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L’odore del ghiaccio che brucia

Amato da Chiara Mostini
Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Un promotore professionale proporrà il libro ai librai, una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
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Consegna prevista ottobre 2019
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Le balene in difficoltà sanno richiamarsi per migliaia di chilometri, utilizzando i canyon dei fondali oceanici come enormi casse di risonanza. Per le balene è vitale tenersi in contatto costante, sincronizzando le immersioni grazie all’udito. Una simile ancestrale sincronia deve aver portato Ynja al piccolo negozio di usato e antiquariato di Fríða, a Reykjavík. Il lavoro al negozio diventa per Ynja un posto sicuro, dove prendersi cura delle cose “già appartenute” per ridare loro nuova vita. Sarà proprio qui, nell’anno della Kreppa, in cui l’Islanda conoscerà la grande crisi, che Ynja inizierà a comprendere il significato della parola “appartenere” e così, suo malgrado, a credere: agli antichi proverbi, alle saghe e al Popolo Nascosto; ai valori, come unico e autentico potere di un popolo. Forse inizierà anche a credere all’amore e così a sperare di poter iniziare a raccontare anche per se stessa un’altra storia.

Perché ho scritto questo libro?

Questo è un libro che avrei voluto leggere e così me lo sono scritto. Non doveva essere una storia d’amore e neppure una saga familiare: doveva solo raccontare le vicende di quella che io chiamo una “famiglia elettiva”. E, per riuscire ad essere proprio la storia che avrei voluto leggere, non avrebbe mai dovuto definire con chiarezza il confine fra il vero e il non vero, fra il possibile e l’impossibile. Perché questo resta patrimonio di ciascun lettore e mai di un autore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

12. Margr ferr í geitarhús ullar at biðja – Molti vanno a casa delle capre per chiedere per la lana

Il lavoro in negozio non mi è forse mai piaciuto tanto come in quest’ultimo periodo estivo. L’estate è stata quella più calda mai registrata in città, con temperature che hanno raggiunto i 26°.
Entro questa settimana come tutti gli anni dovrei tornare a trasferirmi nel mio piccolo loft, qui a Reykjavik, per prepararmi all’arrivo della stagione autunnale e invernale: stavo però pensando in questi giorni che se non dovrò più cenare con Fríða ogni sera a Krisuvik, potrei usare la branda sul retro e il piccolo bagno di servizio, senza neppure dover tornare a casa per dormire. Di sera potrei fare tantissime cose senza essere interrotta dall’entrata dei clienti.

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Da sempre gli oggetti che sono raccolti qui mi incantano: ma ultimamente averne cura, muoverli, sistemarli, farli risplendere, sta dando dei frutti davvero mai ottenuti prima. Il fatto è che in questi ultimi mesi molti oggetti che credevamo essere in mostra da anni ormai invano, sono stati venduti nel giro di pochissimo e ai clienti più impensati.
É successo tutto quest’estate, quando sono rientrata in negozio con un nuovo entusiasmo: mi sono sforzata di trovare una gradevolezza e un’utilità anche alle cose a me più lontane e indifferenti. Ecco che allora l’importanza della pulizia, della cura minuziosa, dell’esposizione alla luce delle finestre e del posizionamento nella stanza, é cambiata ai miei occhi. Il sestante, per esempio. Un giorno, quest’estate, non so per quale motivo, l’ho “visto”. Ho deciso di smontarlo tutto, per ripulire le parti ossidate ed oliare tutti i suoi delicati ingranaggi: per farlo mi sono documentata ed ho chiesto aiuto anche a Olaf, qui a fianco, per rimontarlo correttamente. Alla fine, per quanto prima non ne sapessi nulla di navigazione, ho apprezzato davvero la perfezione degli ingranaggi di ottone e la minuzia del suo funzionamento, che per pochi millimetri potrebbe deviare la traiettoria di una nave anche di diverse leghe. L’ho provato, facendo proprio come mi ha detto di fare Olaf: ho portato l’alidada a fondo scala, puntando dritta verso il sole e finalmente ho potuto calcolare che il negozio di Fríða si trova a sessantaquattro gradi di latitudine dal polo nord e nove minuti primi.
Ho sistemato il sestante proprio sotto la grossa finestra all’ingresso, sopra alla sua confezione in legno di mogano, per poterne apprezzare io stessa la presenza durante il giorno: forse per sognare i viaggi avventurosi che ha permesso, per ricordare le mani che lo hanno utilizzato al di sotto di cieli stellati e di aurore boreali e le benedizioni delle donne e dei figli che a poche certezze come un sestante avevano affidato il loro stesso futuro. Ed ecco che in neanche una settimana è stato venduto, non a un turista o ad un collezionista di vecchi strumenti da navigazione: al vecchio Einar Már, che da sempre entra in negozio uscendo a mani vuote e che lo deve aver guardato, dietro ai mappamondi, per almeno una ventina di volte in questi anni. Non so dire cosa abbia fermato i suoi occhi, questa volta, ed ancora meno cosa gli abbia fatto estrarre il portafogli dalla tasca dei suoi soliti pantaloni blu, che da quando lo conosco gli vedo addosso. Non la finiva più di parlare, mentre glielo impacchettavo con cura: mi parlava di suo padre e di come con un oggetto simile gli avesse insegnato a navigare di notte, di come la pesca fosse da allora sempre stata la sua vita. Di come, a furia di navigare, il sestante lo aveva lì, dentro la sua testa! Di come ormai lui riuscisse a vedere le traiettorie e gli angoli della rotta direttamente lassù, nel cielo, anche se coperto e con il mare burrascoso: si batteva la fronte con il grosso dito nodoso, con la pelle indurita dal troppo lavoro in mare. Assurdamente, mentre mi diceva che ormai aveva tutto in testa, lo stava comprando, lamentandosi anche che i suoi soldi erano salati, non si sa se più dal mare o dal sudore. Einar Már, che è sempre entrato in negozio per lamentarsi di come le persone buttassero via le cose ancora buone e poi tornassero a ricomprarsele da noi.
Persino Fríða, quando gliel’ho detto, non ci poteva credere. Ed il vecchio Einar Már è solo uno dei tanti esempi di vendite incredibili che sono accadute, da quando io ho iniziato a “vedere” davvero gli oggetti. É come se i clienti sentissero quello che vedo, quello che amo, quello che curo. Gli oggetti forse assumono come un fascino nuovo, che solo i miei occhi gli conferiscono. E così sono i miei occhi a portare gli oggetti alle persone.
La cassa è piena anche questa settimana, anche se la stagione turistica è già finita da tempo, e finalmente sarà possibile iniziare ad accettare nuove commesse. É davvero troppo avvilente non poter accettare del lavoro in entrata perché non si è abbastanza curato quello in uscita, che, alla fin fine, è proprio il guadagno di tutta l’attività.
Sono felice di poter finalmente restituire a Fríða un guadagno superiore al mio stesso stipendio: glielo devo davvero, dopo questi tre anni di lavoro. Da quando lavoro di più, poi, vedo che anche lei può evitarsi i lavori più pesanti. Non me ne ero mai accorta, ma difficilmente lei mi chiede cose che ritiene troppo onerose: per capire di cosa in realtà ha bisogno, bisogna proprio seguirla, come quando la prima volta l’ho aiutata con il baule.
Con la commessa di tovaglie, per esempio, credo che per la sua schiena non occuparsi del lavaggio a mano e dello stiro sia stato un vero toccasana: e del resto sono state una bella rendita. In tanti anni neppure a Fríða era mai successo che un ristorante comprasse tutte le tovaglie in nostro possesso e ce ne dovessimo addirittura procacciare altre per far fronte alla domanda. E, certo, non avremmo di sicuro potuto venderle nello stato in cui erano: molte avevano le macchie da cassetto. Non le avevo mai conosciute fino ad oggi, le macchie da cassetto. Non c’è stato modo di farle venire pulite se non bollendo, e dico bollendo, le tovaglie e utilizzando la cenere passata al setaccio proprio come una volta, per raggiungere il bianco più luminoso. É stata una vera sfacchinata, per quaranta tovaglie in tutto, alcune, fra l’altro, finemente ricamate. Ci sarà voluto quasi un mese di lavoro intensivo.
É ora di pranzo, Fríða è rientrata in negozio, togliendosi la cerata rossa fuoco come i suoi capelli.
L’aspettavo da questa mattina: ‹‹Guarda qua››, dico non senza una nota di piena soddisfazione, mettendo nelle mani di Fríða una collana, ora, in perfette condizioni: ‹‹sono riuscita a recuperare la collana della sig.ra Eydìs. Saranno dei mesi che aspettava di essere sistemata. Ci ho messo un po’ a ritrovare tutte le perline ma ce l’ho fatta! Qualcuna era finita fin fra le assi del pavimento, sotto la stufetta economica! Ma non ne è andata persa neanche una!››.
La collana di perle dovrebbe risalire ai primi del secolo. Non si tratta certo di una rarità ma ha comunque ha un certo valore per le amanti del genere: per la gente di queste parti trovare monili con perle vere non é particolarmente raro, soprattutto se di queste dimensioni, ma per qualche turista anche solo trovare una collana di perle autentiche, non di fiume o di allevamento, potrebbe essere interessante.
‹‹Incredibile, un lavoro che non riuscirei davvero più a fare neanche con gli occhiali! Ma quando l’hai fatta, che sei sempre qua in negozio dalla mattina alla sera a lavare delle tovaglie?››.
‹‹L’ho fatta a casa, prima di dormire. Non hai visto che tenevo delle perline sul comodino?››
‹‹No, ho sempre visto la luce accesa, da un po’ di sere, ma pensavo che leggessi un libro. Ynja, secondo me lavori troppo da quest’estate››.
Sorrido e faccio spallucce: ‹‹Lo sai che questo non è solo un lavoro per me››
‹‹Lo so, ma ci sono anche altre cose, oltre al lavoro. Dovresti coltivarle alla tua età. Hai tutta la vita davanti! Qui dentro alla fine ci sono solo delle cose vecchie, mentre tu devi pensare al nuovo, guardare oltre››.
Le solite frasi scontate di Fríða. Eccola che ricomincia con la solita frase:
‹‹Da quando non esci con Ása? E al Dillon sono diversi giorni del bucato che sei più andata, lo ha notato anche la sig.ra Sunna Týradóttir che mi ha chiesto ieri se stavi bene. Non va bene per una ragazza giovane stare chiusa a lavorare come una donna come me››.
‹‹La sig.ra Sunna sarebbe bene che si occupasse della sua, di famiglia. E comunque se questa vita va bene per te, non vedo perché non dovrebbe andare bene anche per me, l’età per te è sempre e solo una scusa››.
Lei tace, scuotendo la testa anche se con uno strano sorriso sul viso. So benissimo che per lei adesso è impossibile farmi la solita morale.
Riprendo, ‹‹Non sei tu che dici che occuparsi della bellezza della vita è la cosa più importante? Ecco, per me questo negozio è la cosa più bella al mondo. Sto imparando più cose qui che in tutti gli anni di scuola, compresa l’università››.
‹‹L’università? Non sapevo che tu fossi andata all’università, è magnifico!››
‹‹Mah, non è poi quella gran cosa che ci s’immagina. Alla fine sono solo libri da leggere. Tu sei molto più colta di molti professori, con tutti i libri che hai letto››
‹‹E quale facoltà hai seguito?››
‹‹Lettere. Ma è successo tanto tempo fa e comunque l’ho mollata. E, ti ripeto, questo negozio è molto meglio dell’università per imparare le cose che servono nella vita››.
Fríða scuote la testa: so che vorrebbe farmi altre domande, ma so anche che si fermerà qui, senza proseguire e gliene sono grata. Come anche io prima, si fermerà senza insistere. A volte vorrei davvero essere una persona diversa, per dare di più alle persone intorno a me.
‹‹E tu fino a che età hai studiato?›› chiedo io, per non troncare la conversazione.
‹‹Io purtroppo non ho studiato oltre il diploma. E me ne dispiaccio. Ho conosciuto Frænk e ci siamo presi subito. Dopo pochissimo ero già incinta e ci siamo sposati. E il padre di Frænk ci ha subito messi a lavorare in negozio. E per fortuna, allora le cose non andavano bene come oggi››.
‹‹Incinta? Non sapevo che tu avessi avuto un figlio››
‹‹Purtroppo è nato morto, per via di una grave malformazione. Ma l’ho dovuto partorire lo stesso, con il travaglio e tutto in resto. Una cosa davvero contro natura››. Ecco cosa succede a fare domande.
‹‹Oh, non lo sapevo, mi dispiace … ››. Sprofonderei dalla vergogna per averle fatto ricordare un ricordo tanto penoso, proprio io che sono così riservata per le mie, di cose.
‹‹Non importa, sono passati tanti anni. Purtroppo quello è stato solo il primo di tanti figli mai nati, per noi due. Fino a quando abbiamo deciso di rinunciare. Io alla fine ho accettato che non sarei mai stata una mamma, ma il dolore più grande è stato il pensiero di non aver mai potuto dare un figlio a Frænk. Sarebbe stato un padre meraviglioso, l’ho sempre pensato››. Mi colpisce quella serenità flemmatica con cui accarezza le sue ferite, come se non facessero più male. Davvero possono essersi cicatrizzate in lei cose così grandi? Sembra quasi volerne parlare
‹‹Cosa te lo faceva pensare?››
‹‹Non lo so, tante piccole cose. Quella gentilezza che metteva in ogni piccola cosa, quella sua sensibilità, la sua pazienza di spiegare tutto, anche i meccanismi più complessi persino a me. Rispondeva a tutto, anche alle domande più stupide, il povero Frænk››.
Forse la voglia di farlo rivivere, ricordandolo, supera persino il dolore di certi ricordi. La ammiro tanto: non credo di aver mai provato in vita mia un sentimento così puro. O forse sì?
Nel frattempo, parlando, abbiamo finito di apparecchiare, nel retro del negozio, ed abbiamo già impiattato lo stufato.
‹‹Buon appetito!››
‹‹Anche a te!››.
Non abbiamo mai parlato così, se non quella volta quest’estate. Alla fine bisogna dirlo, viviamo assieme ma sappiamo poco delle nostre storie come se fino ad ora poco importasse a entrambe cosa ci avesse portate qui. Accendo la televisione, per accompagnare il pranzo, ma non saprei dire se è un pranzo tardivo o piuttosto una cena anticipata.
‹‹Hai visto il mio cellulare da qualche parte? Sono un po’ di giorni che non so dove l’ho messo … ››
‹‹Giorni? Saranno mesi! Lo hai lasciato persino nel frigorifero la settimana scorsa. Deve averti fatto dei grossi dispetti! O forse hai fatto arrabbiare un folletto?››

13. Verðr þat er varir ok svá hitt er eigi varir – Molto accade che uno non si aspetta
Tu sei pazzo, Loki, uscito di senno,
perché non la smetti, Loki?
(Snorri Sturlson, Edda)

‹‹Compagni islandesi … Se c’è mai stato un momento in cui la nazione islandese ha bisogno di stare insieme e mostrare forza d’animo di fronte alle avversità, è questo. Vi esorto tutti a custodire ciò che è più importante nella vita di ognuno di noi, per proteggere quei valori che sopravvivranno alla tempesta che ora comincia›› … ‹‹Abbiamo risorse naturali, sia in mare che sulla terra, che ci garantiranno un quieto vivere qualunque cosa accada. Il nostro livello di istruzione e le risorse umane che abbiamo qui, non sono meno invidiabili delle nostre risorse naturali agli occhi delle altre nazioni. Così, avremo la possibilità di ricostruire il sistema finanziario››.
‹‹È molto importante che noi manteniamo calma e considerazione durante i giorni difficili che ci attendono, che non perdiamo il coraggio e che ci sosteniamo a vicenda, così come possiamo. Così con islandese ottimismo, forza d’animo e la solidarietà come armi, noi supereremo la tempesta. Dio benedica l’Islanda››.

Non sopporto le persone che riescono a parlare senza muovere nessun’altra parte della faccia, eccetto la bocca. Non sopporto neanche quei visi che tengono le sopracciglia asimmetriche, una crucciata e l’altra no: non si capisce bene che espressione facciano. Haarde, mentre ci sta dicendo di custodire ciò che è più importante nella vita, sembra preoccupatissimo con un sopracciglio, e invece benevolo come Santa Claus con l’altro.
‹‹Ci siamo!››, dice Fríða, come se si trovasse in una situazione da sempre attesa e temuta, per la quale da sempre si è preparata, mentre io ancora sto cercando di focalizzare che, in fondo, l’uomo preoccupato e benevolo che parla è il nostro primo Ministro.
‹‹Fríða, Fríða!››, il nostro vicino Olaf Baldurson è entrato in negozio, precipitandosi nel retrobottega a colpo sicuro ‹‹Stiamo andando in piazza Austurvöllur››. Sta bagnando tutte le assi del pavimento, mentre dice: ‹‹stiamo caricando le macchine››.
Ma perché Fríða esce dal retrobottega e si infila la cerata? Ma cosa credono di fare, loro due? Cosa c’entrano loro con Geir Haarde che parla della bancarotta di Islanda?
‹‹Ynja, cosa fai? Prendi la chiave che chiudiamo subito il negozio!›› le trema la voce. La chiave, la chiave. Lo stufato si raffredderà. Devo prendere anche un ombrello, se voglio uscire, e la giacca. Dove ho messo la chiave? Possibile non riuscire mai a trovare niente? Eccola, l’avevo posata nella ciotola d’argento sullo scaffale dietro la cassa: non c’è modo migliore di perdere le cose che sistemandole per bene in un posto sicuro.
‹‹Ynja, cosa stai facendo!?››
‹‹Eccomi eccomi ci sono, non trovavo le chiavi››
‹‹Andiamo, dobbiamo esserci tutti››.
Dobbiamo esserci tutti. Saliamo in fretta sulla piccola jeep di Olaf, che fa subito manovra: i negozi e i caffé della Aðalstræti e della Vesturgata sono assurdamente chiusi e i negozianti e le persone si affrettano per andare tutti via, non capisco dove. La strada è una lunga colonna di macchine, non ho mai visto niente di simile prima. É come se all’improvviso, tutti si muovessero in sinergia, seguendo una fortissima corrente invisibile e fossero diventati capaci di darsi un appuntamento istantaneamente in un unico posto.
Olaf tace e anche Fríða: io, seduta sul retro, non faccio altro che guardare fuori e poi osservare come il mio fiato stia appannando il finestrino impedendomi di guardare fuori. Da bambina ci scrivevo dentro, e poi guardando contro luce: si vedeva la scritta anche quando i finestrini non erano più appannati. Fuori c’è già molto freddo, la prima neve quest’anno è arrivata quattro giorni fa, anche se non troppo copiosa.
La maggioranza delle persone, come noi, sta parcheggiando a distanza, anche solo per agevolare l’arrivo di tutti e non paralizzare ulteriormente il traffico. In cammino verso la piazza intravvedo Erla e Margrét, sempre assieme. Proprio quando Olaf riesce a parcheggiare fra due Pajero, ma solo mettendo la jeep di traverso, vedo passare anche i due gemelli Gustavson, mentre salgono la salita l’uno aiutando l’altro a portare la sedia a rotelle. Sotto centinaia di cappelli e cuffie di lana riconosco tante facce conosciute: il vecchio Ólöfson, la sig.ra Eydìs e persino Gunnar, che fortunatamente non si è accorto di me.
Inseguo Fríða che a fianco di Olaf sembra avere in mente una meta ben definita e a me sconosciuta. ‹‹Dove stiamo andando?››
‹‹Andiamo a interrogare l’Althing!››. Semplicemente, non resta che andare tutti al nostro Parlamento.

Nel suo corpo immenso di un banco di aringhe, ciascuna mantiene una distanza fissa dalle altre e non fa altro che seguire i vicini, sincronizzando i cambiamenti di velocità e direzione.
La nube densa e argentea fluttua, muovendosi compatta con la stessa fluidità dell’acqua scura e fredda. Nel mezzo liquido il pericolo può arrivare da ogni parte, ma l’immenso groviglio di argento vivo è difficilmente attaccabile: i suoi milioni di occhi sono costantemente rivolti in tutte le direzioni.
Ma ecco che uno squalo attacca dall’alto e all’improvviso, non si sa guidato da chi, l’immenso banco si apre a ventaglio per poi richiudersi alle sue spalle, riuscendo a evitarlo. Giunge una razza, dal basso, incurante degli squali che sopraggiungono: il banco guizzante si ammassa in superficie, per serrare le file e formare una palla compatta. Un muro di milioni di esistenze perfettamente coordinate e allineate. Sincrone. Ora piovono anche nemici dall’alto, dal basso, di lato: le aringhe che si isoleranno, o che saranno strappate dalle altre, troveranno la morte. Più si uniranno più si salveranno.

25 febbraio 2019

Aggiornamento

Carissimi,
finalmente ci siamo: il libro sarà pubblicato con bookabook!
Abbiamo raggiunto assieme le duecento copie vendute solo nel primo mese!
Grazie alla vostra grande partecipazione e al vostro interesse questo progetto è diventato una realtà.
Vi ringrazio di cuore per la fiducia che ciascuno di voi, uno ad uno, mi ha dato in questa prevendita, su questo mio primo libro che uscirà solo a ottobre.
Aspetto curiosa i vostri commenti perché in ciascuno di voi si ricostruisce un romanzo sempre diverso... e per me da ascoltare è straordinario.
Chiedo ancora, a chi ha apprezzato le bozze online o a chi lo desidera, di proseguire con un prezioso passaparola: il vostro aiuto è stato, è e sarà il solo sostegno possibile per il volo di questo mio aeroplanino di carta.
Un grande abbraccio a tutti
Francesca

Commenti

  1. burattitessuti

    (proprietario verificato)

    Il libro mi è piaciuto molto,l’ho letto con trasporto coinvolta dall’apparente semplicità di questa storia che si svela piano piano, attraverso gesti comuni e incontri di quelli che ognuno di noi ha occasione di fare nella vita.
    Anche io ho incontrato Francesca in un periodo particolare della mia vita, aveva circa quattordici anni ed era molto profonda, sensibile, delicata e riflessiva.
    Tutto ciò l’ho ritrovato tra queste pagine e mi ha sorpresa e commossa.
    La storia è scritta molto bene, ogni fatto narrato ha un senso in quanto legato intimamente alla vicenda personale della protagonista.
    Ho molto apprezzato l’aspetto dell’impegno e della responsabilità civile in un Paese in crisi,l’amore viscerale per la terra e le persone che formano insieme ciò che Francesca definisce una “famiglia elettiva”.
    Ho gustato le descrizioni minuziose dell’ambiente nella sua totalità, il desiderio di preservare la memoria degli oggetti e delle tradizioni, i sentimenti descritti, contrastanti e toccanti.
    C’è molta vita fra queste pagine, quella vera, che abbiamo sperimentato noi adulti e che aspetta i più giovani.
    Francesca ha saputo riportare tutto questo con grazia ed estrema lucidità.
    Da persone speciali arrivano doni speciali, ne ho avuto la conferma leggendo questo libro

  2. (proprietario verificato)

    MANUBI56 – 09/02/2019
    Il libro mi è piaciuto perché tocca uno degli aspetti basilari del vivere, ovvero gli incontri, che scandiscono la nostra esistenza col senso ed il valore che diamo loro.
    Ognuno di questi incontri umani, che sia favorevole oppure osteggiante, al limite indifferente, ci dà occasione di agire, pensare, insomma vivere.
    Credo che, quando dice “famiglia elettiva”, l’autrice si riferisca proprio a questi incontri che ci capita di fare e a cui si dà generalmente una valenza casuale, quando non si vuole attribuire loro l’importanza che probabilmente hanno.
    “ISLANDA”, credo, vuol dire accogliere questi incontri che possono cambiarti la vita, che possono essere incontro con la fortuna, incontro col dolore e la sofferenza, incontro con persone difficili, ecc. ecc.
    Lo trovo un libro profondo, dettagliato, introspettivo, la cui bellezza è la sicurezza con cui ci si riconosce, poi l’atto di condividere qualcosa di importante e misterioso, che non dipende sempre dal legame di sangue, come vuole la consuetudine culturale.
    Aggiungo di aver potuto “viaggiare” in questa terra dove, leggendo, mi è sembrato di essere.
    Grazie.

  3. patrizia.alice

    (proprietario verificato)

    Libro intenso e scorrevole, mai banale e pieno di spunti psicologici introspettivi.
    Mi ha tenuta letteralmente incollata fino alla fine.
    Terre lontane, amori, passato e presente che si mescolano in un vortice di crescita personale.
    Bello bello bello!

  4. (proprietario verificato)

    Da pensionata-senior che legge poco, devo dire che all’inizio mi disturbavano un po’ tutti quei nomi stranieri… ma poi non ci ho più fatto caso.
    Incuriosita e meravigliata di come una giovane ragazza fosse tanto impegnata nel ri-consegnare identità e vita a cose vecchie ed inutilizzate /io sono per buttare tutto quello che non serve più/, ho proseguito la lettura e, man mano che avanzavo nei capitoli /e scoprivo i modi di dire in relazione alla vita quotidiana/, mi sono ritrovata molto coinvolta e davvero emozionata nel seguire la storia:
    *la DESCRIZIONE ATTENTA E SENSIBILE dell’ambiente naturale, come delle persone che lo abitano, mi ha spontaneamente invogliato a visitare l’Islanda!
    *la complicità e a volte la tenerezza dei personaggi che esprimono istintivamente desideri, energie e sogni… /come pure le paure e le incertezze che sempre sottostanno a qualsiasi scelta/, evidenzia la meraviglia e allo stesso tempo la fragilità dell’essere umano, in qualsiasi parte del mondo si trovi!
    *il fatto di avere conosciuto l’autrice Francesca e la sua gemella Arianna un po’ di anni fa… e di ricordarle speciali bambine! di particolare sensibilità e amore verso l’ambiente, le persone e le cose belle…, mi ha… naturalmente commosso!

  5. (proprietario verificato)

    Il libro per la sua scorrevolezza mi ha appassionato alla lettura. Mi è piaciuto molto per l’introspezione profonda .Ho appreso con stupore le abitudini e le tradizioni di questa terra che non conoscevo minimamente e che non avrei mai immaginato.

  6. (proprietario verificato)

    Bello,bello bello!!!!
    Ho letto tutto d’un fiato senza riuscire a smettere…!!!
    Mi vedevo li…ero attrice e spettatrice!!!
    Mi sembrava di vedere e toccare fisicamente tutte le ambientazioni descritte!
    Un libro pieno di amore,tenerezza,storia, attualità, suspense…mai scontato e banale!!
    Ho sofferto e gioito con i protagonisti!!
    Mi auguro possa esserci un seguito!!
    Lo aspetto…❤❤❤

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Francesca Montali
Nata a Parma il 19/10/1981, vive a Montechiarugolo in provincia di Parma.
Si laurea a Parma e si specializza a Bologna. Ha lavorato e lavora tutt'oggi nei servizi che si occupano del supporto e della cura alle famiglie.
Appassionata di scrittura, ha sempre pubblicato testi e lavori a carattere scientifico.
"L'odore del ghiaccio che brucia" è il suo primo romanzo in prosa.
Francesca Montali on sabfacebook

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