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L'ultimo filo della corda

L'ultimo filo della corda
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Consegna prevista Luglio 2022
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“Nonostante il nome, ereditato dal nonno paterno, Eugenio era nato podalico. La mamma era stata otto ore in sala parto e una ventina in sala travaglio e c’era mancato poco che il cordone ombelicale ponesse immediatamente fine alla sua vita, dimostrando in modo del tutto involontario, una clemenza che sicuramente poi avrebbe meritato.”
La storia di Eugenio è quella di un ragazzo che dimostra un grande coraggio nell’affrontare la normalità. È la storia per certi versi comica per altri tragica di un percorso, che attraversa gli anni della formazione di un ragazzo il cui atto eroico è solo quello del raggiungimento della maturazione, dell’autodeterminazione, della capacità di determinarsi.
Il modo ironico e ingenuo con cui affronta le vicissitudini che gli si presentano davanti fa innamorare del personaggio per il semplice fatto di essere un po’ come tutti noi: indifesi ma volenterosi, fragili ma ispirati da modelli illusori, in breve realmente noi stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro, liberamente ispirato ad una storia vera, vuole essere un omaggio a tutti coloro che raggiungono la consapevolezza di sé in modo meno semplice rispetto alla maggior parte delle persone; è dedicato a tutti coloro che sono cresciuti con uno specchio che rifletteva un’immagine diversa rispetto ai canoni vincenti e che hanno dovuto trovare e percorrere strade diverse e più difficoltose per arrivare allo stesso traguardo dove i più fortunati sono arrivati in carrozza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Nonostante il nome ereditato dal nonno paterno, Eugenio era nato podalico. La mamma era stata otto ore in sala parto e una ventina in sala travaglio e c’era mancato poco che il cordone ombelicale ponesse immediatamente fine alla sua vita, dimostrando in modo del tutto involontario, una clemenza che sicuramente poi avrebbe meritato.

L’esperienza sconvolgente, unita alle scarse attitudini materne, aveva convinto Carlotta che Eugenio sarebbe rimasto figlio unico, e a tutti quelli che ponevano la domanda inopportuna sul quando avrebbero regalato una compagnia al piccolo, la risposta era sempre che un solo figlio era più che sufficiente. Un solo figlio ovvero un figlio solo.

In realtà Giovanni avrebbe voluto almeno due bambini. Amava Eugenio e si vedeva bene nel ruolo di padre ma poiché la mamma è sempre la mamma e in fondo non toccava a lui affrontare la gravidanza né l’esperienza del parto, la decisione era presa.

Coetanei, si erano conosciuti alla facoltà di giurisprudenza dove Carlotta era iscritta per seguire le orme del padre, mentre Giovanni perché in fondo era sempre andato bene in italiano, usava la calcolatrice per qualsiasi operazione, e filosofia lo avrebbe costretto a trasferirsi lontano, troppo. Alla fine, lui si era laureato senza lode mentre lei non aveva portato a termine gli studi, attirando su di sé le ire di suo padre e la profonda vergogna di essere l’unica non laureata della famiglia.

Aveva seguito sogni di moda, o meglio illusioni, che le erano state presentate come miraggi da un impresario maturo, navigato, che aveva utilizzato tutta la sua esperienza per sedurla e poi abbandonarla, come succede sempre, ma l’evidenza è tale per tutti tranne per chi avrebbe tutto l’interesse di vederla.

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Sconvolta, tradita, ferita, nel suo ritrovarsi più debole di quello che credeva, aveva giudicato Giovanni come un uomo assolutamente incapace di farle del male o di rappresentare un futuro che non fosse sicuro, chiaro, già visibile. Sposare un avvocato inoltre avrebbe lenito almeno parzialmente la delusione dei genitori e la possibilità di riprendere quanto prima gli studi e portarli finalmente a termine le permetteva di guardare il padre con occhi speranzosi, abbracciarlo con quella sincerità propria di chi intende impegnarsi per mantenere le promesse.

Poi era arrivato Eugenio, a sorpresa. Il matrimonio era stato riparatore in quanto anticipato, affrettato, e gli impegni della famiglia avevano impedito il mantenimento della promessa, un cruccio che l’avrebbe accompagnata per molto tempo.

Come se fin da subito avesse avvertito la freddezza della madre nei suoi confronti, Eugenio aveva preso a modello il padre, supereroe dell’ufficio postale, colui che tutti i pomeriggi gli teneva compagnia e che lo faceva sentire amato. L’attitudine allo studio mnemonico di Giovanni, infatti, non era supportata dalla “cazzimma” propria di un avvocato di valore, così al presentarsi dell’occasione di un comodo posto fisso, senza troppi ripensamenti aveva abbandonato il praticantato e si era “sistemato”.

Sentirsi “sistemato” era la seconda cosa che lo rendeva felice quasi quotidianamente: la prima era il canto. Baritono apprezzatissimo da tutti coloro che ogni primo dell’anno sognano di presenziare almeno per una volta in abito di gala al concerto di Vienna, Giovanni aveva fondato un coro che contava una quindicina di elementi e a volte venivano chiamati per concerti anche fuori regione.

L’impegno era molto oneroso, sia in termini di tempo occupando i suoi dopo cena per tre o quattro giorni alla settimana tra prove partiture e promozioni, sia in termini economici pagando di tasca propria l’affitto della sala prove e il compenso del maestro di musica che ogni tanto chiamavano per correggere gli errori più grossolani.

Eugenio aveva preso dal padre l’amore per la musica e l’assoluta inadeguatezza al cambiamento, l’incapacità di trovare motivazioni per uscire dalla zona di comfort. Fin dall’asilo aveva dimostrato una grande sensibilità quasi propria degli artisti, con la differenza che non riusciva a convogliarla nella realizzazione di nessuna opera d’arte, di qualsiasi arte si trattasse. 

Come spesso accade la sensibilità si accompagna alla timidezza e alla difficoltà di interazione con i coetanei, ma le maestre, logorate da anni di tribolazioni con alunni vivaci, apprezzavano particolarmente la sua compostezza, scambiando per educazione quella che invece già iniziava ad essere remissività.

Era ossessionato dalle collezioni. Collezionava di tutto e ne era fiero e geloso allo stesso tempo, riempiendo con oggetti la sua stanza, fino quasi a saturazione, trovando nei francobolli, nelle automobiline, nei fumetti, quella compagnia che fuori pur cercandola non riusciva ad avere.

L’educazione che riceveva dal padre verteva sull’impegno al rispetto altrui, sull’amore per le cose belle e sui valori sani e lungimiranti, poco frequenti nella società comune e sicuramente ben nascosti ai compagni di Eugenio.

Quello che conosceva e provava nei lunghi pomeriggi con Giovanni trascorsi a fare i compiti, vedere film, ascoltare musica e leggere fumetti, non era ciò che ritrovava nelle frequentazioni mattutine della scuola. I suoi compagni preferivano sicuramente ritrovarsi al campetto del paese per sfidarsi a calcetto, piuttosto che immaginare sfide epiche tra indiani e cowboy spostando di pochi centimetri soldatini e mettendo in scena dialoghi non peggiori di tanti spaghetti western.

Semplicemente i suoi compagni avevano i genitori che lavoravano tutto il giorno e non avevano tanto tempo da dedicare ai figli.  Eugenio doveva ritenersi fortunato, o meglio questo era quello che si sentiva ripetere quando, raramente, confidava a Giovanni di sentirsi solo.

– Se vuoi andare a scuola calcio anche tu non hai che da dirmelo, sebbene secondo me non sia il migliore degli ambienti in cui crescere e sicuramente non uno sport completo… allora sarebbe meglio il nuoto… –

Ma Eugenio sceglieva sempre quello che secondo il padre era meglio per lui, convincendosi che era una fortuna poter avere fin da piccolo la filmografia completa di Totò, o riuscire a seguire le opere di Verdi grazie al padre che gliele spiegava. Perché per fortuna il padre di pomeriggio non lavorava e lui quindi non aveva bisogno di ritrovarsi con i compagni di scuola a giocare a calcetto.

Aveva pur sempre la mamma che lavorava in boutique mattina e pomeriggio, anche se solo lei chiamava boutique l’unico negozio per taglie forti della città, ma evidentemente un genitore su due non era sufficiente.

Così grazie all’orario ridotto delle poste si era precluso non solo la possibilità di una carriera da calciatore, in verità alquanto remota data la sua fisicità da giovane Holden, ma anche la possibilità di avere una cerchia di amici fin dall’infanzia, di quegli amici che a 40 anni si ritrovano in discorsi pregni di malinconia etilica e ripercorrono episodi di goliardia e cazzate mascherate da marachelle solo grazie all’intervento cieco della dea fortuna, conditi dalla frase “ma noi siamo cresciuti insieme ci conosciamo dall’asilo”.

Eugenio, invece, era quello che quando si votava per alzata di mano, l’alzava per ultimo, aspettando di capire quale fosse la decisione del gruppo. Era quello che quando si facevano le squadre per la partitella dell’ora di ginnastica veniva giustamente, a detta sua, scelto per ultimo, perché lui doveva leggere i fumetti, conoscere le arie celebri delle opere, insomma perché aveva il padre che lavorava alle poste, e non voleva che a causa sua i compagni perdessero la partita della vita.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Riccardo Bassetti
Mi chiamo Riccardo, ho 39 anni e racconto storie.
racconto storie alle mie figlie per addormentarle o semplicemente per farle innamorare di una narrazione lenta, meno immediata delle immagini televisive e per questo arricchita dalla fantasia e dal sogno.
Racconto storie da quando ho imparato a parlare e le scrivo dal momento in cui ho imparato a leggere. Negli anni sono passato dal riccio Piccio, al Cow Boy James, dalla bella Clotilde fino ad Eugenio, antieroe che in quanto tale, penso possa rappresentare in parte ognuno di noi, talmente consapevole della sua fragilità da farne una forza che supera ogni paura.
Scrivo storie anche per lavoro, ma questa è un'altra storia.
Il mio sogno è scrivere storie nuove, magari libri voluminosi che possano essere letti da appassionati bibliofili, ma che siano riassumibili anche in poche righe, da poter essere ricordate dai bambini di tutte le età.
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