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Lo sceneggiatore. 18 fotogrammi di una storia d'amore.

Lo sceneggiatore 18 fotogrammi di una storia d'amore campagna
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Consegna prevista Novembre 2020
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Una delicata e tormentata storia d’amore ambientata nel dopoguerra, in un intricato sistema di relazioni affettive, tradimenti, follia e vendette politiche.

Uno sceneggiatore sessantenne acquista nel 2009 un attico a Genova, nel centro storico. In un armadio lasciato dai vecchi proprietari dell’appartamento trova 18 fotografie di due giovani, in bianconero e scattate negli anni ’40. Affascinato da quelle immagini, che ritraggono un pezzo della vita dei due ragazzi, decide di scrivere un soggetto cinematografico per ogni foto, per farli poi interpretare dagli attori e dalle attrici che ha amato di più. Nel 2010 affida a un detective, conosciuto nell’ambiente come l’investigatore di anime, l’incarico di ritrovarli, ammesso che siano ancora vivi. La ricerca dei due, di cui si conosce solo il nome di battesimo, è resa ancora più difficile da un fatto: il quartiere dove hanno vissuto la loro storia d’amore non esiste più dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale.

Perché ho scritto questo libro?

È la seconda indagine del detective Simone Degli Espinoza, dopo quella apparsa con il romanzo L’albero delle zucche. Simone è un detective dell’Agenzia Tom Ponzi, conosciuto nell’ambiente forense come l’investigatore di anime per la ragione del suo particolare metodo investigativo. E’ un omaggio alla Genova della seconda metà del ‘900 e di alcuni quartieri del Centro Storico che non esistono più. È inoltre un omaggio al cinema d’autore, quello in bianco e nero, e al film Le Mura di Malapaga.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La storia che segue è stata girata con una pellicola cinematografica in bianco e nero nel formato 35 mm., in omaggio a Le Mura di Malapaga di René Clement.

Prologo

Dapprima pensò a uno scherzo e solo alla fine della lettura del testo, una breve lettera scritta con una bella calligrafia, sorrise.
Il contenuto di quella lettera era un colpo di scena o meglio un finale a sorpresa – quello che nel mondo del cinema chiamano plot-twist – che solo un bravo sceneggiatore è capace di ideare con una magica e surreale torsione della trama.
Sentì invidia per quel finale al quale lui non aveva per nulla pensato e che, se lo avesse scritto di suo pugno, avrebbe stupito ancor di più i lettori. Pure lui aveva utilizzato, durante la scrittura del suo romanzo, l’espediente letterario del colpo di scena contaminando la storia con indizi, sorprese, avvitamenti dei personaggi, retrospezioni, punti di vista differenti ma quel particolare finale non lo aveva proprio immaginato.
Il timbro che aveva annullato il francobollo – una bandiera con quattro gigli bianchi divisi da una croce bianca su uno sfondo azzurro – di un paese straniero era autentico. La lettera, scritta in un buon italiano e con un tono gentile, era firmata solo con il nome di battesimo, lo stesso nome del protagonista del suo soggetto basato su una storia ambientata nel secolo scorso.
Lo sconosciuto mittente di quella lettera aveva letto bene la storia e nello stesso tempo dimostrava di conoscere a fondo retroscena, dettagli e segreti come se lo avesse spiato mentre lui digitava sulla tastiera oppure era riuscito a impossessarsi delle bozze del suo manoscritto.

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Le bozze, correzione dopo correzione, a volte trasformano un personaggio, cambiano e migliorano una battuta o, addirittura, eliminano un intero capitolo ma lui le vecchie bozze le aveva sempre stracciate e gettate nella pattumiera di casa tra gli avanzi della cena e le bottiglie di vino rosso.
Un’ipotesi, molto remota, poteva essere quella che lo sconosciuto fosse stato presente quando quei fatti erano accaduti. Nondimeno quel signore aveva documentato di conoscere un piccolo particolare, un’inezia, una cosa da poco che attestava una profonda conoscenza degli eventi accaduti nella metà del primo Novecento, circa settant’anni prima della pubblicazione del romanzo.
Banalmente l’ipotesi più realistica era quella di un lettore, innamorato di uno dei personaggi, che suggeriva all’autore un finale diverso e meno drammatico, un proprio lieto fine.

1.

Genova, pomeriggio del 20 settembre 2010
Porto Antico

“Benvenuto!”, mi disse con un tono di voce gentile dopo aver spalancato l’uscio, una vecchia e pesante porta a due ante color noce scuro, di un attico all’ultimo piano di un antico palazzo genovese.
Come nella maggior parte dei palazzi seicenteschi non c’era l’ascensore e avevo il fiatone dopo aver fatto a piedi sei rampe di scale molto strette con i gradini di pietra grigia. Con fatica risposi al saluto del nuovo cliente dell’Agenzia, un uomo dall’aspetto giovanilistico che dimostrava meno della sua mezza età, alto, magro, con la testa completamente rasata e gli occhi neri e vivaci.
Ci scambiammo una vigorosa stretta di mano. Prima di iniziare la nostra conversazione volle farmi visitare l’appartamento: la cucina con l’acquaio di pietra grigia e il rubinetto d’ottone, la camera da letto, uno studio arredato con semplicità e molto buon gusto. Su una parete dello studio era appesa una grande tela senza cornice con un dipinto a olio che raffigurava due giovani e su un tavolinetto stile epoca impero era posata una macchina da scrivere degli anni Sessanta con i profili laccati di rosso. Mi fece vedere pure il bagno con una vasca quadrata e le pareti ricoperte da piastrelline color verde pastello e alla fine del percorso mi fece accomodare sulla terrazza sotto una bella tenda al riparo del sole caldo di quello scampolo d’estate del 2010, la più calda degli ultimi cento anni secondo i climatologi. Mi fece guardare il panorama che si godeva da quella terrazza del sesto piano del palazzo con la vista sulle calate del Porto Antico e in lontananza, verso il quartiere di Sampierdarena, mi indicò la Lanterna, il faro portuale più alto del Mediterraneo.
Seduti in un angolo della terrazza, dopo aver sorseggiato del caffè freddo al sapore di cannella, definimmo i preliminari del contratto e mi consegnò una busta che conteneva, secondo la sua definizione, un tesoro importante per il suo nuovo lavoro.
Ci congedammo dopo oltre tre ore di un colloquio interessante e piacevole. Sotto il palazzo mi aspettava un taxi per riportarmi alla stazione di Piazza Principe e da lì prendere il treno delle ore 19 diretto a Milano.

2.

Genova, primo pomeriggio del 7 luglio 2009
Porto Antico

Quando Francesco Garrone, nel luglio del 2009, firmò da un notaio con lo studio in via Luccoli il rogito per l’acquisto di un piccolo attico nel cuore della vecchia Genova, da dove poteva ammirare le calate del Porto Antico e la Lanterna, l’agenzia immobiliare e la fondazione bancaria proprietaria dell’immobile gli avevano assicurato che nulla del mobilio dei vecchi proprietari sarebbe rimasto nella sua nuova casa.
Al contrario, una vecchia credenza smaltata di bianco era ancora lì ad occupare lo spazioso ingresso alla genovese con il pavimento di graniglia di marmo grigio decorato da una rosa dei venti.
Sbuffò, infastidito per quella seccatura imprevista che lo avrebbe obbligato a cercare qualcuno per disfarsi di quel mobile. Per passare il tempo, nell’attesa che giungesse un incaricato dell’agenzia immobiliare per consegnarli le chiavi del ripostiglio di pertinenza collocato nelle cantine dell’antico palazzo e i vecchi contratti di luce, acqua e gas, ispezionò la credenza aprendo le ante e i quattro cassetti rivestiti con una preziosa carta azzurrina.
Garrone in uno dei cassetti trovò delle vecchie carte nautiche, alcuni scontrini, un paio di bollette del gas, una lista della spesa, una scatoletta di fermagli, un tappo di sughero con infilati degli aghi da cucire, tre bottoni, un rocchetto di filo grigio e una cartellina con l’intestazione Antonia e Giovanni.
I nomi erano stati vergati probabilmente da una mano femminile con una penna stilografica dal pennino difettoso perché l’inchiostro era sbavato, deformando alcune lettere e lasciando diverse macchioline sul cartoncino poroso della cartellina di colore ocra.
Incuriosito, non essendoci neppure una seggiola, si sedette sul pavimento, appoggiò le spalle alla parete e aprì la cartellina. All’interno c’erano alcune lettere scritte invece con una grafia decisa dal tratto tipicamente maschile e molte fotografie in bianco e nero che riproducevano un uomo e una donna di diverse età, ma sempre con gli stessi lineamenti, in pose e in luoghi differenti. Due belle facce, pensò, lui che di professione scriveva soggetti e sceneggiature per il cinema e la televisione e che conosceva molti attori.
In una fotografia il viso di lei era tagliato e spigoloso come quello di Simone Signoret in Adua e le compagne, un film diretto da Antonio Pietrangeli nel 1960 il cui soggetto cinematografico era stato scritto dal suo amico e maestro Ettore Scola. Una donna certamente di oltre trent’anni, bella nella sua primissima maturità.
In un’altra, quella che doveva essere un’Antonia più giovane, con i capelli lunghi e leggermente ondulati, vestiva un pantalone di flanella e un maglione nero a collo alto che dava risalto alle forme del seno. La donna aveva tra le labbra una sigaretta e stringeva gli occhi maliziosamente come per ammiccare o per sedurre l’incauto fotografo.
Anche il viso di lui, di Giovanni, era interessante. Fronte alta, capelli corti e basette leggere che davano vita a un filo di barba. Labbra sottili, naso e lobi delle orecchie ben disegnati. Un giovane poco più che ventenne, in posa sulla sella lunga di una Vespa Piaggio degli anni Cinquanta, che indossava una camicia bianca con i polsini rovesciati. L’altro, un Giovanni fotografato mentre passeggia sul lungomare di Corso Italia, è un uomo fatto, con i capelli più lunghi e leggermente ingrigiti ma sempre con gli occhi neri e ardenti che parlano alle donne.
Alcune fotografie riprendevano insieme Antonia e Giovanni in diverse pose. La coppia di spalle mentre spinge una carrozzina con le ruote alte e la cappotte alzata lungo una stradina bardata con grandi oleandri e all’orizzonte il mare agitato con le onde lunghe. La coppia in bicicletta, con Antonia seduta sulla canna, mentre percorre la via Aurelia con lo sfondo dell’isolotto di Bergeggi. Giovanni e Antonia tra i banconi del mercato del pesce di Piazza Cavour di una Genova che non c’era più, quella per intenderci con Pino Condurso il muscolaio e Caterina Rossi, la pescivendola della Foce. I due davanti alle bancarelle della stregoneria di Triora, con lei che indossa sul capo uno scialle nero, un unico grande orecchino e ha gli occhi vistosamente truccati.
Altre fotografie riprendevano i due giovani in differenti città: abbracciati sul Ponte Vecchio di Pavia, seduti sui due gradini dell’ingresso del Piccolo Teatro di Milano o passeggiando sulla riva sinistra del Naviglio Grande dove c’è Vicolo dei Lavandai.
Sul retro di ogni fotografia la stessa calligrafia femminile, che aveva vergato la cartellina color ocra, aveva scritto una data e il nome delle località.

Casa di Paganini, 23 settembre 1948. Mercato del pesce, Genova, dicembre 1949. Corso Italia, Genova, gennaio 1950. Boccadasse, luglio 1951. Vernazzola, luglio 1951. Via Brera, Milano, 10 dicembre 1951. Baia dei Saraceni, 12 giugno 1952. Vicolo dei Lavandai, Milano, dicembre 1953. Bergeggi, primavera 1958. Triora, novembre 1962. Parigi, estate 1963.

L’unica città straniera, in quella raccolta, era proprio Parigi e i due, Antonia e Giovanni, sono ripresi all’inizio della scalinata che porta alla Butte, la collina di Montmartre.
In un’altra fotografia Antonia è ripresa, con una gonnellina alzata dal soffio del vento, nel quartiere di Pigalle sotto l’insegna del Moulin Rouge.

26 febbraio 2020

Aggiornamento

Nel romanzo Lo sceneggiatore sono descritte alcune scene della Genova del 1948 che possiamo ritrovare nel film "Le mura di Malapaga", film con Jean Gabin e Isa Miranda .

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FRANCESCO BOVA
Son nato nel 1953 da madre ligure e padre calabrese e per questa ragione mi definisco un uomo del Mediterraneo. Sono laureato in Filosofia e lavoro come psicopedagogista nelle scuole dell’infanzia di Milano. La mia vita professionale è stata molto ricca: operaio, panettiere, bagnino, venditore di scarpe a Parigi, docente di psicologia, bibliotecario, assistente parlamentare, giornalista e saggista di politiche sociali. L’amore per la scrittura nasce da giovanissimo e mi sono formato sui romanzi di Pavese, Calvino, Silone, Mastronardi. Sono stato uno dei fondatori della storica rivista milanese Malvagia. Nel 2005 esce il primo dei miei cinque romanzi. Questa frenetica attività professionale e culturale mi ha permesso di conoscere personalmente intellettuali e scrittori del Novecento: Primo Levi, Alda Merini, Cesare Musatti, Rita Levi Montalcini, David Maria Turoldo, Nazareno Fabbretti.
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