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L'ultima notte

L'ultima notte
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Consegna prevista Novembre 2021
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Cosa accade quanto la tua vita sembra scivolarti addosso arbitrariamente? Quando ogni evento appare dettato da un destino illogico, verso cui non hai alcun potere? Cesare subisce da spettatore la sua quotidianità. Chiara è una compagna troppo rigida per poterlo distrarre. Roberta è invece una passione tanto lontana quanto impossibile. Dietro questi dissidi si dipana la lotta di un quasi venticinquenne contro la quotidianità più becera. Sullo sfondo una società autodidatta ed individualista, sorda ad ogni monito di chi si sente emarginato nonostante non lo sia affatto. Attraverso la vita del protagonista, “L’ultima notte” racconta le debolezze di una generazione martoriata dal progresso e dalla precarietà, in un tempo decadente dove nemmeno l’amore riesce ad essere il giusto grimaldello per il successo e la felicità. Esiste soluzione a questo enigma? Sì, infinite sono le vie d’uscita. E tra mille strade da poter percorrere, Cesare, al culmine di sé stesso, sceglierà quella definitiva.

Perché ho scritto questo libro?

Il prologo de “L’ultima notte” nasce circa dieci anni fa. In quel tempo non esisteva ancora l’idea del romanzo. La storia si è formata successivamente, elemento dopo elemento, a tratti inaspettatamente. L’intento è di raccontare gli strani tempi in cui viviamo, attraverso la grande allegoria dei dissidi amorosi del protagonista, e rappresentare come la vita ci ponga ogni giorno di fronte ad una nuova scelta. A noi il compito di decidere, da unici e sostanziali artefici del nostro destino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Dalla finestra si vedeva praticamente tutto: un cielo colmo di nubi, case sparse, alberi mossi dal vento. L’essenza del “tutto” è proprio nell’invisibile esiguità dell’apprezzare ciò che capita alla vista, ciò che stringi al contatto con la mano.
Dalla finestra si scorgeva praticamente di tutto: un ubriaco barcollante e logoro, la solita lattina calpestata, quella rondine martoriata ed affaticata al vento. L’imbroglio del tutto è lasciare fuori da sé ciò che desideri veramente, quello che vorresti ma non hai.

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Dalla finestra non si scorgeva Lei. A pensarci bene, Lei non si vedeva nemmeno in altri angoli della città. Erano anni che Lei non si scorgeva, in generale. Sentirla sì, capitava. Quella voce era per me l’essenza del tutto. La speranza e la cura di poterle parlare almeno attraverso un macchinario cibernetico. Eppure la voglia mia più grande era di scorgerla, ovunque. Averla a portata di occhio e di gambe, per poterle correre dietro. L’imbroglio più grande, invece, era di avere suoi ricordi troppo spesso. Così forti e nitidi, ma soltanto ricordi. Un cappello, una smorfia, un istante vago. Lei tornava fittiziamente nei miei pensieri, accendendo ancora di più il desiderio di volerla. Ora che non potevo più averla.

Cesare si perdeva dietro questi soliti vacui pensieri, mentre il cielo di fronte a lui diventava sempre più grigio. Mentre le ore monotone si trascinavano sole, vivendo l’agonia di quei pomeriggi e di quelle sere, che quando finiscono sembrano non averti lasciato nulla. Lei tornava spesso nei suoi pensieri, molto più di quanto lui riuscisse ad ammettere.
Credo non abbia mai superato il distacco. Credo inoltre che non lo farà mai, se non dopo un forte scossone. Soltanto un terremoto potente potrebbe distoglierlo da quella nostalgica apatia in cui è inesorabilmente caduto. Un po’ perché è solito rituffassi nei pensieri d’un tempo ed immergersi in ricordi da lasciare al contrario dentro l’angolino più buio della sua mente per continuare a vivere bene, senza torturarsi. Un altro po’ perché lei è stata veramente un uragano, quel fulmine che ti attraversa dentro e ti scuote così tanto l’anima da lasciare un segno indelebile. E poi, soprattutto, perché Cesare è quello che si può definire un romantico ed un letterato moderno. Con la penna in mano avrebbe potuto regalare al mondo qualsiasi emozione, ma con le emozioni vere tendeva a confondersi e perdersi spesso. Avete presente quel tipo di persona che si sente frastornata da tanta tecnologia? Un animo posto dentro ad un corpo stanco, in lotta continua con questa sorta di panacea virtuale dell’umanità, che tutti definiscono, sotto troppi aspetti, globalizzazione. Beh, lui tendeva piuttosto ad apprezzare le cose semplici, i momenti leggeri che trascorrono sereni. Amava perdersi nei tramonti, contemplare il mare sopra uno scoglio solitario d’autunno. Non di certo videochiamare da un’affollata metropoli, con sullo sfondo un’insegna luccicante ed il rumore di un taxi frenetico ad irrompere di tanto in tanto nella conversazione. Le sue conversazioni ideali erano il suono soave di uno strumento o i versi di un poeta antico. Preferiva Van Gogh alla reflex, un lampo improvviso nel cielo ad una lampadina accesa.

Viviamo in un tempo stanco, in un mondo di latta che ormai va a rotoli. La fragilità è il male di essere, l’inconsistenza di ognuno è caratteristica costante. Chi nega, sbaglia. Oppure finge, perché a fingere sono sempre in troppi. Certamente la maggioranza.
Prendiamo ad esempio questo Paese. Una burla. Una pagliacciata assurda messa in onda ripetutamente, dal generale al particolare. Politici che dovrebbe governare, invece pensano ai loro porci comodi. Amministratori di palazzo eletti per gestire il proprio condominio ed invece badano solo ad incassare la loro benemerita mensilità. Non c’è molto da descrivere, non sarebbe gloriosa un’eventuale visione in dettaglio di questo baraccone. Mi è capitato di camminare per strade affollatissime, Lei lontana, e di guardare agli uomini ed al cielo. Il cielo mi dava più risposte di quei visi distratti che sfioravano il mio tragitto. Tutti bene imbacuccati dentro ai loro pensieri, mentre l’indifferenza li copriva tutta intorno, come un sintomo evidente di quanto farsi i fatti propri sia una necessità, piuttosto che una scelta.
Già, l’indifferenza… È l’arma sfoderata da tutti contro i ritmi frenetici che conduciamo obbligatoriamente. Ed io mi ritrovo a pensare alle due di notte in solitaria. Io che assaporo tabacco amaro e filtro umido e trovo un forte senso di atipicità. Per l’ora tarda. Per il solitario relax. Per questi assurdi pensieri.
“Vivere oggi è un po’ morire, piano piano”, avrò pensato cento volte. Morire dentro ad un bar davanti ad un rum d’annata. Morire di fronte ad uno schermo fluorescente. Morire tra strade che sanno di piscio al sabato sera. Morire ancora sopra una fredda tastiera, magari instaurando dialoghi virtuali che così poco sanno di vere conversazioni. Morire insomma, piano piano, così lentamente che è difficile accorgersene.
E se un giorno ti voltassi indietro, cancelleresti tutto per un momento più vero. Anzi no! Non cancelleresti proprio niente, perché il tuo esilarante egocentrismo e quella folle falsità di cui è imperniata l’aria che respiri ti convincono a dire che tutto è esperienza e tutto l’hai fatto perché lo volevi, perché allora era giusto così. Ti costringono a credere che questa sia vita.
Io la definirei un automatismo, un flusso autonomo in costante passaggio. Che non vuol dire niente, essendo niente ciò che ti appare sempre intorno.

Effettivamente i tempi in cui Cesare muove i suoi giorni non sono dei più gloriosi. Pensieri che sembrano così cupi, sono condivisibili. Oserei dire anche comuni. Vedendolo aggirarsi per le strade della città, col suo cappotto nero ed il cappello in testa, sembra quasi un’ombra. Una sorta di alieno venuto per osservare quei corpi scivolare via distratti. Ed invece anche lui è della stessa specie e condivide con loro i falsi sorrisi e la consueta monotonia delle giornate trascorse, volente o nolente, dentro le categorie delle età che si susseguono. Io nell’osservarlo ho sempre pensato che, qualora esistesse la reincarnazione, lui un tempo era di certo un’aquila. Il suo girovagare fintamente distratto mi ricorda difatti il volo lento e rassegnato di questo splendido e temuto animale, intento e silente nel trovare il miglior posto in cui morire. Il rapace è solito solcare il cielo per l’ultima volta in solitaria, alla ricerca della roccia migliore dove passare gli ultimi istanti. Cesare, sempre in cappotto nero e cappello in testa, cerca lo sguardo migliore dentro cui gettare quei pochi sprazzi di vita che si possono assaporare davvero.
E quando si ferma a leggere una notizia, anche la più clamorosa, non si stupisce mai. Quando sente di religioni fantasmagoriche che promettono un’altra vita al posto di quella vissuta fino a quel momento, una nuova esistenza da condurre secondo determinati criteri, ovviamente orientata verso un lucroso vantaggio in favore di questi dotti teologi, neanche in questo caso non si scompone più di tanto. Sorride, perché c’è chi cieco ci crede davvero, ma non è una sorpresa nemmeno questa.
Eppure neanche per una persona tanto intransigente e disillusa fino all’apatia è tutto così scontato. C’è stato e c’è ancora qualcosa in grado di sorprenderlo. Un miracolo che sa accendergli una luce nuova dentro le pupille. Gliele allarga di colpo ed ingrossa il suo cuore a dismisura, così tanto da iniziare a battere più forte. Sì, esiste chi sa farlo sentire ancora vivo.
Roberta. Più di un semplice nome.

Cosa mi hai fatto Rò? Cosa? Dopo il nostro distacco non sono più lo stesso. Ricordi quanto ero razionale, freddo e distaccato nel rapportarmi a Te? Al mondo. Al sentimento in genere. Adesso ti penso la notte e ti ritrovo in ogni simbolo del giorno.
Perché?
Non trovo una spiegazione plausibile. Proprio oggi, camminando, ho visto una ragazza che aveva un basco rosa in testa. Io odio il rosa, soprattutto addosso alle donne. Così stereotipato rischia di farle sembrare stupide, quando stupide in realtà difficilmente lo sono. Questa ragazza aveva il basco uguale al tuo, identico. Sono corso verso di lei. Ero cosciente che non potevi essere tu, non metteresti mai piede in questa città, e poi lei era molto più alta. Ma una forza irrefrenabile mi spingeva verso quel cappello, quel basco così maledettamente uguale al tuo. Fortuna che ad un palmo da lei, girata di spalle, mi sono fermato. Sono tornato in me.
Eppure quel me razionale non c’è più, quando si tratta di te. Quando si tratta si tirare le fila in sentimenti strani e troppe volte oziosi, in convenevoli ridondanze amorose. Non esiste quel Cesare che alla stazione della tua città, nel vederti – cosa che desiderava più di ogni altra – si trattiene, si irrigidì, rifuggì lo sguardo.
Freddo appunto.
Razionale, appunto.
Stupido, decisamente stupido.
Quei formalismi, quel mantenere la struttura di un personaggio eroico, imbrigliarmi dentro una corazza morale. Oggi di certo non li sposerei più. No, oggi mi lancerei addosso a te, rapido. Passionale. Forse ancora più stupido di come lo sono stato quella volta, ma sicuramente più vero. Ci sei rimasta male, lo so. Ed anche io Rò, anche io non avrei voluto ingessarmi così. Non avrei voluto tante cose poi successe. Non avrei voluto soprattutto perderti.
Chissà se mi pensi adesso, come faccio io.

Roberta: film sentimentali americani; grande carattere; alla ricerca del vero amore, l’amore che trovi in quei romanzi commerciali moderni.
Roberta: oggi disillusa; oggi incatenata anche lei dai dubbi, dai rimorsi, dalle indecisioni scaricate spesso sopra di Cesare senza volere veramente fargli del male; caratteraccio insolente e testardo che vuole ed ottiene sempre l’ultima parola.
Roberta oggi vive nella sua città, lontano da Cesare.
Roberta oggi sta con Antonio, sorride ad Antonio. Ma non è felice dentro, non davvero nel profondo.

Si sono amati questi ragazzi, storia folgorante la loro. Rapidissima, ma che ha bruciato in fretta entrambi i cuori. Quel frequentarsi senza limiti interiori ma colmo di barriere esterne li ha cambiati per sempre. Un paio di treni in arrivo, altrettante partenze. Una panchina, quel bacio, altri mille baci e mano nella mano per le vie di una città per lo più sconosciuta. Lettere, telefonate. Tante parole, troppe vane promesse.
Un blackout. Una tremenda interruzione mai veramente definitiva, senza un perché concreto.
E poi Antonio, nella vita di lei.
Cesare ancora però troppo perso dentro ai suoi pensieri.
Cesare ora sdraiato sul letto a guardare il soffitto e cercare ristoro nel suo pensiero.

Io l’amavo.
Poi un cane mi ha distratto. È bastato voltarmi un attimo e lei non c’era più. Dopo ne vennero altre e tutte si sciolsero con la giusta fretta. Tranne una. Una soltanto rimase ed ancora oggi la porto dietro come un fardello legato al collo. Si compiono numerose scelte nella vita e non possiamo mai essere certi di aver fatto quella giusta.
Quando Roberta mi cercava, sentivo di essere migliore. Nonostante le discrasie accumulate nei numerosi rifiuti, credevo potesse essere lei la redenzione. Perché quando Roberta mi cercava non esisteva pioggia, né vento, né altre calamità in grado di strapparmi le emozioni. Era lei il sorriso, soltanto lei la forza. Era l’acqua ed io il mulino pronto a macinare.
Oggi Roberta non mi cerca più. Si è persa nella coltre di nebbia che ha avvolto i miei pensieri. Abbandonata in un angolo di cuore impolverato, ha deciso di allontanarsi. Ed ha fatto la scelta giusta. Nonostante io soffra come il cane che mi distrasse un tempo e non riesca a venire a capo della questione. Secondo una legge di Murphy alla rovescia: quando tornava io la cacciavo; ora che è lontana vorrei averla con me. È il mio tipico modo di fare contorto. È la mia condanna e l’agonia pronta ad uccidermi lentamente. Secondo una legge perversa, l’inconcludenza delle mie azioni finirà per uccidermi.
È il mio destino, lo sento. Ma io l’amavo ed oggi non saprei come descrivere quello che provo. Se non è amore l’essere instabile come una bussola sfaldata quando non sa segnare il punto dove si trova, come può definirsi tutto questo tumulto? Forse follia, forse opportunismo. I sentimenti fagocitano quel che non è chiaro dentro l’anima. Ed un animo inquieto e smarrito non può mai trovare il filo delle proprie sensazioni. Siamo tutti burattini distratti e volubili, in fondo.

Viene distratto da un suono.
Squilla il telefono.
Si china pensando sia Lei.
Convinto fosse veramente Roberta, per uno strano meccanismo di telepatia, afferra il telefono con cuore speranzoso.
E invece è Chiara.

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Francesco Esposito
Francesco Esposito è nato a Cirò Marina (provincia di Crotone, Calabria) trentadue anni addietro. Fin da piccolo ama la letteratura ed inizia a scrivere poesie più o meno infantili all’età di sei anni. Finito il liceo si traferisce in Umbria, dove frequenta l’Università degli Studi di Perugia. Da amante delle Lettere, tutti si aspettavano la scelta di tale facoltà. Ed infatti Francesco, in perfetta sintonia con la sua razionale coerenza, sceglie la facoltà di Giurisprudenza. Esatto, si mette a studiare diritto divenendo successivamente anche avvocato. Oltre all’attività forense è oggi impegnato nel mondo del vino (un must del suo paese natio). Termina “L’ultima notte”, il proprio romanzo adolescenziale, all’età di trentun anni, quando dell’adolescenza non resta che il solito sopravvalutato ricordo.
Questa è la sua biografia. Per il resto è un perfetto sconosciuto.
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