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Madre mediterranea suprema padrona della vita

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Ludovico, artista di buona famiglia da sempre succube del fascino femminile, si invaghisce della giovane Rosaria, figlia di ricchi commercianti napoletani da poco trasferitasi a Roma. Finita la relazione, lei gli rivela di essere incinta. Ludovico le sta accanto durante la gravidanza e impara a voler bene al bambino in arrivo. A pochi giorni dal parto Rosaria lascia Roma con la madre per andare in una clinica in Svizzera. Alla nascita del figlio Ludovico la raggiunge ma viene travolto da una crudele notizia: Rosaria ha deciso di tenere il bambino per sé.
Inizia così una lunga battaglia legale che si protrarrà per anni, dentro e fuori dal tribunale, per vedere riconosciuto il proprio diritto alla paternità e per instaurare un rapporto col figlio.

CAPITOLO 1

Non fu fatalità: Ludovico von Prandstraller, nato in una famiglia di nobili origini mitteleuropee, era un predestinato. La rigida educazione ai valori della lealtà e dell’onore, l’ideale anarchico-cristiano della solidarietà, l’ingenua fiducia nella fratellanza tra gli uomini e soprattutto il suo soggiacere al fascino femminile lo rendevano la vittima perfetta.

La Dea, sotto le sembianze di una docile fanciulla, non era apparsa per caso e nemmeno all’improvviso: gli era stata preannunciata con largo anticipo da un’irresistibile signora dell’intrigo. «Poverina,» gli aveva detto con il solito ghigno ambiguo «dopo una terribile delusione d’amore il padre l’ha mandata per un anno a Londra.» Per poi aggiungere ironica: «Figurati, si era innamorata di una checca» così definiva abitualmente gli omosessuali «e adesso è tornata, ma di stare a Napoli non ne vuole più sapere. Vorrebbe trasferirsi qui a Roma, dove i genitori hanno un’altra bella casa. Appena arriva te la devo proprio far conoscere».

Ludovico allora non aveva fatto caso a quelle parole, aveva altro a cui pensare: stava infatti tentando di liberarsi del legame con una granduchessa chiamata donna Carlotta, che andava avanti da quattro morbosi anni e che sembrava non volesse finire mai. Persino lei, la più infida delle amanti, l’aveva messo in guardia: «Ieri mi ha telefonato Brigida» così si chiamava l’intrigante «per chiedermi il permesso di presentarti la figlia di una sua amica». E, con il consueto tono di sprezzante superiorità, aveva continuato: «Le ho risposto che me ne frego. Ma stai attento, noi napoletane non siamo tutte uguali, quella vaiassa (sguaiata) con un puttaniere come te caccia il coltello». Concludendo, già che c’era, con alcune considerazioni a proposito dell’infima volgarità dei bottegai: «Ti metti pure con certa gente, adesso?».

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«Non mi metto con nessuno» aveva risposto lui, intuendo a malapena di chi stesse parlando. «Anche se, dopo di te, non c’è più niente di impossibile, ormai.»

Ovviamente Brigida, oltre che delle tre o quattro gioiellerie e delle tante proprietà del padre, compresa una meravigliosa villa a Capri, aveva messo al corrente Carlotta anche dei dettagli più intimi della piccola “plebea”. La quale, con il nome di Rosaria Solini, si materializzò alla fine di un autunno quando Ludovico, ancora impigliato nelle trame di Carlotta, se l’era completamente dimenticata.

L’intrigante dovette insistere più del solito affinché Ludovico si lasciasse convincere a partecipare al vernissage di un’esposizione nella galleria d’arte in cui lavorava: «Sei un pittore importante, qualche volta dovrai pur farti vedere. Il proprietario ti tiene d’occhio e prima o poi ti organizzerà una mostra».

L’aspetto di Rosaria, nonostante lo scintillio di bracciali e collane, era piuttosto dimesso. Ostentava quasi con orgoglio un’espressione di malinconica indifferenza, sebbene le sopracciglia, troppo spesse e scure rispetto ai capelli falsamente biondi che Ludovico immaginò intenzionali, ammiccassero a una qualche eccitante esuberanza. I grandi occhi neri erano sottili e attenti. Incapace di sorridere, se non con ironia, valutava con sguardi rapidi la gente intorno, e segretamente anche lui.

Al ristorante in cui furono invitati, come se fosse già stato stabilito, Rosaria gli si sedette accanto. Parlava a scatti, si agitava nervosa sulla sedia, si schiariva la voce rauca, da fumatrice. Ma, poiché non sembrò pericolosa, Ludovico non ne fu particolarmente attratto, benché in astinenza dal prorompente erotismo di Carlotta.

Dopo quel primo fallimento, Brigida l’intrigante non si perse d’animo. «Te ne stai sempre solo,» ripeteva petulante «ma perché non cerchi Rosaria?»

Finché una sera ruppe gli indugi e lo chiamò da un telefono pubblico: «Rimani a casa o esci con Carlotta?» chiese con l’abituale tono derisorio. «Sono in centro con la figlia della mia amica napoletana, ti dispiace se saliamo? Portiamo noi qualcosa da mangiare.»

Di Rosaria Ludovico ricordava a malapena il cupo languido musetto. Ora invece, attenuata la stopposa tintura dei capelli, la trovò graziosa. Gonnellina a fiori e golf di cashmere celeste, a svelti passi stranamente saltellanti si aggirava curiosa per la casa, quasi ne prendesse le misure. Trovata la cucina, accese il forno, tirò fuori dal frigorifero l’insalata e, mentre il pollo con patate arrosto che avevano portato si scaldava, cominciò ad apparecchiare il tavolo nella sala da pranzo. Ludovico tentava di aiutarla ma lei, avendo la situazione in pugno, rifiutava. «Piuttosto va’ da Brigida» disse, indicandogli il salotto. «Non senti che ti chiama?»

«Vieni un momento qui,» stava infatti strillando Brigida «voglio farti vedere una bella cosa.» Quando Ludovico la raggiunse, lei alzò il vestito, mostrando le lunghe e affusolate gambe. «Ti piacciono le calze che mi ha regalato Rosaria?» Diede un’occhiata per verificare che Ludovico guardasse: era depilata e senza mutande. «Se non vuoi me mettiti almeno con lei.»

«Perché insisti tanto?» si irritò lui, soprattutto per il fatto di essersi eccitato. «Potrei sapere che t’importa?»

«È che ti voglio bene e sei sprecato con Carlotta. Lo capisci che ti fa del male?»

«Ma Rosaria è troppo giovane,» sussurrò Ludovico «non vorrei che si illudesse.»

«Mica te l’hai da sposà…» concluse Brigida in dialetto mentre Rosaria, che certamente aveva sentito, era uscita dalla cucina e stava passando con due vassoi in mano.

«E dai» sghignazzava l’intrigante addentando una bella coscia di pollo «cosa aspettate a scambiarvi i numeri di telefono?»

Ludovico sperò fino a primavera che la sempre desiderata Carlotta smettesse di provocarlo con le sue rabbiose grossolanità e tornasse l’insaziabile amante che era stata. Invece lei continuava: «Come va con la bottegaia, te la sei già scopata? È brava come me a letto?». E fu solo per farle un ultimo dispetto, avendo sopportato tutte le insolenze di cui era capace, che alla fine Ludovico cercò Rosaria.

La piccola Dea non si fece pregare. Gli disse che se lo aspettava e accettò l’invito per quella stessa sera.

Quando arrivò, puntualissima, alle nove, indossava un casto vestitino di lino blu da educanda con colletto e polsini di merletto bianco. Senza la protezione dell’amica di sua madre sembrava un po’ intimidita e meno disinvolta. Rimase seduta su un divano, lasciando che lui finisse di preparare. La tensione si allentò dinanzi al piatto di linguine al tartufo, fino a svanire del tutto al roast beef con funghi porcini. La conversazione, complice il leggero accento partenopeo di lei, divenne allora spigliata e divertente. Poi, sempre chiacchierando, i due tornarono in salotto.

In quel periodo Ludovico si era fatto ingenuamente convincere da Carlotta a ospitare un suo amico. Meglio che quello non la veda, in caso rientri prima del solito, pensò subito Ludovico. Domani lo saprebbe mezza Roma. Sapeva benissimo che costui spiava e riferiva tutto quello che accadeva. Allora chiese a Rosaria: «Ti dispiacerebbe se andassimo in camera mia?».

A Rosaria sfuggì un ironico sorrisetto: la proposta aveva tutta l’aria di essere una scusa, eppure si alzò docilmente, rassegnata all’inevitabile destino. «Strano,» commentò seguendo Ludovico «da qualche giorno a casa mia squilla il telefono e non risponde nessuno.»

È Carlotta, intuì lui, così come l’aveva capito anche lei. «Tanto vi rimetterete insieme» disse sedendosi composta sul bordo del letto. «Lo so che vi amate ancora. Me l’ha detto l’intrigante.» Anche lei la chiamava così «Quella sa sempre tutto…»

Parlavano, si spiavano, il tempo passava e nessuno dei due azzardava la prima mossa. È troppo giovane, si ripeteva lui, mentre certamente Rosaria pensava: Ma questo che sta aspettando?

Ludovico diede un’occhiata all’orologio: si era fatta l’una. Fra poco mi chiederà di accompagnarla a casa.

«Non ti preoccupare» mormorò lei, come se gli stesse leggendo nel pensiero, «se vuoi non me ne vado.»

A quel punto Ludovico non poté esimersi dallo sfiorarle le carnose labbra.

Volevo ben dire, pensò probabilmente lei, mentre si sdraiava sperando che la faccenda si facesse interessante. Ma Ludovico si dilungava nell’accarezzarla: dovette dunque essere lei a prendere l’iniziativa, trascinandoselo addosso con un improvviso abbraccio. Approfittando del profondo bacio, lui tentò di aprirle i bottoncini del vestito dietro al collo, che però si incastravano nel merletto. Rosaria, svelta, lo soccorse e arcuando la schiena si sfilò il vestito. Indossava un’elegante biancheria intima di seta bianca e aveva la pelle già abbronzata: «Sono stata qualche giorno a Capri» disse. Sganciò il superfluo reggiseno, mostrando il piccolo seno sodo, e lo gettò sul pavimento. Il malizioso sguardo assunto stava a significare che del poco rimasto doveva occuparsi lui. Ludovico si spogliò con calma, mentre Rosaria lo guardava di sottecchi. Poi si riavvicinò e le sfilò le culottes. Sulle sue guance comparve un accenno di rossore quando divaricò le gambe. Era incantevole nella sua asciutta nudità. Lui cominciò a riempirla di piccoli baci fino all’umido profumato centro. Dischiudendo le rosee piegoline, lo trovò turgido. Ci giocò un po’ e poi cominciò a succhiarlo. Il culmine del piacere si andava avvicinando, lo avvertiva dall’ondulare sempre più veloce di lei, ma un momento prima Rosaria si ritrasse. «Voglio sentirti dentro.»

Allora Ludovico risalì tenendosi sollevato sulle braccia per non pesarle. Lei si aprì, e dopo un lungo bacio lui spinse delicatamente, ma non riuscì a entrare. Provò con più decisione, invano: il varco era troppo stretto. «Non sarà che sono il primo?»

«No, ma quasi» rispose Rosaria con una smorfia di disappunto. «È il mio problema. Quell’altro, il musicologo un po’ gay, parlava sempre di Wagner o Beethoven e al dunque non combinava niente. Ma tu insisti, non avere paura, mica mi fai male.»

Il mattino dopo, avendo fatto tardi, Ludovico dormiva ancora quando squillò il telefono. Era Rosaria. «Ci vieni qualche giorno con me a Capri? Brigida mi ha chiesto di invitare Graziella, la collega che conosci anche tu. Dice di avere bisogno di un favore dallo zio, il vice ministro degli interni, e io non me la sono sentita di rifiutare. Però non mi va di andarci sola.»

Della citata Graziella, magnifica ragazza intravista all’inaugurazione di qualche mostra, a lui tornarono alla mente le celesti occhiate, che ovviamente non erano sfuggite nemmeno all’intrigante. «Accidenti, se le piaci» aveva infatti sghignazzato, ma Ludovico, assorbito allora dalle perfidie di Carlotta, aveva preferito tralasciare per il momento.

Però è strano, rifletté immediatamente, se Brigida l’ha capito, com’è possibile che non lo abbia detto a Rosaria?

Infatti a Capri Rosaria, dopo due giorni di sole e mare, la terza mattina se ne andò a Napoli. «Mio padre vuole parlarmi» annunciò. «Torno con l’ultimo aliscafo di stasera.»

Graziella, rimasti soli, continuava a girargli intorno. Entrava in bagno dimenticando di chiudere la porta. Davanti allo specchio si aggiustava il bikini agli inguini. «No,» decise dopo un quarto d’ora di inconcludente andirivieni «questo mi sta troppo stretto. Mi accompagneresti in camera per aiutarmi a sceglierne un altro?». Salita la scaletta del giardino ed entrati nella stanza degli ospiti, Graziella prese a rimestare, china, nel borsone. Il pareo dietro si sollevava, lasciando le sue intimità sbadatamente in bella mostra. «Dunque, cosa vuoi che faccia,» esclamò infine sdraiandosi sul letto «te la devo offrire su un vassoio d’argento?»

Carlotta, per il sadico gusto di perseguitarlo, gli telefonava: «Ti hanno visto a Capri con l’orologiaia. C’era con voi pure una biondona. Te le scopi insieme o una alla volta?».

«Non riesci proprio a farti gli affari tuoi, vero?»

E lei, come a giustificarsi: «Me l’hanno raccontato, io che c’entro?».

La dolcezza di Rosaria, comparata alle seppur spesso azzeccate volgarità di Carlotta, era per Ludovico un’oasi di serenità. «La capisco, poveretta» commentava Rosaria arricciando il naso. «Avrà più o meno l’età di mia madre. E quando lo riacchiappa, uno come te?»

Carlotta, invece, bilanciava con ben altre raffinate gentilezze: bottegaia, cafona e gattamorta erano gli epiteti usuali; mignottona da quattro soldi la fossa nella quale veniva infine seppellita. Intanto, però, dimostrando con ciò la sua più autentica natura di granduchessa, dopo l’assillo delle telefonate mute cominciò a parlarle. E non certo per interesse personale ma da donna a donna e, con l’altruismo che la contraddistingueva, per avvertirla dei rischi che correva una giovane inesperta a frequentare un mascalzone cacciatore di dote, come notoriamente era Ludovico.

Rosaria, incurante del dispiacere provocato, gli riferiva ogni conversazione: «Si può sapere che le hai fatto? Quella prima o poi t’ammazza».

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Stefano Lenner
Stefano Lenner, nato a Roma nel 1943, è noto soprattutto come pittore e scultore. Dal 1960 al 1966 ha frequentato i corsi di pittura, scultura, anatomia e scuola libera del nudo all’Accademia di Belle Arti, e nel 1974 ha
fondato insieme ad altri artisti il gruppo autogestito “Spazio Alternativo”.
Ha esposto, in Italia e all’estero, in gallerie private e istituzioni pubbliche.
Nel 1995 ha cominciato a scrivere e Madre Mediterranea è il suo terzo romanzo.
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