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L'importanza della caduta

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Consegna prevista Giugno 2020

Rachele ha un sacco di domande e nessuno a cui rivolgerle. Perché queste domande potrebbero apparire noiose, come la classica “È nato prima l’uovo o la gallina?” e “Esiste la felicità?”, ma per lei sono importanti e non vuole ricevere delle risposte altrettanto banali.
Leonardo è il classico ragazzo circondato di amici, bravo in qualunque cosa faccia, attraente e carismatico e tanto narcisista da credersi Dio. È così che Rachele lo chiama: Dio, perché lui è l’unico ad essere in grado di darle delle risposte soddisfacenti, che possano colmare il suo senso di vuoto e di sconforto.
Rachele e Dio non sono nulla di speciale, perché non sono amici, non hanno un nome da dare al loro bizzarro rapporto. Il loro è una sorta di patto, nato dai discorsi dei loro sguardi fugaci, secondo il quale, ogni giorno dopo la scuola, lei ha diritto di fare una domanda e lui ha il dovere di risponderle.
E se dovessero iniziare ad essere qualcosa, il rischio di stare male potrebbe essere troppo alto.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per la prima volta a quindici anni, quando ero arrabbiata con la scuola perché voleva insegnarmi per forza cose che non rientravano nei miei interessi, ignorando ciò che per me era davvero importante.
E mi sono accorta che alle mie domande potevano rispondere solo i libri che leggevo. Volevo poter fare lo stesso: dare conforto alle persone attraverso le mie parole. Dare delle risposte, a me per prima.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mancina. Era questo il nome del professore di letteratura italiana che in un giorno di febbraio, quasi terminato, mi ha chiesto di fermarmi in aula con lui, durante l'intervallo. Era anche il coordinatore di classe e quindi non pensavo che il problema fosse il mio rendimento scolastico nella sua materia. Aveva uno stile tutto suo, nel modo di vestire, nel modo di esprimersi. Aveva un che di teatrale, che mi ricordava un po' Dio, ma il prof era più serio, più rigido e composto. Che poi c'è da dire che tutti i prof di italiano sono un po' strani, particolari, diversi dagli altri. Io non ne avevo mai trovato uno che mi annoiasse, non solo nello spiegare le lezioni. Mi sono quindi fermata sulla soglia della porta, che ho chiuso, e lui si è appoggiato al bordo della cattedra e mi ha fissata, le braccia incrociate sul petto. Non gli importava nulla di me, faceva solo il suo lavoro. E in realtà lo apprezzavo, perché non ficcava il naso dove non doveva, se ti faceva una domanda e tu non rispondevi, non ti tormentava. Non troppo almeno. Quel giorno però era un'eccezione, era entrato nel suo ruolo di coordinatore.

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– Cos'è tutto questo, Rachele? Pulsioni di morte e di distruzione? Come li chiama la tua professoressa di psico… Thanatos ?-
– Non riesco a seguirla- ho ammesso, aggrottando la fronte. – L'autodistruzione, sai di cosa parlo, immagino –
– Sì…-Stai facendo peggio dell'altra volta, Rachele. –
E io ero sorpresa, perché per parlare lui faceva sempre un sacco di giri di parole, utilizzava dei termini quasi aulici, che a volte pensavo neanche lui capisse ciò che stava dicendo. Quel giorno invece è andato dritto al punto, senza girovagare attorno all'argomento a vuoto.
– L'altra volta almeno hai reagito. Una reazione estrema e complicata, dannosa e preoccupante, ma hai reagito. Questa volta non stai facendo niente se non da spettatrice. Non puoi essere spettatrice della tua vita. –
Ovviamente lui sapeva ciò che avevo fatto anni prima, prima ancora di arrivare in quella scuola, giusto l'estate precedente. Ne era informato come dovevano esserlo tutti i professori, per potermi tenere d'occhio ed evitare che tutto quanto si ripetesse. “L'incidente”.
– Tanto a lei non importa –
– Anche fosse, e non è così, a qualcun altro importerà –
– Si sbaglia –
I silenzi sono più bravi a parlare, ma lui non voleva stare in silenzio, voleva che aprissi i rubinetti e mi esprimessi, che gli raccontassi qual era il problema. Lo avevano notato tutti che non parlavo più con nessuno, che però i miei voti erano nettamente migliorati, che ero impeccabile a fare gli esercizi, che restavo in classe durante l'intervallo per studiare…
Non andava bene, ero passiva, facevo ciò che mi si chiedeva senza chiedere perché, subivo stando zitta se qualcuno mi derideva davanti a tutta la classe, era appena successo, lì con Mancina.
– Alle elementari mi dicevano sempre di lasciar correre se qualcuno mi prendeva in giro. Dovevo ignorare, far passare la rabbia e ricominciare –
– Che insegnanti idioti che avevi –
– Vero? – Qualcuno sa cosa ti sta succedendo? –
– Forse. Comunque non è nulla di grave –
– Non lo era nemmeno l'altra volta – mi ha ricordato, inarcando un sopracciglio.
– Ma ciò non toglie che sei stata male. Veramente male. E sai perché? –
– Perché sono una cretina. –
– Perché sei un'artista. –
E per la prima volta dall'inizio dell'anno, quel settembre in cui lo avevo conosciuto, l'ho guardato negli occhi, perché fino ad allora non ci ero mai riuscita, mi incuteva troppo timore, gli portavo troppo rispetto, ma quasi in maniera forzata, non perché lo sentissi io.
– Faremo “I promessi sposi” il prossimo anno, quindi tu ancora non li conosci… –
– L'ho letto-  l'ho interrotto. – Il libro, l'ho letto la scorsa estate. –
E lui allora ha nascosto un sorrisetto divertito e io ho nascosto il mio di soddisfazione. Io leggo, professore, non provi mai più ad insinuare il contrario. E legge anche Chiara, perché le ho prestato un paio di libri nel corso dell'anno. E ha presente quella capra di Giada, legge anche lei, le ho visto Pirandello nella cartella. E vogliamo parlare di Dio? Perché va matto per Dante, si è letto la “Divina Commedia” decine di volte, ancor prima che lei la spiegasse, con un'edizione piena di note a margine per poterlo capire al meglio. E quel ragazzo che sembra uno stronzo e invece è di una sensibilità unica, di cui nemmeno lui è consapevole, durante le sue ore si legge Orwell, e Wilde, e Dante e la Austen , e Calvino e Pennac, e Zafòn…
– E dimmi, qual è la tua scena preferita? – Mi ha chiesto il prof.
– La conversione dell'innominato – ho risposto, senza pensarci su due volte. In realtà non ci avevo mai riflettuto, ma era una delle parti migliori. – Forse però mi è piaciuta ancora di più la scena in cui Renzo vede Don Rodrigo morire di peste e si sforza di perdonarlo. –
– Vuoi sapere la mia? –
Se non era la conversione dell'Innominato come per me, poteva solo essere “La madre di Cecilia”. La scena dove una donna deve consegnare il corpo della figlia, privo di vita e contaminato dalla peste. Un corpo pulito e vestito di bianco. Il cadavere di un angelo.
– La scena in cui Renzo si ubriaca all'osteria – mi ha sorpresa invece il professore.
Sì, concordavo con lui, era una delle più divertenti, ma a Mancina piaceva per un motivo in particolare, una frase detta da Renzo.
Vedi, Rachele, mi ha detto il prof, Renzo in quell'episodio da una definizione non convenzionale di poeta. Per lui il poeta non è il classico signor Leopardi che si siede davanti alla finestra, osserva la donna che ama e le dedica un sonetto. Il poeta è invece una persona che pensa in maniera diversa dagli altri, che sa usare la parole a suo piacimento, dicendo la stessa cosa in cento maniere diverse e usando le stesse parole per dire cento cose differenti. E io ho letto quello che scrivi, e ho sentito quello che dici al tuo compagno, seduto dietro di te, con cui parli sempre durante le lezioni che un giorno l'altro vi sbatto fuori in corridoio a tutti e due. Sei un poeta, sei un'artista.

Il prof non mi ha impedito di uscire dalla classe quando tutti rientravano per la fine dell'intervallo. Mi ha lasciata stare. Sono nella biblioteca della scuola, ho cercato il capitolo in cui Renzo andava all'osteria, il quattordicesimo, l'ho letto tutto, fino a che non sono arrivata al punto citato dal professore e ho trovato la definizione di poeta a cui si riferiva: “… vuol dire un cervello che, ne' discorsi e ne' fatti, abbia più dell'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato”
Il prof l'aveva interpretata a modo suo, Manzoni intendeva certamente dire anche che il poeta era in grado di far cambiare il senso alle parole. E voleva anche dire che il poeta è un folle, un pazzo, è unico nel suo genere…
Sono uscita dalla biblioteca dell'ultimo piano e ho guardato la scala che portava al tetto, dove non ero più andata. Quasi volevo salire, ero lì lì per farlo, ma poi è arrivato Pier. Che ci fai tu qui, gli ho chiesto. Mi hanno sbattuto fuori perché ascoltavo la musica con le cuffie, mi ha risposto. La mia prof di matematica è una stronza.
– Tu che fai qui? –
– Pure io sbattuta fuori – ho mentito.
– Mi guardi? Per favore. –
– Sono io che chiedo a te di non guardarmi –
– Perché no? –
– Perché si guardano solo le persone a cui si tiene. Si guardano per controllare che stiano bene, che non si facciano male, e con la speranza che anche loro stiano guardando te. –
– E infatti io ti guardo. –
– Tu non mi parli da anni, Pier. –
– Non è per quello che ti è successo, Rachele. Lo so cosa pensi, ho parlato con tuo fratello, ma non è quello, davvero. –
– Non mi interessa. –
– Clarissa non voleva che ci vedessimo. –
– Vi siete lasciati? –
– Alla fine dell'estate. –
– E perché adesso mi guardi? Mi ami? –
– Sì. –
-Come?-
-Come può fare un vecchio amico. Dimmi che anche per te è così. Mi manchi. –
-Ti amo. – gli ho detto. – Come se fossi un ricordo nostalgico. –
Poi sono tornata verso la mia classe, ignorando lui che mi chiedeva di restare, ma non riuscivo ad entrare. Mi sono appoggiata al muro, a tirare su col naso, a fermare muco e lacrime, con gli occhi che bruciavano come fiamme ardenti, con l'incendio che si propagava nel mio petto. Ho sentito qualcuno che chiedeva di uscire, che io non tornavo e che voleva cercarmi.
E dalle porte dell'inferno ne è uscito Dio.
Si è appoggiato per un attimo al muro di fronte a dove stavo io, ha inarcato un sopracciglio, in attesa che io dicessi qualcosa, ma io stavo in silenzio, lo guardavo, chiedendomi perché a lui importava di dove io fossi. Torna in classe, Dio, che stanno leggendo il primo canto del Paradiso e Dante si offende se non vai ad ascoltare. I suoi occhi del colore del gelato alla Nutella si sono abbassati sulle mie mani che tremavano, quindi si è avvicinato, me le ha prese tra le sue, le ha avvolte nelle sue, che erano più grandi, se le è portate alle labbra e ha iniziato ad alitare, per scaldarmi le dita gelate. E a me di mostrarmi così vulnerabile, così piangente, pur non versando alcuna lacrima, non piaceva per niente. Ha sollevato una delle mani, me l'ha posata sulla guancia, dove in quel momento la fossetta non c'era e si è chinato su di me. Quello che mi ha dato sulla fronte non era un bacio, vi ha solo posato le labbra sopra. Poi mi ha guidata all'interno della classe. E gli ero grata per non aver utilizzato parole, né contro di me né per confortarmi.

Quando siamo usciti, alle cinque di quel pomeriggio, il cielo era tetro. Non sembrava arrabbiato, anche se tuonava. Sembrava disperato. Era grigio, era argento, era viola e bianco, era nero ed indaco, era verde, di un verde troppo scuro, ed era marrone, perché rifletteva la terra morta di quell'inverno senza neve.
– Dio. – l'ho fermato, quando mi è passato davanti, con il capo chino e il cappuccio a coprirgli gli occhi. Si è fermato in mezzo al marciapiede, a pochi passi da me, ma non mi ha guardata. – È vero che il cielo è infinito? –
Ha alzato lo sguardo, e quei suoi occhi erano dello stesso colore del cielo. Forse non aveva gli occhi castani, forse ce li aveva trasparenti e fino a quel momento aveva semplicemente simulato il colore dei miei.
– Come significato, forse- ha sussurrato con voce roca. Il suo petto era agitato, respirava a scatti, come se fosse troppo debole, e sotto quella felpa pesante si notava troppo. – Guardalo, Rachele. Guardalo bene. –
– L'ho visto, Dio. –
– Guardalo meglio. –
– E dopo che l'ho guardato cos'ho risolto? Lì non c'è scritta la risposta alle mie domande. Per quanto lo guardi, non è lì che la troverò –
– Non è solo un cielo. Non è solo atmosfera. E' uno specchio, ma è anche molto di più –
– Non è il mare ad essere uno specchio?- Gli ho chiesto confusa. -Che è azzurro di giorno e nero di notte, come il cielo? –
– È uno specchio- ripete. – Riflette noi. –
– Riflette noi? –
– Guardalo- ha insistito. -Sta piangendo tutte le lacrime che tu oggi ti sei ostinata a non versare. –
Poi mi ha voltato le spalle e forse a piangere era lui.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Raika Fallen
Sono nata nel luglio del 2000 e da tutta la vita abito in un paesino sperduto della Valle d'Aosta. Ad insegnarmi a leggere è stata mia madre, quando avevo circa tre anni, sul menu di un ristorante, e da allora ho continuato ad imparare da sola: a leggere parole più lunghe e complicate, a capire le frasi, e successivamente anche a scrivere. All'età di quattordici anni ho scoperto il mondo di wattpad, dove ho iniziato a pubblicare le mie storie sotto lo pseudonimo di Raika Fallen, e dove, pian piano, sono riuscita a farmi apprezzare per ciò che scrivo.
Questa è la mia prima esperienza nel mondo editoriale.
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