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Lo Spaccacuori

Lo Spaccacuori
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Consegna prevista Luglio 2021
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Diego Alvani è bello, ricco e colpevole di aver spezzato molti cuori senza curarsene minimamente. Ogni donna l’ha desiderato e molte di loro piangono ancora per lui. Sì, perché Diego non si preoccupa di scaricarle alla prima occasione. Per lui, l’amore è come una malattia mortale, qualcosa che non vuole nella sua perfetta vita da scapolo rubacuori. Tutto procede per il meglio finché un incidente gli cambia la vita per sempre. Diego, infatti, si risveglia in un luogo misterioso, ambiguo. Ad accoglierlo c’è un uomo che dice di essere Michele, l’Arcangelo di Dio e ha una missione per lui: dovrà diventare Cupido e unire sei persone, altrimenti morirà e pagherà i suoi peccati lavorando per il resto dell’eternità.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro non solo perché scrivere è come respirare ma anche perché, mentre l’idea germogliava da qualche parte nella mia testa, stavo sprofondando nel buio. Mi sentivo sola, inutile e disperata. Diego e la sua avventura sono nati proprio quando avevo più bisogno di leggerezza, di amore. E grazie a questo rompiscatole ho ritrovato il sorriso e la voglia di gettarmi in questa avventura a suon di clic sulla tastiera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Bianco.

Un accecante, fastidioso bianco.

Questo fu la prima cosa che vide quando aprì gli occhi.

Solo bianco. Sbatté le palpebre, sempre più disorientato. Era odore di… dolci quello che sentiva? Paste, forse. Gli venne l’acquolina in bocca. Cercò di tirarsi su a sedere, ma era come se un peso lo schiacciasse contro il materasso.

Che razza di sbronza era mai quella?

Che cos’aveva bevuto per ridursi in quello stato?

Sperò almeno di aver avuto una piacevole compagnia. Rammentava un bel sedere e delle labbra tinte di rosso e…

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«Guarda chi ha deciso di riprendere conoscenza» mormorò una voce da qualche parte in mezzo a quel bianco.

La prima cosa che lo colpì fu che era una voce unica nel suo genere. Diego non aveva mai sentito un timbro del genere. Così… profondo, rilassato. Chi era?

Alzò piano la testa, tuttavia pareva pesare centotrenta chili e dopo un po’ ricadde sul cuscino con uno sbuffo, la fronte imperlata di sudore.

«La spossatezza è normale. Non agitarti e vedrai che presto andrà tutto bene, figliolo».

Diego aggrottò la fronte. Si leccò le labbra secche. «C…chi…» riuscì a formulare.

Un volto apparve sopra di lui. Un uomo lo guardò dall’alto. Sorrideva. Aveva un volto dall’età indefinibile. Non sapeva proprio quanti anni dargli. Né troppo anziano né troppo giovane. Come se fosse senza tempo. I suoi occhi erano di uno degli azzurri più belli che avesse mai visto. Così azzurri che anche il cielo avrebbe provato invidia e… un attimo! Ma che razza di pensieri erano mai quelli? Da quando si fermava a pensare al colore del cielo e a paragonarci un paio di occhi sconosciuti? Di un uomo, per giunta! Qualsiasi cosa avesse ingerito, doveva avergli fuso il cervello.

Però il suo sguardo tornò sullo sconosciuto ancora chino su di lui. Occhi chiari, capelli tra il biondo e il castano, che brillavano in quella luce accecante. Il suo sguardo si abbassò per osservare i suoi vestiti. Camicia azzurra e jeans. Semplici. Vissuti.

Diego era sempre più confuso.

Non aveva mai visto quel tizio prima d’ora.

Chi era?

«Che… cos’è successo?» chiese e riconobbe a stento la sua voce. Neanche dopo l’addio al celibato di Riccardo si era ridotto in quello stato. E all’epoca erano stati due giorni di pura follia alcolica.

Lo sconosciuto sorrise e aveva denti così bianchi che lo abbagliarono. Fu obbligato a distogliere lo sguardo per un attimo. «Ciao. Mi fa molto piacere che tu sia sveglio. Iniziavo a preoccuparmi. È da due giorni che attendo di parlarti, Diego».

«Sul serio? Perché?» Davvero, chi era quell’uomo? Un cliente? Non era da lui dimenticarsi qualche appuntamento. E poi che ci faceva in casa sua? «È successo qualcosa e…», improvvisamente si rese conto che l’uomo l’aveva chiamato per nome. Lo guardò, di colpo diffidente. «Sa il mio nome».

«È il mio lavoro sapere tutto. Compreso il tuo nome».

Eh? Che voleva dire? Il suo lavoro? Sapere il suo nome?

«Chi è lei?» La sua voce si era fatta meno roca e più viva. Bene. Non gli piaceva essere vulnerabile e che qualcuno vi assistesse. Doveva ritrovare il contegno.

L’uomo sospirò. Poi lo guardò dritto negli occhi e Diego sentì un brivido scorrere lungo la spina dorsale. Quello sguardo era così intenso. Così… antico.

«Mi chiamo Michele».

Okay. Era un nome comune, già sentito. Facile da ricordare.

«E?» lo incitò.

Michele aprì la bocca ma fu un’altra voce a rispondere. «Ed è ora che tu ti alzi da quel letto e ci ascolti, Signor Alvani».

Era così diversa da quella di Michele. Questa voce era ancor più profonda, ma c’era un che di pericoloso in essa. Diego trasalì. Provò a muoversi, scoprendo di non sentirsi più tremendamente pesante. Sollevandosi, vide un altro uomo, sulla soglia di una porta… senza porta.

Rimase di stucco.

L’uomo era imponente. La sua pelle era scura, d’ebano. Gli occhi, stranamente, erano dello stesso azzurro di quelli di Michele. Su quell’uomo l’effetto era ancor più sconcertante. Era vestito di bianco dalla testa ai piedi. Si confondeva con tutto il bianco che c’era in quel posto. Non aveva niente a che fare con l’aria amichevole di Michele.

E Diego si rese conto che quello non era il suo appartamento.

Distolse a fatica gli occhi dal secondo estraneo e li lasciò vagare attorno a sé.

La stanza pareva non avere fine. Le pareti erano bianche, come anche i pavimenti e il soffitto. Non c’erano quadri né fotografie. Vide anche altre porte e si chiese dove portassero. Era una stanza strana. Troppo grande, troppo bianca, troppo tutto. Diego deglutì, sempre più a disagio. Odiava quelle emozioni. Si sentiva debole, spaesato. Odiava trovarsi in posti che non conosceva. Come poteva pianificare se non aveva idea di cosa stava succedendo?

«Complimenti, Uriel. L’hai sconvolto. Ti avevo chiesto di aspettare che gli parlassi io prima» borbottò Michele, guardando in tralice il nuovo arrivato.

Lui non mosse un muscolo mentre rispondeva. «Abbiamo perso troppo tempo. Dobbiamo procedere, fratello».

«Stavo per farlo quando sei piombato qui sconvolgendo il nostro Diego». Tornò a guardarlo e abbozzò un sorriso, sedendosi in fondo al letto. «Respira, Diego. Ti chiedo scusa per i modi poco ortodossi di mio fratello, ma è da tempo che non ha che fare con… i mortali».

Diego scosse la testa per riordinare le idee. «Che cribbio vuol dire tutto questo? Dove caspiterina mi trovo e voi chi caspiterina siete?» sbottò. Poi sussultò. «Perché non riesco a dire cribbio? Ehi, non è quello che volevo dire. Io volevo dire cribbio e… no, non è quello! Che sta succedendo?»

«Ti riferisci alle imprecazioni?» fece Michele. Scoppiò a ridere. «Oh, è semplice. Nel Limbo non è consentito dire parolacce. Cioè, non puoi neanche pensarle, quando sei in nostra presenza».

«Cribbio» esclamò ancora, sentendo quella parola scivolare sulla lingua come qualcosa di estraneo. «Perché? Che mi avete fatto, babbei?» Non era quello che voleva dire. Lui non aveva mai detto babbei o caspiterina.

L’uomo scuro, che Michele aveva chiamato Uriel, sbuffò. «Le parolacce non ci piacciono, Signor Alvani. E, per rispondere alla seconda domande, non ti abbiamo fatto niente. Non ancora, perlomeno. Ciò dipende da te».

«Che caspiterina vuol dire?». Fece una smorfia. «Non si può fare proprio niente per le parolacce? Non mi piace dire cribbio».

«Preferisci il bip che mettono in certi programmi?»

Diego ne aveva abbastanza. Si levò le coperte di dosso e si alzò. Per un attimo pensò di andarsene, fiero, ma il suo corpo pareva debole. Molto

debole. Manco avesse passato giorni a massacrarsi in palestra. I suoi muscoli tremavano, le gambe non riuscivano a reggerlo.

Mai, nei suoi trentatré anni di vita, si era sentito così vulnerabile.

Ricadde sul materasso, rosso in volto.

Dove si trovava? Chi erano quegli uomini? Gli era successo qualcosa? Non ricordava molto della settimana appena passata. Rammentava di essere uscito con i suoi amici, di aver portato a casa una bella ragazza e di essere andato a lavoro come ogni mattina. E poi? Che cos’era successo in quel lasso di tempo? Aveva un buco nella sua memoria, un buco che voleva colmare. Doveva sapere cosa gli era accaduto e subito. Pensò a sua madre, a quanto doveva essere in ansia per lui. Lei stava bene? Era successo qualcosa anche a lei?

Diego provò con tutte le sue forze a ricordare, ma una fitta allucinante gli trafisse la testa.

Michele sospirò. «Ci sono alcune cose che devi sapere, Diego».

Lui levò gli occhi e attese.

Li fissò, imperscrutabile. Appariva calmo, quasi rilassato. Eppure dentro di sé stava scivolando velocemente nel panico. Li aveva ascoltati attentamente mentre parlavano, cercando di assimilare una verità troppo sconvolgente per il suo cervello.

Doveva essere per forza tutto un sogno.

Qualcosa partorito dal suo cervello stanco. Probabilmente era una specie di esaurimento nervoso per il troppo lavoro. Ultimamente aveva lavorato come un mulo e aveva bisogno di una vacanza. Forse sarebbe potuto andare a rilassarsi in Puglia o su qualche spiaggia caraibica. L’ultima vacanza che si era concesso risaliva a più di sei anni prima, in Argentina. Che, poi, non si era trattato di una vera e propria vacanza. Più che altro era andato lì per lavoro, riuscendo a ritagliare solo qualche ora per sé. Non era riuscito neanche a sedurre nessuno, talmente era stato assorbito dal suo incarico.

Be’, non appena si fosse svegliato e avrebbe constatato che era tutto un’illusione, avrebbe comunicato al suo capo di volersi riposare un po’. Almeno due settimane. Okay, si conosceva abbastanza da essere sicuro che non le avrebbe sfruttate tutte e due e che, prima o poi, per la noia o il nervosismo, sarebbe tornato a lavoro in men che non si dica.

Quindi, non gli restava che assecondare quel sogno assurdo finché non si fosse svegliato.

Semplice. Accettabile.

C’era un però. Già, un cribbio di però.

E aveva le sembianze di due uomini diversi l’uno dall’altro ma in qualche modo uguali.

Diego stentava a sopportare di trovarsi nella stessa stanza con loro. Emanavano uno charm troppo… forte. Lo stavano soffocando.

E lo fissavano come se dovesse mettersi ad ancheggiare i fianchi come Rihanna da un momento all’altro!

«Quindi» disse dopo un lungo silenzio, «mi state dicendo che sono stato investito e che ora mi trovo in coma».

«Esatto» rispose Michele.

Uriel tacque, le braccia incrociate.

«E che voi siete degli… angeli». L’ultima parola uscì gracchiata, quasi come se Diego non fosse abbastanza per pronunciarla. In fondo, era umano. Mortale.

«Per la precisione siamo Arcangeli».

Diego non aveva idea di quale fosse la differenza tra “angelo” e “arcangelo”. Sua madre non credeva in Dio – fatto strano per una sostenitrice del matrimonio – e lui era stato a malapena battezzato. Aveva messo piede in una chiesa solo quattro volte in vita sua, ed esclusivamente per qualche funerale di parenti di cui non rammentava nemmeno il nome. Quindi era difficile per lui pensare che quei due fossero delle creature che provenivano direttamente dal Paradiso. Era inconcepibile.

«Arcangeli» ripeté, più a se stesso che per loro. Il suo cervello stava sventolando bandiera bianca. Erano troppe informazioni. Troppe questioni assurde.

«Esatto».

«Degli Arcangeli hanno preso… cosa? Il mio spirito? La mia anima? E volete… cosa?»

«Diciamo che vorremmo offrirti un lavoro» spiegò Michele.

Uriel grugnì.

Diego lo ignorò. Non gli piaceva quello là. Si concentrò su Michele. «Questo è un colloquio?»

«Una specie. In pratica abbiamo deciso di concederti una seconda possibilità».

«Perché?»

Uriel sbuffò. «Perché sei quell’esemplare di uomo che sfrutta, usa e getta via le altre persone. Il tuo comportamento è disdicevole e disgustoso. Sfruttare i sentimenti per ottenere ciò che vuoi», scosse la testa, «è oltraggioso. Voglio essere chiaro: io non sono d’accordo con mio fratello. Secondo me sei la persona sbagliata per questo incarico così prezioso, ma ormai il dado è tratto ed è tardi per tornare indietro. Sono stati sconvolti i piani per poterti avere qui, in questo momento. Tu dovresti essere morto, eppure Michele si è intestardito con te».

Diego sbatté le palpebre. Quel discorso non l’aveva aiutato, anzi, l’aveva confuso ancor di più. «Non ho capito un tubo».

Uriel lo fissò con disprezzo. «Ovviamente. La tua mente è troppo limitata per comprendere il Piano Divino».

Michele gli lanciò un’occhiataccia. «Suvvia, fratello, deve ancora metabolizzare. Sapevi che non sarebbe stato facile spiegargli tutto. Non occorre essere così rudi».

L’altro grugnì di nuovo.

«Mi volete rispondere, caspiterina?» sbottò Diego, impaziente.

«Quello che Uriel cercava di dire, è che hai spezzato molti cuori, nel corso della tua giovane vita, Diego» iniziò Michele, improvvisamente serio. «L’amore è un potere indescrivibile. Molte guerre sono iniziate per amore e molte persone sono morte per esso. Tuttavia è l’amore che ci unisce tutti. Prima o poi, in una maniera o in un’altra, ameremo qualcuno. Non parlo solo dell’amore romantico, ma anche quello che unisce una madre a un figlio, un fratello a una sorella, due amici. Tu, figliolo, l’hai provato davvero molto poco. Tuo padre non c’è mai stato e nonostante tu voglia bene a tua madre, certo, in un modo che trovo bizzarro e interessante, non hai amato nessuno. Solo una volta hai permesso a te stesso di provarlo e ti è stato spezzato il cuore».

Diego deglutì sotto il peso di quelle parole.

Amore… non voleva pensarci. Aveva sprecato anni a farlo. «Non voglio parlarne».

Michele sorrise. «Lo so e non rivangherò il tuo passato, perciò rilassati. Quello che io e Uriel intendiamo è che il mondo, l’universo e ogni cosa esistente necessita dell’amore. L’amore vero, un sentimento così puro da scacciare le ombre e l’oscurità. L’amore è la forza più potente del cosmo. L’amore può cambiare il destino di molte persone, a volte migliorandolo, a volte no. Tu, purtroppo, hai calpestato molti cuori senza pentirtene davvero. Hai giocato con donne e persone per troppo tempo e ora, che ti trovi a un bivio, ti diamo l’opportunità di rimediare».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Erica Palasciano
Classe 1995, vivo a Borgosesia, in Piemonte, con la mia famiglia. Ho studiato Amministrazione e Segreteria e il mio amore per la lettura e scrittura è iniziato tardi, ma non lo rimpiango. Ero una di quelli che facevano troppe storie quando d'estate si doveva scegliere un libro per la scuola. Fortunatamente sono rinsavita. Mi piace dire che vivo di carta, inchiostro e fantasia e non c'è niente di più bello di poter evadere dal mondo e immergersi in una storia. A mia madre, invece, piace aggiungere che ho un bel po' - forse troppo - sarcasmo o humor inglese, come dice lei, che mi scorre nelle vene.
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