia sorella Beatrice, che dopo il matrimonio si è votata completamente alla famiglia. Un po’ la invidio. Mi piacerebbe essere come lei, calma, equilibrata, senza quella fame di vita che ti porta ad ardere così tanto da bruciare tutto ciò che hai intorno. Per rassicurarmi spesso mi dico che è solo una questione di età, che magari tra dieci anni sarò diversa, non come lei forse, ma più matura. E in quei momenti mi sento meno spaventata, da me e da questo mondo che mi sembra sempre meno familiare.

La riunione di oggi intanto è stata un successo. Mi hanno assegnato un progetto che mi porterà a lavorare per il New York Film Festival del prossimo anno. Dovrò trasferirmi lì per qualche mese e l’idea mi eccita e mi terrorizza al tempo stesso. I lavori che ho seguito negli ultimi anni mi hanno sempre portata a Parigi, che per me è come una seconda casa, ma questa è la prima volta che gestirò un progetto tutto mio dall’altra parte del mondo.

Appena rimetto piede in ufficio chiamo mia madre per raccontarle tutto. In famiglia è sempre stata lei quella pronta ad appoggiarmi. L’unica a supportarmi quando ho manifestato il desiderio di fare la stilista e non il medico, come mio padre. In fin dei conti i nostri genitori hanno avuto solo due figlie e i nonni e gli zii speravano che almeno una desse seguito al nome e alla carriera di papà.

Mio padre è morto di cancro quando avevo cinque anni e mia madre non si è mai risposata, anzi, non ha mai avuto nessun altro uomo. Dice sempre che il vero amore lo vivi solo una volta nella vita e per lei l’amore con la A maiuscola resterà sempre e soltanto lui. Lei è una di quelle che ci crede davvero, nell’amore dico. Io trovo più facile credere in Dio piuttosto che in una parola di cui tutti si riempiono la bocca e raramente il cuore.

Da mia madre ho ereditato la sensibilità, la dolcezza e, soprattutto, la creatività. Fa la pittrice e da qualche mese si diletta anche con la scultura. Ogni volta che torno a casa c’è una novità: mamma non si ferma mai ed è sempre pronta a lanciarsi in nuove avventure. Anche se io mi auguro che inizi a buttare un po’ della roba che colleziona a casa, perché oramai non c’è più posto e ogni volta è un percorso a ostacoli per trovare l’ingresso della mia vecchia stanzetta.

Mia sorella Beatrice invece è molto diversa da me. Io sono sempre stata la figlia ribelle, mentre lei è quella perfetta: tutti voti altissimi al liceo, laurea in Legge con relativo master a Londra, e subito dopo matrimonio idilliaco e due bambini. Tutto questo alla soglia dei trentatré. Mentre io neanche riesco a immaginare la mia vita tra un anno.

Se parlassi con Gabriele di New York, temo si renderebbe conto che sono la solita egoista che mette se stessa e il lavoro prima di tutto.

Vorrei avere più coraggio, vorrei avere la forza di ammettere che sono un fallimento in materia di sentimenti. Se riuscissi ad accettarlo, potrei continuare la mia vita in solitudine, senza ferire gli altri.

Ma, ancora una volta, penso che non sia questo il momento giusto per essere giù di morale. Oggi è una giornata speciale e non posso essere triste. Prendo la borsa, sistemo i capelli e vado in sala ristoro a salutare i miei colleghi. Il tempo di un caffè – probabilmente il decimo della giornata – e scappo a casa.

Giro lentamente la chiave nella serratura ed entro nell’appartamento. Quasi non sembra il mio, è esageratamente in ordine, come se non ci fosse stato nessuno per tutto il giorno.

Tutto merito di Gabriele, il che conferma nuovamente la mia convinzione che lui per me sia davvero troppo. Lascia sempre tutto in ordine ed è l’unico a rifare il letto. Se fosse per me lo lascerei sfatto fino al successivo cambio di lenzuola. Sono disordinata fuori tanto quanto lo sono dentro. L’armadio è praticamente vuoto, perché i vestiti sono sempre sparsi in tutti gli angoli della casa. Una delle fortune di essere una stilista è avere sempre le idee chiare su cosa mettere, anche se poi impiego una vita per ricordare dove ho collocato tutto quello che mi serve.

Ho solo mezz’ora per prepararmi e poi dovrò andare a prendere Azzurra. Intanto giro per casa, raccogliendo velocemente i vestiti come se fossi a una svendita di Zara, e vado verso la mia camera per buttare il mucchio di abiti sul letto. In mezzo a quella giungla di seta, cotone e materiali vari scelgo il tubino verde petrolio. Indosso un paio di sandali con il tacco che mi slanciano e mi aiutano nella difficile impresa di avere un aspetto da adulta, anche se il nasino sottile spolverato di efelidi continua a darmi un’aria adolescenziale. Mi guardo allo specchio e finalmente sono soddisfatta di quello che vedo. Come tutte le ragazzine ho passato anni a odiare il mio corpo, le mie ginocchia leggermente storte e il seno troppo abbondante per un’aspirante ballerina classica. Ma ora mi sento sicura di me, vedo così tanti corpi perfetti nel mio lavoro che ho imparato ad apprezzare tutto ciò che se ne discosta.

Un ultimo controllo allo specchio, poi prendo la borsa e le chiavi di casa. Forse ho esagerato come sempre e il mio abbigliamento è più adatto a un cocktail party vista Duomo che a una serata a teatro. Ma è troppo tardi per rimediare, Azzurra mi scrive implorandomi di non arrivare in ritardo, per una volta.

Scendo in strada alla ricerca della mia automobile, come al solito non ricordo dove l’ho parcheggiata. Dovrei segnare anche questo in agenda per evitare di ritrovarmi sempre in questa situazione. Linda, la cameriera del bar sotto casa, mi guarda ridendo. Chissà quante volte avrà visto questa scena ridicola in cui io mi guardo intorno come se capitassi lì per la prima volta.

Giro l’angolo, quello in cui c’è la pasticceria siciliana, e un puntino bianco richiama la mia attenzione. Eccola lì! Stranamente ho già le chiavi a portata di mano e la apro con un gesto quasi di sfida. Salgo, sistemo la cintura in modo che non rovini il vestito e metto in moto accendendo lo stereo, rigorosamente ad alto volume. Adoro guidare per le strade di Milano quando sono vuote, posso cantare a squarciagola senza che le auto di fianco mi guardino come se fossi una foca canterina del parco acquatico di Cattolica.

Le note di The Less I Know The Better riempiono la mia 500 e mi dirigo verso casa di Azzurra. Lei vive in un piccolo monolocale in zona Porta Venezia, anche se poi passa tutto il suo tempo a casa di Marco, che ha uno splendido attico proprio nel cuore di Brera. In dieci minuti sono da lei e, mentre sono ferma al semaforo, la intravedo fumare una sigaretta davanti al portone.

Mi fermo e le faccio cenno di salire. Lei lancia sul marciapiede la sigaretta, sale in macchina con la sua tipica aria allegra e mi viene in mente che raramente l’ho vista triste in questi ventisei anni di amicizia. Neanche se mi impegnassi, riuscirei a ricordare la prima volta che ci siamo incontrate, ci conosciamo dai tempi dell’asilo, quando i nostri problemi più grandi erano i vestiti delle Barbie che non si trovavano e la cuoca della scuola che ci obbligava a mangiare la verdura che non ci piaceva.

«Sei splendida, Gigi! Questo vestito verde ti sta d’incanto. Gabriele impazzirebbe se ti vedesse.»

«Cazzo, Gabriele! Non gli ho scritto per tutto il giorno.»

L’avevo detto che mi serviva un’agenda! Virginia, ricordi quel biondone che era nel tuo letto questa mattina? Ecco, lui andrebbe chiamato due o, se è troppo faticoso per te, anche una volta al giorno, almeno per educazione.

Forse non l’ho fatto perché mi sento in colpa per la storia di New York, o forse perché nelle ultime settimane lo sto evitando in tutti i modi, mi limito a dormirci insieme perché so che in quei momenti non c’è bisogno di parlare. Qualunque sia il motivo, sono una persona di merda e il karma mi punirà.

Dopo pochi secondi il telefono suona. È proprio Gabriele. Probabilmente i miei sensi di colpa lo hanno raggiunto.

«Gigi, cosa succede? Oggi sei sparita» mi dice con il suo solito tono tranquillo e sereno.

«Scusa. Ho avuto una giornata strapiena e ora sto andando con Azzurra a vedere lo spettacolo teatrale di Marco. Non ti ho detto nulla perché sapevo che non saresti venuto!»

«Non preoccuparti. Buona serata, allora. Dormi da me dopo? Ti aspetto sveglio.»

È un angelo! Non capisco come faccia a essere sempre così calmo con un vulcano pronto a eruttare come me. Se fosse stato lui a sparire, io sarei andata sotto casa sua e gli avrei bruciato la tanto adorata moto blu. La spiegazione è solo una: sono stata una santa nella mia vita precedente e questo è ciò che merito per la mia condotta esemplare.

«Si farà sicuramente tardi. Ti chiamo domani. Un bacio» e chiudo.

Sto ignorando vigliaccamente il problema.

Va tutto bene, mi ripeto. Ma non è così, non va tutto bene. Abbiamo un problema. Anzi, sono io ad avere un problema, forse una malattia. E non è bello.

Non come quelle persone che dicono che l’amore fa schifo, oppure di quelle che non vorrebbero provarlo per nessun motivo al mondo. No, davvero. Io vorrei esserne capace. Vorrei avere il coraggio di aprirmi totalmente, avere la forza di non scappare ogni maledetta volta. Ma a quanto pare è l’amore a non volere me.

È come un’intolleranza. C’è quella al lattosio oppure alle arachidi o ai crostacei. Ci sono persone che non possono mangiare lieviti, altre devono evitare le uova o gli alimenti ricchi di ferro. Non è che non vuoi, non è che non ti piacciono. Non puoi proprio! C’è qualcosa che non digerisco dell’amore.

La mia diagnosi è questa: ho una grave intolleranza. All’amore. Sono davvero una ragazza fortunata!

Dopo una disperata ricerca del parcheggio finalmente arriviamo e per fortuna questa volta non in ritardo. Camminiamo a passo svelto lungo il marciapiede, verso l’ingresso, e attraversiamo velocemente il portone illuminato del Teatro Parenti. Penso sia il posto che preferisco in assoluto a Milano, la sua atmosfera, le pareti di mattoni e i colori caldi delle luci mi rilassano.

«Siamo nella sala qui a destra!» dice Azzurra tirandomi per il braccio.

E io la seguo correndo, manca pochissimo all’inizio dello spettacolo. Giusto il tempo di prendere posto e le luci si spengono. Il teatro è l’unica cosa che riesce a fermare i miei pensieri, l’unico modo per mettere in stand-by il mio cervello e dimenticare la tempesta che ho dentro e intorno a me.

La passione per il teatro è nata grazie ad Azzurra. Io ho sempre sognato di diventare una ballerina, quindi tre giorni a settimana indossavo il mio bel tutù rosa e danzavo fiera. Invece, i giorni in cui ero libera passavo il tempo a osservare Azzurra mentre faceva le prove dei suoi spettacoli e la aiutavo con i copioni. Ancora oggi adoro farlo e mi rende molto orgogliosa ed emozionata vederla sul palco, per quanto sempre più di rado. Stasera invece siamo entrambe spettatrici e io sono felice di distrarmi un po’ da tutti i dilemmi che mi porto dietro, anche tra le lenzuola.

C’è un odore particolare in questa sala, un profumo agrumato con un pizzico di zenzero che stuzzica il mio olfatto. Chiudo gli occhi per un attimo e mi concentro sui suoni, sui rumori, sulle parole recitate da Marco. La mia mente è libera, vuota. In questo momento potrei quasi definirmi “tranquilla”. Ma il termine, riferito alla mia persona, sembra fuori posto.

Infatti all’improvviso qualcosa mi fa sobbalzare. Sul palco è salito un uomo e la sua voce pietrifica ogni molecola del mio corpo. È calda e profonda e mi è familiare. Repentinamente perdo il filo dello spettacolo e non vedo altro che lui.

È Riccardo Russo.

Ero a Parigi, l’anno scorso, solite cene noiose in cui i VIP fanno a gara a chi si veste meglio e passano il tempo a sorridere alle persone che fino al giorno prima insultavano su Twitter. Avevo passato l’intero pomeriggio, prima dell’evento, a trasportare vestiti e fiori dal magazzino alla sala principale. Dovevo essere lì per fare tutt’altro ma ero finita a occuparmi dell’allestimento, come se il mio lavoro non fosse già troppo impegnativo. Ero spettinata e distrutta quando presi l’ascensore per raggiungere la mia stanza.

Non vedevo l’ora di fare una doccia e cambiarmi per la serata, ma l’ascensore decise di bloccarsi e, a rendere la mia sfortuna ancora più grande, il telefono si scaricò, lasciandomi senza la possibilità di avvisare qualcuno. I luoghi chiusi mi terrorizzano, al punto che lì per lì non mi venne neanche in mente di premere il pulsante di emergenza.

«Forse dobbiamo dare l’allarme. Oppure preferisci restare qualche ora qui sola con me?» disse una voce sensuale dietro di me.

Io mi girai spaventata: presa dall’ansia di uscire, non mi ero resa conto di essere in compagnia. Allungai la mano per premere il pulsante e i nostri sguardi si incrociarono, giusto il tempo di rendermi conto di essere bloccata con Riccardo Russo, uno degli ospiti principali della serata.

«Ti chiedo scusa. Questo evento mi sta togliendo tutte le energie. Io sono Virginia Taiani, mi occupo del reparto moda. Abbiamo parlato spesso al telefono. Ho riconosciuto subito la tua voce!» gli dissi fingendo una tranquillità che non mi apparteneva.

Mi ero innamorata della sua voce fin dalla nostra prima telefonata, ma decisi di mantenere un atteggiamento professionale.

«Ti perdono. Anche se ora sarà difficile spiegare alle mie bambine che è stata una principessa a rinchiudermi qui e non un orco, come nelle favole che racconto loro ogni sera!» mi disse mentre le porte dell’ascensore si sbloccavano. Saranno stati soltanto due minuti di prigionia in quell’ascensore ma a me sembrò un’eternità.

«È stato un piacere conoscerti, anche se in una circostanza un po’ strana.»

«Lo è stato anche per me» risposi scappando via. Quegli occhi potrebbero incantare chiunque, pensai.

Quella sera a Parigi lui era con la moglie e le bambine. Poco dopo l’episodio dell’ascensore parlammo di nuovo, solo il tempo di chiarire qualche dettaglio tecnico sulla serata.

Credevo che non l’avrei più rivisto, tantomeno stasera. Mi chiedo se si ricordi ancora di me. Io quella voce e quegli occhi non li ho mai dimenticati.

Smarrita nei miei pensieri, quasi non mi accorgo che lo spettacolo è finito; è Azzurra a riportarmi alla realtà con un pizzicotto.

«Gigi, ti è piaciuto, vero?» mi grida nell’orecchio.

Io non so proprio cosa rispondere, per tutto il tempo non ho fatto altro che guardare Riccardo Russo, senza capire nulla di quello che stava succedendo sul palcoscenico.

«Andiamo a salutare Marco!» mi dice tirandomi verso il corridoio sul retro.

Io mi lascio trascinare come se fossi un fazzoletto di carta abbandonato nel mezzo di una tempesta.

«Gigi, togliti quel sorriso stupido dalla faccia! Cosa ti prende? Non ti vedevo così dall’ultima volta che abbiamo visto Andrea all’Old Fashion, ti ricordi?» mi rimprovera Azzurra, con un tono sarcastico che mi ricorda quanto mi inebetisco di fronte a qualcuno che mi piace davvero.

E improvvisamente mi ritornano in mente tutti ricordi dell’adolescenza e penso ad Andrea Giordano, ai suoi occhi azzurri e al suo sorriso. Lui è stato il mio primo amore. Quello puro, vero, che si vive soltanto quando il cuore è ancora libero da pesi e ferite. Quello che pensi durerà per sempre e che quando finisce ti lascia devastata. Non ho provato mai più nulla di simile per nessun altro e ancora oggi, quando mi capita di rivederlo, il cuore rimbalza contro la cassa toracica per qualche secondo.

Poi mi risveglio dai miei pensieri e sono di nuovo qui, e non riesco a smettere di sorridere. Dentro di me speravo da tempo di rivedere Riccardo e quel momento è arrivato.

«Che bello vedervi qui! Spero vi sia piaciuto lo spettacolo. Se aspettate un attimo vi presento Riccardo, il mio collega» esclama Marco venendoci incontro.

Riccardo non tarda ad arrivare. Lo vedo camminare spedito verso di noi mentre il mio cuore batte all’impazzata. Cambio faccia, o almeno provo a porre rimedio al mio sorriso stupido.

Lui saluta Marco con una pacca sulla spalla e si presenta gentilmente ad Azzurra. Scambiano qualche battuta e poi lo vedo girarsi verso di me. «Lei è Gigi… ehm, Virginia!» dice Azzurra puntando il dito verso di me e lui si butta sulla mia mano e la stringe con fierezza.

«Piacere, Riccardo!» mi dice con un tono altezzoso e audace. Io sono leggermente infastidita dal suo atteggiamento, ma faccio finta di nulla.

Forse non mi ha riconosciuto, oppure fa la prima donna, del resto questa è la sua serata.

«Virginia» rispondo decisa, sperando che si ricordi di me.

Lui si illumina, sorridendo mi dice «So chi sei» e senza darmi il tempo di rispondere va via.

Io resto ferma per qualche secondo, immobile. Quella breve frase, il tono della sua voce e la spavalderia provocano in me un uragano di sensazioni al limite dell’eccitazione.

Marco non si è reso conto di nulla, mentre Azzurra, alla quale il linguaggio del mio corpo non mente mai, mi tira subito in disparte con lo sguardo di chi vuole mettermi in guardia. Lei ovviamente sa dell’episodio dell’ascensore, per una settimana non avevo parlato d’altro. E ovviamente, quando capisce che quel Riccardo è lo stesso che ci si è parato davanti qualche secondo fa, corre subito ai ripari.

«Hai visto la fede? È sposato, Gigi. Lascia perdere!»

Io sorrido e annuisco. Reduce dalla scarica elettrica provocata dalla sua stretta di mano, stavo quasi per tralasciare quel piccolo dettaglio. E me ne vergogno un po’.

«Vado un attimo al bagno, Zù. Torno subito!» le dico guardandomi intorno alla ricerca della toilette.

In quel momento il telefono vibra. Sarà sicuramente Gabriele che prova a farmi cambiare idea e sarò costretta a dormire da lui anche stanotte, non perché lo voglia davvero ma per i sensi di colpa.

E invece no.

È un’e-mail.

riccardo.russo@gmail.com – 22:13

Sei molto carina questa sera, principessa dell’ascensore.

Allora sa davvero chi sono!

Uscendo dal bagno mi guardo intorno agitata, cerco il suo sguardo, ma c’è troppa gente, non riesco a trovarlo. Nel frattempo arriva un’altra e-mail.

riccardo.russo@gmail.com – 22:14

Sto andando a mangiare qualcosa con un paio di colleghi.

Vieni con noi?

Dove diavolo è finita Azzurra? mi chiedo in preda alla disperazione uscendo dalla porta della toilette. Ho bisogno di lei ora!

Inizio a girare per la sala come un uccello in gabbia. Vado verso l’uscita e ritrovo la mia amica seduta con Marco, stanno fumando una sigaretta.

Le vado incontro tremando e, senza dire una parola, le mostro i messaggi. Il mio sguardo, fisso su di lei, cerca un cenno di approvazione. Azzurra sa che io andrei. Senza neanche pensarci, andrei a mangiare con lui due, tre, dieci volte. E ci farei l’amore, sì, pure ora, davanti a tutti. Lei si alza e tirandomi per il braccio si allontana da Marco per non farsi sentire.

«Pensaci bene. È sposato. Cosa può volere da te?»

«Ma dai, Zù, è solo un invito a mangiare qualcosa insieme. Cosa c’è di male?»

«Smettila di essere ingenua, Gigi. Non sarà mai soltanto una cena!» E mi rendo conto che ha ragione lei. Cosa potrei mai ottenere rispondendo al suo messaggio? In tante situazioni i suoi consigli mi hanno salvato la vita. Quindi mi rassegno. Questa volta non posso cedere.

virginia.taiani@gmail.com – 22:18

Mi dispiace, ma non posso.

Se ripassi in sala magari riusciamo a salutarci.

riccardo.russo@gmail.com – 22:19

Scusa principessa, ma sono già andato via. Se sei libera nei prossimi giorni, mi piacerebbe rivederti.

Resto ferma a fissare nuovamente il telefono, senza sapere cosa dire. Oppure so quello che vorrei dirgli, ma non posso. “Mi piacerebbe rivederti.” Queste parole riecheggiano nella mia testa e continuano a fissarmi dallo schermo del telefono.

«Gigi, stai attenta! Non buttarti in situazioni più grandi di te» mi dice Azzurra con un tono paternalistico, ai limiti della rassegnazione.

«Non preoccuparti. Non risponderò più ai suoi messaggi» le prometto, ma in fondo non ci credo neanche io.

16 giugno 2018

Evento

Sala Consilina (SA) Sabato 16 giugno dalle ore 18.00 Giovanna Di Verniere sarà ospite dell'Associazione Operaia "Torquato Tasso". L'appuntamento è nell'Aula Consiliare in Largo Vittorio Emanuele, 59 a Sala Consilina (SA). Relatori: Simona Atzori e Rino Mele Modera Antonella Citro
17 marzo 2018

Il posto delle parole

Ascoltate l'intervista radiofonica a Giovanna Di Verniere: https://ilpostodelleparole.it/giovanna-di-verniere/giovanna-verniere-limpazienza-penelope/
22 febbraio 2018

Approfondimento

Nata a Salerno, vissuta in Basilicata, art director a Milano, Giovanna Di Verniere è stata finalista a Miss Italia nel 2012 con il titolo di Miss Wella Professionals vinto a S. Severino Lucano. Ora frequenta il Centro Teatro Attivo nel capoluogo lombardo, conduce un programma radiofonico e si presenta in campo letterario con il romanzo L’impazienza di Penelope, un racconto sentimentale in prima persona, quasi come se fosse un diario. È la storia di una ragazza che evita a tutti costi i legami, ma incontrerà una persona che cambierà totalmente il suo modo di vedere l’amore.
 Lo stile è fresco e intimistico; gli eventi sono narrati in modo lineare, con alcuni intermezzi che mettono in risalto i sentimenti di smarrimento e impazienza della protagonista, Virginia, trentenne, stilista in carriera, con un importante progetto a New York all’orizzonte. Come tutti i libri pubblicati da bookabook, L'impazienza di Penelope è stato scelto due volte. La prima volta dagli editor che lo hanno selezionato tra molti altri manoscritti e la seconda da centinaia di lettori, che lo hanno sostenuto attraverso una campagna crowdfunding di successo.
31 marzo 2018

Presentazione e laboratorio creativo

Latronico (Pz) PRESENTAZIONE DEL LIBRO E LABORATORIO CREATIVO con Giovanna Di Verniere, autrice di L'impazienza di Penelope Con l'aiuto della moderatrice Simona Atzori, intraprenderemo un viaggio attraverso parole ed emozioni. Il pubblico sarà parte attiva di questo percorso, esprimendo pensieri e sensazioni scaturite dalla lettura di alcuni brani del libro e non solo... Vi aspettiamo sabato 31 marzo dalle ore 18.00!
21 Maggio 2017
Giovedì 25 maggio, dalle 20.20, Giovanna Di Verniere sarà ospite del programma radiofonico Tatami condotto da Sergio Ragone Francesco Cutro e Omar Gallo su RADIO TOUR Basilicata In Fm, DigitaleTerrestre canale 777 oppure su www.radiotour.fm! Non perdetevelo!
23 Maggio 2017
La campagna de "L'impazienza di Penelope" è partita da pochissimo e già se ne parla! Qui trovate la recensione apparsa su Bookitipy:   https://bookitipy.blogspot.it/2017/05/segnalazione-giovanna.html   E qui la recensione di Basilicata Magazine: https://www.basilicatamagazine.it/limpazienza-di-penelope-storia-di-una-donna-intollerante-allamore-il-primo-romanzo-di-giovanna-di-verniere/6893  
23/05/2017
Il 28 maggio vi aspettiamo all'evento organizzato dal comune di Lauria "Leggere per leggersi" dove verranno letti alcuni brani tratti da "L'impazienza di Penelope"!
09 Giugno 2017
Su Twins Books Lovers è uscita una nuova recensione de "L'impazienza di Penelope"! "L'impazienza di Penelope è un romanzo intenso, un viaggio interiore visto dal punto di vista femminile, una tormentata Penelope nella frustrante attesa del suo Ulisse, un lungo flusso ininterrotto di pensieri, paure, ansie." Qui trovate la recensione completa: https://twinsbookslovers.blogspot.it/2017/06/recensione-limpazienza-di-penelope-di.html
23 Giugno 2017
Oggi non perdetevi la presentazione de L'impazienza di Penelope! Giovanna Di Verniere racconterà la nascita del suo primo romanzo. Ecco il link all'evento: https://www.facebook.com/events/1939446206320144/
26 Giugno 2017
Giovanna Di Verniere presenta L'impazienza di Penelope a Lauria. Ecco il link per chi se la fosse persa! https://www.ecodibasilicata.it/2017/limpazienza-penelope-giovanna-verniere-presentato-suo-libro-lauria/
28 Giugno 2017
Il sito Sister's Books dedica un'ottima recensione a L'impazienza di Penelope: "A tutti gli amanti del genere consigliamo di leggerlo, e scoppiata ormai l'estate, sotto l'ombrellone sarà sicuramente un'ottima compagnia." E voi cosa aspettate a leggerlo? Qui trovate il link alla recensione completa: https://sistersbooks17.wixsite.com/sistersbooks/single-post/2017/06/26/Limpazienza-di-Penelope

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’ho letto con la stessa ingordigia con cui Virginia si nutre d’amore e si lascia consumare dai sentimenti.
    È una storia come tante, universale; un viaggio sentimentale, inteso come l’attraversamento dello spettro emotivo. Si soffre, si partecipa, degli episodi strappano insulti, sorrisi e qualche lacrima.
    C’è un linguaggio che i più giovani possono imparare, per chiamare le emozioni col proprio nome; e che i più grandi, forse anche i maturi, possono ritrovare, per recuperare emozioni già vissute e farle rivivere.
    Non amo il genere sentimentale, cinica e disillusa come sono, ma sognare non è proibito e nemmeno desiderare. Tanto meno ricordare.

  2. (proprietario verificato)

    Ieri, in una magnifica scenografia naturale del Wood lounge bar localita” fontana dei contadini di Lauria, si e” svolto l evento LEGGERE PER LEGGERSI, inserito nel MAGGIO CULTURA LE. Ciascuno dei componenti del gruppo esperienziale e” arrivato con il proprio libro del cuore. Tra i libri scelti, L’impazienza di Penelope, di una giovane scrittrice lucana. Un romanzo la cui tematica e’ l amore :nella sua attesa, nella sua sofferenza, nella sua immaginazione, nel suo desiderio, e nonostante tutto non se ne puo’ fare a meno.la sua forza dirompente e’ tale che nessuno puo’ sottrarsi ad esso. Un modo per cambiare anche attraverso la sofferenza.un modo per crescere.un modo per cercare altro ma soprattutto per cercare noi stessi. Per dirla con il poeta Gibran, quando l amore vi chiama , seguitelo, , anche se le sue vie sono dure e scoscese.E quando le sue ali vi avvolgono affidatevi a lui.Anche se la sua lama nascosta tra le piume potrebbe ferirvi.’ Impazienti di Leggerlo!

  3. Giovanna Di Verniere

    (proprietario verificato)

    GRAZIE!!!! Cos’altro potrei dire?!

  4. Giovanna Di Verniere

    (proprietario verificato)

    Grazie a tutti, davvero!
    Ci siamo quasi e tutto questo è merito del vostro supporto 😀

  5. (proprietario verificato)

    Incisiva. Analitica. Descriverei così la prosa di Giovanna, un’analisi di sentimenti in burrasca resi con la lucidità di uno scienziato che li osserva sul vetrino di un microscopio. Inizi a leggerlo per curiosità, per poi trovarti a continuare, fare il tifo per la protagonista, cercare di ipotizzare i finali possibili. Se questa è l’opera prima, fai in modo che ci sia una seconda, terza, ecc.!

  6. (proprietario verificato)

    Una Penelope che ha saputo tessere in maniera superlativa un vestito su misura per ognuno di noi. Coinvolgente già dalle prime righe, si presenta come un romanzo “identificabile”, dove chiunque riesce a trovare una piccola parte di sé.

    Giovanna con un linguaggio semplice e diretto si propone ad ogni lettore nel modo migliore.
    Sono solo le prime pagine del romanzo che, vi assicuro, non dimenticherete.

  7. Renato Brandi

    (proprietario verificato)

    Che dire : brava Giovanna ! Semplice ma efficace, come il linguaggio di questa splendida giovane scrittrice che fin dalle prime righe ti trascina e ti travolge emozionandoti. Niente preziosissimi o intellettualismi per una storia vera di pulsante attualità di una giovane che si domanda dove è perché si trova in un secolo che non le da certezze e vissuto con tanti coetanei molto superficiali e noiosi ! Un libro di denuncia del precariato pubblico e privato in cui sono proiettati tanti giovani, un grido di aiuto che deve far riflettere noi, la nostra generazione perché siamo gli autori di tutto questo.
    Che altro dire se non che aspetto di leggerlo per intero appena arriva, sono curioso ! Un abbraccio a Giovanna e un “non mollare” perché la stoffa c’è, te lo dice uno che non è tenero in queste cose ! Hai tutto il mio appoggio.

  8. (proprietario verificato)

    Si dice che chi legge vive tante vite.Dall’alto dei miei anni, che pochi non sono, guidata dalla scrittura fresca e diretta di Giovanna, voglio arrivare in fondo a questa storia e vivere la vita di questa giovane donna dei jostri tempi. C’e una Penelope in ognuna di noi….tessiamo sentimenti e con la stessa abilità ne imbrogliamo i fili.

  9. (proprietario verificato)

    Ho avuto l onore di vedere questo progetto nascere e prendere forma…vederlo ora pronto per spiccare il volo mi riempie di emozione. Sono anche io impaziente come “Penelope” ,di ricevere la mia bella copia..e divorarla pagina dopo pagina….se la vita è una continu attesa,come ha scritto Giovanna,questa storia aspetta solo di essere liberata e di diventare un po la storia di tutti noi,come ogni buon libro ha il potere di fare.

  10. Giovanna Di Verniere

    (proprietario verificato)

    56% in meno di 48 ore ?
    Grazie a tutti per il supporto, per le belle parole e per l’energia positiva che mi state trasmettendo.
    Non trovo nemmeno le parole per esprimere la mia gratitudine ma vi assicuro che, per ringraziarvi a dovere, ho dato l’elenco dei sostenitori alla mia nonna così vi inserirà nelle sue preghiere quotidiane ?

  11. (proprietario verificato)

    Dalle prime righe della bozza posso dire che sono ipnotizzato dalle parole della scrittrice. Traspare realtà ad ogni frase raccontando molto bene e in modo dettagliato gli eventi senza perdersi in discorsi inutili. Consigliatissimo e non vedo l’ora arrivi la copia cosi da vivere a pieno l’opera.

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Giovanna Di Verniere
Giovanna Di Verniere è nata a Salerno ed è cresciuta in Basilicata. Vive a Milano dove lavora come art director. Frequenta il Centro Teatro Attivo di Milano e ha condotto un programma per una radio indipendente. L’impazienza di Penelope è il suo primo romanzo.
Giovanna Di Verniere on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie