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L'India non esiste

L'India non esiste
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Consegna prevista Agosto 2022
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In un carcere indiano quattro uomini evadono ogni notte e nessuno se ne accorge.
Con l’aiuto di un Guru scavalcano le mura ed entrano in un mondo di storie divertenti, di incipit che loro stessi devono completare. Storie che però, con l’arrivo di Thomas, si fanno sempre più cupe, spaventose, tanto da minacciare quel fragile equilibrio e alimentare dubbi e sospetti. Mentre la fantasia scivola verso il disturbo dissociativo e le guardie carcerarie li osservano in apparente silenzio.
C’è un murales nelle pareti. C’è un Guru misterioso che appare solo grazie a un preciso rituale.
Quanto è ruvido e impolverato il velo dell’illusione?
Chi è la voce narrante?
Thomas lo scoprirà ben presto.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo bisogno di evadere, di respirare aria nuova. Voglia di aprire una scatola di cioccolatini assortiti e assaggiarli tutti: stili diversi, ogni incipit una combinazione di gusti, personaggi e situazioni. Volevo scrivere un elogio della creatività, di quella pulsione che ci spinge a immaginare, e non è un caso che sia stato scritto in India, Nepal, Thailandia, in aeroporti, panchine, spiagge. Tanto che alla fine, lo ammetto, ho fatto un po’ fatica ad abbandonarlo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il locale è molto buio, figure in penombra si muovono a passi lenti, sorridono, ordinano da bere alzando la voce; ci sono poche donne a quest’ora, e nessuna è da sola. Tutti, o quasi, hanno preso qualcosa per rimanere svegli, per ritardare l’inevitabile e rallentare il tempo.

La conversazione tra i due fratelli è finita da un pezzo, o forse non è mai cominciata; le solite cose, niente di cui ricordarsi. Di certo quel tipo di musica sparata a quel volume non aiuta, rimbomba; bassi distorti, parole mozzate e concetti affievoliti.

Thomas conta le bottiglie vuote che ha davanti, lo sguardo è ancora piuttosto sano, i lineamenti corrugati in un’espressione di imbarazzo, di sentimenti frenati, traditi. Accende un’altra sigaretta, si guarda in giro e vede le stesse cose, le stesse persone che gli sembrano felici, spensierate, comprese. Anzi, si corregge, forse non tutti sono felici, a guardarli bene, ma di certo sembrano… Niente, chi se ne frega, pensa.

Il professor Adam Ferri è sobrio e lo sta fissando, sbuffa senza farsi notare. Se solo riuscisse per una volta a scalfire quel muro di riservatezza, a intravedere un ponte capace di condurlo dall’altra parte, là dove si trova quello che un tempo, un bellissimo tempo, era il suo fratellino, ecco, allora trovare la forza per lui sarebbe più facile.  Non è neanche il posto adatto a una cosa del genere, ma non è stato lui a scegliere quel ritrovo di fancazzisti, caldo, umido; quel pub di periferia puzza di guerre perse, di lagne e vittimismi, nelle facce di quella gente che non ha saputo combinare niente di meglio. E si appiccica dappertutto, quel fetore, tanto da farti sbottonare la camicia e allargare il colletto. Continua a toccarsi le tasche, senza farsi notare, per assicurarsi che nessuno gli abbia rubato nulla; sta per dire qualcosa, vuole dire a Thomas qualcosa di bello, o divertente, un ricordo d’infanzia o una stupidaggine, non può finire tutto così, ce l’ha pronta, eccola, ma sente il telefono vibrare; non vuole rispondere, sa già chi è, cosa vuole dirgli, e non ha bisogno di conferme; è tutto pronto. Sospira, adesso vuole alzarsi, ma non lo fa.
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Passano due ragazzini, barcollano e si atteggiano da sbandati, si vanno a chiudere nei bagni e rimangono lì. Fin quando un buttafuori li va a raccogliere per la collottola, uno per mano come gatti randagi. I ragazzini dissimulano imbarazzo, uno perde sangue dal naso, e vengono sbattuti fuori.

“E’ ora di andare. O faremo tardi.” dice Adam alzandosi in piedi. 

“Ma è presto, dottore.” dice Thomas cercando l’orologio.

“Non è presto, devi essere lì almeno tre ore prima. Andiamo.” E si gira.

“Questo posto ti fa proprio schifo, eh?” urla Thomas.

Adam fa un passo indietro, sente gli sguardi addosso e non gli piace per niente. “Sai che non sono abituato a questi ambienti. Su, andiamo.” E si infila la giacca.

“A questi ambienti?” 

Una coppia al banco li sta fissando, e i loro popcorn acquisiscono subito una rinnovata pertinenza; poi un tavolo poco distante si aggiunge alla platea, una donna pallida ordina qualcosa all’orecchio del cameriere.

“Ma come cazzo parli, Adam? Ti ascolti ogni tanto?”

Adam scuote il capo, sente il peso degli sguardi aumentare. Cerca un appiglio qualsiasi, ma non ne trova. 

Thomas lo sta fissando, sembra non voler mollare, anzi. Poi improvvisamente il suo volto si distende. “D’accordo, va bene.” dice, “Fammi salutare Sal, poi andiamo.”

Adam sospira, Dio solo sa se vorrebbe lasciarlo lì, a marcire tra i suoi simili. Ma non può. Guadagna la porta ed esce.

Il pubblico torna ai suoi affari, il rumore aumenta.

“Ehi sfaticato! Stammi bene.” grida Thomas al barista muscoloso, che a fatica riesce a stare dietro al bancone.

Questi spalanca la bocca, si asciuga la fronte con lo stesso strofinaccio per i bicchieri e abbraccia il vecchio amico, sporgendosi il più possibile con sforzo evidente. “Fa’ il bravo, Thommy. Non combinare casini e cerca di tornare a casa tutto d’un pezzo. Queste sono le tre regole d’oro del buon viaggiatore. Ci siamo capiti?” dice in tono ruvido.

“Non ti assicuro niente.” Gli sorride, prima di voltargli le spalle. Fa due passi, poi si rigira di scatto: “Vuoi qualcosa dall’India?”

Sal declina l’offerta con un gesto. “Ho tutto quello che mi serve. E preferisco rivederti sano. Sai cosa voglio dire.”

“Beato te. Alla prossima, allora.” dice allontanandosi, proprio mentre Sal versa da bere a un cliente. Cammina verso la porta di uscita, la vede davanti a sé e si ferma: è nera, grande, pensava fosse più piccola; in effetti, pensandoci, ci sarà passato in mezzo chissà quante volte ma non si è mai accorto di quanto fosse grande; la sfiora coi polpastrelli ed è rivestita di velluto, ed è bello sfiorarla, gli piace la sensazione del velluto, gli arriva al cervello, gli dà i brividi. Poi si volta, guarda il locale, Sal e il banco del bar, la gente, il dj nella consolle, il fumo; ora la gente è composta da singole persone di cui non glie ne frega un cazzo, ed è proprio grazie a questo pensiero che si gira e spinge la porta, con un certo indecifrabile piacere, sorridendo. E’ fuori, e subito la vista di una stella lassù in alto gli ferma il respiro; si sente a casa, in quel frangente che precede l’alba, si sente vivo mentre osserva il cielo, e sa di esistere in un modo diverso; e sente che sta per cambiare pelle, muoversi e viaggiare. E saluta la nuova età.

Il parcheggio dà sulla statale ancora buia, animata da un via vai di camionisti appena svegliati e prostitute dallo sbadiglio facile. Fa freddo ed è l’ora delle magie, delle luci acerbe, delle energie particolari in attivazione, delle giunture del Pranayama.

Thomas sente l’alcol, barcolla per un istante, ma tanto sa che non c’è nessuno a guardarlo, mentre tiene incollato lo sguardo al cielo e l’aria gelida si appoggia sulla sua pelle accaldata; ed ecco che il silenzio e quella gioia si allontanano come ignoti benefattori, tenendosi per mano. Ed è ora di andare.

Adam è già in macchina, il motore spento, lo sguardo basso illuminato dal cellulare; quando si accorge di lui mette in moto, accende i fari, evita di incrociare gli sguardi.

A Thomas sembra di salire su un’astronave, prova quel genere di invidia mista a disgusto per una cosa che sa non potrà mai avere, abbinata a un siffatto spreco di denaro; un pensiero agrodolce che liquida con una malcelata scoreggia.

L’aeroporto non è lontano, secondo il navigatore cinquantasei chilometri appena, durante i quali nessuno dei due sembra capace di dire qualcosa.

La strada scivola tranquilla, come lubrificata sotto le gomme di un SUV nero che conserva ancora quel particolare odore di nuovo, con un  motore anch’esso silenzioso, una sottospecie di estensione umana governata da un algoritmo; ed è ormai difficile stabilire chi sia algoritmo e chi umano consapevole.

L’alba ora pennella i paesaggi urbani donando loro una qualità unica, che  perderà per tutto il resto della giornata. L’arancione traslucido che illumina le case, la campagna e quella chiesa abbandonata andrà presto perduto; presto.

“Ricordati di farti vivo, ogni tanto. Sai che c’è qualcuno a casa che ci tiene.” dice Adam recitando un sorriso. Odia mentire, ma a quel punto non ha  più senso neppure ragionare; è già entrato nel regno della menzogna, e onestamente quello è l’ultimo dei suoi dispiaceri. A guardarlo in faccia però no, proprio non ce la fa.

“Sì mamma, va bene.” dice piano Thomas, la fronte incollata al finestrino; e molla un’altra scoreggia.

Adam stringe il volante con ancora più forza. “Non smetti mai di fare lo scemo, vero?” 

“Tu invece non ti rilassi mai!” si gira Thomas, nei suoi occhi una luce strana. “E come potresti? Sei una persona distinta, un dottore, il direttore della clinica dei miei coglioni!” urla.

Professore semmai. “Vuoi discutere ancora delle solite cose? Eh? E’ questo che vuoi? Vuoi ricominciare?” Ecco che rallenta l’andatura, è pronto a mettere la freccia, accostare e prendere a pugni suo fratello, lì, ora, pestarlo a sangue e lasciarlo nel fosso a marcire. Poi trova la forza di guardarlo, e subito si rende conto: ha gli occhi spenti, adesso, sembra a suo modo sorpreso dalla sua reazione. Mai quanto non lo sia lui. Adam rilassa i muscoli, inala quanta più aria possibile, la trattiene, e la lascia sbuffare tutta d’un colpo dalle narici. “Lasciamo stare.” dice, e accelera. Vorrebbe piangere, ma non lo può fare.

“Sì, hai ragione, non è il caso.” dice Thomas, tornando al suo finestrino. “Io non ti rompo le scatole così come non accetto critiche da te.” dice rievocando un patto. “E siamo felici così.”

“Ci mancherebbe altro, tu che giudichi me. Un vagabondo senza fissa dimora che accusa chi si è sudato un onesto e rispettato lavoro.”

“Sull’onestà dei tuoi colleghi avrei qualche obiezione, se permetti. E poi chi ti ha detto che essere liberi di fare altre cose non sia degno di rispetto? Chi l’ha deciso? E a te cosa te ne frega?”

“Me ne frega perché sei mio fratello, e vederti sprecare il tuo tempo quando avresti le capacità di realizzare qualcosa di meglio, se permetti, mi fa incazzare.”

“Qualcosa tipo?”

“Eh? Cosa?” Adam stringe ancora più forte il volante, ha le mani sudate.

“Cosa dovrei fare, secondo te? Dimmelo. Illuminami. Magari finire l’università? Poi fare un master?”

“Perché no? Eri sulla buona strada.”

“Per finire come te, a vivere per lavorare, per pagare mutui, per arricchire gli altri e farti spremere dallo Stato? A non avere più tempo per te stesso, per le piccole cose, che ne so, tempo per cercare risposte, per goderti la vita, cercare un senso più ampio e profondo di una cazzo di macchina nuova, di finire per parlare sempre delle stesse cose con gente che ti illudi siano amici ma che ti valutano solo in base a uno status, al reddito, a idee preconcette che ti hanno messo in testa in età scolare e dalle quali non riesci più a liberarti? E’ questa la vita che mi proponi? Eh, è questa?”

“Adesso calmati.” 

“No che non mi calmo. No!” E batte un pugno sul cruscotto. “Perché non hai ragione! Non puoi pretendere di dire agli altri cosa devono o non devono fare. Non sono uno dei tuoi pazienti del cazzo, caro il mio dottore, non puoi mettermi la camicia di forza, il mondo non gira intorno a te, capisci? Io non sono come te!”

Adam deglutisce, rallenta ancora. Forse è il caso di accostare, tanto c’è tempo. E’ tutto programmato e c’è tempo, si dice. Deve farlo calmare, o tutto finirà nel peggiore dei modi, qualora esista un modo peggiore di quello. Sta per mettere la freccia, ma vede che lui è fermo, si morde un labbro. E non riusce a decidere. 

C’è una piazzola di sosta a pochi chilometri, così dice un cartello che hanno appena passato.

“Vuoi che mi fermi? Vuoi prendere un po’ d’aria?” 

Si sente il rumore del finestrino scendere, entra aria fredda che scapiglia la chioma riccia di un Thomas ora silenzioso. 

Non deve finire così, pensa Adam sospirando. Sapeva che quella farsa sarebbe stata dura da gestire, ma non avrebbe mai pensato a una cosa del genere. Eppure l’idea è stata sua: accompagnare suo fratello in aeroporto. Forse è lui ad aver bisogno di scendere dalla macchina e calmarsi; è sul punto di esplodere, lo sente. Ma deve andare avanti.

“E pensare che…” 

“Cosa?”

“No. Niente. Lasciamo stare.”

La macchina corre spedita, senza per questo lasciarsi alle spalle un disagio dal sapore selvatico; come un’erba medica, una pozione lenitiva, uno psicofarmaco debilitante.

Thomas si lascia schiaffeggiare dall’aria del finestrino, e dice: “Pensala come vuoi, non ne usciremo mai. Io sono contento così.”

“E’ tutto qui?”

“Speri di farmi cambiare idea? Mi hai proposto un passaggio, non una lezione di vita.” dice prima di affacciarsi fuori dal finestrino, e respirare qualcosa di assai più rinfrescante della semplice aria. Poi comincia a urlare: “Ma io me ne frego! E sai perché? Perché oggi sono felice! Felice! Sto partendo, me ne vado! Io oggi parto, vi saluto tutti e me ne vado! Sì!” 

“Dai metti la testa dentro, può essere pericoloso.”

“Non ti sento. E non ti voglio sentire. Non riuscirai a rovinarmi la giornata, perché sono di buon umore, sai? Sono felice, oggi! Finalmente!”

C’è chi spia la vita dal buco di una serratura, dominato dalle paure, e chi sfonda le porte, corre e salta, si ferma un istante davanti all’ennesimo ostacolo, lo studia, assapora il momento, poi lo butta giù, e comincia da capo, in eterno, zampettando tra una vita e un’altra. E questo è Thomas, in partenza per un altro viaggio; o forse solo quello che lui crede.

Adam non dice più nulla, non ne ha le forze. E sentirlo parlare di felicità, proprio quel giorno, vederlo così felice ed eccitato lo fa sentire un miserabile, pur sapendo di non esserlo. Sta sudando, sta piangendo, sta per fare un gesto che lo segnerà per sempre. Si asciuga le lacrime in fretta e accelera, poi ancora, superando il limite di velocità.

Thomas rimette la testa a posto. “Quanto manca?” 

Dal camino di una casa esce del fumo.

“Ormai ci siamo.” 

“Strano, non ci sono aerei.”

Adam prende tempo, poi dice: “Come no? Eccone uno lì, che decolla.” e indica il parabrezza.

“Dove? Tu lo vedi?” 

“No niente, adesso si è messo dietro le nuvole. Comunque c’era.”

Alle 7:21 la macchina trova parcheggio senza problemi. Il motore si spegne, i due fratelli slacciano le cinture ma nessuno sembra voler uscire per primo. Là fuori c’è qualcosa, lo sanno: qualcosa di diverso dal loro rapporto, e non importa che sia così burrascoso, è pur sempre un rapporto, il loro; e là fuori sarà diverso e finirà. Uno guarda il parabrezza e l’altro il finestrino, nel cruscotto lampeggiano delle spie. Entrambi vorrebbero dire qualcosa, Thomas si inumidisce le labbra e sospira, Adam deglutisce e stringe i pugni. Eppure c’era un tempo in cui tutto era più facile, in cui un gesto e uno sguardo costavano poco, i diverbi si esaurivano al tramonto, e le macchie non erano indelebili, non erano imperfezioni da cui guarire.

Adam sposta lo sguardo nello specchietto retrovisore, e vede una vettura parcheggiare in lontananza; gli sembra di conoscerla. Sta per dire qualcosa, quando Thomas apre la portiera.

2021-11-16

Evento

Museo della Marineria Cesenatico Appuntamento nella splendida cornice del Museo della Marineria di Cesenatico per la presentazione del romanzo “L’India non esiste”.

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Fabio Casto
Hai presente quando a scuola i professori ti dicono che sei bravo a scrivere? Ecco, vorrei che non l'avessero mai fatto. Davvero avrei preferito una pacca sulla spalla, o un cenno silenzioso. Così facendo invece hanno soltanto incoraggiato una dipendenza latente che con gli anni mi ha portato a produrre romanzi, alcuni pubblicati, e a vivere la scrittura come fosse uno scopo e non un mezzo.
Per fortuna vivo a Cesenatico e sono un gelatiere artigiano, e nella mia piccola bottega posso ricercare ingredienti, provare combinazioni, calcolare bilanciature, produrre e assaggiare. Un po' come faccio con le parole.
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