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L'inchiostro della notte

L'inchiostro della notte
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Consegna prevista Dicembre 2021
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Una notte. Un viaggio interiore. Un uomo libero prigioniero della propria mente. Quanto si è disposti a scavare per incontrare se stessi? Un percorso denso di immagini e personaggi dai contorni surreali che con il loro esistere compongono la realtà di una vita. La paura e l’amore appaiono come inesistenti proiezioni di ogni vile speranza. Ma è dove l’uomo muore che nasce l’arte. Dove il vero inaridisce, fiorisce l’ispirazione. La scrittura attraversa la notte e dissimula invano la solitudine.
Nei sogni infranti porto ancora una scintilla d’arte nelle tasche, come la foto di una vecchia amante.
Stringo le parole tra le dita. E ho paura. Come ogni volta.
Una paura che presto svanisce, sollevata dalla leggerezza della penna. Morbida si muove. Danza.

Perché ho scritto questo libro?

La ricerca dell’ispirazione per uno scrittore è insieme il migliore e il peggiore viaggio che possa mai intraprendere. Scavare senza protezioni nel profondo di sé, ricercare la verità della propria arte senza che l’emotività o il sentimento personale incidano sulla realtà del concetto espresso ed esporre un pensiero senza doverne essere schiavo sono solo alcuni degli aspetti meravigliosi e devastanti dell’ispirazione. Questo libro esiste perché non poteva essere altrimenti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“…questi l’amanti mossi dal desiro

ch’il cor portaro al fine d’ogne cosa

e per lo stesso fine vi moriro…”

Un giullare

I

Tetra è la nostalgia d’un foglio bianco. Le infinite possibilità ci scaraventano nella paura ultima e intima di non avere scelta.

Non sono mai stato qui. Non importa.

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Quando perdi la direzione mentale diviene insignificante ogni singolo dettaglio del sentiero percorso. E io l’ho persa. Ho perso tutto, e tutto mi ha abbandonato.

Persa è la volontà di appartenere a un circuito sociale che non fa altro che riportare eternamente ognuno di noi al punto di partenza. Smarrita la mente, l’anima seguirà la stessa sorte.

La strada dissestata da radici di pensieri acerbi scorre sotto di me. Come un torrente destinato a vivere. Un rivo sgorgato dalle vene d’un mondo in solitudine.

Forse vagare in assenza di volontà mi condurrà in un luogo dove non dovrò più ascoltare le mie grida. Così mi muovo da tempo. Senza trovare pace, senza cercarla. Solitario muovo la mia carne trascinando i pensieri su terre sconosciute. Su letti sconsacrati. Su fioche emozioni. 

Non sono mai stato qui. E neanche la mia anima. 

È nel buio che apriamo i nostri occhi. Quando la tirannica luce del sole cessa di incatenare il nostro sguardo a terra. 

Il buio è la notte. La notte la mia pelle.

Non conosco questo luogo, eppure mi appartiene. Da quando tutto mi ha abbandonato, ogni cosa mi appartiene.

Molti luoghi sono stati a me sconosciuti prima che il destino mi portasse a danzare con loro. E ora sono impressi a fuoco nel mio essere, come sacri rifugi dove poter ammutolire l’anima.

Strane forme assume il pensiero. Strane forme da decifrare in compagnia dei nostri peggiori nemici, noi stessi. Nulla ci costringe a osservarci come la solitudine. Nulla.

Sembra non avere pace questo cielo. Sembra piovere da secoli. Dovrei forse apprezzare ogni goccia che mi bagna e che a tratti distoglie la mente da questa notte di nostalgia. Ma non posso. Ho abbandonato mete e illusioni da tempo. 

Sono stanco. Tremendamente stanco.

Aspetterò qui la luce del giorno. La strada col suo freddo abbraccio sarà la migliore amante per questa notte.

Una sigaretta si è salvata dall’ira incessante della pioggia. Dio deve avermi trovato. La fiamma dilania la notte, e il fumo, come un amore, mi invade con calore per poi dissolversi nell’aria, come nella memoria un ricordo d’infanzia. 

Avrei voluto molto per me. Un istinto diverso. Una scintilla divina che sfiorandomi lo sguardo mi consacrasse a essere vivente. Avrei voluto eliminare ogni risveglio difficile. E ogni notte troppo lunga da vivere. Avrei voluto un palcoscenico su ogni marciapiede. E un’anima libera dal dubbio del futuro. Avrei voluto a volte apprezzare la certezza del presente. Avrei voluto non specchiarmi in solitudine nell’oceano della vita. Avrei voluto bere meno e ubriacarmi di più. Essere meno e sentirmi di più. Avrei voluto vedere il mondo dagli occhi di chi non vede. Avrei voluto non sapere molte cose ma in fondo ho amato l’istante in cui il dolore me le ha insegnate. Avrei voluto forse non aver bisogno di volere.

“Non cesserà la pioggia.” Una voce di donna mi sbalza fuori dai pensieri. Una voce leggera. Morbida. 

“Non giungerà l’alba. Non qui. Non alla fine di questa notte.”

La osservo. Osservo i suoi occhi. Occhi grandi. Occhi tristi.

Rimango in silenzio. È disordinata. Dai colori sbiaditi. 

Eppure bellissima. 

“Vieni con me.”

La mente mi dice di scegliere la solitudine. Ma il corpo e lo spirito seguono il veloce passo dell’istinto. Vince lei. Vince una sconosciuta. 

Abbandono la strada nella speranza di perdermi, lontano da me stesso.      

II

Perdermi. Non desidero altro. Perdere me stesso nella confusione del silenzio. Solo allora potrò non ascoltare più la mia natura. Solo allora potrò smettere di cercarmi. E finalmente smettere di non trovarmi. 

Fa freddo. La osservo camminare davanti a me. Mi precede in questo buio. Le conosco quelle come lei. Visioni improvvise che azzerano i sensi. Ti prendono. Ti trascinano nell’oscurità. La illuminano. Ti mostrano colori che non saresti in grado neanche di sognare. E poi lievemente scivolano. Lontane. Scivolano fuori dal mondo portando via quella luce che loro stesse hanno reso così indispensabile per te.

Donne difficili da incontrare. Impossibili da evitare. Labirinti perfetti in cui potersi perdere.

La stanza si apre a noi come il sipario di un teatro dall’umida scenografia. 

Pietre scure. Alti muri. Il sordo rumore della pioggia fuori. 

Di fronte a noi un anziano. Capelli bianchi. Radi. Pelle rovinata. Una tela davanti e due occhi così concentrati sulla sua opera da non sollevarsi neanche per osservare un nuovo arrivato come me.

Indugio su di lui un istante appena. Poi lo sguardo si posa su un giovane alla sua sinistra. Completo nero. Sdraiato su un fianco dorme sul pavimento. Incurante dello sporco. Incurante del freddo.

Gli occhi osservano. La mente registra.

Dovrei forse chiedermi dove sono. Dovrei forse aver paura. Dovrei. Se non avessi estratto ogni concetto di dovere dalla mente forse mi abbandonerei alla banale e inutile sensazione del disagio. Forse. Non ne sono sicuro. Quell’io è così lontano. Così sfocato.

Abbandonato il buono, svanisce ogni timore. Ogni essenza. E non diveniamo che corpi. 

Corpi vuoti scaraventati con lucente ironia nel casinò della coscienza. Fragili sfere caotiche e danzanti nel suono dei colpi ricevuti. Questo siamo. Questo non accettiamo di essere come animali insoddisfatti del proprio istinto. Futili scommesse da panno verde mentre un dio vizioso stringe avido tra le mani le nostre anime come luride banconote da gettare nel caos della vita. Della morte. Del rosso e del nero. 

No, nessun dovere. Nessun timore. Nessun disagio. 

Nulla ormai è l’illusione di un ruolo in questo sadico gioco. 

Avverto un’altra presenza. Nell’angolo più lontano qualcosa si muove. Due figure animano la penombra. Riesco appena a delinearne i contorni. Poi gli occhi si abituano. E li vedo.

Due possenti uomini. Seduti. Incrociano i loro sguardi mentre lentamente fanno scorrere le dita sulla pelle dell’altro. In silenzio.

Sono tutti in silenzio.

Sembrano non curarsi affatto della mia presenza. Io non sono totalmente indifferente alla loro. 

“Chi sono?” Una domanda riesce ancora a sorgere tra i miei pensieri. 

“Compagni per la notte. Compagni di loro stessi. Come noi.”

Le sue parole galleggiano, come una sentenza pronunciata in un tribunale deserto.  

Non mi guarda. E dovrei ringraziarla per questo. Non ho voglia di affrontare di nuovo quegli occhi. Non ora. Non ho voglia di immergermi in abissi troppo profondi per poi non saperne più uscire. Non sono mai riuscito a riemergere dalla profondità delle donne in cui mi sono immerso. Conosco le mie infinite debolezze. Potrebbe uccidermi ora, se solo si voltasse. 

Si siede. E anch’io trovo un angolo per me. 

È un luogo scuro inondato di malinconia. Di abbandono.

Uno di quei luoghi su cui un tempo avrei scritto a lungo. Fiumi di lettere sarebbero sgorgate dalla mia penna. Tempo fa. Non più.

Avrei potuto creare io questo luogo. Non potrei più.

Giorni andati. Giorni nella memoria trascorsi a elogiare lunghe notti e corti respiri. La notte. Che creatura la notte. Quando sei fuori sembra tu non abbia casa. Quando sei nella tua stanza sembra non ci sia nulla fuori. Una figura avvolgente che sa regalare realtà e finzione. Che sa donare l’illusione. 

Finché un giorno ti svegli. Un giorno qualunque. E trovi le pareti della tua vita tappezzate con i brandelli degli amori passati. 

La penna cade. I fogli bruciano. La strada scorre. Il tempo si ferma. Di colpo accelera. Inarrestabile. Ed eccomi qui. Perso.

Finalmente le sfumature di colore sono distanti dal mio mondo. Un universo in bianco e nero, di emozioni e sofferenze ormai lontane.

I pensieri cercano di insinuarsi nei meandri della ragione. Ma incontrano l’alto muro della fatica. 

Sono stanco. La mente si svuota. Gli occhi si chiudono.

Voglio riposare. Ma l’umidità comincia a farsi largo sulla pelle. Ho la sensazione che il pavimento sia una lastra di ghiaccio. E la realtà mi abbraccia di nuovo come una madre troppo severa. 

“Difficile dormire ragazzo, vero?”

È il pittore. La sua voce sembra aver attraversato i secoli.

“No. Non semplice”

“Non è il freddo sai? Vorrei poter dare la colpa al freddo. Ma non è così.” Un lieve movimento attraversa le sue labbra. L’accenno di un sorriso. 

“Forse il freddo lo amplifica. Ma è la mente ragazzo. È la maledetta lucidità con cui ti svegli ogni mattina che riesce a farti percepire ogni minima imperfezione, ogni singolo disagio, ogni scomoda piega di questa vita. E la vita è così piena di imperfezioni che spesso la si trascorre ad analizzarla piuttosto che ad assaporarla. Non lo trovi divertente? Azzarderei quasi bizzarro.”

Lo fisso. Lui non guarda me. Continua a dipingere come se non avesse proferito parola. Il pennello in una mano. La bottiglia nell’altra. 

“La lucidità non è mai stata un’amica. Né mia. Né dei miei giorni.” Non ho voglia di parlare. Ma lui sembra non curarsene.

“Conosco la sensazione. Tempi ingenerosi ragazzo. Oggi gli anziani discutono di vecchi pensieri mentre i giovani si vantano di possederli. E noi, nascosti nel buio della memoria, non possiamo far altro che osservare l’inevitabile eutanasia dell’umanità. Impotenti. La vedremo frantumarsi sulla speranza folle e ingenua. La vedremo affondare nell’oceano di fango che con fatica e morbosa determinazione l’umanità stessa da secoli alimenta. Ma non importa. Fortunatamente noi abbiamo le nostre armi.” Di nuovo quel vago sorriso. “Per consumare prima di essere consumati.”

Mi lancia la bottiglia. La afferro.

Cristo, non ho mai mancato una bottiglia in vita mia.

“Grazie.”

“Non ringraziarmi. Ti sto regalando il sonno. Non la veglia.”

“È del sonno che ho bisogno. Non della veglia.”   

Bevo. Ancora. E ancora.

L’incoscienza comincia a farsi strada. L’anima si espande. In assenza di un dio divengo io il mio dio. Lo spirito, sull’onda del ricordo, diviene giuria tra pensieri e fallimenti. Aggiunge notte alla notte. E morte al godimento. 

Abbandono me stesso. Non sono fatto di sola carne. Non sono il semplice riassunto dei miei passi. Sono un figlio, nato su acque troppo dense per dissetarmi. Nato dalle taglienti lame di una realtà imposta. Cresciuto nel suono d’un respiro spezzato. Il mio.

Soltanto il mio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Claudio Di Rienzo
Claudio Di Rienzo nasce a Roma nel 1986. Dopo gli studi scientifici del liceo frequenta la facoltà di lettere e filosofia all’università La Sapienza di Roma. La passione per la scrittura e per i viaggi lo spingono a lasciare l’Italia. A 21 anni parte per il Belgio dove frequenta il corso di “Business e Management” alla Maryland University. Qualche anno dopo si trasferisce a Dublino dove collabora con la testata giornalistica “Italia Stampa”. Nel 2013 durante un viaggio di sei mesi in Sud America, con un ridottissimo budget a disposizione, entra a far parte dell’ufficio stampa del “1° festival internazionale del cinema colombiano” e redige il reportage “Zaino e amaca”, un’analisi dettagliata dell’esperienza “on the road” attraverso la cultura latino-americana. Le esperienze sul campo incidono sul suo stile di scrittura, consolidando la personale visione del mondo e dei rapporti umani.
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