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L’innocenza non esiste

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Sono troppi anni ormai che la dottoressa Page lavora come perito psichiatrico per il tribunale di Zenith, eppure è ancora in grado di sorprendersi quando le capita tra le mani il sottile fascicolo di Clara Innocence: all’apparenza una giovane donna come tante, una che però ha deciso di deragliare dai binari della quotidianità macchiandosi di un terribile ed efferato omicidio.
Sin da prima di fare la sua conoscenza in una stanza del complesso penitenziario, la dottoressa sa che il dialogo che avrà con la prigioniera sarà cruciale per scrivere il destino della ragazza: la reclusione in carcere, oppure nel manicomio giudiziario.
Quello che Clara ha da raccontarle, però, supera di gran lunga ogni sua immaginazione e getta ombre inquietanti su Emerald Falls, la cittadina da cui Clara proviene e nella quale in passato ha perduto per sempre l’innocenza. E, forse, anche la propria sanità mentale.

Perché ho scritto questo libro?

Esistono, che io sappia, due differenti teorie: la prima dice che le storie nascono dal nulla, per puro estro di chi le racconta; la seconda, al contrario, afferma che sono quelle stesse storie a chiamare a sé il narratore, lottando per essere portate alla luce. Io sono un convinto sostenitore di quest’ultima tesi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ogni città ha la propria anima, più o meno luminosa che sia, che ne pervade ogni viale, ogni cortile, ogni campanile di ogni chiesa. Può gettare ombre o rischiarare le tenebre nelle vite di chi la abita, ma in definitiva è la gente stessa a forgiarla, nel bene o nel male, a renderla quello che è. Ogni città ha la propria anima, ma quella di Emerald Falls era nera come la morte.”

0.

Inverno, complesso penitenziario di Zenith

Fuori aveva smesso di nevicare, e le rade gocce di pioggia che avevano preso il posto della neve picchiettavano ora contro quelle finestre che non si aprivano mai, e che servivano soltanto a far filtrare un fascio di luce opaca dentro le stanze grigie e tristi del complesso. Il suono della pioggia contro i vetri rinforzati pareva simile a quello di dita sottili che attirassero l’attenzione battendo con le unghie lunghe sulle finestre, come a voler dire a coloro che erano lì ingabbiati: «Ehi, tu sei chiuso lì dentro mentre io sono qua fuori a spassarmela, come la vedi?». Non era un caso che tanti prigionieri odiassero la pioggia.

Continua a leggere

In una di quelle stanze, nell’ala riservata agli addetti ai lavori, una donna sfogliava pensierosa un fascicolo, un dito premuto contro le labbra e la fronte corrugata. Non che ci fosse poi molto da leggere, i precedenti penali della ragazza erano trascurabili e non dissimili da quelli di tanti – forse troppi – altri giovani suoi coetanei, ma erano bastate quelle poche pagine a risvegliare il suo interesse, vuoi dal punto di vista professionale, vuoi da quello più genuinamente umano. Con una mano sfogliò le pagine a ritroso fino a ritornare alla prima, dove una foto era stata pinzata nell’angolo in alto a sinistra del fascicolo. Chi avrebbe detto, solo guardando quella fotografia, che una ragazza come lei sarebbe stata capace di compiere un gesto simile? Ma, se al mondo era mai stato coniato un proverbio che avesse un reale fondamento di verità, si trattava proprio di quello: le apparenze ingannano, cara mia, o perlomeno si può dire che abbiano la sgradevole tendenza a farlo. Non che la ragazza in questione sembrasse uno stinco di santo, non con tutti quei piercing e quei tatuaggi a macchiare la sua pelle pallida e altrimenti pulita, ma avere l’aspetto di una ribelle era ben diverso dal rivelarsi una feroce assassina psicotica.

«Ha finito con quei documenti, dottoressa?»

La guardia in attesa dietro di lei le aveva consegnato il fascicolo appena una decina di minuti prima, ma la sostanza di quelle poche pagine scritte a macchina non era difficile da decifrare: una vita dura, segnata da un’infanzia non idilliaca ed una conseguente crescita in costante declino. Ne aveva viste tante di ragazze come lei – una volta avrebbe detto troppe, ma sapeva che quella era solamente la punta dell’iceberg e, pur consapevole dei lunghi anni che l’attendevano e durante i quali si sarebbe ritrovata a scavare nel marcio dell’essere umano, sperava di riuscire ogni volta a riemergere in superficie con le mani e l’animo candidi che poteva vantare quando erano cominciati gli studi accademici, ed il duro mondo del lavoro era ancora lontano dal prendere possesso della sua vita.

«Dottoressa?»

«Sì, sì, ho finito.»

Porse il fascicolo alla guardia e si alzò in piedi, pronta ad incontrare la ragazza che, fino a quel momento, aveva avuto modo di conoscere solo attraverso i servizi al telegiornale e quei pochi fogli di carta sgranata. Pensò ai suoi figli, e pregò Dio che il destino deviasse le loro vite lontano da tutta quella violenza, tutto quel dolore senza significato. La ragazza che stava dietro a quella porta di metallo poteva essere sua figlia da grande, poteva essere sua nipote, poteva essere la futura fidanzata del suo bambino. Chi poteva dire che cosa il futuro avrebbe riservato ad ognuno di loro, lei compresa? Si potevano fare dei piani, stabilire delle priorità, ma nessuno poteva davvero prevedere che tipo di persona sarebbe diventato con il trascorrere degli anni, a maggior ragione quando veniva a mancare un riferimento saldo e fondamentale come quello della famiglia. Eppure, nonostante queste premesse, lei avrebbe dovuto dare prova di una assoluta imparzialità nel momento di valutare lo stato psicologico della giovane, ed era decisa a farlo. Era pagata per questo, non per fare della filosofia o entrare in empatia con i criminali, quali che fossero le motivazioni che li avevano spinti a togliere la vita ad un altro essere umano.

La dottoressa Eleanor Page varcò la soglia ed entrò nella stanza dove Clara Innocence sedeva ammanettata, prese posto e cominciò a parlare.

LE COLPE DEI PADRI

(o Infanzia)

1.

«Ciao, Clara.»

«…»

«Vedo che non sei molto loquace, stasera. Lo immaginavo. Mi avevano avvertita che sei una donna di poche parole. Suppongo che anche questa stanza vuota non contribuisca ad ispirarti fiducia, non è vero?»

«…»

«No, infatti. Bene, beh, credo che tu sappia perché sono qui, o almeno potrai intuirlo. Spero che la nostra conversazione possa iniziare presto, perché dovrei tornare a casa a preparare la cena per i miei figli, prima o poi. E certo, anche per mio marito. Ah, se dovessi piazzare una scommessa su chi riuscirebbe a cavarsela meglio in mia assenza, punterei tutto su quelle due pesti piuttosto che su di lui, ci puoi contare. Gli uomini, ahimè, non sono proprio in grado di badare a loro stessi, a maggior ragione dopo che si sono sposati e si sono abituati a trovare sempre tutto pronto e servito ad un loro schiocco di dita. Ma forse è colpa nostra, che li viziamo troppo. Anche il tuo uomo si comportava così, Clara? Sempre che ne avessi uno, intendo.»

«…»

«Di questo passo non andremo molto lontano, tesoro.»

«…»

«Lo sai che hai dei begli occhi, comunque? Occhi vivaci, che sembrano sprizzare vita. È davvero un peccato che ti presenti così trasandata. Scusami tanto se te lo dico, ma puzzi anche un po’. Potresti essere una gran bella donna, e invece guarda in che stato ti sei ridotta. Non provi un poco di rispetto per te stessa, Clara? Quand’è che hai cominciato a…»

«Che cosa stai cercando di fare, si può sapere? Credi che basti un semplice complimento per farmi arrossire come una scolaretta alla prima cotta, invitandomi a parlarti sebbene non me ne freghi un bel niente di te? O stai semplicemente cercando di fare colpo, dimmi?»

«Siamo già passate alle maniere forti, eh? Non mi risulta che tu sia omosessuale. Io, comunque, non lo sono mai stata.»

«Infatti non lo sono, ma questo che cazzo c’entra?!»

«Sei stata tu a tirar fuori l’argomento, tesoro. Ok, non sei lesbica, ma hai mai provato ad andare a letto con una donna? Ti è piaciuto o l’hai trovato rivoltante, contro natura? Secondo me tu non sei il tipo di persona che si lascia impressionare dalle apparenze, non è forse così?»

«Ma ti vuoi fare i cazzi tuoi? E comunque tu chi saresti? Sono stati tanto negligenti da far entrare una svitata qui dentro senza una scorta armata?»

«Non sono io ad essere stata incriminata per omicidio, tesoro.»

«Senti, vuoi farmi almeno un favore? Smettila – ti prego smettila! – di chiamarmi tesoro. Stai facendo peggiorare il mio mal di testa.»

«Posso provarci, ma non ti prometto niente. È un’abitudine difficile da abbandonare, sai. Anche tu avrai vizi che non hai mai avuto la forza di correggere; anzi, lo so per certo. La droga, per esempio.»

«Aspetta un attimo, fammi capire: pretendi di entrare qui dentro, senza avermi mai vista prima, e parlarmi come se ci conoscessimo da una vita? La droga non è mai stata un vizio, per me. Un passatempo saltuario, al massimo.»

«Un passatempo? Interessante modo di definirlo, senz’altro. L’alcool, allora. Quello stenterei a definirlo saltuario.»

«Definiscilo come vuoi, a me non importa. Non mi frega niente di parlare con te.»

«È a causa di questo tuo atteggiamento aggressivo e violento che ti trovi qui dentro, Clara, non puoi non esserne consapevole. Io sono certa che ti rendi conto degli errori che hai commesso nella tua vita, e sono altrettanto certa che puoi comprendere senza il mio aiuto quanto sia importante che tu parli con me, adesso, senza dare in escandescenze e senza insultarmi.»

«L’hai detto tu, ci sono vizi duri da correggere.»

«Ok, allora perlomeno cerca di contenerti. Insultami, se proprio non puoi farne a meno, ma fallo con moderazione.»

«Ancora non mi hai detto chi sei, ad ogni modo. È scortese, visto che tu sai benissimo come mi chiamo io.»

«Su questo non posso che darti ragione. Mi presento: sono la dottoressa Eleanor Page, al servizio del tribunale di Zenith da… Beh, oserei dire da troppi anni, ormai.»

«Uh, una laureata! È una novità, a confronto con quei bestioni senza tatto che mi hanno sbattuta qui dentro senza tanti riguardi. Quindi dovrei cominciare a chiamarla con il suo titolo onorifico, Dottoressa?»

«Non lo definirei “onorifico”, ma poco mi importa di quale titolo usi, fintanto che decidi di scambiare quattro chiacchiere con me.»

«Ma quindi tu cosa saresti? Non sei una poliziotta. Non mi sembri neanche un avvocato, anche perché il mio me l’hanno già assegnato. Sei una psicologa? Di quelle che ti fanno sdraiare sul divano e si siedono dietro alle persone a prendere appunti, mentre la gente racconta della vergogna che prova quando non gli si rizza più il brufolo che ha tra le gambe, o quando non è in grado di affrontare le insormontabili difficoltà della vita? Sei una di quelle che danno sempre tutta la colpa ad un rapporto conflittuale con il padre, alla separazione dei genitori e compagnia bella?»

«Vedo che hai le idee molto chiare sugli psicologi. Comunque sia no, non sono propriamente una psicologa, quanto piuttosto un perito psichiatrico. E no, non siamo soliti dare tutta la colpa al padre assente o ai problemi coniugali dei genitori, anche se molto di frequente questo non aiuta il normale sviluppo psicologico ed emotivo di un bambino.»

«Urca, addirittura un perito! Cos’ho fatto di tanto importante da far scomodare un perito, signora Page?»

«Beh, hai ammazzato un uomo, Clara. Questa di solito è una ragione sufficiente.»

«…»

«Hai mai praticato il pugilato, Clara?»

«È un altro dei suoi vizi questo, Dottoressa? Saltare di palo in frasca?»

«No, questo no, però vedo che sei particolarmente abile a colpire non appena scorgi uno spiraglio nelle difese del tuo avversario – o perlomeno di quello che reputi tale – ma quando ti senti aggredita sai bene come rinchiuderti in te stessa. È una capacità che in una situazione differente potrei anche ammirare, ma adesso temo che, in questo modo, tu possa allontanarti da me.»

«Io non vado da nessuna parte, Dottoressa. Se non l’avesse notato, sono ammanettata ad una sedia inchiodata per terra.»

«Sei simpatica, Clara, dico davvero. Ovviamente mi riferivo ad un allontanamento emotivo.»

«Questo ha più senso. D’altronde, tu che sei laureata te ne intenderai di queste cose. Perché sorridi, adesso?»

«Mi fa sorridere il fatto che tu sia molto indecisa sul peso e l’importanza che devi conferire al mio ruolo, tutto qui. Fai la dura, ma si vede che sei combattuta.»

«Secondo me, questa storia te la sei presa un po’ troppo a cuore, dai retta a me. Facciamo che da qui in avanti mi rivolgerò a te come se fossimo due conoscenti sedute al bancone di una bar, così ci risparmiamo altre divagazioni filosofiche inutili.»

«A me sta bene.»

«Figurati a me.»

«Poco fa hai detto qualcosa che ha stimolato il mio interesse. Hai detto che gli psicologi tirano sempre in ballo il rapporto conflittuale con i genitori, in particolar modo con il padre. Perché hai detto una cosa del genere?»

«Beh, ma perché è la verità. Non fate sempre così? È il vostro jolly, l’asso nella manica che vi giocate quando non sapete che pesci pigliare.»

«Ti ricordo che io non sono una psicologa.»

«Cambia poi tanto? Non sarete poi così diversi, psichiatri e psicologi, no? O ci sono antiche faide di cui non sono a conoscenza?»

«La differenza c’è, e non è nemmeno così sottile, ma non è questo il momento di parlarne…»

«Certo, certo, qui si parla esclusivamente di quello che vuoi tu.»

«… mi interessa di più la tua affermazione di poco fa, invece. Non credo che tu ti sia rifatta esclusivamente ad un luogo comune sulla psicologia.»

«Ho scoperto un altro tuo vizio, e con questo siamo già a tre. Di questo passo ne scoverò tanti da farti vergognare di essere venuta a parlare con me. Dai uno smisurato peso a parole che, di importanza, non ne hanno alcuna.»

«Che rapporto avevi con tuo padre, Clara?»

«Oh, una meraviglia. La mia era una famiglia modello, se proprio vuoi saperlo, senza un solo problema a scombinare la nostra vita perfetta. Avevo tutto quello che potessi desiderare, una famiglia felice ed unita, bei voti a scuola, amici che si contendevano la mia simpatia. Perfetta, ripeto, assolutamente perfetta.»

«Clara, davvero pensi che prima di venire qui dentro io non abbia letto il tuo fascicolo? Hai così poca stima di me? Io so tutto di te, o almeno tutto quello che mi occorre conoscere al momento, pertanto so anche della tua famiglia. So cosa hai passato quando eri una bambina.»

«…»

«Clara?»

«…»

«Clara, stavamo andando piuttosto bene, non ricominciamo tutto quanto daccapo. Non avere paura di mettere a nudo il tuo passato…»

«Ma vaffanculo.»

«Ci andrò quando avremo finito questa conversazione, ti do la mia parola. Se vorrai ti manderò anche una cartolina, che te ne pare?»

«Cartoline… Fai tanto la spiritosa, ma non sei tu a trovarti ammanettata da questa parte del tavolo. Lo sai che effetto fa? Sapere che da un momento all’altro verrai sbattuta in una prigione grigia e umida e che non rivedrai mai più la luce del sole, se non durante l’ora d’aria? No, io non credo.»

«In effetti no, Clara, non ho idea di quello che si provi, posso soltanto immaginarlo. Ma sai per quale motivo non lo so? Perché io non ho mai ammazzato nessuno. È così che ci si comporta in una società civilizzata: la gente non la si ammazza, ma si dialoga, si interagisce, si comunica. Se esiste un torto al quale si deve rimediare, abbiamo un corpo di polizia ed un tribunale adibiti a questo compito: far rispettare la legge.»

«Pfui, sai bene quanto me che la legge fa schifo.»

«No, la legge non fa schifo. Può essere migliorato in molti casi il modo in cui viene applicata, questo te lo concedo. Ti sei mai soffermata a chiederti dove andremmo a finire, se non ci fossero più regole da rispettare? Sarebbe il caos. Sono le persone che manipolano la legge a proprio vantaggio che mi fanno venire il vomito, i potenti ed i corrotti, ma temo che anche questo argomento esuli dalla nostra conversazione di stasera.»

«Ancora non credo di aver capito di cosa tu sia venuta a parlare, allora.»

«Di shopping e degli outfit delle star di Hollywood, ovviamente.»

«…?»

«Stavo scherzando.»

«Beh, io non sto ridendo.»

«Non era una gran battuta, comunque. Va bene, torniamo a parlare di cose serie. Non hai proprio idea di quale sia la funzione di un perito psichiatrico?»

«Giusto qualche reminescenza per la quale dobbiamo ringraziare i film polizieschi e le serie tv. Illuminami.»

«Molto bene. Un perito psichiatrico viene chiamato dal tribunale in qualità di consulente nell’eventualità in cui dovessero sorgere dei dubbi sulla presenza o meno di una psicopatologia dell’imputato. L’imputato in questione, chiaramente, sei tu. È una spiegazione molto sommaria, ma per il momento dovrebbe essere sufficiente.»

«In parole povere mi stai dicendo che devi capire se sono una squilibrata o meno. È esatto? È così?»

«Più o meno, sì.»

«Tutta questa fatica, tutto questo interesse, soltanto perché ho ucciso un uomo? Ce ne saranno a migliaia di casi come il mio, ogni volta fate il test della personalità ai detenuti?»

«Clara, mi spiace ricordartelo, ma tu ti sei spinta oltre l’omicidio. Già il fatto di aver tolto una vita è un valido motivo per dubitare della sanità mentale di una persona, ma quello che hai compiuto tu ha fatto sorgere dei sospetti riguardanti la tua stabilità mentale, e non poteva essere altrimenti. A questo punto si tratta di stabilire se il posto giusto per te sia la prigione o il manicomio giudiziario. E, credimi, non è affatto la stessa cosa. Quindi, dal momento che sarò io a fornire il tuo profilo al giudice al termine di questa nostra intensa chiacchierata, ti sarei molto grata se tu decidessi di collaborare senza più fare storie. Lo dico per te, Clara. Sei troppo giovane per marcire in una cella per il resto dei tuoi giorni, ma quello che potrebbe capitarti va al di là di una semplice reclusione tra quattro mura e sbarre d’acciaio.»

«Ok, ok, ho afferrato il concetto. Stai cercando di farmela fare addosso di modo che poi risponda a tutte le tue domande senza fiatare.»

«Non era questo che intendevo…»

«Non c’è problema, davvero. Cercherò di darti le risposte che cerchi, se non altro così potrò andarmene da questa stanza di merda. È talmente anonima, talmente fredda, che mi fa quasi paura.»

«Non mi sembri una donna che si spaventa facilmente. Sembri una piuttosto dura.»

«Probabilmente è l’effetto dei tatuaggi e dei piercing. Questo qui che ho sulla spalla è stato il mio primo tatuaggio, me lo sono fatto tatuare per il mio diciottesimo compleanno. A vederlo adesso non è un granché, il tipo che l’ha fatto non era di certo un artista, ma era quanto di meglio potessi permettermi al tempo. Tutti abbiamo paura di qualcosa, cara Eleanor, ma visto il campo di cui ti occupi immagino che tu lo sappia meglio di me. Forse posso sembrarti una dura adesso, ma di certo non sono nata con una corazza al posto della pelle. Sono stata tremendamente vulnerabile per gran parte della mia vita e, se devo essere sincera, adesso mi sembra di esserlo diventata ancora di più, nonostante le apparenze. Si dice che l’abito non fa il monaco, giusto? Credo che sia vero, in fin dei conti, anche se non è sempre così. Spesso gli stronzi li riconosci già dall’aspetto esteriore, e conoscendoli meglio non ti fanno cambiare opinione sul loro conto.»

«Quindi tu di cosa hai paura, Clara?»

«Mah, di tante cose. Da piccola avevo paura del buio, come tutti i bambini d’altro canto, ma quella mi è passata in fretta. Avevo anche paura di stare da sola in luoghi affollati, avevo il terrore dei ragni, e… Oh, questa ti piacerà: avevo una paura matta che i piccioni mi cagassero in bocca, ogni volta che alzavo lo sguardo a fissare il cielo. Questa, incredibile a dirsi, mi è rimasta ancora oggi.»

«Restare da sola in luoghi affollati? È quasi un controsenso, non ti pare?»

«Tutta la vita è un controsenso, Eleanor. Comunque questo è facile da spiegare: essere in mezzo ad un gruppo di persone non significa farne parte e, a volte, quanto più numerosa è la folla e tanto più difficile risulta sentirsi integrati. Non so se mi puoi capire.»

«Ti capisco benissimo, e condivido il tuo punto di vista. Tuttavia, è un pensiero molto triste. Ti fa apparire come una ragazza solitaria, isolata dal resto del mondo.»

«È quello che sono sempre stata.»

«Hai anche paura della prigione? Di essere rinchiusa in gabbia per sempre?»

«… Non lo so, non credo di aver avuto modo di rifletterci a fondo, ancora. Soltanto adesso sto prendendo davvero atto di quello che sta succedendo, ma quello che provo è del tutto diverso da come me lo sarei immaginato. Sai, dopo quello che ho fatto pensavo che mi sarei sentita più leggera, libera di un peso che mi gravava sulle spalle da tempo, ma non è stato così. Per niente. Tutto quel sangue sulle mie mani mi ha fatto provare disgusto per me stessa, per quello che sono diventata… è come se avesse fatto riaffiorare ricordi che tenevo nascosti in una angolo buio della mia memoria, desiderosa di liberarmene. Ed ora guarda che cosa ho fatto, è stato come se avessi scoperchiato il vaso di Pandora. Ho proprio combinato un gran casino.»

«Quindi ti penti di quello che hai fatto? Se potessi tornare indietro, se potessi cambiare le cose, lasceresti vivere quell’uomo?»

«… No. Mi dispiace, so che non è la risposta che avresti voluto sentirti dire, ma questa è anche la mia risposta più sincera. Per quanto mi riguarda meritava di morire, e lo meritava da tanto tempo. Anche se per questo io dovrò scontare la pena fino al resto dei miei giorni, la mia posizione non cambia di una virgola. Forse avrei potuto mantenere un maggiore autocontrollo, se fossi stata attenta è anche possibile che non sarei mai stata beccata, ma adesso è tardi per simili recriminazioni.»

«Però non hai risposto alla mia domanda precedente: hai paura del carcere? La sentenza dell’ergastolo fa tremare le ginocchia anche a uomini ben più grossi di te.»

«Forse no. Ho paura di avere troppo tempo per pensare, questo sì.»

«La sai una cosa? Mi ha molto colpita quello che hai detto al tuo avvocato durante il processo, quando ti sei dichiarata colpevole. Te la senti di ripetermi la frase che hai pronunciato in quel momento?»

«Perché? Avrai già una stampata di tutto quello che è uscito dalla mia bocca in quell’aula.»

«Rendimi felice, Clara.»

«E va bene, va bene. Sai, nel momento in cui ho ammesso la mia colpevolezza lui si è voltato verso di me, con un’espressione da pesce lesso che mi ha fatto venire voglia di tirargli un manrovescio sul grugno, dico davvero. Era un avvocato d’ufficio, io chiaramente non me ne potevo permettere uno mio, e comunque non ne avevo bisogno. Ero colpevole, sono colpevole, il processo in sé è stato soltanto una pura formalità. Così, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata, attraverso cui potevo ancora vedere tra i denti i rimasugli del panino che aveva mangiato a pranzo, mi ha chiesto se fossi diventata matta. Ero troppo stanca, troppo spossata per mandarlo a fanculo come avrei fatto in qualsiasi altra occasione. Invece gli ho detto, testuali parole, che l’innocenza non esiste, che io sono una… Beh, tanto vale dirlo, che io sono una puttana infelice, che lui è un avvocato di merda, e che dobbiamo entrambi prenderne atto e metterci il cuore in pace.»

«È un’affermazione forte. Anche profonda direi, nonostante la volgarità. E, perché no, un tantino surreale se consideriamo il tuo nome.»

«Ah! Clara Innocence. L’ironia della vita a volte fa veramente scompisciare dalle risate, non è vero? Ho pensato più volte di farmi cambiare il cognome, ma la pigrizia ha sempre avuto il sopravvento. L’infinita trafila burocratica non ha mai fatto per me.»

«Credi davvero in quello che hai detto?»

«Al fatto di farmi cambiare il cognome?»

«No, a ciò che hai detto al tuo avvocato.»

«Sì che ci credo. Oddio, forse ho esagerato a dargli addosso a quella maniera, non lo conosco abbastanza da poter giudicare il suo lavoro. Però sì, le altre cose che ho detto le penso davvero. Non ricordo nemmeno più l’ultima volta che ho avuto stima di me stessa, ma ciò che ho detto mi si addice alla perfezione: sono infelice, su questo non ci piove, e ho trasformato il sesso in un feticcio, uno sporco hobby che mi tenesse ancorata al presente, che mi facesse provare qualcosa di più della tristezza e dell’odio per me stessa e per gli altri. E pensare che non ho più avuto un orgasmo da sei anni, almeno. Non si può vivere alimentati soltanto dalla rabbia, ma io non potevo farne a meno, a parte i periodi in cui ero talmente depressa da non poter provare neanche quella.»

«Quindi la rabbia è stata anche il motore che ti ha portata a compiere quel gesto?»

«Sì, direi di sì. Non è stato solo quello, ma se non fossi stata arrabbiata non credo che sarei mai riuscita a fare una cosa del genere, nonostante tutto. Immagino che di solito si uccida per rabbia, se non per follia. Ma io non sono pazza, dottoressa Page. C’è molto più di quanto appaia dietro alla mia storia, e non lo dico soltanto per trovare una giustificazione al mio crimine.»

«Non lo credo nemmeno io, tuttavia sono molto curiosa di conoscere la tua versione dei fatti. Raramente ho avuto a che fare con criminali dalla personalità complessa come la tua, quindi mi perdonerai se abuserò un po’ del tuo tempo. In fin dei conti, la serata è ancora lunga.»

«Non hai accennato al fatto di dover andare a preparare da mangiare per i tuoi figli? E per tuo marito.»

«Oh, al diavolo, troverà il modo di mettere qualcosa nel forno o in padella, ha l’età per sapersi arrangiare da solo, ormai.»

«Stai parlando di tuo figlio?»

«No, di mio marito.»

«Deve essere un tipo in gamba, se riesce a convivere con una psichiatra sotto il suo stesso tetto. Prepararsi la cena, al confronto, deve essere un gioco da ragazzi.»

«Vedo che ancora non hai sotterrato del tutto l’ascia di guerra. Mi sta bene, fintanto che questo ti dà la spinta per proseguire con il tuo racconto.»

«Io non ti sto raccontando un bel niente, sto solo rispondendo alle tue domande. Se vuoi psicanalizzarmi, o come diamine si dice, dovrai farmi avere qualcosa in cambio.»

«Stai cercando di contrattare?»

«Sei stata tu a dire che la mia storia ti incuriosisce. Tanto vale approfittarne, no?»

«Non posso darti torto, sei una ragazza sveglia. Che cosa vorresti in cambio di una storia? Ti avverto in anticipo che non posso farti avere tutto quello che vuoi. Anzi, a dire il vero, la mia autorità qui dentro è piuttosto limitata. Dovrò pregare non poco perché ti concedano qualcosa.»

«Non ti preoccupare, non sarò troppo esigente. Per adesso. Qualcosa in cambio di una storia, hai detto? Molto bene, allora vorrei cominciare con una Coca Cola, se possibile. Con ghiaccio.»

«Vedo che cosa posso fare. Guardia!»

2.

Estate di vent’anni prima, Emerald Falls

Bene e Male. Luce e buio. Le due metà perfette di una realtà imperfetta. Stelle che collidono e, nella notte, abbagliano.

۞

Nell’aria aleggiavano ancora gli odori della grigliata della domenica, misti al profumo inconfondibile dell’estate che, lentamente, si avviava verso la sua fine, e così verso l’inizio dell’autunno. Sembrava una giornata perfetta, di quelle che si potevano trovare impresse sulle cartoline nelle edicole e nei negozi di souvenir di pittoresche cittadine europee: nessuna nuvola ad oscurare i raggi caldi del sole, soltanto un cielo terso ed azzurro come l’acqua cristallina del lago Roanocke, a breve distanza dalla periferia della cittadina, e poche automobili ad affollare le strade – in fin dei conti era domenica, e la gente non aveva alcuna voglia di spostarsi da casa se non per andare a messa o a comprare al market quello che ancora mancava per preparare il pranzo. O, e questa era la possibilità più gradita a tutti, per ritrovarsi a casa di amici a godersi una grigliata all’aperto in compagnia, senza curarsi della routine che sarebbe tornata ad ingrigire le patetiche vite degli uomini e delle donne di Emerald Falls l’indomani mattina.

Per quale motivo quello squallido borgo di provincia avesse assunto un nome tanto ridondante nel corso della storia, nessuno avrebbe saputo dirlo. Però c’era da dire che, in fondo in fondo, quel nome piaceva un po’ a tutti, se non altro perché faceva sembrare la loro città un tantino più appetibile di quanto non apparisse agli occhi dell’occasionale visitatore. E di visitatori, potete starne pur certi, ve ne erano davvero pochi, e non soltanto perché la strada statale che tagliava Emerald Falls in due metà perfette correva in una regione tanto distante dalle principali arterie stradali dello Stato. No, quello era soltanto un aspetto marginale del problema. Il fatto era che, all’interno dei confini della cittadina stessa così come nel resto del Paese, Emerald Falls non godeva affatto di una buona reputazione. Eppure c’era un lago, un lago bellissimo dalle acque limpide, direte voi. Sì, c’era, così come ci si poteva beare del profumo della carne cotta alla griglia durante la maggior parte delle domeniche d’estate, ma una merda non diventa una torta solo perché qualcuno ci ha spruzzato sopra un po’ di panna montata, no? Emerald Falls deteneva purtroppo un triste primato che aveva compromesso per sempre il suo nome, tanto poetico quanto malfamato: in rapporto alla popolazione residente in città, quella era stata classificata come la comunità più criminale dell’intero Stato. Sempre citando la suddetta metafora, la gente di Emerald era la merda che la panna montata del lago non riusciva a coprire, il concetto pare lampante.

Quello sgradito primato aveva mandato su tutte le furie il sindaco – ovviamente un uomo corrotto e dalla dubbia moralità, come da copione – una volta che era venuto alla luce e che tutte le testate giornalistiche della nazione l’avevano sbattuto gongolanti in prima pagina, felici così di affermare che la loro comunità aveva sempre qualcun altro da poter biasimare e additare. Rapine, risse, stupri, rapimenti e omicidi: Emerald Falls non si faceva mancare proprio niente, da almeno sette generazioni a quella parte. La classe politica della città era corrotta fino al midollo, così come pure una buona fetta del corpo di polizia, senz’altro la fetta più abbondante. Alcuni sognatori ancora resistevano, come ad esempio il vicesceriffo Barney Anderson e l’avvocato penalista Keith Caleb, ma ad Emerald Falls erano soltanto due esempi di erbacce fastidiose da estirpare il prima possibile, prima che osassero moltiplicarsi su quel terreno corrotto e sterile.

Come aveva potuto un uomo integerrimo quale era Barney Anderson diventare vicesceriffo di un posto come quello, vi chiederete voi? In sintesi perché l’allora sceriffo di Emerald, il rude e maschilista Alan Bronson, un uomo di legge dalla mano quantomai pesante, non era stato chiamato a prendere quella decisione. Barney era stato proposto dai piani alti, nello specifico dal capo dipartimento della contea, al fine di arginare quelle voci scomode che già diversi anni prima del sondaggio avevano cominciato a circolare con tanta insistenza, gettando una scura ombra su Emerald Falls, un’ombra destinata ad allungarsi ulteriormente con il trascorrere degli anni. Alan Bronson non poteva essere spodestato, ormai esercitava il proprio potere come avrebbe fatto un sovrano con il culo saldamente incollato al trono, ma il suo vecchio e fedele vice era stato recentemente crivellato di colpi in uno scontro a fuoco durante una rapina alla General Savings Bank, al che non era stato tanto difficile inserire Barney nel corpo di polizia della cittadina. Quello che stava iniziando a risultare difficile, piuttosto, era mantenerlo in vita, poiché la sua fastidiosa tendenza a far rispettare la legge non andava giù proprio a tutti.

Era forse questa una città ideale dove crescere un figlio? Certamente no, pare scontato; eppure, come in ogni altro buco del mondo che fosse popolato da esseri umani, vi si trovavano frotte di bambini schiamazzanti, perlopiù ancora ignari della fogna in cui il fato li aveva costretti a nascere. Il tasso di nascite ad Emerald Falls si era sempre mantenuto elevato, a differenza del tasso di alfabetizzazione, in controtendenza rispetto a buona parte delle altre città del Paese, forse perché lì ancora la cultura del sesso protetto non aveva attecchito come negli altri maggiori centri urbani. C’erano un asilo ed una scuola pubblica, anche se dopo gli anni di studio obbligatori quasi tutti i ragazzi abbandonavano i libri e finivano con l’inserirsi nell’attività economica del padre o, nel migliore dei casi, si trasferivano in un’altra città il più possibile lontana da Emerald Falls, per proseguire gli studi in un ambiente che risultasse più consono all’utilizzo di un cervello raziocinante. Questi ultimi, tuttavia, ai fini statistici costituivano una minoranza di poco conto.

Ma adesso stiamo divagando, poiché eravamo giunti qui, in questa splendida e ridente cittadina, nelle ore più calde di una domenica di fine agosto. Stavamo assaporando con il pensiero quella succulenta carne alla brace di cui si sentiva il profumo fino in fondo alla via, udendo le risate sguaiate di una allegra compagnia che si era raccolta sul prato verde della modesta proprietà della famiglia Innocence.

Alla griglia, con le mani già unte di grasso e la maglietta bianca sudicia da buttar via, c’era il signor Albert Innocence in carne ed ossa. Albert non poteva certamente essere paragonato ad un Bronzo di Riace, né a nessun’altra scultura dell’epoca classica che si rispetti, ma nella calda luce di quel pomeriggio di sole più di una donna si sarebbe voltata per riservargli una seconda occhiata lasciva. Era alto, ben piantato, con i bicipiti irrobustiti dal duro lavoro: un tipo ordinario, ma erano proprio i tipi ordinari come lui quelli che più sapevano calamitare l’interesse dell’altro sesso. Anche lui stava ridendo, senz’altro in risposta ad una battuta sporca del vecchio Smitty, che poi in realtà vecchio non lo era affatto, avendo pressoché la stessa età di Albert: lo chiamavano così soltanto perché il suo fisico smagrito ed un po’ ingobbito, con tutti quegli spazi vuoti tra i denti da far sembrare la sua bocca una piccola scacchiera puzzolente, lo rendeva già fin troppo simile ad un anziano decrepito che dalla vita fosse stato maledetto sin dalla nascita.

04 aprile 2019

Aggiornamento

Tutti i viaggi sono fatti di partenze e di destinazioni, ma anche i piccoli traguardi che riusciamo a tagliare lungo il percorso possono regalarci grandi soddisfazioni: grazie a voi abbiamo superato il primo ostacolo delle 60 copie, oltre il quale la consegna del romanzo sarà garantita a tutti coloro che hanno deciso (e decideranno nei giorni a venire) di supportare questa campagna! Grazie a voi L'innocenza non esiste avrà una casa, la vostra, e non vi ringrazierò mai abbastanza per questo.
La strada è ancora lunga, ma sarà meno faticoso percorrerla insieme.

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Mattia Bagnato
Sono nato a Genova nell’estate del 1992, e non ci sarebbe molto altro da aggiungere se non i soliti traguardi esistenziali (pochi) di cui può fregiarsi un ventiseienne del ventunesimo secolo.
Amo la musica rock, ma rigorosamente in lingua inglese (eppure scrivo testi in italiano per i Faxphy, band nella quale suono come bassista... Bah!).
Amo i libri, e se non avessi la libreria traboccante di romanzi di Stephen King non mi sentirei a casa mia.
Tanto vale ammetterlo, amo anche i film di Leonardo Di Caprio, specialmente quelli diretti da Martin Scorsese (se qualcuno ha pensato a Shutter Island, ha pensato giusto).
Amo Alice, che mi dà la forza di credere in me stesso.
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