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L'umanità in un angolo di mondo

L'umanità in un angolo di mondo
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Consegna prevista Luglio 2022
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Ho iniziato un viaggio con dentro un enorme frastuono e adesso che lo sto per terminare, sento solo un delicato silenzio grazie al quale ho capito quanto sia importante andare a cercare le altre persone che vivono su questo pianeta.
Guardo dal finestrino un infinito mondo, e quanto questo possa cambiare in meglio grazie all’umanità.

Perché ho scritto questo libro?

A volte tutto ciò che si è vissuto rimane dentro all’animo e galleggia vorticosamente trasformandosi in emozioni concrete. È  successo così dopo l’ultimo viaggio fatto quando gli umori rimasti dopo il rientro si sono concentrati in un unico sentimento. Mi è rimasta quella necessità di andare alla ricerca di ciò che può aver ispirato tutto ciò che avevo visto nel periodo appena trascorso in giro. Ne sono usciti una sola parola (Amicizia) e un libro autobiografico per raccontarne l’importanza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Sistematica prevaricazione

   La mente cominciava ad ignorare le vibrazioni dei timpani che cercavano di trasmettergli quanto le orecchie stavamo udendo. Sentivo una leggera evanescenza approfittare piano piano della stanchezza che stava sopraggiungendo. Nel mio caso, la fiacca che sentivo non mi permetteva nemmeno di reagire per soffocare alcuni sbadigli che già stavano facendo capolino tra le cavità della laringe.

   Un trillo acuto irruppe tra i silenzi dei vuoti corridoi e finalmente la campanella suonò. Corpi di ragazzi e ragazze invasero le uscite delle aule cospargendo l’aria di grida mentre imboccavano le vie d’uscita. Nella classe dove stavo io, quel fragore fu il segno che sanciva il termine della lezione di Storia dell’Arte. Un’ora passata a ciondolare sul banco senza riuscire a seguire il professore per più di cinque minuti di fila.

   La mente stanca chiedeva solo di abbandonarsi a più lievi respiri e, il suono appena udito, era ciò che aspettavo per seguire questo mio desiderio.

   Da pochi mesi era iniziata per me la prima esperienza nella scuola media della mia città. Ero nel momento in cui i sogni cominciavano a doversi scontrare con la realtà e io avevo paura. Timore di non essere adeguato a quello che quest’ultima sembrava essere. Iniziava un periodo di tre anni durante i quali sarei stato preparato agli studi, educato a come conformarmi ad una società in cerca lavoratori in grado di diventare leader. Ma questo era ciò che si nascondeva tra i palazzi della città nella quale ero nato e i ragazzi che giocavano nei suoi cortili.

   Mentre molti miei compagni già si erano alzati per uscire in giardino a godersi i quindici minuti di intervallo, io lasciai cadere le mie braccia sulla durezza del legno del banco.

   “Beh, che fai, rimani lì seduto?”

Un ragazzo urtò il mio banco. Uno dei pochi con i quali avevo provato a fare amicizia. Ben presto però mi ero accorto che in quella classe non avrei avuto tante occasioni per legarmi con qualcuno. Le ragazze erano ancora un mondo che in cui non riuscivo ad entrare. C’erano due ragazzi molto studiosi e per questo erano spesso lasciati in disparte. I chiassosi, sognatori forse come me, mostravano una troppo esuberante spavalderia per quella calma apparente a cui sentivo di appartenere. E poi c’erano loro. Erano in due, il più energico e spietato tra loro mi sembrava essere il ragazzino più grande di tutti noi. L’altro, mio coetaneo e nativo di queste zone, pareva lo seguisse soltanto, come se avesse trovato un capo che lo potesse guidare in scorribande nelle quali crogiolarsi per vantarsene.

   L’anno scolastico era appena iniziato ma entrambi, più volte, erano finiti dal preside per dare spiegazioni dei loro atteggiamenti ostili verso gli altri alunni. Probabilmente tutt’e due ritenevano semplicemente che quella fosse la strada giusta per farsi notare nella vita.

Alzai lo sguardo verso colui che mi aveva parlato e lo guardai abbozzando un sorriso. Riconobbi il volto di Matteo. L’unico che ogni tanto accennava ad un sorriso quando, entrando in classe, il mio incedere incontrava il suo.

   “Si, tra un attimo vengo anch’io”.

   “Andiamo al campetto da basket. Se vuoi giocare anche tu, ci trovi lì”.

Sparì, inghiottito tra gli altri che lasciavano la classe. Senza nemmeno aspettare una mia risposta. Mentre me ne stavo ancora fermo sula sedia con l’avambraccio proteso in avanti sul banco, mi parve davvero che per lui la mia presenza o la mia assenza a quella partita, fosse influente.

   Quell’ondeggiare della mia mano mi aiutava a rimettere insieme i pensieri. Un gesto apparentemente trascurabile per una mente stanca come la mia, ma che invece non lo fu per la testa di qualcun altro. La prima cosa che imparai da quell’anno scolastico fu che c’era un’altra condizione per cui i pensieri tendono a scappare lontani. La noia. A differenza della mia stanchezza però, essa può essere un incitamento ad una reazione. Tutto ciò che successe poi, fu il risultato del tipo di carattere che aveva colui che cercava di liberarsi da quello stato per quel giorno. 

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   Occhi rapaci notarono subito qualcosa di me che non avrei mai pensato appetibile. Fu così che, mentre i miei occhi si socchiudevano per lasciar trasalire un sospiro che sentivo provenire dal profondo dei polmoni nel tentativo di rilassare la mia mente, un ragazzo cominciò a muovere i suoi passi verso di me.

   Si trattava di quel ragazzino tanto temuto dagli altri compagni di classe e del quale io ancora non avevo fatto diretta esperienza. Ma ogni cosa arriva nel momento giusto e quel ragazzo decise che quel momento sarebbe stato adesso. Non appena la campanella sancì la fine della lezione, egli si alzò dal suo posto, appena due banchi dietro al mio, e cominciò ad avanzare alle mie spalle. Prima lentamente, poi, a pochi metri dalla mia figura iniziò a correre.

   Ancora non lo avevo notato e non potevo certo immaginare che intenzioni avesse, ma il suo obiettivo era il braccialetto di caucciù che portavo attorno a quel polso che avevo lasciato a penzoloni. In cerca di qualcosa per distrarsi da una lezione sui popoli antichi, lo aveva notato durante la mia stanca posa e aveva deciso che lo avrebbe avuto a qualunque costo. Senza chiedermelo. La gentilezza non era nel suo stile e non avrebbe fatto eccezione per un piccolo e minuto giovincello appena arrivato dalle elementari.

   Le mie mani così lontane l’una dall’altra lo avevano indotto a pensare all’estrema facilità del suo gesto. Difatti, in un attimo, senza che io potessi fermarlo, afferrò con la sinistra il mio avambraccio e con la destra sfilò il suo bottino dalla mia mano. Il passaggio dell’oggetto attraverso di essa fu tanto rapido quanto doloroso e mi costrinse a gemere, fino ad aspettare che almeno l’apice del dolore passasse.

   Il tutto duro un brevissimo lasso di tempo, quasi quanto un battito del mio cuore mentre trasaliva per lo spavento di quell’azione inaspettata. Mi accovacciai sulla sedia e mi strinsi l’arto dolorante mentre l’autore del gesto, sghignazzando, si allontanò senza nessuna fretta di alcuni passi. Quando si voltò, con occhi trionfanti rivendicò il bottino.

   “Adesso è mio!”

Mentre ancora il mio volto si arricciava su se stesso in una smorfia di sofferenza, arrivò anche l’altro ragazzo che, accortosi del gesto del compagno di briganterie, pretese di sentirsi spavaldamente grande come il suo amico e, sbattendo apposta il palmo della mano sul mio banco, cercò di intimidirmi.

   “Oh, poverino. Ti sei fatto male?”

Non aggiunse altro, ma non me ne sarebbe importato. Cominciai a capire da subito con chi non sarebbe valsa la pena parlare per quel primo anno scolastico. Li guardai entrambi uscire dalla classe. Non ero impaurito, ma dentro alle mie nuvole di ovatta, credevo davvero che l’indifferenza mi avrebbe aiutato ad uscire dalla vita di quei due. Non avrei dovuto aspettare molto tempo per imbattermi nella misura in cui mi stavo sbagliando.

   In quella occasione credetti che il non dire nulla avrebbe messo la parola fine a quell’episodio. Parve funzionare perché i due sembrarono dileguarsi nei corridoi. Aspettai solamente che il dolore passasse e poi mi alzai. Mi guardai intorno e notai che ero rimasto l’unico ancora in aula. Per un attimo mi sentii come imprigionato in una stanza senza aria e provai il desiderio di scappare via, raggiungere gli altri in giardino per non sentirmi solo.

   Con movimenti rapidi presi la merenda dal mio zaino e mi diressi verso il giardino, immerso nella noncuranza di altri alunni di differenti classi che si erano fermato nei corridoi a chiacchierare.

   Ripensai a Matteo e al suo invito, ma la voglia di raggiungerlo alla partita di pallacanestro mi era passata. Il disagio per quel piccolo furto appena subito, lo sguardo arcigno dell’autore di quel gesto, uniti al fatto che in quello sport ero proprio negato, mi fecero credere che sicuramente, dopo pochi minuti, gli altri giocatori mi avrebbero chiesto di smettere di giocare.

   Pensavo che scendere tra l’erba del piccolo parchetto della scuola, respirare aria fresca, riposare all’ombra di un albero e di concentrarmi sulla lezione successiva, sarebbe stato un buon modo per azzerare tutto ciò che era successo fino ad ora. Il mio incedere si fece finalmente più sicuro, aiutato da un ritrovato e piacevole senso di potersi aspettare ancora qualcosa di bello.

   Il sorriso mi tornò sul viso non appena i polmoni toccarono l’aria frizzante di quella mattinata. Le pupille ricominciarono a dilatarsi per chiedere luce. Un chiarore che mancava nel fondo del mio cuore giovane. Una fiaccola che avrei voluto chiamare amicizia. In quel momento cercavo solidarietà per il gesto appena subito. Guardai cosa stessero facendo gli altri compagni di classe, cercando una occasione in cui trovare spazio dopo aver portato a termine la mia merenda sotto all’albero. Ma trovai ognuno immerso nella propria impassibilità.

   Nessuno si avvicinò a me per cercare un contatto, anche solo per sapere se mi fosse passato il dolore al polso. Cominciai a dubitare che davvero qualcuno avesse voltato la sguardo verso di me mentre mi veniva sfilato l’oggetto.

   Decisi allora che se davvero avessi dovuto fare altro di più eclatante per farmi notare, tanto valeva rimanere con me stesso. Aprii lo snack al cioccolato che mi portavo appresso e cercai quel posto tranquillo che desideravo.  La parte lesa dall’azione di quel riccioluto bandito, mi doleva ancora un po ma sapevo che presto sarebbe passata. Un lieve alito di vento scuoteva le foglie di alcuni rami della zona alberata del cortile. Attirando la mia attenzione, mi affidai a quel segno come ad un richiamo del destino.

   Appollaiandomi sotto al primo albero abbastanza lontano del giardino della scuola, rimasi da solo per lunghi, interminabili minuti. Cominciai a pensare se davvero questa scuola mi sarebbe servita nella vita. Se fossero contate di più tutte le nozioni che stavano per riempire la mia testa o tutte le persone che ci avrei incontrato sarebbero state un marchio più indelebile. Quel che potei constatare al momento però fu che avevo finito la merenda. Ma la fame non mi era passata.

  Mi portai una mano alla bocca per pulirmi dalle briciole e, spostando di lato il viso, inavvertitamente i miei occhi si spostarono dall’unica visione che avevano. Quel gesto ampliò il mio campo visivo e ciò che scorsi mi bloccò il sangue nelle vene. Quattro gambe venivano nella mia direzione e sapevo a chi appartenevano. Osai alzare un po’ di più lo sguardo. Quel tanto che bastava per riconoscere il braccialetto che una volta era stato mio e il polso che ora lo stava portando.

   La distanza tra loro e me venne coperta in un tempo che a me parve irrimediabilmente breve. Entrambi fermarono i loro passi a pochi centimetri dalle mie ginocchia raggomitolate vicino al petto. Sperai con tutte le mie forze che la loro presenza fosse frutto solo di uno sfortunatissimo caso di medesima scelta di un luogo dove stare in disparte.

Cominciai a contare i secondi, nell’attesa di veder confermata la mia ipotesi. Poco dopo seppi quanto grande era stato il mio errore. Con tutta quella sua baldanzosa gioventù, il bullo della classe mi mostrò il trofeo appena conquistato a mie spese e mi parlò ancora una volta.

   “Ora tu mi devi dare anche la tua merenda!”

Ancora non sapevo di quali brutalità fosse capace quel compagno e, cercando solamente di capire come fare per non cacciarmi in guai più grossi di me, lo guardai negli occhi. Non lo feci per provocarlo, solo per cercare di capire meglio che intenzioni avesse. Provai a parlargli con tono pacato.

   L’ho appena finita”.

Inarcai le sopracciglia e strinsi le labbra come per mimare un gesto di dispiacere, ma non fu questo che venne recepito dall’altra parte. Avrei voluto che ogni cosa fosse finita con quel gesto ma il ragazzino, probabilmente avvezzo ad altre situazione e ad altre persone, fraintese queste mie movenze e si prese tutto il mio fiato in un solo istante. Con un pugno alla bocca dello stomaco mi piegò in due facendomi sbiancare dal dolore.

   “Mi sa che non hai capito con chi hai a che fare!”

Il sospetto che avesse atteso la fine del mio snack per venire a disturbarmi, si insinuo atroce tra i miei dubbi. Il vuoto allo stomaco che provai subito dopo quel preciso montante, temevo mi avesse fatto vomitare tutto il cioccolato. Mi rannicchiai pesantemente a terra mentre gli domandavo l’unica cosa per la quale cercavo una risposta.

  “Perché io? Perché te la prendi con me? Che ti ho fatto di male?”

Il suo labbro si piegò verso destra, in una espressione beffarda. I suoi occhi parvero divertiti dalla mia richiesta.

   “Perché io! Cosa ti ho fatto di male!”

Segui un flebile istante di vuoto di parole, poi il suo sguardo si trasformò in una terrorizzante serietà e il suo indice si appoggiò pesantemente sulla mia fronte, bloccando la mia testa contro la corteccia dell’albero sotto al quale mi ero fermato.

   “Minchia che piagnucolone che sei! Quelli come te mi stanno sul cazzo! Ecco perché me la prendo con te!”

Lasciò la presa e si girò senza nemmeno più posare i suoi occhi su di me.

   “E vedi di portare qualcosa da mangiare anche per me domani, sennò per te finisce male. Sai quanti incidenti capitano a chi come te viene a scuola in bicicletta”.

Soppesai la sua minaccia. Mi parve capace di ogni cosa. O forse era ciò che mi voleva far credere. Qualsiasi cosa mi fosse successa l’indomani, non mi mossi più da quel piccolo metro quadrato di terra nel quale lui ed io ci eravamo incontrati. Non volli nemmeno sapere se altri avessero visto la scena di quel pugno. Per la prima volta, fui contento di essere stato invisibile. A tutti tranne, purtroppo, che al ragazzo che ormai mi aveva preso di mira.

   Mischiati agli schiamazzi di ragazzi lontani alcune decine di metri, potevo sentire i singhiozzi del mio respiro che faticava a farsi largo nel dolore dello stomaco. Trattenni a lungo e con forza lacrime provenienti dalle mie viscere per non farle sgorgare dagli occhi. Sapevo di vivere nel quartiere bene della mia città, in un mondo ovattato di villette rese sicure da impianti d’allarme e di sporadici contatti tra vicini fatti di semplici saluti amichevoli e nulla più. Solo ora stavo scoprendo cosa fosse la durezza che c’è nell’animo umano e mi demoralizzai nello scoprire quanto il mio dolore fosse ininfluente per gli altri.

2021-10-12

Radio Village Network

Martedì 12 ottobre. Segnate la data. Una piccola chiacchierata per presentare il libro L'UMANITÀ IN UN ANGOLO DI MONDO. Conduce Alessandra di RADIOVIAGGIANDO il link per la diretta: http://www.rvnplayer.it/

Commenti

  1. Alessandro Castelnuovo

    Una esistenza adolescente fatta di scontri con le bassezze dell’animo umano. La storia vera di un ragazzino di dodici anni con tanti dubbi e poche risposte, in un viaggio alla ricerca di quale significato dare alla vita che vada oltre a una società apatica, amicizie poco sincere e al di là della violenza di cui viene fatto vittima inerme. Un percorso interiore che finirà a migliaia di chilometri dal punto di partenza, in un piccolo luogo lontano dal frastuono del mondo che sussurra la sua indifferenza per l’altro. Fino a un incontro inaspettato che sarà la base per la felicità di una vita intera.

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Alessandro Castelnuovo
Comincio a viaggiare sin da giovane per capire le relazioni fra i luoghi visitati e le persone che li abitano. Dai piccoli pensieri scaturiti durante questi percorsi e lasciati su pezzi di carta, nasce la voglia di scrivere articoli più complessi e mi specializzo in storytelling di viaggio.
Affascinato dal rapporto essere umano-natura, mi specializzo in gestione ambientale presso una azienda alimentare ma non lascio l’idea di viaggiare per esplorare la condizione umana.
Inizio così piccole collaborazioni con alcuni blogger italiani per ampliare poi la mia strada verso occasionali rapporti con il gruppo Facebook privato di Lonely Planet Italia e Intrepid Times, un magazine on line, pubblicando brevi racconti legati a eventi ed emozioni dei luoghi in cui mi reco e dalle persone che vi incontro.
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