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L'ultimo alito dell'estate

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Filippo è un giovane psicologo, attraente e sicuro di sé, ma basta un solo episodio in un mite pomeriggio di ottobre per mandare la sua vita in frantumi. Di colpo si rende conto di aver perso tutto: la donna che ama, la casa in cui vive, la professione che intendeva praticare… Dopo un tentativo di suicidio fallito, la madre – con la quale non aveva più rapporti da anni – gli fa promettere di vivere almeno fino al trentottesimo anno, l’esatta metà dell’aspettativa di vita di un uomo. Richiesta bizzarra che il figlio, nonostante l’avversione nei suoi riguardi, non sa rifiutarle.
Così, le giornate di Filippo trascorrono solitarie una dopo l’altra, in una casa abbarbicata sulle dolomiti bellunesi. Finché, a un passo dalla fatidica data del suo trentottesimo compleanno, incrocia sul suo sentiero Chiara, una graziosa ragazza dall’animo innocente e alle prese con un doloroso passato dal quale sta fuggendo. A dispetto della loro relazione forzata contraddistinta da reciproca insofferenza, scopriranno che qualcosa di sconvolgente li accomuna. E che da soli è impossibile combattere i propri fantasmi.

7 aprile 2006, mattino

La vetta è vicina.

Sandra soffia tra i denti, impreca. Le braccia protese tirano a più non posso. Mentre sale, controlla che i piedi non manchino l’appoggio: ha le vertigini.

Resiste, carica bene il peso, poi spinge. Ancora una boccata d’ossigeno e, con un estremo, sofferto slancio, guadagna la sommità.

Si addossa alla parete, stremata. Piega il busto in avanti, a riprendere fiato. Per un istante, vinta dall’affanno, teme che il cuore pompi sangue a vuoto.

Quando ritrova un po’ di sollievo, dà un’occhiata in basso. Maledice l’inseparabile compagna di viaggi: quella sciocca paura dei luoghi stretti e chiusi, quale può essere un semplice ascensore. Per l’appunto. A farle sputare l’anima, un tempo, erano i sentieri che s’inerpicavano sullo Schiara. Oggi, sono bastate quattro rampe di scale.

Le guarda, rammaricandosi di non aver un briciolo di fede, perché almeno saprebbe attribuire un significato alla croce che si carica sulle spalle tutti i santi giorni.

Nel salirle, ha voluto contarne i gradini, ricavandone l’ennesima illusione: sono cinquantasei. Uno in meno dei suoi anni. Conteggiare uno qualsiasi dei pianerottoli d’angolo, come le è balenato per un attimo, sarebbe equivalso a un imbroglio. Non avendo mai ingannato nessuno, rifiuta di cominciare da se stessa.

Attraversa il tratto che la separa dal banco accettazione sbarazzandosi della fissa sulle coincidenze numeriche che caratterizzano le biografie di taluni personaggi, come i presidenti Jefferson e Adams, o Kennedy e Lincoln. Del resto, ammette, l’accostamento è irriguardoso; lei e Filippo non vantano certo lo spessore di simili protagonisti della storia, ed è facile immaginare che ciò non accadrà mai.

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Il bisogno di aggrapparsi a queste astruserie – fatta eccezione per il corrimano della scala – rivela quanto sia insidioso il territorio in cui si sta inoltrando.

L’infermiera alza il viso dal mucchio di scartoffie sul banco e le rivolge un sorriso cordiale. «Posso aiutarla?»

Sandra vorrebbe risponderle Temo proprio di no, mia cara, ma il sarcasmo vittimistico è del tutto fuori luogo, e si limita a esporle la sua richiesta.

Teresa – così è scritto sul cartellino di riconoscimento appuntato al petto – non ha bisogno di consultare il terminale e annuisce, indicando il corridoio a fianco. «L’ultima in fondo. Numero cinquantotto.»

Sandra non trattiene un accenno di risata. L’espressione di curiosità mista a diffidenza sulla faccia dell’infermiera la induce a congedarsi alla svelta. Non intende condividere con una sconosciuta le sue fisime. Specialmente se la sconosciuta è un paramedico del reparto psichiatrico.

S’incammina nella direzione indicatale da Teresa, decisa a colmare una distanza che da troppo tempo resta invariata, dovunque lei si trovi. Raggiunta la stanza impugna la maniglia, ma subito la risolutezza svanisce. Si scopre a soffermarsi sulla sua mano scheletrica. Tale l’ha definita un’amica, appena due settimane fa. L’idea di assumere anticipatamente le sembianze del post mortem la rattrista. Che però glielo facciano notare le persone care è davvero deprimente, per quanto il parere che meno deve temere è proprio il loro. Persone che l’hanno apprezzata anche, o forse soprattutto, per com’è fatta dentro, e a cui ormai non deve dimostrare nulla. A differenza di certune, come la commessa del banco frutta e verdura dove è solita servirsi, che da giorni la osserva con circospezione. Abituata a esporre in bella vista la merce più appetibile, non può che diffidare del suo repentino decadimento fisico, quasi che a ridurla così sia un verme che la rode dall’interno.

Si stringe nelle spalle. In ogni caso, quello non è il momento di farsi prendere dallo sconforto. Se mai ne esiste uno. Deglutisce il poco di saliva che le rimane e spinge.

Sandra fa capolino nella stanza e nella vita di suo figlio.

È accolta da una penombra soffusa, e da un letto vuoto accanto a quello di Filippo. Se ne stupisce. Negli ultimi anni sono state così tante le cose contro cui lottare che qualunque situazione favorevole la disorienta. Dunque, oggi sarebbe stato tutto più facile: nessun obbligo di sussurrare le parole per non farsi sentire; nessuna occhiata cui celare il proprio imbarazzo. Avrebbero potuto parlare senza condizionamenti.

Già, come se ad avercelo impedito finora fossero state le persone intorno…

Allunga lo sguardo su Filippo. È girato di lato, verso la finestra, immobile, apparentemente avvolto da un sonno profondo. Avanza piano, facendo attenzione a non inciampare in qualche presidio medico maldestramente dimenticato. Ma nulla è fuori posto.

Su un tavolino sgombro in metallo e formica bianca una composizione di margherite e lillà raccolti in un vaso di ceramica combatte con l’impronta asettica dell’ambiente circostante. Sotto, allineata al bordo del piccolo tavolo, una sedia foderata dall’aspetto integro e pulito completa l’arredamento. Il pavimento è altrettanto lindo, ed emana un gradevole odore di detergente. Il letto vuoto, rifatto, non mostra una grinza. La porta del bagno è socchiusa, aderente allo stipite, così da non offendere lo spazio attiguo.

Nulla fuori posto, ripete fra sé e sé, fuorché noi stessi.

Intuisce un netto contrasto tra l’ordine limitrofo e il caos che ha messo a soqquadro la loro psiche.

“Caos” è il giusto nome per il loro malessere? Di sicuro, riflette, qualche mese prima Filippo avrebbe potuto suggerirle un termine più appropriato. Vero anche che qualche mese prima nessuno aveva messo in conto un epilogo del genere. E, d’altro canto, che importa? È arrivata al punto in cui si predilige la sostanza alla crosta. Quella fase in cui gli oggetti perdono la patina che li riveste. Gli status symbol decadono, e un telefonino serve per telefonare, un’auto per viaggiare, una casa per vivere.

Una vita per dare senso all’esistenza.

Si accosta a Filippo, coperto fino al mento da un lenzuolo bianco. Rimugina su cosa avrebbe fatto se Anita, la vicina di casa, non lo avesse rinvenuto. E su cosa farebbe ora davanti al corpo esanime di suo figlio.

Infastidita, si sbarazza della funesta visione; nelle sue condizioni, la realtà è opprimente a sufficienza, pure senza sobbarcarsi ciò che sarebbe potuto essere.

Quando gli è a meno di un metro, Filippo si gira e appunta gli occhi su di lei. Sandra si domanda cosa l’abbia svegliato.

Ha captato il suo odore? Eppure non ha messo alcun profumo. Non ne mette più, ormai. Una doccia calda e un sapone delicato bastano a farla sentire pulita. Da qualche tempo rinuncia perfino a truccarsi. È la semplice parola, “truccare”, a darle noia. Evoca un’azione che, per innocente che sia, tende sempre all’inganno. Desidera soltanto apparire ciò che è, anche se ciò che è adesso non le piace. In fondo può ancora guardarsi allo specchio e, di là dall’immagine irriconoscibile, ritrovarsi onesta.

L’onestà è la peggiore convivente con la quale abbia avuto a che fare. Parimenti al cancro, non le lascia scampo e non concede deroghe a chi ne è sprovvisto. Anche per questo ha amiche incapaci di mentirle, di assicurarle con espressioni convinte quanto stia una favola, malgrado il suo corpo le contraddica.

No, le amiche sono frutto di una selezione reiterata. Non c’è da stupirsi che antepongano la sincerità alle bugie. Sandra non accetta che le bugie possano essere a fin di bene. Un ossimoro, una giustificazione priva di radice, che per tale ragione non sta in piedi.

Infine, lei valuta che a farlo voltare deve essere stato l’odore della morte, ora che sa distinguerlo.

«Ciao» sussurra. E attende.

Filippo non risponde. Né con le parole, né con lo sguardo; non fa altro che mantenersi immobile, con quegli occhi sbarrati, gonfi e inespressivi. Sembra quasi che non respiri.

Sandra aspetta senza aggiungere altro, in apnea, dimenticandosi perfino della propria, di morte. Del resto una madre sa farlo. Sa attendere il primo vagito un attimo dopo il parto, sudata ed esausta. Sa attendere il figlio di notte, sotto le coperte, con le orecchie deste, fintanto che non rientra. Sa attendere il giorno in cui dovrà separarsene, e da lì in avanti accettare solo una parte del suo amore, quella marginale. Da madre qual è, anche Sandra ha innato il dono dell’attesa.

Filippo finalmente fa qualcosa: torna a darle le spalle.

Lei allora prende un lungo respiro; ogni volta che lo fa, una fitta al costato, dispettosa, si premura di ricordarle lo stato di salute in cui versa.

Interroga se stessa, nella speranza di trovare una risposta all’atteggiamento del figlio, senza però ottenere suggerimenti plausibili.

«Cosa sei venuta a fare?»

La donna è così persa nell’auscultazione del proprio cuore che neppure è sicura di aver udito le parole. Sono suonate talmente lontane.

Ma quando Filippo gira la testa, torcendo il collo in uno sforzo che ne risalta i nervi, e riporta gli occhi su di lei – occhi rabbiosi, stavolta – Sandra comprende che le ha pronunciate per davvero.

«Sono venuta a strapparti una promessa» spiega con un tono placido e inesorabile. Nessun preambolo d’affetto, di dolore, di apprensione.

Da quando il cancro ha azionato il timer del conto alla rovescia, detesta i temporeggiamenti, le allusioni, gli ammiccamenti. Va dritta al cuore della questione, così come il male che la attanaglia e non le dà scampo.

Filippo non replica, se non con un corrugamento delle sopracciglia, che sua madre interpreta come un’esortazione a proseguire.

«Filippo, ti ho amato come ho potuto. Ti ho partorito, ti ho cresciuto, ti ho dedicato una parte importante, credimi, della mia vita.» Sandra si ferma. Le parole escono diverse da come le aveva immaginate. Sono fredde, banali; un elenco della spesa, o poco più. Ma non può cestinare il foglio e ricominciare.

«Ora, io penso di avere il diritto di domandarti almeno un piacere. L’ultimo piacere. Ho un cancro ai polmoni che sta andando in metastasi.» Fissa il volto di Filippo, imperscrutabile. La sua vita è simile a una montagna franata; l’annuncio che gli ha appena dato non è che l’ennesimo squarcio, né più né meno. Si limita a star lì, storto, col busto piegato da un lato e la testa dall’altro, pronta a riallinearsi al resto del corpo. Non può reggere a lungo, in quella posizione. È una parentesi in procinto di essere chiusa.

«La promessa che ho intenzione di strapparti riguarda unicamente te. Sono qui per chiederti, per supplicarti, di continuare a vivere, almeno fintantoché non avrai compiuto trentotto anni.»

Sandra continua a non cogliere nessuna reazione nell’espressione del figlio, come invece si aspettava dinanzi a una richiesta tanto singolare. Nulla. I lineamenti di quel viso tratteggiano sullo spartito della sua esistenza una sola nota: una vibrazione grave e ossessiva.

Filippo la osserva ancora per qualche secondo, fremendo per la torsione, finché non torna a ricomporsi. Il lenzuolo si alza e si abbassa per la serie di respiri. Poi, come accade alla superficie del mare dopo che il cetaceo affiorato torna a inabissarsi, l’ondulazione si placa. Il ragazzo è sprofondato di nuovo nel fondale del suo oceano fatto di silenzi e oscurità.

La donna allora capisce che la colpa di cui si è macchiata non sarà cancellata nemmeno dalla propria morte. Una sola cosa, evidentemente, è peggio che mentire al proprio figlio: dirgli la verità – o perlomeno, ciò che lei, allora, riteneva tale. Era stata imprudente, sfrontata. L’aveva intuito nel preciso momento in cui aveva aperto bocca. Sapeva che lui non avrebbe mutato le sue decisioni. Qualsiasi discussione, anzi, avrebbe finito col consolidarle. Tuttavia, la sua propensione a esporre le cose per come appaiono, con parole crude e perciò spesso indigeste, aveva prevalso.

Col senno di poi, ragiona, sarebbe stato meglio mordersi la lingua e frenare quella supponenza da insegnante astiosa che ogni tanto la assaliva. Senza dubbio, è ciò che le avrebbe raccomandato anche il suo caro Nietzsche: le convinzioni sono nemiche della verità, più pericolose delle menzogne!

Sandra si allontana con passi strascicati e il respiro che si è fatto un rantolo. Una disfatta, ammette, riflettendo sul loro incontro. E di lì, come il torrente costretto in un letto troppo piccolo durante il nubifragio, lo scoramento tracima, investendo tutto il resto. Il fallimento della propria esperienza giace davanti ai suoi occhi, annebbiati da un’improvvisa stanchezza.

Filippo, in sostanza, decreta anche la rovina di ogni aspetto in cui ha creduto e investito. Lui rappresenta l’ennesimo esito infausto della storia. Della sua storia.

«Non ti chiedo di campare in eterno» riesce a dire con la voce spezzata, appesa al nulla. «Secondo la statistica, a trentotto anni un uomo ha percorso circa metà della propria vita. A quel punto deciderai se varrà la pena di vivere l’altra metà. Oppure no.»

Sandra non aspetta oltre. Sente che anche il male dentro di sé non le concederà altro tempo. È ora di andare.

Si ferma sulla soglia della porta, a guardarlo per l’ultima volta. Suo figlio, coperto da un lenzuolo bianco, riverso di lato, immerso nella penombra di una camera perfetta.

Esce con l’angosciosa sensazione dell’incompiuto, e che tale sia stata la sua intera esistenza: una visita breve – occhiate fugaci, parole inascoltate – in un mondo girato di schiena.

12 maggio 2018

Evento

Sabato 12 maggio, ore 17.30
Presentazione del libro L'ultimo alito dell'estate di Luca Rebecchi presso Emily Bookshop, via Fonte D'Abisso 9/11 - Modena

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho letto l’Anteprima del tuo libro e devo dirti che mi ha messo molta curiosità!! L’ho acquistato e non vedo l’ora che mi arrivi!

  2. Luca Rebecchi

    (proprietario verificato)

    Caro Adriano, intanto grazie per l’acquisto! Riguardo al finale… abbi pazienza, non posso proprio sbottonarmi! 🙂

  3. (proprietario verificato)

    siamo curiosi di leggere il seguito e ci auguriamo un finale da ” e vissero tutti felici e contenti “

  4. Luca Rebecchi

    (proprietario verificato)

    Purtroppo, Davide, in libreria “L’ultimo alito dell’estate” potrà arrivarci soltanto se raggiungerà le 150 copie pre-ordinate. In quanto all’Amore e al Dolore, hai colto nel segno: sono due dei tre elementi distintivi del romanzo; il terzo è senz’altro la Speranza.

  5. IN li breiria lo comprerei x come è presentato solo perchè le storie di amore e dolore mi piacciono.

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Luca Rebecchi
Luca Rebecchi, è nato nel 1974 a Modena. Da sempre convinto assertore di un sano sviluppo sostenibile, vive in un tranquillo paese della bassa pianura emiliana, dove lavora come frutticoltore nella sua azienda biologica. L’ultimo alito dell’estate è il suo primo romanzo.
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