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L'ordine del Pandemonio

L'ordine del Pandemonio
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Consegna prevista Marzo 2022
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Un romanzo ottimista e allegro che indaga gli effetti di un virus in grado di sbloccare le aree del cervello responsabili dell’empatia, del senso di comunità, della consapevolezza. È un racconto di utopia sostenibile alla Jacques Fresco, in chiave divertente e leggera. Il paradigma della classica narrativa epidemiologica dove il crescente dilagare del disastro, dal paziente zero alla diffusione globale, viene ribaltato in una rivoluzione sociale e spirituale che suggerisce l’inizio di una nuova era di felicità per la razza umana. Il virus parte da un mitologico demone giapponese di nome Ssa-Ikké, si manifesta e si propaga attraverso una misteriosa “parola”, che dilagherà sconvolgendo gli ordini sociali partendo proprio dall’Italia. Una tecnica di scrittura innovativa, ricca di neologismi e citazioni che vanno dalla letteratura classica a quella contemporanea fino al cinema, in un sincretismo di stili che vuole rappresentare la frenesia culturale dell’era digitale.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è sceso come un vortice, sull’eterno purgatorio dove i media ci hanno rimboccato spesse coltri di ansia, preoccupazione, diffidenza. È arrivato scanzonatorio e giocoso con lo scopo di ricordarci che il vero nemico non è quella pallina pelosa e morbosa che ci fanno rimbalzare sugli schermi h24, ma la nostra coscienza ottenebrata. Il velo grigio e torbido della paura e della disperazione, la conta dei contagi, la viziosità del virus, l’epidermide dell’epidemia, la morsa delle morti!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Iniziare un libro è un po’ come andare in visita da qualcuno, entrare nella sua abitazione, nella sua intimità potrebbe essere un caro amico, o magari uno sconosciuto incontrato a un aperitivo, ma sempre, varcando la soglia, sai che entri in luoghi privati schiusi a te con fiducia; nel mio caso è più come entrare in una sorta di museo.

Ma non di quei musei classici, pomposi, istituzionali: Musée des Art et Métiers di Parigi, Museo Nazionale delle Scienze, Museo degli Uffizi, Cenacolo Vinciano, Galleria Borghese, Museo di Capodimonte e tanti altri, il mio è un ben più modesto luogo, più tipo… il Museo delle Torture Medievali o il Museo delle Streghe o quello dei Serial Killer.

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In ogni caso voglio porgere il mio più caloroso benvenuto al lettore che si accinge alle mie memorie, al mnemo di questo vecchio, che ha visto cambiare il mondo e che desidera tramandare ai posteri la storia di questa epifania, così come l’ha vista accadere. Ho dedicato mezza vita a redigere questo resoconto poiché ritengo importante che le generazioni future sappiano con esattezza quello che è accaduto, come un ennesimo virus abbia infine trovato un sistema immunitario collassato nella fragile società degli esseri umani. Come abbia potuto fare breccia in un sistema crepato, farsi strada e dilagare come un fiume che esonda varcando, demolendo, superando alti argini, sbriciolando ogni resistenza della terra, trascinando le cose e le persone nella sua corrente inesorabile fino ad appiattire i paesaggi. Uno tsunami globale di usi e costumi, il secondo diluvio universale che non ha ammesso nessuna arca se non quella della coscienza dei singoli individui. Tutto è successo perché la gente non ne poteva più. La piaga dei social aveva cancellato l’empatia, la simpatia, la pazienza, la sensibilità e il buon gusto: si erano diffusi e moltiplicati, replicandosi in infinite varianti targettizzate su ogni singola bolla di civiltà, ogni congrega di adolescenti, di maturi, di vecchi e di senza tempo. Una pletora di meme senza significato si era riversata nel digiverso. Ovunque scoppiavano bolle febbricitanti, ambienti pulsanti di nefandezze che si evolvevano continuamente da “cool”, a “lol”, a “cringe”, a “kek”, evaporando su sé stessi. Tutti ci eravamo amplificati negli aspetti più sordidi rinforzando malcontento e stress, ci autoalimentavamo di impalpabili sostanze tossiche scivolando i nostri polpastrelli sui vetrini vibranti e traslucidi, muovendo universi con un soffio.

E il nemico… lui si era nascosto troppo bene per poterlo affrontare, aveva cambiato pelle, si era messo sottovento, aveva con cura insabbiato le proprie tracce. Era riuscito a mimetizzarsi mescolandosi tra le persone comuni, traslando i suoi paradigmi su questioni banali, facilmente ignorabili. Teneva le corde dell’oltremondo strette in un pugno: poche dita serrate sul vuoto che strattonavano gli animi ignari di esseri aggiogati a flussi eterei di informazioni. Fino al punto di rottura. Ora, se il lettore si sentirà smarrito nel mio soliloquio liberatorio, mi consenta di tornare alle origini così come io ho avuto cura durante tutta la mia vita di studioso, o per meglio dire di inguaribile curioso, di compulsare le tracce di un paziente zero, un focolaio, una causa, o meglio, una presunta causa di tutto (dico presunta perché ormai la presunzione non ha più nessuna coerenza e la realtà è soggetta a infinite interpretazioni): la scaturigine dell’ultima suprema pandemia.

Maguse Onsen

Il venti di ottobre di molti anni fa’ (prego il lettore di soprassedere sull’esattezza dell’anno per non rimarcare la mia vetusta età) la Honda N-Box familiare arrancava sulla strada per lo stabilimento termale nelle dolci montagne del distretto di Shimotakai a Nagano, i boschi sfoggiavano la fosforica e fiammeggiante livrea autunnale che la brezza faceva tremolare sonoramente.

«Madre! Controlla il piccolo Toku che mi sembra voglia vomitare…»

«Ci mancherebbe anche quella!»

«Calmo marito, la nonna sa il fatto suo, vero?»

«Non preoccupatevi, il mio piccino sta bene, e non vede l’ora di fare un bagnetto! Vero macaco?» La vecchia sfrugugnava la pancia del bimbo con sapienza per distrarlo dalle curve della strada, e lui sembrava assorto dai colori dei carpini che sorvegliavano le curve.

«Tutti nudi, tutti nudi!»

«Certo macaco della nonna, saremo tutti nudi, perché i vestiti sporcano l’acqua e gli spiriti si inquietano.»

Arrivarono al piazzale che si slargava tra le piccole case di legno dal tetto spiovente e formavano il piccolo borghetto di Maguse; una scalinata di pietra era distesa sulla scarpata e abbandonava il paesino verso i boschi, ornata di azalee topiate, il portale di legno smaltato di rosso a metà della salita indicava la via delle terme. Nuvole di vapore si levavano leggere sopra le chiome degli aceri palmati. La famiglia parcheggiò in mezzo alle povere abitazioni, davanti ad un artigiano del legno che scolpiva a gambe incrociate sotto una tettoia, dietro di lui una figura nell’ombra con grossi occhiali a specchio stava a braccia conserte. All’ingresso dello stabilimento una anziana signora dalle profonde e vissute rughe chiese gentilmente se avevano dei tatuaggi.

«No signora, non siamo mica della Yakuza!» La moglie si era risentita della domanda.

«Voglia perdonarmi ma non sono ammesse persone marchiate nelle acque calde di Maguse.»

«Lo sappiamo bene! Non è mica la prima volta che veniamo alle terme, anche se non siamo mai stati qui.»

«Prego, in fondo al viale trovate le stanze dove potrete lasciare gli abiti e questi sono i vostri asciugamani, siete fortunati perché oggi non è ancora arrivato nessuno.»

Si avviarono nell’atmosfera sospesa e quieta del giardino curato, cosparso di lanterne di pietra, fazzoletti di ghiaia immacolata pettinata in cerchi concentrici e nuvolette di vapore che sbucavano allegre dai giochi d’acqua: piccole e tozze canne di bamboo sbatacchiate con ritmo adagiato dal riempirsi d’acqua calda fino a sbilanciarsi e rovinare il liquido termale su lucidi sassi di porfiroide.

Dopo averlo denudato ed avvolto in un piccolo asciugamano, la nonna lasciò il piccolo sul bordo della pozza articolata tra lucenti rocce e piccole spiaggette di ciottoli: era rivestita da un manto aereo di nebbiolina azzurra che si muoveva mieloso sulla superficie, avviluppandosi di quando in quando in piccole spirali che evanescevano nell’aria.

«Aspettami qui Toku, la nonna va a riporre i vestiti nello spogliatoio, mi raccomando: non entrare nell’acqua senza di me!»

«Va bene ma fai veloce che ho freddo…»

La vecchia fece un sorriso e si incamminò sparendo dietro a una siepe di evonimo e Toku restò in quella dimensione surreale di vapore e foglie mormoranti. I genitori erano ancora con la signora delle terme a pagare o chissà che altro compito da grandi e il bosco sussurrava parole gentili verso di lui. Un puntino bianco attirò l’attenzione dei suoi piccoli e sottili occhi che tagliavano in diagonale il faccino pingue e rotondo. Quell’apparizione era una figura minuscola posta su un ramo proprio dietro al laghetto, sembrava camminare lungo la pianta ma in realtà poteva anche essere sospesa nel vuoto perché l’esile ramo non sembrava sollecitato in nessun modo dalla presenza, Toku non riusciva a capirlo. Una visione che lo ipnotizzò con la veemenza della fantasia bambinesca. Il suo volto si allargò in un blando sorriso e un’altra figura sbucò accanto alla prima.

«Kodama», disse a bassa voce il bimbo, «spiriti del bosco, buongiorno, siete venuti a fare il bagno?»

A quelle parole le figure eburnee si moltiplicarono apparendo come fanno le lucciole nella calura estiva, erano piccoli omini lattiginosi con la testa sproporzionata rispetto al corpo e le membra indefinite come pupazzi di creta abbozzati da inesperte mani infantili. Il volto era definito unicamente da tre buchi neri che ricordavano vagamente un’espressione serena e beata, a tratti severa o preoccupata. Il bambino era rapito ed estasiato di fronte all’apparizione che sembrava portarsi dietro un suono di diecimila campanellini ovattati. Un Kodama gli sbucò su una roccia lì vicino: lo fissava inespressivo, piegò la testa in diagonale, lentamente e poi questa di scatto ritornò dritta vibrando macchinalmente con un rumore come di un guscio di noce riempito di pallini da caccia. Toku allungò la mano verso di lui timido, titubante e meravigliato in estasi poetica.

«Toku! Eccoci, ora entriamo nell’acqua!» La mamma era già spogliata e aveva un piccolo asciugamano bianco avvolto sul corpo, era seguita dal babbo e dalla nonna che camminavano a passi svelti e incerti sugli zoccoli che erano staccati dal suolo da due stecchette di legno poste proprio nel centro di traverso: cercavano di sfuggire alla morsa del freddo montano. Il Kodama era sparito e con lui tutti i suoi fratelli, polverizzati in pulviscolo boschivo liberato nell’aria dalla brezza autunnale. La nonna prese il bimbo e fece per entrare nell’acqua.

«Ferma madre!» esclamò il padre, bloccandola per un braccio. «Guarda!»

2021-06-21

Aggiornamento

Che bella risposta! Sono molto contento di come sta procedendo la campagna, abbiamo superato il primo terzo! Lo vedo già in libreria… Entusiasmo a parte so bene che adesso bisogna dare una bella spinta ed è per questo che stiamo andando avanti a sfornare le illustrazioni: allego quella della scena del nostro eroe Giangi alle prese con i Proci, disegnata con maestria da Rael Pastorino. Condividetela sui social, in presenza, in meditazione, telepaticamente, in sogno, riempitela di carica virale (gioiosa e giocosa ovviamente)!
2021-06-15

Aggiornamento

Igor Maltagliati (Regista) così ha commentato un mio post: "L'ordine del Pandemonio è un trionfo di fantasia, follia (privata ma soprattutto collettiva), provocazione sana di fronte a una malsana e corrotta umanità globale, una apoteosi di ritratti e caratteri divertentissimi e originali, ma intimamente veri: si ha la sensazione di conoscerli, di poterli toccare. La metafora della "parola" racchiude un universo poetico ed eversivo al contempo, sfiorando la meraviglia della magia del vivere e del condividere. Con un linguaggio bislacco e "pandemonico", assolutamente adeguato all'uopo, ci trascina nel delirio, nella risata, talvolta nell'ansia della risoluzione ma sempre col servizio dell'ironia consolatrice. Un piccolo capolavoro, sicuramente il mio preferito, che auspicherei di vedere su qualche schermo (che sia il grande o il piccolo adesso non è più così determinante): sono quasi certo che trasformare questi protagonisti, renderli tridimensionali, dotati di carne e sangue ed emozioni, possa essere la giusta apoteosi. Te lo auguro 🙂" Grazie Igor le tue parole mi lusingano!
2021-06-12

Aggiornamento

Cari lettori/sostenitori per ringraziarvi della scelta vi invio la prima di una lunga serie di fantastiche illustrazioni del racconto realizzate da mio figlio Rael Pastorino. Cercate di indovinare via via a quale capitolo si riferisce (se avrete voglia di leggere la bozza) e poi scrivetemelo sul mio profilo instagram o Facebook Buona lettura e... Buon Pandemonio a tutti! https://www.instagram.com/nicola.pastorino.autore/ https://www.facebook.com/pastorinonicola/

Commenti

  1. Marcos Antonio Luis Bava

    Dopo un anno e mezzo di grigiore e cupezza riuscire a rovesciare la Pandemia in una Utopia paradossale e sovversiva e’ uno spiraglio di (a)normalita’ che ci aiuta a sorridere. Ma anche a riflettere.

  2. Nicola Pastorino

    Grazie! Ho giusto un viatico per l’ansia: scarica la bozza intera del libro e lasciati trasportare dalla “parola”!

  3. (proprietario verificato)

    Vista (e letta d’un fiato!) la gustosa anteprima, direi che ci sono tutte le premesse per immergersi nel racconto di Pastorino e farsi piacevolmente intrappolare tra le sue pagine. Sono davvero ansioso di averlo tra le mani per poterlo fare. Credo proprio che non ne rimarrò deluso!

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Nicola Pastorino
Nicola Pastorino è un Maestro di Kung Fu ed insegna a Firenze dal 1995.
Nominato Master instructor of the year alla Hall of fame ISMA-CN a Valencia nel 2007. Director of the Budo Masters Council a Roma nel 2016.
Ha creato la nuova disciplina ludico-sportiva ARCOBATTLE basata sul tiro con l’arco da combattimento riconosciuta dai principali Enti di promozione Sportiva del Coni.
Prima di diventare professionista delle Arti marziali ha fatto il vivaista e progettista di giardini e piscine per 25 anni.
Oltre alla passione per l'Arte Marziale e la scrittura che persegue dal 2007, Nicola ama passare il suo tempo osservando con stupore continuo la bellezza delle piante di tutti i climi; adora anche mettere i sassi in equilibrio e fare castelli di sabbia come forma altamente avanzata di meditazione.
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