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Lucio
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Consegna prevista Novembre 2021
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Che cos’è la follia? È una devianza, l’allontanamento da ciò che viene percepito come normale.
In una città senza traffico né code, dove sembra non piovere mai e dove nessuno corre, il tempo scorre intermittente, veleggiando tra le correnti delle acque di un torrente, come una barca di carta senza timone. In questa città vive Lucio.

Tra avvenimenti casuali, storie effimere e glitch, la realtà sembra limitarsi a tutto ciò che accade qui e ora. E mentre tutto intorno il mondo brucia, Lucio guida la sua barca di carta, che piano piano inizia a bagnarsi. Dove sta andando Lucio?

Perché ho scritto questo libro?

Innanzitutto, perché amo scrivere… ne ho bisogno.
Lucio è nato durante l’attività di editing del mio romanzo d’esordio. A quei tempi il lavoro sul testo richiedeva la massima concentrazione, e la sua presenza nella mia testa rappresentava un’enorme distrazione. Nonostante la mia assenza, Lucio però cresceva, amorevolmente accudito dallo stesso subconscio latente che segretamente alimentava il mio desiderio di conoscere la sua storia. L’ho ascoltata a lungo… e ora sono pronto a raccontarvela!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le persone che agiscono in modo non convenzionale, senza timore del giudizio umano o divino, senza provare disagio o preoccupazione, sono comunemente considerate folli.

Io ho conosciuto una folle.

Il mio primo dente è caduto quando avevo sette anni. Casualmente, la porta del salone di casa mia si è aperta proprio un attimo dopo che mio padre aveva ben annodato un filo di lenza che collegava la maniglia della stessa porta al mio dente traballante. Non conosco altri dettagli, ero di spalle. Ricordo però che il dente era finito dritto nella bocca dell’uomo ritratto nel quadro appeso alla parete, un metro a destra rispetto alla porta.

Se dopo quasi vent’anni ho ancora memoria di quella giornata, non è per via del dente, ma perché mia madre, quella sera, avrebbe ucciso mio padre.

Continua a leggere

CAPITOLO I
Paragrafo 1 – SINTONIA

«Che numero ha?»
«Scusi?»
«Si, che numero ha preso? Io ho il 72 e sto andando via, se vuole glielo lascio»
«Grazie»
«Sì ma che numero ha?»
«Ho il 68»
«Ma vada al diavolo!»

L’avrei scambiato volentieri. Qui non si sta poi tanto male.

«SESSANTADUE!»

Una signora prima mi ha sorriso, così, senza alcun motivo. I nostri sguardi si sono incrociati per un attimo, e lei mi ha sorriso. Ho fissato le pieghe della sua bocca per qualche istante, fino al momento in cui il sorriso è scomparso, insieme a lei. Aveva il sessantadue.

Quella donna si chiama Angela, oppure Alessia. Di certo un nome che inizia con la lettera A, non troppo corto, né raro, né inflazionato. Amalia o Amelia. No. Alice?

Mi avvicino alla porta del medico che la sta visitando, non abbastanza da riuscire a comprendere i dettagli della loro conversazione. Inoltre, entrambi dialogano usando un tono di voce molto basso. Questo mi angoscia. Appoggio la nuca sulla porta del medico, piego leggermente le gambe e chiudo gli occhi, fingendo un malessere che in realtà non sto provando. Da questa posizione dovrei riuscire a sentirli meglio.
Sto aspettando da circa due minuti, la nuca continua a spingere sul legno della porta quasi a volerlo attraversare.

«Qui non funziona niente. È sempre la stessa storia, aspetti ore solo per sentirti dire che devi fare altre visite, a pagamento ovviamente, perché ti chiedono di tornare entro trenta giorni. E chi te le fa le visite in trenta giorni? Solo il privato! Ai tempi della guerra non pagavi nulla e c’erano i migliori specialisti. A ottant’anni, anziché godermi la pensione, spreco il poco tempo e i pochi soldi tra medici e ospedali. Se potessi rinuncerei, tornerei a casa e mi preparerei un bel piatto di pasta con le alici, tanto alla fine di qualcosa dovrò pur morire»

Il signor Ennio non ha tutti i torti. Alla sua età dovrebbe passare più tempo con la famiglia o con gli amici di sempre, quelli in vita perlomeno. O potrebbe viaggiare. Magari è la signora Rita, sua moglie, a costringerlo a frequenti controlli. Non vuole che il suo Ennio, o Ezio, al massimo Ettore, finisca per ammalarsi. Lui che invece vorrebbe che la sua Rita, o tuttalpiù Rosa, incoraggiasse quel briciolo di jeux de vivre che il buon vecchio Ennio conserva a fatica, difendendolo dai nefasti quotidiani della vecchiaia.

«Ho iniziato vent’anni fa, quando è morta mia moglie. E ancora oggi, dopo vent’anni, continuo a farmi fottere dal primo dottorello che mi capita di incrociare. Dovessi prendermi tutti i malanni che mi sono risparmiato in questi vent’anni se torno a fare due ore di attesa in ospedale. D’ora in poi farò come fanno tanti, più furbi di me, mi butterò a terra, magari in fondo alle scale, fingerò di non riuscire a muovermi e mi lascerò assistere. Passaggio in ambulanza, corsia preferenziale, controllo completo e semplice ticket… tutto in giornata!»

Intanto, dalla stanza del medico nemmeno una parola. Gli sguardi da sociopatici di alcuni pazienti in attesa mi fanno capire che il mio atteggiamento potrebbe effettivamente apparire inopportuno. Carico di disagio e frustrazione, mi tiro su, scollandomi letteralmente dalla porta, faccio qualche passo in direzione del signor Ennio – uno dei pochi disinteressati al mio ficcanasare – e provo ad approcciarlo.

«Anch’io ho perso una persona importante sa…»
«Mi dispiace figliolo, e chi hai perso?»
«Ho perso mio papà»
«Oh, ragazzo mio, è molto peggio il contrario. Tu non hai figli, vero?»
«No»
«Io ne ho sette, anche se la mia cara moglie ne aveva partoriti otto. Tre maschi e cinque femmine!»
«Una bellissima famiglia numerosa»
«Il maschio più grande era gemello della femmina più piccola»
«Che cosa è successo?»
«Lui non era… completo»
«Capisco»
«Davvero?»
«Penso di sì»
«Come mai sei qui? Così giovane dovresti trovarti altrove, non in un posto come questo!»

Con la mano destra mi indico la fronte.
«Credo sia per questo»
«Ah, certo. Non li avevo neppure notati»

«SESSANTATRE!»

«Era ora! È stato un piacere. Sei proprio un bravo ragazzo, non credere a tutto quello che ti dicono»
«Qual è il suo nome?»
«Elio»

Sorrido…
«Piacere signor Elio, io sono Lucio»
«Vai via Lucio. E se un giorno lo incontrerò, dirò a tuo padre che bravo figliolo che sei diventato»
«Ma lui è…»

«SESSANTATRE!»

«SESSANTATRE!»

«SESSANTAQUATTRO!»

Il sessantaquattro è una ragazza della mia età. Non l’avevo notata. Capelli biondi e ricci, coperti dal cappuccio di una felpa bianca. Indossa un paio di occhiali da sole con lenti specchiate. Labbra carnose.

«SESSANTAQUATTRO!»

Di certo non si chiama Giovanna.

«SESSANTAQUATTRO!»
«ARRIVO»

Cammina con difficoltà, sostenendosi con una stampella di tipo economico, all’apparenza poco solida.

«Ciao Sofia!»
«Buongiorno»
«Entra, vieni pure. Sandra, chiama per favore Micaela all’interno di accettazione, se ti risponde, dille di portarmi su il fascicolo di Carboni Russo. Sofia, non Paolo»
«Subito Professore»

Sofia.
Sofia Carboni Russo.

Vorrei origliare, ma ormai sono bruciato, mi noterebbero tutti. Eccezion fatta per il suo legame con quel Paolo Carboni Russo, non provo alcun particolare interesse verso quella ragazza. Inoltre, m’imbarazza il confronto con i miei coetanei. Sono poco socievole. Conoscere una ragazza della mia età, il cui nome mi è già stato svelato, non potrà portare nulla di nuovo nella mia vita.

«SESSANTACINQUE!»

Devo andare in bagno.
In qualsiasi occasione, ogni volta che si avvicina il mio turno, mi viene lo stimolo di fare pipì.
«Scusi, potrebbe gentilmente indicarmi il bagno?»
«Alla fine del corridoio, a destra»
«Grazie» …Silvia o Silvana.

Oooh! Solo l’orgasmo riesce a darti un sollievo simile a quello che si prova svuotando la vescica. «Oooooh!»
Ho sospirato ad alta voce. Sto pisciando in uno di quei pisciatoi scoperti, quindi mi giro per vedere se c’è qualcuno. C’è un uomo sui sessanta, fermo davanti alla porta d’ingresso. Prima non c’era. La folta chioma lo fa apparire minuto, nonostante una statura che si aggira intorno al metro e settantacinque. Inoltre, la pettinatura e le diverse sfumature di grigio dei suoi capelli fanno sembrare che abbia un piccione sulla testa. Gerlando, Gaspare o Calogero. Quando mi accorgo di fissarlo stringendo ancora tra le mani il pisello, mi rendo conto di essere fissato a mia volta. Do una scrollatina al pupo, tiro su la zip e vado a lavarmi le mani. Provo a spiarlo dallo specchio con discrezione e noto che continua a osservare lo stesso punto di prima, come se non mi fossi mosso dal pisciatoio. Asciugo le mani e faccio per uscire, costretto a passargli di fianco… «ARRIVEDERCI!»
«AAAAAH!» Maledetta mummia, mi ha fatto prendere un colpo!
«Si, arrivederci…» …ma guarda tu sto matto!

Quando ormai troppi metri mi separavano dal matto del bagno, ho avuto la visione di una targhetta attaccata alla sua camicia, sicuramente c’era scritto il nome. Che rabbia! «UH!»

«SETTANTA!»

Come settanta? Sono passati tre minuti al massimo! «UUH!»

Il settantadue della signora, dove l’avrà gettato? Provo a cercarlo in cima ai rifiuti dell’unico cestino presente nella sala, ma la buccia di una banana e il vasetto di budino finito a metà non mi consentono di rovistare in maniera furtiva, perlopiù il rischio di sporcarmi è quasi certezza, quindi rinuncio.

«SETTANTUNO!»

Prendo un altro numero, 93! «UUUH!» La situazione sta precipitando, ancora un intoppo e sclero…

«Cercavi questo?»
«…»

Nascosto dietro due subdoli specchi, quell’universo mi osservava, e io vedevo nel mio riflesso tutte le emozioni di quel primo viaggio.

«Sofia…»
«Come? …scusa come fai a sapere il mio nome? …chi cavolo sei?»

Merda!

«…no, no, non so il tuo nome, cioè, so qual è il tuo nome, ma non ti conosco. L’ho sentito per caso qualche minuto fa, quando il medico…»
«Ah, sei un ficcanaso…»
«No, no… giuro… non è come credi…»
«Dici? E allora che ci faceva la tua faccia spiaccicata su quella porta» …indicava proprio “quella” porta!

Merdaaaaa!

«Comunque, stavi cercando questo no?» …incastrato tra l’unghia dell’indice e il polpastrello del medio della mano destra, un piccolo bigliettino con il numero 72.

«SETTANTADUE»

Quando mi accorgo di fissarla – grazie al cielo senza stringere tra le mani il pisello – mi rendo conto che l’interfono sta chiamando il mio numero.

«SETTANTADUE»

«È il tuo turno»
«Si…»
«Come ti chiami? Aspetta, lasciami indovinare…»

Lucio, Lucio, Luc…
«Ferdinando!»

Ok non ha il mio dono.

«Mi chiamo Lucio…»
«Piacere Lucio»
«Piacere…»

«SETTANTADUE»
«ARRIVA! …mi sa che devi andare»

Aspettami.

«Si, allora, ciao Sofia»
«Ciao Lucio»

«Eccomi, sono il settantadue… scusi…»
«Vieni ragazzo… la prossima volta facciamo un controllino anche dall’otorino, che ne dici?»
«Ah-ah»

Sofia! Mi volto indietro e lei è ancora lì, con cappuccio e occhiali da sole. Senza rendermene conto le faccio un timido gesto con la mano, che a modo mio doveva apparire come una specie di saluto. Mi risponde senza esitare e con minor timore, braccia tese verso l’alto e due paia di corna di quelle con i pollici in fuori.

«Ci si becca settantadue!»

CAPITOLO I
Paragrafo 2 – IRREQUIETEZZA

«Ciao Lucio»
«Salve Dottore»
«Come stai oggi?»

Il Dottor Arena assomiglia a Bruce Willis. Cioè sembra Bruce Willis che interpreta il ruolo di un medico.

Come si risponde a Bruce Willis che ti chiede come stai oggi? “Ho un mal di testa formato famiglia! E questo grazie a te! Hai rotto il cazzo coi tuoi indovinelli! Qual è la scuola? Dov’è la bomba?”.

«Questa mattina ho vomitato… ma adesso mi sento meglio, ho solo un leggero mal di testa e il battito un pochino accelerato» …c’entrerà Sofia?

«Bene»

Bene? Come bene? Bene se t’avessi detto “Oggi tutto bene”. Immagino che a Bruce Willis non freghi un cazzo di qualche problemino del genere, quindi per lui va tutto bene. Io però mi sento una merda. Sto male e non so perché. Non so nemmeno come stavo il giorno prima. Lui invece sembra soddisfatto e questo dovrebbe farmi sentire meglio? Effettivamente è così, il suo commento mi rassicura. È bastato che mi facesse notare che il problema non è grave per convincermi che fosse davvero così.

«Tutto sommato sì» …faccio il duro.

«Dottore, cosa dobbiamo controllare?» …solo adesso realizzavo di non avere la minima idea del perché mi trovassi in quella stanza. Cos’ero venuto a fare in ospedale?

«Oggi parleremo Lucio»
«E basta? Cioè nessuna visita?»
«Ogni cosa a suo tempo… oggi faremo una specie di quiz»

«Bene» …stavolta davvero.

«Ora ti farò alcune domande e tu dovrai rispondermi nel più breve tempo possibile. Chiaro?»
«Chiarissimo»

«Ok, cominciamo. Come ti chiami?»
«Lucio»

«Come mi chiamo?»
«Fabrizio Arena»

«Chi è Anna?»
«Mia sorella»

«Ricordi di aver sognato questa notte?»
«Non ricordo»

«Qual è il tuo colore preferito?»
«Il rosso»

«Perché il rosso?»
«Non saprei, credo sia un colore importante, non so…»

«Qual è il momento della giornata che preferisci?»
«Non saprei… non credo ci sia un momento in particolare. Però, se ce ne fosse uno, di certo non sarebbe quel momento della sera in cui mi metto a letto e cerco di addormentarmi. Mi ci vogliono ore per crollare, e sono ore di agitazione. Non ne ho mai compreso la ragione»

«Ci torneremo. Invece, hai un luogo preferito, un posto in particolare in cui ti rifugi o ti senti a tuo agio?»
«Non credo… be’, in realtà si. C’è un bar, appena fuori dalla Cittadella. Mi capita di andarci ogni tanto, da solo. Bevo una birra, mi rilasso… si, potrebbe essere il mio posto preferito»

«Ok, in questo posto incontri qualcuno?»
«No. Il posto è quasi sempre vuoto. Forse questa è una delle ragioni per cui ci torno spesso. L’unica persona con cui intrattengo un minimo di rapporto è il barista»

«Conosci quest’uomo? Sai qualcosa di lui?»
«No, nulla. Mi rivolgo a lui solo per ordinare da bere. Non ci siamo mai detti altro, credo…»

«Dunque non sai nulla di lui, non lo conosci»
«Credo che lui mi conosca… scusi, sto avendo come una specie di flash… so che può apparire ridicolo, ma ora che ne stiamo parlando ho avuto la sensazione che il barista fosse lei, cioè è ovvio che non si tratta di lei, è solo una suggestione… poi non le somiglia affatto, lui ha la barba, i tatuaggi ed è… insomma è un barista… mi scusi dottore, ma credo di non avere una risposta sensata»

«Nessun problema… che ricordi hai della casa di Via Amendola?»
«La casa di Via Amendola? Non saprei, ho pochi ricordi di quella casa. Che poi, più che altro, sono scene. Adesso in realtà è solo una sensazione, se provo a ricordare non riesco a vedere nient’altro. Intendo proprio vedere, ma nemmeno sentire. Ricordo scene senza immagini o suoni, so che qualcosa sta accadendo, ma non so cosa, però so che sono in quella casa»

«Chi c’è con te nel tuo ricordo, se così possiamo chiamarlo?»
«La mia famiglia»

«Riusciresti a descrivermi la scena?»
«Ci provo. Allora, credo sia il 1989 perché Anna è neonata. Con me in casa ci sono tutti, intendo che ci siamo tutti e quattro. Ho l’impressione che vicino a me ci siano Papà e Anna. Mamma sembra poco più distante. Non avverto alcun rumore. Io sono fermo in piedi»

2021-02-20

Aggiornamento

Le illustrazioni di @ste.balza cominciano a palesarsi... e si, Lucio prenderà forma grazie alle sue fantastiche opere! Ricordo infatti che questo mio secondo romanzo vedrà la collaborazione di Stefania Balzarotti (giallovagare.art), un'illustratrice capace di "catturare" le emozioni. Non vi rivelerò altro... ma siamo davvero ansiosi di mostrarvi il risultato finale!!! P.S. l'immagine che allego è una prova, ma la storia dietro a quelle bruciature è davvero incredibile!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Incalzante. Ti domandi dove voglia arrivare. Triste, rattrista. Sai qual è il tema e hai dei sospetti… ma occorre arrivare alla fine per capire davvero.
    L’ho letto d’un fiato, ma è da rileggere per apprezzare meglio le sfumature. Bello, bello. Rispetta le promesse e anche più… Davvero un grande racconto.

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Raffaele Franciò
Sono nato su un'isola, nell’estate del 1981.
Dopo l'esordio con "L’elefante alla porta" (romanzo psicologico, pubblicato da Bookabook il 28 Maggio 2020), ho capito che per me la scrittura era una necessità, un'altalena emotiva, un'irrinunciabile passione, una nuova storia d'amore.
Dalla relazione con questa entità incorporea è nato LUCIO, il mio nuovo thriller psicologico.
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