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Lo scrigno di Irene

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Consegna prevista Aprile 2020
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Irene, dalla finestra del suo appartamento, osserva i balconi di fronte con le loro vite, si interroga, muove pensieri verso esistenze sconosciute, in attesa di comprendere la propria. Lavora come segretaria per il dottor Silenti, dietologo e psicologo. Nel contratto è previsto che faccia un’ora di seduta settimanale con il dottore. È in quell’ora in cui ferma l’anima che nascono domande, inquietudini e vuoti non ancora colmati. Lei e Riccardo si imbattono nella vita di Shadon, indiano che lava i vetri sotto casa e che si è rotto la tibia. Sentono che devono prendersi cura di lui. Irene continua a domandarsi e a domandare al mondo chi è, cosa l’attende. È una domanda che si interrompe il giorno in cui sente che il suo corpo è diverso e i suoi ritmi stanno cambiando. Sente che ha una finestra in pancia a cui sa affacciarsi con delicatezza Daniele, giovane ginecologo: non è più tempo per cercare luoghi, ma finalmente per essere luogo.

Perché ho scritto questo libro?

Un balcone, un semaforo, uno straniero, lo studio di uno psicoterapeuta, la sala d’attesa di un pronto soccorso ginecologico, una pancia gravida, sono stati i luoghi in cui si sono incrociate vite che hanno parlato alla mia anima e hanno generato questo racconto, nella consapevolezza che siamo fecondi grazie allo sguardo sulle esistenze altrui e all’intrecciarsi di queste. Ho iniziato questa storia prima di rimanere incinta ed è diventata augurale per me, crescendo con le mie gravidanze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Puntuale, ogni anno i primi di maggio, la signora di fronte alla finestra di Irene dispone le calle fiorite. Irene non ha mai visto compiere quel gesto rituale che fa sì che d’improvviso compaiano, in fila come soldatini, le calle bianche con le foglie verdeggianti su quel balcone.

Sa che un giorno di maggio al risveglio le ritroverà e proverà il solito stupore. Una accanto all’altra, ben ordinate, signorili, maestose, eleganti, bianche e luminose sono lì. Sull’attenti, s’innalzano come calici di champagne. Glielo ha fatto notare Riccardo qualche anno prima: «Le calle e le orchidee, se guardi, hanno una forma tipicamente femminile per raccogliere il seme e ogni primavera elevare il loro fiore verso il cielo».

Non ci sono altri fiori su quel balcone, che Irene fissa incantata. Solo calle.

«Dove le terrà tutto l’anno?»

Il loro appartamento non è grande, a malapena riescono a viverci lei e Riccardo e può ospitare giusto il tronchetto della felicità e una pianta di orchidee che le hanno regalato in occasione del matrimonio. Il resto fiorisce, cresce, sfiorisce, muore, rinasce, compare e scompare sul suo balcone come i garofanini che, nello stesso periodo della riemersione delle calle, hanno regalato un’inaspettata fioritura fucsia dopo un inverno di silenzio.

[…]

Le calle, l’orsacchiotto, il telefono della badante, la persiana sempre abbassata della signora Marisa che non ama la luce, le ultraottantenni del primo piano che, quando fa caldo, dedicano ore a stendere due panni con cura e altrettanto tempo a controllarli e raccoglierli. Affacciata al balcone, Irene le osserva ignare di essere viste, è di regola il suo commento: «Sembra più il tempo per stendere quelle due mutandine che il tempo perché queste si asciughino». Quest’ultimo spaccato la intenerisce tantissimo, le sembra un gesto di cura imparato e rimasto vivo in un’esistenza ormai fievole.

Ogni segno distintivo che viene dal palazzo di fronte le cattura l’attenzione.

[…]

Continua a leggere

  Irene anche questo lunedì ha fatto tardi.

«Mi scusi dottore. Questa volta non è stata la sveglia. Non è stata colpa neppure del mio sonno e della mia indolenza mattutina, ma della finestra».

Mentre dice così, guarda fuori verso le fronde degli alberi del controviale che si vedono dalla finestra dello studio di Silenti.

«La finestra…», fa eco Silenti.

«La mia finestra».

«Fermati, aspetta l’anima. Chiudi gli occhi e racconta…»

Irene accavalla le gambe, sistema i capelli neri lunghi che scorrono dietro la schiena, incrocia le braccia in segno di difesa e attorciglia meglio la sciarpa che tiene sempre attorno al collo.

«Alla faccia della comodità e dell’apertura», le fa notare Silenti, «ti avevo invitato a rilassarti e parlarmi della tua finestra».

Si rilassa. Ha sempre bisogno di questa imbeccata. E con voce bassa inizia a parlare della finestra. Lui sforza le orecchie, ormai abituate a sentire parole sussurrate e a volume quasi impercettibile. Ha mani grandi che accosta all’orecchio come se fossero un amplificatore naturale.

Irene dalla sua finestra dell’anima vede non luoghi e utopie, vede sguardi che s’incrociano senza incontrarsi, mani che non si stringono, occhi indifferenti, orecchie sorde.

[…]

La fanno accomodare in una stanzetta accanto alla sala medica. Gli spazi sono pochi e piccoli. Nei corridoi ci sono altre donne in situazioni urgenti.

Accanto a Irene invece c’è una donna africana che, così capisce dalle infermiere che passano, è al sesto mese e non sente il battito del figlio.

Ha l’aspetto stanco e triste, di una donna sola, i capelli sporchi e i jeans sgualciti. Parla al telefono per metà nella sua lingua e metà in inglese. Ripete ossessivamente la parola “Life”.

Piange e quasi urla: «Life».

Intanto un’infermiera prende il sangue a Irene, quasi contenta di trovarsi in quello spaccato di vita.

Di tanto in tanto, nell’attesa invia un messaggio a Riccardo per aggiornarlo e rassicurarlo, senza riuscire a immaginare cosa gli passi per la mente, come stia e come trascorra il tempo. Intanto, osserva la donna africana seduta di fronte a lei, sente voci e intravede le sagome delle donne che si fanno visitare nella stanzetta accanto. C’è molto movimento. Pensa ai non luoghi che ora ritrova nelle stanze e nei corridoi del pronto soccorso. Ricorda il suo sogno di rendere i non luoghi utopia. Sorride a quei pensieri e alla considerazione che lì l’utopia sono tutte quelle pance gravide in attesa di una risposta, in lotta, al momento del travaglio. Uno spazio anonimo e freddo, come il corridoio di un ospedale, ospita pance piene di vita e vite colme di domande e attese. Irene si accarezza la pancia, la guarda, vorrebbe avere degli occhi che ci vanno dentro e muove lo sguardo ancora verso la donna africana che urla quasi alle lacrime «Life, life

Nel frattempo arriva una donna rom di cui Riccardo anticipa l’ingresso con un messaggio: «C’è in arrivo una incintissima!»

Irene legge e ride e se la trova lì.

Non hanno fatto in tempo a portarla in sala parto, perché il travaglio era avviato e il bimbo quasi fuori.

Medici e infermieri allestiscono una provvisoria sala parto tra la saletta di fronte alla stanzina, dove si trovano lei e la donna africana. Fanno spostare Irene dalla barella in cui l’avevano fatta sedere e la invitano a mettersi su una sedia a rotelle lì vicino.

C’è molto movimento. La barella viene organizzata con teli, ossigeno, uno stetoscopio e strumenti vari. C’è caos.

Irene ha l’occhio che va verso l’altra stanza dove è distesa la donna rom. Intravede Daniele che è stato chiamato nell’emergenza. Lui è così preso dall’urgenza che non la nota.

Due urla, qualche “spingi, spingi”, “così, così, brava!”. Intanto un’ostetrica chiude una porta a soffietto per dare un po’ di riservatezza alla donna rom.

Dopo cinque minuti si sente il pianto di un neonato che portano proprio sulla barella dove poco prima si trovava Irene e accanto alla quale ancora è seduta.

Irene pensa di essere la prima persona a vedere gli occhi di quel bambino. La rom nella fretta è stata portata in reparto, le ostetriche sono tutte impegnate a sistemare la saletta accanto che è un campo di battaglia, della lotta della nascita.

Le vengono le lacrime a vedere quel fagottino appena nato in un modo così rapido e provvisorio.

Anche il pediatra che lo sta visitando sembra emozionato.

[…]

Nel frattempo, entra nella saletta un’altra rom.

Si siede accanto a Irene.

La donna africana continua a gridare al telefono: «Life, life».

La donna indiana aspetta in silenzio il monitoraggio.

La rom prova a parlare: «Tu perché sei qui?»

Nessuno le risponde.

Irene per un attimo stringe la borsetta, ma poi sorride a se stessa solo per la fantasia momentanea che la zingara le rubi il portafoglio. Non ama i rom e a fatica contrasta i pregiudizi. Le dispiace, si sente in colpa, ma per strada quando li incontra sta alla larga, dopo che le hanno rubato due volte il portafoglio. E non può fare a meno di pensare agli zingari che rovistano spesso tra i sacconi di Shadon, rubandogli i fazzoletti e le poche cose che ha.

Ora però non c’è alcuna distinzione di identità, sono tutte nella stessa situazione, preferisce guardarla in faccia e rivolgerle la parola: «Come ti chiami?»

«Azdra», risponde, mentre un’ostetrica mette anche attorno alla sua vita la cintura per il monitoraggio.

«Perché sei qui?», domanda a Irene.

«Ho avuto un piccolo incidente».

«Ah! E voi?», guarda le altre che sembrano interessarle di più, perché hanno la pancia più grossa.

L’africana risponde con poche parole: «Non sento il mio bambino».

L’indiana rimane zitta.

Proprio in quel momento entra la ginecologa per dimettere l’africana: «Tutto a posto! Si muove e sta bene. Vedrai che stanotte a letto lo sentirai. Stai tranquilla».

L’africana si alza rassicurata e, senza neppure salutare, se ne va.

Azdra, tra una lamentela e l’altra per i dolori alla schiena, esclama quasi urlando: «Cosa non si fa per i figli!»

Irene, per un istante la guarda, pensando a come spesso i rom sfruttino i figli per elemosine e piccoli furti. Si domanda se fra qualche mese la troverà in metropolitana a chiedere il latte per il suo bambino. Vorrebbe domandarle se anche lei userà così suo figlio, ma fa lo sforzo di credere che non vivono in tutti i campi allo stesso modo.

La guarda, in quel momento le sembra una chioccia come le altre donne che sono lì, come lei. Ha poco più di vent’anni dall’aspetto e non si capacita dell’attesa, perché i primi due figli sono nati entrambi a nove mesi più un giorno e dopo un’ora di travaglio. È a nove mesi più due giorni e il bimbo che aspetta non vuole ancora uscire.

«Uscirà, uscirà», le gridano le ostetriche dall’altra stanza.

Irene si guarda intorno e pensa che non ci sia nulla di più universale di una nascita.

19 luglio 2019

Aggiornamento

"Bisogna creare luoghi per fermare la fretta e aspettare l'anima" è una frase che ama il dottor Silenti in Lo scrigno di Irene e che amava ripetere Tonino Guerra, artista scoperto qualche anno fa in un bellissimo viaggio a Pennabilli nel Museo dell'anima, diffuso ideato proprio da Tonino Guerra
www.museoiluoghidellanima.it
19 luglio 2019

Aggiornamento

Questo scrigno mi sta facendo tanti regali, come le parole di un mio ex alunno:
È un tempo nel quale purtroppo si legge poco, si pensa ancor meno e le parole pronunciate o scritte sui social sono spesso cariche di odio e violenza. Una cara amica combatte tutto questo utilizzando una delle armi più potenti a disposizione dell’umanità contro i mostri dell’ignoranza e del sonno della ragione: la scrittura. Aiutando lei, mi fate un gran bel regalo e aiutate l’umanità intera.
17 luglio 2019

Aggiornamento

Sento di condividere le parole/invito di una mia carissima amica che ringrazio...

Cari amici,

vi propongo una nuova campagna di crowdfunding per un progetto editoriale di una scrittrice dall'anima bella e dalla penna delicata, che risponde al nome della mia cara amica Annalisa Margarino. In questo tempo di parole violente e aggressioni non solo verbali, contribuire a diffondere pagine di pace può essere un modo per rendere un po' migliore questo mondo tanto difficile e arrabbiato.

Coraggio, salite a bordo!
11 luglio 2019

Aggiornamento

Ed ecco un commento a Lo scrigno di Irene da parte dello scrittore Ivano Mugnaini, in uno scambio epistolare:
Cara Annalisa,
(...) finalmente, ho potuto concludere la lettura del tuo romanzo.
Si conferma una tua caratteristica che avevo già notato in altri tuoi scritti precedenti: la capacità di effettuare una sorta di zoom continuativo, o meglio un mutamento di prospettiva e di inquadratura, dal dettaglio alla visione d'insieme, dal particolare al generale.
Il tuo scritto è denso di riferimenti a oggetti, gesti quotidiani, nomi di strade, incroci, piazze, autobus, che diventano in modo naturale, in tal modo, incroci di destini e di sguardi umani.
Questa è una qualità significativa che hai, ed è interessante notare che i tuoi studi, così rivolti verso l'alto, non ti abbiamo distolto dallo sguardo verso il suolo, ad altezza d'uomo. Questo sembra strano, invece a ben riflettere è molto coerente, e apprezzabile.
In questo testo specifico poi c'è un importante elemento in più: la riflessione, vissuta ma anche resa percezione, respiro, del mistero più grande, quello del nascere.
Nascere che dal concreto sfocia nel metaforico diventando in modo naturale (è giusto ribadirlo) rinascere.
Hai saputo parlare di qualcosa di estremamente coinvolgente senza farti annichilire dall'emozione e senza cadere (scadere) nel dato biografico e puramente emozionale.
Il testo conserva una sua lucidità, agrodolce, a tratti perfino pervaso da un'ironia che rende tutto più vero, quindi più intenso.
Per quello che mi riguarda, anche basandomi su quanto già avevo letto di tuo, il testo è di sicuro degno di lettura e di eventuale pubblicazione.
Sarebbe un romanzo (o racconto lungo) del tutto attuale ma non privo di istanti di poesia (il finale, in particolare, ma non solo quello).
Quindi, che dirti.... buon lavoro e... in bocca ad un lupo con preferenze vegetariane.
Un caro saluto da
Ivano
09 luglio 2019

Aggiornamento

Lo scorso anno ho avuto occasione di far leggere Lo scrigno di Irene a Gabriele Vacis, regista teatrale, drammaturgo, attore e fondatore dell'istituto di pratiche teatrali per la cura della persona (https://www.listituto.it/)
Ecco il commento che mi scrisse:
Cara Annalisa.
Ho letto il suo racconto.
Volevo dargli un'occhiata per leggerlo poi, ma mi ha catturato e l'ho letto d'un fiato. E' una scrittura piana e confortante, come la storia che racconta.
Vale senz'altro la pena di portarlo avanti...
La citazione di Tonino Guerra, se permette, la userò per l'ISTITUTO DI PRATICHE TEATRALI PER LA CURA DELLA PERSONA. Quello che vorrei fare è proprio un luogo per fermare la fretta e aspettare l'anima...
Grazie!
Gabriele
29 giugno 2019

Aggiornamento

Grazie per i 'mi piace' che stanno arrivando sulla pagina facebook e per i primi preordini del mio racconto.
Quando si propone un testo lo si ritiene già pronto e maturo, al di là delle migliorie redazionali. È una sfida in questi mesi di crowfunding dare in anticipo la lettura delle bozze per ricevere commenti e impressioni da parte di chi vorrà offrirmene... in qualche modo questa storia che viene da un lungo processo di formazione, maturerà ancora grazie alla vostra lettura... le storie crescono anche grazie a chi le legge...
30 giugno 2019

Aggiornamento

In Lo scrigno di Irene il tema dello straniero è ricorrente... come il sogno di una nave da crociera che si trasforma in nave accogliente e la capitana non finisce in prigione, ma il viaggio non è meno pesante...
«A un certo punto decidevamo di scappare via e non eravamo gli unici. Le navi da crociera facevano imbarcare tutti quelli che volevano fuggire».
Riccardo, intanto, scoppia a ridere emozionato: «Ire, quante volte abbiamo sognato da svegli, pensato, immaginato che le navi da crociera, invece dei barconi che affondano, raccogliessero i profughi che cercano rifugio qui da noi?» «Eh sì! L’ho incamerato nel sogno...»
«Finiva così?», le domanda lui.
«No! No! Attraversavamo un mare agitato, in tempesta che via via si calmava. Intravedevamo una costa. Non so che paese fosse, se in Europa, in Africa, in Asia. Non si capiva. Man mano che ci avvicinavamo cambiavano tutte le nostre percezioni sensoriali. Prima eravamo costretti a sopportare una grande puzza, poi un profumo inebriante che ci stordiva. Anche i colori erano tutti molto più accesi e la luce forte. Ricordo che tu ti arrabbiavi perché non avevi portato con te gli occhiali da sole. Il comandante che guidava la nave, d’un tratto si fermava e ci avvertiva che prima di scendere dovevamo prepararci all’approdo. Le persone di quell’isola vivevano seminude e dovevamo adeguarci anche noi. Ci dava delle foglie di fico, giusto per nascondere le nostre parti intime».

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Annalisa Margarino
Annalisa Margarino, torinese di nascita, genovese di adozione e romana di passaggio, ha studiato filosofia e teologia senza abbandonare mai la passione per la scrittura che coltiva fin da quando era bambina. Ha iniziato a tre anni, dettando una poesia a suo papà davanti al mare agitato di Capo Passero. Accanita lettrice, ha esercitato lo scrivere con diari personali che l’hanno accompagnata fino ai vent'anni.
Attualmente insegna religione e collabora con riviste culturali e associazioni. La scrittura, laboratorio per l’anima e cantiere di idee, per lei resta e rimarrà una grande sfida di incontro e dialogo con il mondo. Scrive per grandi e per piccini. Ora vive di nuovo a Genova, sposata e con due figli, Gioele e Giordano, e trascorre questo tempo convinta della fecondità della maternità per nuove possibilità dello scrivere ed elaborare visioni e progetti narrativi.
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