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L’odore del ghiaccio che brucia

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Le balene in difficoltà sanno richiamarsi per migliaia di chilometri, utilizzando i canyon dei fondali oceanici come enormi casse di risonanza. Per le balene è vitale tenersi in contatto costante, sincronizzando le immersioni grazie all’udito.
Una simile ancestrale sincronia deve aver portato Ynja al piccolo negozio di usato e antiquariato di Fríða, a Reykjavík. Il lavoro al negozio diventa per Ynja un posto sicuro, dove prendersi cura delle cose “già appartenute” per ridare loro nuova vita. Sarà proprio qui, nell’anno della Kreppa, in cui l’Islanda conoscerà la grande crisi, che Ynja inizierà a comprendere il significato della parola “appartenere” e così, suo malgrado, a credere: agli antichi proverbi, alle saghe e al popolo nascosto, ai valori, come unico e autentico potere di un popolo. Forse inizierà anche a credere all’amore e così a sperare di poter iniziare a raccontare anche per se stessa un’altra storia.

Prefazione

Fu grazie a mio cugino che a dodici anni ascoltai per la prima volta Immigrant song dei Led Zeppelin: scoprii così questa terra fatta di ghiaccio e neve, di sole di mezzanotte e sorgenti calde, mitologia norrena e vichinghi.
Decisi che prima o poi ci sarei andata. Passò molto tempo e molti viaggi, e in Islanda ci arrivai per la prima volta a trentaquattro anni, per festeggiare il mio compleanno. In solitaria, come sempre nei miei viaggi.
Trascorsi la mia prima vacanza di dieci giorni principalmente nella capitale, a Reykjavík, e me ne innamorai subito. Tornai molte altre volte in quest’isola, divenne un appuntamento con me stessa per festeggiare ogni anno il mio compleanno, fino a quando, durante il mio settimo viaggio, prese piede l’idea che mi sarei dovuta regalare una nuova vita in questa nazione.
Mi sono trasferita in Islanda il 26 aprile 2018, un mese prima del mio quarantesimo compleanno.
Oggi vivo in un piccolo paesino a settantasei chilometri da Reykjavík. La più grossa difficoltà qui è sicuramente il tempo, inteso come ore di luce e come temperature, a volte proibitive, oltre al vento onnipresente. L’impatto è stato durissimo ma anche pieno di stimoli nuovi che mi spronano ad andare avanti: sento che sono sulla strada giusta. Non mi era mai capitato di non voler andare a dormire o di avere voglia di svegliarmi prima, nonostante la stanchezza, solo per poter guardare fuori dalla finestra o andare al lavoro godendo di ciò che ho intorno.
Guidare in pieno inverno all’alba e avere come compagna di viaggio l’aurora boreale non ha prezzo, così come in estate svegliarmi in piena notte, guardare fuori dalla finestra e vedere un arcobaleno. Per me queste sono le cose che contano, che rendono la vita e le mie giornate speciali.
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Vivendo alle porte della penisola di Snæfellsnes, in meno di un’ora di macchina posso arrivare in posti incredibili come Buðir, oppure passeggiare lungo una spiaggia dalla quale si possono ammirare colonie di foche. Quando invece ho voglia di immergermi nella sana desolazione dei piccoli villaggi islandesi, allora viro verso sud e arrivo a Eyrarbakki: faccio una passeggiata fra le sue case secolari o sul lungo mare e mi sembra di ritrovare la pace dei sensi.
Per finire, Reykjavík è la città che amo di più al mondo, per me è il centro di tutta l’energia positiva che gira intorno a questa isola, e spesso, dopo settimane di vita rurale e week-end on the road nel mio mini van, sento il bisogno di ritornarci, anche solo per una birra al Dillon o una passeggiata nella Laugavegur.
Un giorno per caso, ho letto il post di Francesca, rivolto al gruppo Facebook di italiani che vivono in Islanda: lei cercava una persona che potesse, attraverso le proprie esperienze di vita e la propria quotidianità qui, leggere il romanzo e aiutarla a renderlo verosimile. In particolare chiedeva di supportarla nel rendere tutto il più possibile vicino al reale, cioè di rifinire l’ambientazione, lo scandire del tempo, le abitudini e le tradizioni, a volte bizzarre, di questo popolo. Gli islandesi sono gente estremamente schietta e pratica, ma ugualmente gentili e sempre pronti ad aiutarti e a raccontare qualche aneddoto legato alle loro saghe, fantastiche o reali che siano.
Quando nella noia delle lunghe giornate fredde e buie dell’inverno islandese ho deciso di immergermi nella lettura del romanzo di Francesca, mi sono ritrovata subito nelle accurate e delicate descrizioni dei luoghi che mi capita spesso di frequentare. Sfogliando le storie dei suoi personaggi e di come le loro vite si incrociano, nello scambio dei piccoli gesti e momenti delle loro giornate, mi è parso di ritrovare scritto il trascorrere, a volte ordinario, a volte avventuroso, dei miei giorni.
Io e Francesca abbiamo rivisto e riletto assieme ogni singola pagina del romanzo, ho potuto suggerire aspetti della cultura – anche solo gastronomica –, e raccontarle di come si affrontano le poche ore di luce invernali e le molte estive.
Durante tutto il percorso di confronto con lei, si sono create molte situazioni che mi hanno quasi fatto ricredere sul popolo nascosto: poi una serie di coincidenze e fatti mi hanno anche quasi portato a pensare che io e Francesca ci fossimo già conosciute da prima del giorno in cui lessi il suo post su Facebook. Si è creata una bella amicizia, un rapporto speciale.
Per me è stato molto importante questo incontro e questo progetto perché mi è servito anche come spinta per riprendere in mano un mio piccolo sogno, quello di tenermi occupata nel prossimo lungo inverno nella stesura di una guida turistica romanzata, ambientata in alcuni dei luoghi più magici del paese.
Per il prossimo compleanno mi regalo un on the road di dieci giorni nei Vestfirðir, e, quasi a chiudere il cerchio, un mese dopo Robert Plant suonerà a Reykjavík e io sarò sotto il palco a cantare Immigrant song.
Capita veramente che, se ci si crede, i sogni alle volte si avverano. Grazie Francesca.

Chiara Trevisan

Il lavoro parla
Verkin tala
Suona di nuovo la campana di ottone all’ingresso e blocca il movimento automatico delle mie dita, che danzano inconsapevolmente sul filo di lana e sui ferri da maglia. Resto sospesa, in attesa di sentire l’accoglienza di Fríða, ugualmente educata e cantilenosa con tutti i clienti: probabilmente sarà tornata la signora Ylva per portare la tovaglia di macramè.
Poso di malavoglia i ferri e la sciarpa, e ascolto me stessa ripetere la nenia: «Buonasera, cosa posso fare per lei?». Uscendo dal retrobottega però non vedo nessuno. Mi sporgo meglio dal bancone: oltre il tavolo imbandito di tovaglie, lenzuola e coperte tessute a tombolo, dietro alla vetrina degli argenti e dei servizi di posate, da tè e da caffè, persino dietro ai pendoli ticchettanti sul fondo dello stanzone, non vedo nessuno.
La luce, che entra dalle finestre strette e senza tende, illumina fioca la stanza e così i mucchi di oggetti posati in ordinata rinfusa. Per poter vedere meglio però dovrei poter accendere tutte le lampade che sono appese: per un momento dimentico che non sono funzionanti.
«Chi è? C’è qualcuno?»
Se non fossi abituata all’idea di conoscere tutti, avrei forse paura perché sono certa di aver sentito qualcuno entrare.
All’improvviso, un rumore che proviene dalla stanza a fianco, quella piccola dove stanno i tre mappamondi, le lenti deformanti, il grande cannocchiale e il sestante, rivela che qualcuno è entrato: «Sì, scusi… mi scusi…» borbotta con un inglese non fluente, poi un rumore sordo di qualcosa che cade al suolo lo interrompe, con un rumore di frantumi. Accorro prontamente, trovando un ragazzo chinato sull’antica bambola di porcellana in mille pezzi, quella della signora Adalbjorg Olafdottir: lui goffamente raccoglie rapido i cocci della testa e del braccio, spezzati in più punti. Con un moto di rabbia per il danno subito mi chino a mia volta, togliendogli dalle mani la bambola totalmente rovinata, dopo almeno cento anni di perfetta custodia: «Dovrà pagarla, naturalmente, ormai è andata. Un vero peccato. Sono 15.000 corone».
«Certo, certo, mi scusi di nuovo» aggiunge il cliente, con tono costernato: ma io non posso staccare gli occhi da Asdìs, la bambola che vendevo con un nome e una storia, ora irrimediabilmente finiti in pezzi. La porto al bancone, verso l’ingresso, delusa e amareggiata, mentre il cliente mi segue, probabilmente in imbarazzo, forse incapace di accettare che un giocattolo possa avere tanta importanza. Eppure, con una lentezza e una cura che rasentano l’assurdo persino ai miei occhi, provocatoriamente, mi metto a ravvolgere ciascun coccio, uno a uno, nella carta del Fréttablaðið della settimana scorsa. Erano cocci preziosi, avrebbe dovuto capirlo, almeno negli istanti prima di impossessarsene, prima di buttarla via.
Mentre avvolgo ogni parte di Asdìs nel giornale, non posso non pensare che potrei tenerla io, invece che consegnarla a questo imbecille. Pagarla con il mio stipendio ma almeno portarla a casa, metterla nella mia stanza, magari proprio a fianco del pinocchio col naso spezzato che ho preso due mesi fa. Potrei farla riparare, oppure tenerla lo stesso, anche rotta. Bambole messe da parte, infanzie perdute, affetti dimenticati. Ma se lo facessi di nuovo, Fríða si arrabbierebbe davvero questa volta… urlerebbe come sempre che questo è un negozio e che bisogna vendere le cose, non tenersele.
«Lei sa se è possibile farla riparare da qualche parte, qui intorno?» chiede con esitazione la voce del cliente straniero.
Le mie mani si bloccano, questa volta non sulla maglia ma sull’ultimo piccolo fagotto di carta contenente la mano di Asdìs. Ora devo assolutamente capire chi è che mi sta parlando e quale sia il suo viso: gli occhi glaciali del cliente mi confermano che è del tutto serio nella propria richiesta.
«Sì…» dico, dopo un tempo smisurato. «Olaf Baldurson, il tuttofare… qui dietro.» Incespico. Mi sono accorta che il cliente è un italiano, l’accento lo rivela chiaramente. «Non dovrebbe costare molto… e se si affretta lo può trovare ancora in bottega» continuo, desiderosa di sostenere l’idea del cliente.
«Non importa se costa» ribatte lui.
Il sollievo mi distende le spalle contratte e probabilmente sto sorridendo ora. Forse la terrà: magari la regalerà a qualcuno che la troverà ugualmente bella, anche se tutta crepata, con tutta la sua storia, a memoria di tutte le bambine che l’hanno vezzeggiata, vestita e che le hanno raccontato saghe islandesi.
«Faccia pure il mio nome, dica che la manda Ynja. E lei è Asdìs» dico, parlando della bambola rotta. Sorrido, e vedo che anche il cliente lo fa, mentre il suo sguardo già corre fuori dalla porta.
Gli indico all’uscita la bottega di Olaf, e, restando sulla soglia, vedo che lui vi si reca subito. Olaf lo riceverà nonostante ormai siano già le 19:00 e sia il giorno del bucato: il sabato, per un italiano.

I simili cercano la stessa casa
Líkur sækir líkan heim
Da circa tre anni in estate mi trasferisco a casa di Fríða. È stata lei a invitarmi a Vogar, dicendo che la vita lì è diversa e che “è proprio un peccato stare in città quando c’è la luce!”. Reykjavík, la baia fumosa, secondo Fríða è da considerare il posto più affollato di tutta l’Islanda, visto che è più facile incontrare persone che imbattersi in cavalli e pecore. Non sempre lei apprezza stare in mezzo alla gente, in particolare in estate, quando il lavoro in negozio è più pressante per via del turismo. In realtà credo che Frænk le manchi molto, soprattutto in questa stagione, perché per trentotto estati hanno sempre cavalcato, cucinato e seguito il negozio assieme. Proprio con la bella stagione, quando Fríða scalpita per stare all’aria aperta e per uscire dalle poche stanze del negozio, sembra che le torni il ricordo di Frænk in modo lancinante. Eppure sono già trascorsi tre anni da quando è morto.
Secondo Fríða è stato il destino a farci incontrare, proprio pochi mesi dopo che lei era rimasta sola e anche io avevo bisogno di cambiare marcia e iniziare a prendermi dalla vita le cose più belle. Fríða, fin da subito, mi ha letteralmente inculcato la sua filosofia della bellezza: lei sostiene che la bellezza sia un dovere dell’uomo, e non invece un piacere o un qualcosa di cui si possa fare a meno. È un dovere andare avanti, superare il dolore, progredire ed essere sempre migliori, impegnarsi sempre al massimo per glorificare ogni giorno, “luminoso o buio che sia”. E ciò, secondo Fríða, è possibile solo attraverso la ricerca della bellezza.
Ricordo ancora la prima volta che sono entrata nel negozio Fríða Frænk, all’angolo fra Aðalstræti e Vesturgata. Non ero mai arrivata fino al porto, ed era davvero una strana coincidenza perché era da molto tempo ormai che stavo in città. Uscendo dalla piazza, restando sulla destra venendo dalla Laugavegur, si apre una fitta rete di vicoli e vicoletti, con strade solo parzialmente asfaltate. Il negozio, dall’esterno, mi parve subito un inno al bizzarro e al particolare. L’ingresso, dopo tre gradini di legno verniciati di bianco e ormai scrostati, apriva il piccolo edificio proprio sull’angolo. L’edificio, come la maggioranza delle case di Reykjavík, non era che una piccola casa blu di due piani, la cui peculiarità stava nell’essere fatta di legno e rivestita di lamiera verniciata. Dalle finestre, prive di tende, veneziane o persiane di alcun tipo, attraverso i vetri lasciati impunemente nudi, si poteva già intravvedere una marea di oggetti e cianfrusaglie, delle più svariate forme, colori e, soprattutto, funzioni.
Non scorderò mai i primi momenti in cui, per la prima volta, feci suonare il campanello posto all’ingresso del negozio. Fríða stava giusto spostando un vecchio baule colmo di tovaglie e lenzuola: i capelli, rosso fuoco e arruffati, spuntavano appena dal mucchio bianco di tessuto mentre lei, chinata, cercava di trascinare il baule sulle assi di legno vecchie. Sbuffava e ansimava, senza fare caso alla mia presenza. Mi sono offerta di aiutarla semplicemente sollevando l’altro lato del baule, mentre lei non smetteva di inveire: «Di qua! Ora più in là… ecco, qui!» finché non lo abbiamo posato. Quando poi ha alzato la testa rossa, mi ha chiesto, senza alcun stupore: «E tu chi sei?».
Oggi penso che forse per lei quel giorno avrebbe potuto essere un gruppetto di elfi gentili a sollevare il baule, visto che è convinta di essere aiutata, o ostacolata, a seconda dei giorni, proprio dal popolo nascosto.
Non ricordo un momento, fra di noi, in cui decidemmo seriamente quali regole darci per lavorare assieme, perché il tutto ci riuscì naturale, un po’ come se, dopo il primo baule che spostammo assieme, avessimo semplicemente proseguito con tutto il resto dell’attività.
Fríða si fidò di me ciecamente fin dal primo momento, lasciandomi spesso sola con l’incasso della giornata o della settimana, oltre che con gli argenti che aveva in pegno, chiedendomi semplicemente di badare al negozio in sua vece. Mi diceva quasi ogni giorno di prendere i soldi dalla cassa segnando sul taccuino nel cassetto “Da portare a Fenner Johnson a fine mese”. Poi un mattino, dopo una ventina di giorni dal nostro primo incontro, Fríða mi porse un plico di carte provenienti proprio dal signor Fenner Johnson stesso, che scoprii essere il commercialista, dicendo: «Dobbiamo pagare le tasse, Ynja!».
Il signor Fenner Johnson definì il tempo che passavo con Fríða come il mio nuovo lavoro, nell’urgenza di pagare le nostre tasse come tutti, e così essere corretti verso gli altri membri della comunità. E fu così che smisi all’improvviso di friggere patatine al KFC per lavorare nel suo negozio di antiquariato e vintage.
Di certo fa parte del carattere di Fríða affidarsi alle persone, così come credere al destino degli incontri e degli incroci delle strade: ma a ben pensare, la correttezza e la fiducia sono ben radicate nell’anima di ogni islandese, assieme ai proverbi delle saghe e all’amore per i cavalli.
Per me è incredibile come un luogo piccolo come questa bottega, una piccola casetta di legno coperta da una lamiera blu, possa contenere tante storie e tante vite. Il negozio Fríða Frænk è come una nave capace di trasportarmi negli oceani del tempo e dello spazio e catapultarmi nelle abitudini delle persone, nei loro affetti più preziosi e nei loro segreti più antichi e inviolati. Il lavoro di Fríða è aiutare la gente a sgombrare le soffitte, le case e i negozi chiusi per ridare fulgore a oggetti dimenticati, messi da parte o, più semplicemente, rimasti senza padrone.
Per me è stata una scoperta inaspettata comprendere quanto gli oggetti possano rivelare delle abitudini di famiglie sconosciute: oggetti spolverati, lucidati, usurati da decine e decine di mani; arnesi o suppellettili sopravvissuti al succedersi degli eventi e rimasti come tracce indelebili di appartenenze ormai remote.
E poi, assieme alla scoperta degli oggetti e delle loro trascorse appartenenze, lavorando in negozio ho scoperto che le persone, appena varcano l’ingresso facendo suonare la campanella, possono rivelarsi in molti aspetti del proprio modo di pensare. Tutte queste scoperte, che ho potuto fare da dietro la cassa del negozio, senz’altro non avrei mai potuto farle vendendo patatine fritte al KFC.

25 febbraio 2019

Aggiornamento

Carissimi,
finalmente ci siamo: il libro sarà pubblicato con bookabook!
Abbiamo raggiunto assieme le duecento copie vendute solo nel primo mese!
Grazie alla vostra grande partecipazione e al vostro interesse questo progetto è diventato una realtà.
Vi ringrazio di cuore per la fiducia che ciascuno di voi, uno ad uno, mi ha dato in questa prevendita, su questo mio primo libro che uscirà solo a ottobre.
Aspetto curiosa i vostri commenti perché in ciascuno di voi si ricostruisce un romanzo sempre diverso... e per me da ascoltare è straordinario.
Chiedo ancora, a chi ha apprezzato le bozze online o a chi lo desidera, di proseguire con un prezioso passaparola: il vostro aiuto è stato, è e sarà il solo sostegno possibile per il volo di questo mio aeroplanino di carta.
Un grande abbraccio a tutti
Francesca

Commenti

  1. burattitessuti

    (proprietario verificato)

    Il libro mi è piaciuto molto,l’ho letto con trasporto coinvolta dall’apparente semplicità di questa storia che si svela piano piano, attraverso gesti comuni e incontri di quelli che ognuno di noi ha occasione di fare nella vita.
    Anche io ho incontrato Francesca in un periodo particolare della mia vita, aveva circa quattordici anni ed era molto profonda, sensibile, delicata e riflessiva.
    Tutto ciò l’ho ritrovato tra queste pagine e mi ha sorpresa e commossa.
    La storia è scritta molto bene, ogni fatto narrato ha un senso in quanto legato intimamente alla vicenda personale della protagonista.
    Ho molto apprezzato l’aspetto dell’impegno e della responsabilità civile in un Paese in crisi,l’amore viscerale per la terra e le persone che formano insieme ciò che Francesca definisce una “famiglia elettiva”.
    Ho gustato le descrizioni minuziose dell’ambiente nella sua totalità, il desiderio di preservare la memoria degli oggetti e delle tradizioni, i sentimenti descritti, contrastanti e toccanti.
    C’è molta vita fra queste pagine, quella vera, che abbiamo sperimentato noi adulti e che aspetta i più giovani.
    Francesca ha saputo riportare tutto questo con grazia ed estrema lucidità.
    Da persone speciali arrivano doni speciali, ne ho avuto la conferma leggendo questo libro

  2. (proprietario verificato)

    MANUBI56 – 09/02/2019
    Il libro mi è piaciuto perché tocca uno degli aspetti basilari del vivere, ovvero gli incontri, che scandiscono la nostra esistenza col senso ed il valore che diamo loro.
    Ognuno di questi incontri umani, che sia favorevole oppure osteggiante, al limite indifferente, ci dà occasione di agire, pensare, insomma vivere.
    Credo che, quando dice “famiglia elettiva”, l’autrice si riferisca proprio a questi incontri che ci capita di fare e a cui si dà generalmente una valenza casuale, quando non si vuole attribuire loro l’importanza che probabilmente hanno.
    “ISLANDA”, credo, vuol dire accogliere questi incontri che possono cambiarti la vita, che possono essere incontro con la fortuna, incontro col dolore e la sofferenza, incontro con persone difficili, ecc. ecc.
    Lo trovo un libro profondo, dettagliato, introspettivo, la cui bellezza è la sicurezza con cui ci si riconosce, poi l’atto di condividere qualcosa di importante e misterioso, che non dipende sempre dal legame di sangue, come vuole la consuetudine culturale.
    Aggiungo di aver potuto “viaggiare” in questa terra dove, leggendo, mi è sembrato di essere.
    Grazie.

  3. patrizia.alice

    (proprietario verificato)

    Libro intenso e scorrevole, mai banale e pieno di spunti psicologici introspettivi.
    Mi ha tenuta letteralmente incollata fino alla fine.
    Terre lontane, amori, passato e presente che si mescolano in un vortice di crescita personale.
    Bello bello bello!

  4. (proprietario verificato)

    Da pensionata-senior che legge poco, devo dire che all’inizio mi disturbavano un po’ tutti quei nomi stranieri… ma poi non ci ho più fatto caso.
    Incuriosita e meravigliata di come una giovane ragazza fosse tanto impegnata nel ri-consegnare identità e vita a cose vecchie ed inutilizzate /io sono per buttare tutto quello che non serve più/, ho proseguito la lettura e, man mano che avanzavo nei capitoli /e scoprivo i modi di dire in relazione alla vita quotidiana/, mi sono ritrovata molto coinvolta e davvero emozionata nel seguire la storia:
    *la DESCRIZIONE ATTENTA E SENSIBILE dell’ambiente naturale, come delle persone che lo abitano, mi ha spontaneamente invogliato a visitare l’Islanda!
    *la complicità e a volte la tenerezza dei personaggi che esprimono istintivamente desideri, energie e sogni… /come pure le paure e le incertezze che sempre sottostanno a qualsiasi scelta/, evidenzia la meraviglia e allo stesso tempo la fragilità dell’essere umano, in qualsiasi parte del mondo si trovi!
    *il fatto di avere conosciuto l’autrice Francesca e la sua gemella Arianna un po’ di anni fa… e di ricordarle speciali bambine! di particolare sensibilità e amore verso l’ambiente, le persone e le cose belle…, mi ha… naturalmente commosso!

  5. (proprietario verificato)

    Il libro per la sua scorrevolezza mi ha appassionato alla lettura. Mi è piaciuto molto per l’introspezione profonda .Ho appreso con stupore le abitudini e le tradizioni di questa terra che non conoscevo minimamente e che non avrei mai immaginato.

  6. (proprietario verificato)

    Bello,bello bello!!!!
    Ho letto tutto d’un fiato senza riuscire a smettere…!!!
    Mi vedevo li…ero attrice e spettatrice!!!
    Mi sembrava di vedere e toccare fisicamente tutte le ambientazioni descritte!
    Un libro pieno di amore,tenerezza,storia, attualità, suspense…mai scontato e banale!!
    Ho sofferto e gioito con i protagonisti!!
    Mi auguro possa esserci un seguito!!
    Lo aspetto…❤❤❤

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Francesca Montali
FRANCESCA MONTALI, nata a Parma nel 1981, vive a Montechiarugolo con il marito e la figlia di cinque anni. Il suo percorso di studi l’ha portata prima a Parma e poi a Bologna, e oggi lavora come psicologa psicoterapeuta nei servizi sanitari che si occupano del supporto e della cura alle famiglie. Appassionata di scrittura, fino a oggi ha pubblicato lavori solo a carattere scientifico. L’odore del ghiaccio che brucia è il suo primo romanzo.
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