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L'uomo arcobaleno

L'UOMO ARCOBALENO
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Che cosa faresti se perdessi l’amore della tua vita e poi, a distanza di anni, incontrassi la sua esatta copia?
Questo è ciò che si chiede Diana che, dopo essere fuggita lontano dalla morte di suo marito, ritrova al suo ritorno un ragazzo, Alexander, che è il doppio perfetto dell’uomo che lei ha così tanto amato.
Diana imparerà a conoscerlo, cercando nei suoi occhi qualcosa che lo renda diverso da suo marito, mentre la sua famiglia affronterà una metamorfosi fatta di gioia e di dolore, di misteri e di ricordi.
E quando scoprirà che l’aspetto di Alexander non è frutto di un caso si troverà di fronte ad una scelta: dimenticare il passato o rinunciare al futuro?

Perché ho scritto questo libro?

Non ho scelto di scrivere questo libro. Quando ho iniziato a scriverlo infatti, era solo un esercizio per liberarmi da un blocco creativo, per trovare stimoli nuovi.
Ma poi la storia ha preso forma in maniera quasi autonoma, tanto che ho avuto l’impressione che gli eventi e i personaggi fossero già presenti dentro di me, in attesa di esprimersi tra le righe.
Non so perché ho scritto questo libro. Ma adesso ho la certezza che nessuna altra storia sarebbe potuta essere così profondamente mia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

Mi sono sempre chiesto cosa spinga una persona a rinunciare al successo, a rinunciare ad un pubblico, a ritirarsi dalle scene o a non salirci mai, preferendo l’ombra dell’anonimato alle luci della ribalta.

Sono in aereo e sto tornando a casa.

Ho da poco lasciato il Saint- Malò Festival, un evento che ha come scopo quello di premiare gli scrittori meritevoli di ricevere un tagliacarte dorato con il nome del loro ultimo romanzo. 
Continua a leggere

Continua a leggere

Il migliore tra altri, il migliore tra i migliori. La crème de la crème, come si dice qui in Francia, della letteratura.

Victoria Adler ha vinto. Questo è tutto ciò che posso scrivere ed è tutto ciò che leggerete in questo e negli articoli che ne parleranno. La segretezza dell’evento ha imposto a noi giornalisti di non aggiungere altro né sulla manifestazione né sui suoi partecipanti.

Lo confesso, non sono un esperto di letteratura e non sono neppure un grande lettore.

L’unica ragione per la quale mi sono dato tanto da fare per partecipare a questo evento è la vincitrice stessa. Victoria Adler. E, aggiungerei, chissà quanti altri, come me, hanno provato a far parte di questa evento per lo stesso motivo. 

Di lei non si sa nulla. Non si sa se sia una donna o un uomo, né quanti anni abbia, né se sia ancora viva, o vivo, in questo momento. Nulla.

Ma, convinto del fatto che la segretezza dell’evento la, o lo, potesse spingere a mostrarsi al pubblico, ho tentato di farne parte. E ci sono riuscito.

Al momento della premiazione il suo ultimo romanzo Il ladro di ortensie è stato giudicato il migliore tra tutti quelli in gara. L’ho letto, di fretta, le sere precedenti alla mia partenza. Mi è piaciuto. E anche coloro che avevano letto le opere in gara concordavano sul fatto che meritasse la vittoria.

Il palco però è rimasto vuoto. Ho applaudito un podio vuoto, come tutti gli altri che mi stavano attorno, con l’impressione perenne di essere osservato, da chi, come me, analizzava chiunque, in cerca della vincitrice. 

Chi poteva essere?  ci chiedevamo, gettando qua e là occhiate più o meno discrete.

Poteva essere la donna accanto a me con gli orecchini azzurri o il grasso signore seduto in prima fila. Poteva essere il cameriere che serviva il vino o la stessa persona che aveva annunciato il romanzo vincitore.

Sto tornando a casa senza saperlo e senza uno scoop. Ma non sono deluso.

Forse oggi ho capito molte più cose di quella scrittrice (perché nella mia mente la immagino come una donna) che durante la lettura stessa delle sue parole.

Non ama il successo. Stasera ha avuto la possibilità di berne a piene mani, ma non ne ha approfittato. Alcuni dicono che tutto questo mistero intorno al suo nome non sia altro che una mossa di marketing. 

Non sono d’accordo. Chi vince simili premi non ha bisogno di stratagemmi del genere per provare quanto valga.

E ripensandoci, vagliando le sue motivazioni, le ipotesi che annoto su questo taccuino, sono giunto alla conclusione che non ci sia scelta migliore che prendere la sua stessa decisione.

Della Adler, non si conosce altro che le sue parole, nessuno scandalo, nessuna cornice, nessun amore, nessuna sbavatura.

E stasera ho capito che va bene così.

John Albert White

Chiusi le pagine della rivista e bevvi un sorso d’acqua. In un angolo della copertina il testo citava Il ladro di ortensie. Premio alla scrittrice fantasma, di J.A. White

“Cosa ne pensi?” chiesi al mio autista, riponendo il giornale nel cassetto portaoggetti e accertandomi di aver chiuso bene la borraccia.

Thomas non aveva detto nulla per tutta la durata della lettura e ora formulava in silenzio la risposta da darmi, cercando le parole giuste come solo un avvocato sarebbe stato capace di fare.

Era stato lui a venirmi a prendere all’aeroporto, quella mattina, ed era stato lui a chiedermi di leggere ad alta voce il resoconto del signor White, mentre guidava verso casa. In quel periodo, mi spiegò, era stato “molto occupato” e non aveva potuto leggere nulla riguardo all’evento.

“Cosa ne pensi?” 

Thomas alzò un sopracciglio e le sue palpebre si chiusero e si alzarono sulle iridi verdi. 

“È un articolo molto bello, a mio parer, rende onore all’autrice” mi sorrise e io ricambiai la sua espressione “dice il vero? Sei d’accordo con quello che ha scritto?”

“Sì” ammisi “ha detto la verità. A quanto pare qualcuno sembra avermi capita, dopotutto”

“Mi fa piacere” Thomas eseguì una curva stretta, prima di imboccare la strada che ci avrebbe condotti nel cuore della campagna “Sai, Lydia mi aveva accennato qualcosa riguardo a quell’evento. Volevamo provare ad andarci ma non eravamo sicuri che ti avremmo incontrata. Non hai ritirato il premio, è vero, ma avevo ipotizzato che tu potessi esserci lo stesso, in incognito, magari”

“No” risposi “ci avevo pensato ma poi ho deciso di non andarci”

“Posso chiederti come mai?”

“Qualcuno avrebbe potuto riconoscermi e tradirsi, anche solo facendomi un cenno”

“Ma parte me, Lydia, Anna e Victor nessuno altro è a conoscenza del tuo segreto”

“Dimentichi gli editori per cui ho lavorato e per cui ancora lavoro” replicai.

“Direi che se vogliono continuare a vendere i tuoi romanzi si guarderanno bene dal tradirsi. E poi, anche se succedesse qualcosa, se qualcuno volesse prendersi meriti non suoi, saresti difesa dallo studio Black & Black”

“Questa è una bella garanzia” gli dissi e lo vidi sorridere.

“E lo sarà sempre. Anche se, ad essere sincero, non ho mai davvero approvato il fatto che tu voglia rimanere anonima. 

L’altra sera avresti potuto godere dell’ammirazione di tutti, ma non l’hai fatto. Pensa a tutte le strette di mano e agli applausi che avresti ricevuto. Non li rimpiangi mai, Diana?”

“No. No, va bene così” gli sorrisi “mi hai detto che non approvi, ma mi auguro che tu abbia compreso il perché della mia scelta, non è vero?”

Lui annuì e mi restituì il sorriso.

“Pensi di lavorare anche a casa?”

“Non credo. Il ladro di ortensie è stato pubblicato da pochi mesi e voglio godermi un po’ di riposo dopo tutta la parte commerciale che ho dovuto svolgere”

“Ad ogni modo, mi auguro che potrai approfittare della sorpresa che ti ho preparato”

“Una sorpresa? Per me? Davvero? Proprio tu, Thomas Black che odi le sorprese?”

“Certo. Mi sembra il minimo che potessi fare visto che non ti vediamo da quasi tre anni” Thomas bloccò con un cenno il mio tentativo di replica “ma non farmi domande perché non ho intenzione di dirti una parola di più”

Parlammo ancora un po’ del più e del meno prima che il silenzio scendesse tra di noi. Mi strinsi nella giacca e mi voltai ad osservare il paesaggio oltre il finestrino. Chilometro dopo chilometro vedevo le strade di cemento diventare sentieri sterrati, i palazzi trasformarsi in alberi dai rami spogli, slanciati a sfidare il cielo. Le pozzanghere di pioggia e neve mutavano in laghetti ghiacciati e il suono dei clacson in un silenzio di pace. 

La campagna. Il sapore dolce e amaro di un luogo intriso di ricordi.

Era la stessa campagna inglese dalla quale ero fuggita, spaventava e confusa e dalla quale ritornavo, ora, dopo quasi tre anni, per poter esser di nuovo accolta tra le sua braccia. 

Ero scappata in India, in un luogo diverso in tutto e per tutto a quello che mi aveva vista crescere, dove allo stesso tempo potevo contare sull’aiuto di certi amici di mio cognato riuscirono a farmi trovare una sistemazione. 

Poi ero emigrata in Grecia, ad Atene, per passare un mese in completa solitudine per poi trasferirmi in Spagna dove avevo ripreso a scrivere i miei romanzi e a trovare il coraggio per farli pubblicare.

Ma, come un cerchio che ritorna al punto di partenza, sapevo che sarei dovuta tornare in Inghilterra. La voce che avevo tanto cercato si era ammutolita, finalmente, e l’unico modo per sapere se fossi davvero guarita era tornare a casa. Dove tutto era iniziato e, di colpo, finito.

Thomas sembrava contento di vedermi. Solo lui e Lydia sapevano del mio arrivo. Per gli altri sarebbe stata una sorpresa, inaspettata come la neve ad agosto. Ero sicura che mi avrebbero accolto con gioia, come gioiose erano le loro voci attraverso i fili del telefono, ma sapevo anche di essere una portatrice sana di brutti ricordi. Il mio viso era, purtroppo, unito più di tutti al ricordo di un figlio, un fratello, un amico, un marito, ormai morto.

“Come sta Lydia?” chiesi a Thomas, notando troppo tardi che lui stesso stava per rompere il silenzio.

“Freme dalla voglia di vederti”

“Mi dispiace, davvero, di aver lasciato passare così tanto tempo”

“Era la giusta quantità di tempo che ti serviva” mi rassicurò “anche se devo ammettere che ci sei molto mancata”

“Anche voi. Sai, poco prima di partire ho visto una vostra foto, tua e di Lydia, sul giornale”

“Davvero? Riguardo a che cosa?”

“A una certa cena che si era tenuta a Londra, due mesi fa circa” 

“Ah, sì. Ora ricordo. Era un evento di beneficenza. Una noia mortale” Thomas sospirò e rifletté per un secondo “credo che si trattasse della villa dei Bloom”

“Li ho mai incontrati?”

“Non credo. Sono vecchi amici di Lydia. Ci siamo aiutati a vicenda con le pratiche burocratiche per l’adozione” il suo torace si alzò e abbassò per trattenere uno sbadiglio “neanche a loro è andata bene”

“Potreste ancora tentare, secondo me. Ormai dovresti conoscere la procedura a memoria”

“Ma sono anche troppo vecchio per avere un figlio e la situazione in casa non è adatta per un bimbo”

“Le cose tra voi sono peggiorate?”

“Sì, purtroppo sì” si sforzò di sorridere “ma dubito che ti troverai di fronte a delle scenate dato che ci parliamo solo lo stretto indispensabile”

“Mi dispiace”

“Anche a me. Sono io che vorrei andare via, adesso. Ma sono troppo affezionato a tutto quello che dovrei lasciare se mi trasferissi”

Non dissi altro, lasciando a lui la decisione se continuare o cambiare discorso. Thomas sapeva che lo avrei comunque ascoltato. E il fatto che, dopo tanto tempo, avessimo ripreso a chiacchierare come se non me ne fossi mai andata, mi faceva già sentire a casa.

“Abbiamo sempre sbagliato. Ci siamo fidanzati perché era quello che tutti volevano. Eravamo una bella coppia, dicevano, formata da due persone belle e di successo. Ci siamo sposati per lo stesso motivo” passò le unghie sulla pelle del volante “come due stupidi, come due marionette che fanno una capriola convinti di agire di loro volontà, ma che non sanno se si amano davvero”

“Negli anni in cui ho vissuto a Roseville avete entrambi dimostrato di amarvi” obiettai io, pensando a tutte le notti passate in sala d’attesa con Lydia quando Thomas aveva avuto un malore, e a tutte le volte che lui le telefonava quando erano lontani.

“Purtroppo sembra essere troppo poco in confronto a quello che ci siamo detti, e fatti, negli ultimi tempi” sospirò “voglio essere sincero con te, Lydia mi accusa di tradirla e io sospetto lo stesso di lei”

“Lei hai dato motivo di pensarlo?”

“No, mai” non disse altro, ma non credo che stesse mentendo.

“Come mai non porti la fede?” gli chiesi, comunque

“La tolgo sempre, ormai. La tolgo per fare la doccia, per guidare, per scrivere. Sono mancino e per tutti questi anni ho sopportato il fastidio dell’anello, ma adesso non credo che ne valga ancora la pena”

“Ma tua moglie cosa potrebbe pensare?” 

“Quando sono con lei, per il poco tempo che passiamo insieme, cerco sempre di metterla. È  lì, nel portaoggetti, se avessi voglia di passarmela”

Allungai una mano nel cassetto e gli porsi il cofanetto con la fede insieme ad un paio di guanti scivolati sul fondo.

“Forse hai dimenticato questi” gli dissi, porgendogli due guanti di pelle neri, da uomo. Per un attimo Thomas sembrò stupito, come se non li avesse mai notati.

“Sì, sì sono miei. Grazie Diana”

Sentii le sue parole, ma non le ascoltai. Col senno di poi, quella sue esitazione nella voce, sarebbe stata la chiave di volta per spiegare ciò che quella mattina non era riuscito a dirmi.

Ma in quel momento non ci feci caso. Eravamo giunti a destinazione, il mio viaggio era allo stesso tempo finito ed iniziato. Davanti ai miei occhi si ergeva maestosa la dimora dei miei sogni e dei miei incubi, dei miei ricordi e del mio futuro. Roseville non era affatto cambiata dalla mia partenza.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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ELISA QUAGLINO
Mi chiamo Elisa e vivo in un piccolo paese in provincia di Torino, anche se il mio cuore appartiene alla città di Asti, dove mi sono diplomata.
Non ricordo il primo libro che ho letto né la prima pagina che ho scritto ma so che, da quando ho imparato a leggere e iniziato a scrivere, le parole sono diventate per me come una valvola di sfogo, un mondo parallelo colorato e sempre nuovo, da scoprire e da inventare.
Questo progetto è come una parte di me che oggi spicca il volo.
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