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L'isola del silenzio

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Una misteriosa fotografia che ritrae un gruppo di militari alla fine della Seconda guerra mondiale nell’arcipelago del Dodecaneso.
Un’isola speciale, teatro di guerra e luogo di confino per malati mentali.
Una donna risoluta, decisa a fare chiarezza su un oscuro mistero di famiglia che affonda le sue radici nelle pieghe della storia e nella vita segreta dell’isola stessa.
Alcuni mesi dopo l’8 settembre 1943, a Leros, una delle isole del Dodecaneso, la battaglia tra italiani e inglesi contro i tedeschi infuria e durante i sanguinosi scontri e le atroci rappresaglie, Tommaso, ufficiale e medico italiano amato da tutti, improvvisamente scompare: il suo corpo non viene mai più ritrovato. Nemmeno di suo fratello Vanni, che ha sposato la causa dei partigiani, si sa più nulla.

Più di sessant’anni dopo, durante una vacanza nell’affascinante scenario dell’isola, pervasa dal profumo degli eucalipti, Vittoria ricostruisce la storia dei due fratelli e in particolare quella di Tommaso, medico schivo, isolato e gentile, severo soprattutto con se stesso. Scopre un uomo che ha dovuto mettere in discussione le proprie certezze e la propria educazione, che ha conosciuto il grande amore e la passione, la tragedia e il senso di colpa, un animo tormentato la cui visione ordinata del mondo si è progressivamente incrinata di fronte agli orrori e alle insensatezze della guerra…
Un tragico segreto di famiglia sepolto da decenni nel mar Egeo, un grande affresco storico che Vittoria Serpighi in vacanza nell’isola di Leros con il suo compagno si troverà a ricostruire.
L’isola del silenzio ripercorre uno dei periodi più controversi della storia italiana attraverso il destino straordinario di due fratelli.

PROLOGO

Riverso in fondo alla scarpata aspettava tranquillamente

di morire e questo, come aveva sempre sospettato, gli

appariva molto più semplice che vivere.

Prima che andassero via, li aveva sentiti dire: «Lassen

wir ihn da unten dieses Schwein, sollen ihn die Hunde

fressen!» e ora non doveva far più niente, soltanto avere

pazienza. Non c’erano dubbi da chiarire né decisioni da

prendere, bastava solo lasciarsi andare.

Forse per la prima volta nella vita si sapeva in pace

con la propria coscienza: aveva saldato il conto e il

sangue, che copioso defluiva dalle molte ferite, ne era la

ricevuta. Non poteva muoversi, non ce n’era bisogno.

Non sentiva particolari dolori, soltanto un ovattato

intorpidirsi di ogni parte del corpo. Era come se tutte le

funzioni del suo organismo fossero rallentate dal

progressivo sprofondare in uno strato denso e tiepido di

fango. Solo la mente, unica facoltà che sembrava ancora

indenne, si affrettava a riproporgli con inaspettata

chiarezza e lucidità la giusta soluzione a tutti i problemi

che tanto lo avevano angustiato. Questa soluzione, guarda

caso, coincideva punto per punto con quanto poi era

realmente accaduto, quasi non ci fossero state altre

possibilità di scelta. E, capito questo, si era sentito del

tutto assolto e finalmente in pace. Libero da affanni

poteva ripensare con tranquillità e dolcezza al bene dato e

a quello ricevuto, agli affetti, alle amicizie, ai visi della

gente, alla bellezza delle cose da cui era circondato. Il

profumo della terra, il colore dell’erba secca, e pure il

timido avanzare di una piccola lucertola che, curiosa, gli

si stava avvicinando.

Piano piano, le uniche cose che riusciva a vedere –

quel piccolo pezzo di sterpaglia e la sua visitatrice – gli

parvero più scure e tutto divenne meno nitido. I pensieri

si fecero confusi, cominciavano a sfrangiarsi ancor prima

che riuscisse a formularli.

Per un attimo, in un ultimo bagliore, credette di vedere

il suo angelo custode. Poi, finalmente, fu accontentato e

scivolò nel nulla.

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CAPITOLO 1 – SETTEMBRE 2005

Avevano scelto l’isola di Leros per la loro settimana in

Grecia perché abbastanza a sud da consentire i bagni

anche a fine settembre e un po’ trascurata dal turismo di massa.

Alcune notizie sulla sua storia degli ultimi cent’anni li

avevano vagamente preoccupati ma anche incuriositi.

Leros era stata luogo di confino dei dissidenti politici

all’epoca del regime dei colonnelli, a cavallo tra gli anni

Sessanta e Settanta del Novecento e poi, per molti anni,

sede di un altro confino, quello dei malati di mente che

venivano qui relegati e dimenticati. Sapevano anche che

Leros era stata la più importante base navale del

Dodecaneso nel periodo in cui queste isole erano italiane,

dall’inizio del secolo scorso alla fine del fascismo. Tutto

questo però era passato e ora, assicuravano le numerose

guide che avevano consultato, Leros non era altro che una

ridente isoletta aperta a visitatori di tutto il mondo.

Anche questa volta aveva insistito con Stefano per

quest’ultima parentesi di vacanza alla fine dell’estate.

Tutti gli anni precedenti lui aveva acconsentito senza

entusiasmo, ma un’ora dopo l’atterraggio si era già

ricreduto. L’aria morbida e profumata, la trasparenza

assoluta dell’acqua, lo splendore dei tramonti, la

semplicità della vita producevano in poco tempo una

specie d’incantamento al quale neanche Stefano riusciva a

sottrarsi. Da quel momento, poi, il loro stare insieme

diventava così bello e così intenso che le giornate

passavano in un attimo.

All’inizio Vittoria era rimasta un po’ delusa da Leros,

anche se non voleva ammetterlo, dispiace sempre scoprire

di aver sbagliato rotta. Appena arrivati avevano avuto la

prima difficoltà. Affittata un’automobile, si erano messi a

scorrazzare per l’isola alla ricerca di un posto dove

dormire. Vittoria voleva una stanza anche spartana ma

vicino al mare, magari affacciata su un porticciolo di

barche da pesca, per lei il rumore dell’acqua durante la

notte era un requisito indispensabile della vacanza in

Grecia. Alle sette di sera però non erano ancora riusciti a

trovare niente del genere e alla fine si erano sistemati in

un grande albergo ad Alinda, molto confortevole ma

pieno di turisti provenienti dal nord Europa.

Anche il mare si era rivelato al di sotto delle

aspettative: le grandi e bellissime insenature dell’isola

erano al riparo dalle mareggiate invernali ma il fondo,

vicino alla riva, era ricoperto da un’alga limacciosa che

rendeva difficile entrare e uscire dall’acqua. Per

agevolare i turisti, gli isolani avevano escogitato una

soluzione ingegnosa sistemando in mare, davanti alle

spiagge più belle, lunghe file di sacchi bianchi pieni di

sabbia e ghiaia sui quali si poteva camminare per

raggiungere il largo, là dove l’acqua era limpida e

bellissima. Quelli che volevano fare il bagno, quindi,

andavano e venivano traballanti e saltellanti sugli

improvvisati pontili a fior d’acqua e questo traffico, visto

dalla spiaggia, offriva uno spettacolo un po’ comico e un po’ patetico.

Il primo giorno fecero il bagno in una piccola

insenatura in fondo al paese. Andarono poi a mangiare in

una taverna affacciata sul mare, subito sopra la spiaggia.

Si sentivano un po’ storditi dall’aria, dalla luce, dal

chiasso. «Ma i greci ascoltano soltanto musica greca? O

la mettono per i turisti?» e la conversazione proseguì stancamente.

Ordinarono dolmades e crocchette a un ragazzino che

avrà avuto al massimo dieci o undici anni: «Trovi giusto

far lavorare i bambini a questa età?» chiese a Stefano.

«Dipende. Questa è un’attività familiare, tutti

contribuiscono, e quindi anche i ragazzini quando non c’è

scuola. Sì, in questi termini credo che sia giusto e anche

educativo.» Non sembrava avere dubbi.

Vittoria rimase sovrappensiero: anni prima aveva

partecipato a un progetto dell’Unicef che si proponeva di

eliminare il lavoro minorile. Voleva riflettere meglio

sull’argomento, Stefano non aveva tutti i torti e, come

sempre, non viveva a rimorchio dei luoghi comuni. Era

questa una delle sue maggiori qualità. Poi, mentre lo

ascoltava decantare le sue crocchette di melanzane, si

accorse che in un tavolo alle loro spalle era seduto un

gruppo di italiani. Gli fece subito cenno di abbassare la

voce, cercavano di evitare i connazionali quando

viaggiavano all’estero, erano spesso imbarazzanti.

Si mise ad ascoltare. Non sembrava che si

conoscessero da molto tempo. Il più loquace era

evidentemente pratico del luogo e teneva a farlo capire

elargendo agli altri indicazioni e consigli su praticamente

tutto: dove andare a fare il bagno, dove mangiare e cosa,

dove organizzare gite alle isole vicine, quali posti evitare.

Si mostrava anche molto esperto riguardo al carattere e

agli usi dei greci che, con una sottilissima inflessione

paternalistica, affermava essere assai migliori degli

italiani. Gli altri uomini emettevano ogni tanto suoni

d’assenso o di interesse mentre una donna, sembrava

l’unica, ripeteva o confermava con enfasi tutto quello che

il primo diceva. Vittoria si volse rapidamente a guardarli:

dall’altra parte del tavolo era seduta la donna, era proprio

l’unica e doveva avere una sessantina d’anni. Accanto a

lei stava un omaccione bruno con coda e canottiera, pensò

che fosse il suo compagno. Il chiacchierone invece era di

spalle, proteso in avanti verso di loro. Ai capi della tavola

c’erano due tizi più giovani che, adagiati sulle loro

seggiole un po’ di traverso, seguivano distrattamente la conversazione.

Mentre il monologo proseguiva, Vittoria e Stefano

presero nota mentalmente di una serie di informazioni che

potevano tornare utili. Poco dopo arrivò un altro ragazzo

italiano che venne accolto festosamente.

«Ti sei appena svegliato?» gli domandò qualcuno, e

gli venne subito portato un piatto di formaggio saganaki e

una birra. Nel frattempo Stefano aveva chiesto il conto e,

mentre Vittoria si avviava verso l’automobile, si fermò a

complimentarsi con il padrone della taverna per le crocchette.

Decisero di andare a Platanos, il paese collocato più in

alto, un po’ lontano dal mare. Posteggiarono vicino alla

piazza centrale occupata quasi completamente dalle

poltrone di un grande caffè e si addentrarono a piedi per

una stradina ripida. Camminavano con cautela a causa del

selciato sconnesso e in silenzio, per risparmiare fiato. Di

tanto in tanto tra i muri un po’ malmessi delle case si

aprivano ampi squarci che permettevano di vedere strisce

di mare, piccoli giardinetti disordinati e rigogliosi, panni

che ondeggiavano nel vento. Poi Stefano si fermò e

indicò con un cenno una grande casa quadrata, appena

ridipinta di giallo canarino. In alto, vicino all’angolo, era

rimasto perfettamente integro – possibile che fosse stato

restaurato da poco? – uno stemma sabaudo.

Da quando erano arrivati, pensò Vittoria, non avevano

fatto altro che imbattersi nei numerosi segni che la

dominazione italiana aveva lasciato sulle persone e sulle

cose. Non se ne era mai accorta quando era stata nelle

altre isole del Dodecaneso e le faceva uno strano effetto.

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Tono Mucchi e Angelica Faina
Tono Mucchi
Sono nato a Milano nel 1938. Durante la guerra ho passato lunghi periodi a Siena e nella campagna circostante. Rientrato a Milano dopo la guerra ci sono rimasto fino alla fine della scuola. Poi sono stato per quattro anni a Londra a studiare grafica e pittura. Di nuovo a Milano ho lavorato per cinque anni come art director in varie agenzie di pubblicità fino a che mi sono dedicato esclusivamente alla pittura che fin da bambino avevo praticato per il mio piacere. Negli anni Settanta Angelica e io ci siamo trasferiti in campagna fuori Perugia dove siamo rimasti fino a oggi tranne per il periodo degli anni Ottanta in cui, d’inverno, risiedevamo a Firenze. In tutti questi anni oltre a preparare mostre sia in Italia sia all’estero ho viaggiato molto, soprattutto in Oriente, e letto moltissimo. Sono appassionato di fotografia che uso anche per la mia attività creativa. In Umbria ho creato dal nulla il nostro giardino che mi dà grandi soddisfazioni e qualche cruccio. Amo moltissimo i gatti.
Angelica Faina
Sono nata a Roma nel 1946, ho studiato a Milano e a Parigi e attualmente vivo tra Perugia e Milano. Come professore ordinario ho insegnato Psicologia sociale in varie università italiane ma soprattutto nell’università di Perugia. Le mie ricerche riguardano in particolare il pregiudizio, la psicologia collettiva e l’influenza sociale delle minoranze. Mi piace viaggiare, soprattutto in India, andare al cinema e leggere bei libri. Detesto invece le feste comandate. Insieme a Tono, con cui sono sposata da tantissimi anni, ho due figlie e due nipoti.
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