Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Memorie di un fobico

Memorie di un fobico

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

Svuota
Quantità
Consegna prevista Novembre 2021
Bozze disponibili

Pietro Peroni è un avvocato di provincia che tiene la sua famiglia ostaggio delle proprie paure, la più grave delle quali è quella di volare. Pur di non lasciare la sua amata Puglia mette in atto ogni sorta di inganno di cui la maggiore vittima è sua moglie, intrepida viaggiatrice. Quando si rende conto che il suo matrimonio rischia di saltare a causa delle sue fobie decide di affrontare la situazione. Intraprendendo una sorta di percorso auto analitico, scrive le sue memorie di fobico ripercorrendo le tappe che l’avevano reso ciò che era, da un’infanzia segnata da eventi tragicomici a una maturità da svogliato emigrante.
L’intento di risolvere le proprie paure attraverso la scrittura rivitalizzando i momenti salienti del suo percorso fobico finisce però col rendergliele ancor più care. Con gli occhi tolleranti di un quarantenne padre di tre figli, ridipinge il suo passato con tratti nuovi, simpatici, sorridenti e autoassolutori. Finisce per considerare amiche le sue stesse fobie e, in

Perché ho scritto questo libro?

Ogni lettore è anche uno scrittore che deve assecondare le proprie ambizioni quando se ne presenta l’opportunità. Ho scritto tantissime storie e quando ho completato la stesura di Memorie di un fobico ho percepito che sarebbe stato sleale verso me stesso non impegnarmi per pubblicarlo. Molti autori hanno descritto il desiderio di scrivere come una vera e propria ansia, una tensione irresistibile. Questo è ciò che gli scrittori sperimentano, questo è ciò che provo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Agorafobia

Agorafobia

Dalle informazioni che ho raccolto, sarei un agorafobico. L’agorafobia è la paura di trovarsi in spazi aperti o in luoghi molto affollati, ma il termine è applicato più in generale anche a chi, come me, semplicemente odia viaggiare.

Disprezzo qualunque tipo di viaggio, non solo quello in aereo. Dal corrispondente verbo greco οδοιπορεω, il mio malanno potrebbe chiamarsi odoiporefobia, ma si tratterebbe comunque di una definizione troppo generica. Infatti, detesto anche viaggiare per mare. Perciò, dovrei essere classificato quanto meno come odoiporeplefobico (πλεω, viaggiare per acqua). Per definire la paura di volare si usano comunemente termini che trovo inappropriati come aerofobia o aviofobia. È disdicevole che accanto a parole derivate dal greco antico, se ne utilizzino altre di etimologia latina, peraltro distorcendone il significato. Infatti, non ho paura dell’aria (aero), né di ciò che si trova in aria (avio).

Continua a leggere

Continua a leggere

Ho semplicemente paura di trovarmi in volo. Più correttamente, dovrei definirmi pterofobico, ma pure in questo caso qualche perplessità permane. In fondo il mio timore non è quello di volare tout court perché se avessi delle ali lo farei senza indugio, e anzi sono sicuro che mi piacerebbe. Purtroppo, essendone sprovvisto, debbo salire su una qualche macchina che per volare deve ingannare la forza di gravità. Il che significa, senza mezzi termini, truffare le leggi della natura. Poiché le truffe prima o poi vengono a galla, di tanto in tanto la gravità finisce con l’accorgersi della frode e tira giù gli aerei. Perciò la mia paura di utilizzare una macchina per volare è una meccanopterofobia.

Essa è particolarmente intensa quando il velivolo è guidato da altri, cioè sempre. In teoria, mi sentirei più sicuro se fossi io stesso a pilotare un aereo o un elicottero. Ma non posseggo alcun brevetto di volo. La definizione della mia psicosi andrebbe quindi modificata in alloagogomeccanopterofobia, cioè paura di volare su un mezzo meccanico guidato da altri.

In conclusione, poiché aborro viaggiare per terra, in mare e in volo su un mezzo meccanico guidato da altri, sono chiaramente un odoiporeplealloagogomeccanopterofobico.

Così, mi riesce intollerabile, possedendo un tale articolato complesso psicotico, essere accomunato a un semplice agorafobico. A me gli spazi aperti piacciono e non temo la folla, purché io sappia chi sono le persone che mi circondano. Il mio timore non è quello di stare in piazza, ma quello di essere circondato da imbecilli.

Circondarsi delle persone sbagliate può essere molto dannoso. Il successo dei totalitarismi del Novecento ne è una prova. Le immagini dei dittatori che dall’alto dei loro pulpiti arringano le folle esaltate, serrate e coese, inneggianti alla guerra, all’odio, alla morte, sono impressionanti. Masse di gente comune, figure indistinte, macchie sbiadite che come in un tragico quadro puntillista contribuiscono a comporre l’immagine stessa della stupidità. Intervistata, la segretaria centotreenne di Goebbels, una signora distinta, lucida e dignitosa, spiega come il nazismo abbia trasformato i tedeschi in atroci carnefici semplicemente avvelenando la quotidianità con un dosato stillicidio di odio qualunquista, somministrato con prudenza e teutonica inesorabilità. Pochi invasati suprematisti hanno dato vita al nazismo; banalità, indifferenza e piazze gremite hanno trasformato in nazista un intero popolo. I culti celebrati nelle adunate oceaniche, gli slogan gridati all’unisono, la gestualità rituale sono stati straordinari veicoli di contagio del feroce morbo. Senza questi colossali assembramenti l’epidemia non sarebbe stata altrettanto devastante, o non avrebbe avuto luogo affatto.

Con questi precedenti, non mi sembra così irragionevole evitare la piazza affollata. L’assembramento seda il senno e seduce la coscienza. La folla è magnetica. La piazza esultante piega il giudizio. Le pose teatrali incantano. Le liturgie espropriano le menti. Se la storia ha dimostrato qualcosa, è che l’unico modo per sfuggire a tali sortilegi è non trovarsi lì ove essi vengono praticati. In un mondo esclusivamente popolato da agorafobici non esisterebbero piazze gremite. L’agorafobia è il miglior antidoto contro le tirannie.

Il mio psicologo sostiene che tali fobie provengono da un substrato essenzialmente ipocondriaco. Potrebbe aver ragione. Un po’ ipocondriaco lo sono sempre stato, anche se ho cominciato a confessarlo a me stesso solo verso i trent’anni, allorquando ho smesso di fumare per paura delle malattie connesse al tabagismo. Per qualche anno sono stato molto attento al mio corpo: buon cibo, costante pratica sportiva, niente o pochissimo alcool. L’intervallo salutista è durato una decina d’anni. Poi sono tornato alle mie cattive abitudini perché ho cominciato a riflettere sull’ingannevolezza della statistica.

Quando confessi di aver paura di volare c’è sempre qualcuno che, nel tentativo di tranquillizzarti, tira fuori la statistica. L’argomento principale per dimostrarti che sei un idiota è sempre lo stesso: statisticamente l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro. Il che è vero, ma di nessun conforto. La statistica, infatti, è menzognera.

La statistica analizza dati per trarne indicazioni probabilistiche. Questa è un’operazione utilissima se l’oggetto di indagine è il meteo, meno se la si utilizza come bussola per le proprie scelte etiche o politiche. Il compimento di un crimine efferato, per esempio, se analizzato sulla base di meri criteri statistici, è un fenomeno irrilevante, poiché i delitti di questo tipo non sono che una piccolissima parte di tutti quelli commessi. Essi, dunque, non meriterebbero alcuna specifica regolamentazione. Dal punto di vista statistico non ha senso impegnare risorse per far fronte a un fatto raro a verificarsi ed è invece corretto che il legislatore si disinteressi dei crimini efferati. Nonostante ciò, in pochi o forse nessuno sarebbe disposto a ritenere giusto o etico lasciare impuniti i più feroci criminali. Tutti vorrebbero che ogni delitto fosse severamente contrastato a prescindere dalla sua scarsa rilevanza statistica.

Oltre a essere amorale, la statistica attribuisce efficacia agli atteggiamenti violenti e garantisce il successo della sopraffazione dell’uno rispetto all’altro. La storia dell’umanità ne è un esempio: pur con tutte le sue barbarie e atrocità, conflitti e crudeltà, dal punto di vista statistico è un successo evolutivo senza precedenti. Una guerra disumana, se considerata in ottica statistica, può apparire un avvenimento addirittura propulsivo per la specie umana. Senza contare che un approccio meramente statistico al raggiungimento della prosperità non può prescindere dalla penalizzazione dei gruppi umani che numericamente contano poco o nulla. Dal punto di vista statistico diventa addirittura necessario non tenere conto delle esigenze delle minoranze per raggiungere il benessere dei più.

In parole povere, attribuire alla statistica il potere di determinare le nostre scelte è un atto criminale.

Ho ripreso a fumare, dicevo. È un fatto notorio che statisticamente un tabagista ha molte più possibilità di ammalarsi rispetto a un salutista. Così come è altrettanto notorio che ci sono più possibilità di incorrere in un incidente automobilistico che aereo. Ma probabilità non significa certezza. Si può dire, anzi, che la probabilità sia l’opposto della certezza. Tanto è vero che capita che degli impeccabili salutisti si ammalino prima o più gravemente di un tabagista o un aereo cada a dispetto delle statistiche eccellenti sul suo grado di sicurezza. In questi casi, la statistica non è una bussola, ma diventa piuttosto un pretesto per fare ciò che già si desiderava fare quando è probabile essere nel giusto, ovvero per non fare ciò che già si desiderava non fare quando non è escluso che farle sia sbagliato. Insomma, se vuoi, la statistica è sempre dalla tua parte: se voli fai probabilmente la cosa giusta e se non voli non è detto che tu stia facendo la cosa sbagliata.

Eppure, nonostante l’evidenza della sua fallacia, se non prendi l’aereo o se fumi, la statistica diventa l’argomento fondamentale per dimostrarti che sei un coglione.

Perciò, sebbene sia altamente improbabile che un aereo cada, io non ci salgo su; e sebbene sia probabile che il tabagismo conduca a malattie mortali, ma non è contemporaneamente escluso che io non ne sarò affetto, ho ripreso a fumare. Tanto più che se non fumo sono più nervoso.

Quando esco sul balcone del mio studio per fumare, mi trovo costretto a posare lo sguardo sul panorama. Mi si para davanti una raccapricciante sequenza di condomini multicolori, parallelepipedi orlati, intonaci sgretolati, sovrapposizioni in deroga. Un inno al brutto a cui hanno contribuito numerosi burocrati e dalla cui melmosa unione di intelletti è scaturito un Piano Regolatore al cui confronto un quadro di Escher è da considerarsi rilassante. Non si può dire che io viva in un bel posto. Uno sente dire «Puglia» e immagina spiagge paradisiache, mare turchese e cristallino, uliveti secolari. La Puglia è anche questo, ma non solo questo.

La Puglia è casa mia ed è quindi più un luogo dell’anima che uno spazio fisico. E proprio come l’anima essa è un luogo misterioso e contorto, una prigione dello spirito e un rifugio della fantasia. In posti come questo il bello e il brutto diventano indistinguibili e perdono di significato. È possibile amare il brutto e odiare il bello allo stesso modo in cui si può amare una prigione e odiare la libertà. Dipende da ciò da cui si fugge.

Ancorato alla mia terra dalle mie catene fobiche, ho sviluppato una singolare capacità percettiva. Ho finito per maturare il mio peculiare apparato cognitivo, in grado di distorcere i sensi e alterare i colori, le forme, gli odori. Vedo cose nascoste perché sono costretto ad aguzzare la vista, trasfiguro le forme per crearmi una varietà di cui, imprigionato, non dispongo. E questo mi rende non solo tollerabile, bensì perfino consolante essere circondato dalle cose che ho imparato ad amare come se fossero le mura stesse della mia casa. Fanno parte di me.

Questo mi rende drammaticamente diverso dalla maggior parte delle persone che amo. A cominciare da mia moglie.

La domenica pomeriggio precedente alla mia partenza per Londra passeggiavo con la mia famiglia lungo il sentiero che conduce alle saline. Il paesaggio era quello di sempre. Gli invasi d’acqua salmastra, immobili come specchi, riflettevano le mille sfumature del sole al tramonto, dal rosa all’arancio, dal violetto all’indaco. C’era un gruppo di fenicotteri ancora intenti a cibarsi a pochi metri dall’argine della vasca più grande. Il loro canto era nettamente percepibile, ma di tanto in tanto era sopraffatto dal rombo di una qualche automobile lanciata a tutta velocità sulla strada che costeggia il percorso naturalistico. I miei due figli correvano felici, caotici e rumorosi come sempre, fregandosene sia dei fenicotteri che del panorama. Simonetta aveva lo sguardo truce tipico di quando è in procinto di perdere la pazienza. Non potevo darle torto: quelle piccole pesti meritavano un tuffo non programmato nel vicino canale fognario, laddove ora sostava un altro gruppo di fenicotteri. Lo scenario presentava il solito incoerente alternarsi di bello e brutto tipico dei miei luoghi. Esasperata dai bambini che seguitavano a rincorrersi zigzagando e lambendo alternativamente l’argine del canale e la carreggiata dove sfrecciavano le macchine, Simonetta propose una sosta. Ci sedemmo su una panchina vandalizzata lì nei pressi per ammirare lo spettacolo del sole al tramonto.

Mentre immobilizzavo Nicola, il mio riottoso figlio minore, nel tentativo di fargli apprezzare il riflesso del sole nelle acque immobili delle saline, ho notato un sacchetto di plastica bianco. Sollevato dal vento, svolazzava placido sorvolando i maestosi uccelli come una medusa alata. La sua superficie rifletteva il sole in mille modi, talvolta brillando talaltra scomparendo alla vista. Dopo qualche metro, una folata l’ha spinto in un vortice repentino e troppo ampio così che toccando la superficie della vasca ha perso l’abbrivio. Il sacchetto si è depositato ormai inerte sullo specchio d’acqua, increspandolo in una maniera tutta sua, irregolare e caotica come i miei figli.

Ora, vi sono due modi di considerare un sacchetto di plastica. La prima, come fa Simonetta, è ritenerlo immondizia. La seconda, magia. Ci sono voluti milioni di anni per trasformare un’enorme quantità di biomassa decomposta in petrolio; una incredibile combinazione di eventi per far emergere una forma di vita in grado sviluppare la tecnologia adatta a estrarlo e lavorarlo fino a dare vita a una materia e una forma inesistente in natura. Questa è magia, ma bisogna essere prigionieri delle proprie fobie per notarlo. Per Simonetta quel sacchetto non era altro che sporcizia.

«Che schifo!» disse.

Ce ne andammo. Mentre tornavamo a casa, Simonetta rimase per un po’ silenziosa. Poi, esplose: «Basta!».

«Fatti coraggio. Manca poco.» dissi.

«Pietro, quando sarai a Londra voglio che tu ti metta alla ricerca di un posto decente.»

«La figlia del professore mi ha parlato di una splendida villa fuori città. Te l’ho già detto, no? Lei ci ha abitato per un po’e si è trovata benissimo.»

«Sì, me l’hai già detto. È che non vedo l’ora. Sono stanca.»

Si toccò la pancia dentro cui cresceva la nostra futura figlia, Laura. La toccai anch’io.

2021-03-03

Aggiornamento

Marianna Carano, lettrice del Circolo LaaV Versilia, legge un brano tratto da Memorie di un fobico. https://youtu.be/Ijvt5V7YnD0
2021-12-02

video intervista

A questo link, la video intervista realizzata nell'ambito della manifestazione "Spazio Lettura" del Comune di Trinitapoli. https://www.facebook.com/livetrinitapoli/videos/528261004815135

Commenti

  1. Raffaele di Biase

    (proprietario verificato)

    Raffaele Di Biase, Memorie di un fobico.
    di Marco Scillitani
    Non sopporto gli scherzi idioti, soprattutto se coinvolgono i libri. Quando leggo non voglio essere disturbato. E invece qualche cretino, pensando che sia divertente, mi cambia stile e ispirazione alla storia. Mi trovo tra le mani questo libro, Memorie di un fobico, “che razza di titolo”, penso, ma lo regalano con convinzione. Fammi sapere cosa ne pensi, e allora comincio, magari faccio finta, così, per ipocrita cortesia, pronto a dire “bello”, anche se non è vero. E invece è bello davvero. È appassionante ma, più di ogni cosa, è il libro che legge te. Ti conosce, perché le fobie del protagonista sono anche un po’ le tue. E quella disavventura con la ragazza sbagliata sembra sia proprio quella capitata a te.
    Poi, quando mi sono già abituato al ritmo, uno spiritoso mi cambia libro. Non è più leggero, diventa profondo. Toh! pensi (antica esclamazione in uso a mio nonno), mi pareva solo divertente. Poi la trama si ispessisce, diventa ancora più densa, e comincio a insospettirmi. Torno a casa e leggo un’altra pagina, poi lo lascio per andare in bagno, poi torno indietro a metà corridoio, sempre più convinto che qualcuno mi stia facendo uno scherzo.
    A metà libro, prima di uscire lo nascondo, per ripescarlo al mio ritorno, eppure il camaleonte naviga tra le pagine. Allora me lo porto dietro, come un ossessionato dal numero 23, girando lo sguardo d’improvviso, convinto di cogliere in fallo con la coda dell’occhio l’ombra che mi cambia il contenuto delle pagine. Non è possibile, mi ripeto. Non si passa da Villaggio a Svevo in un solo libro. È un complotto. A questo punto devo finirlo. E subito. Mi prende la febbre non tanto di sapere come va a finire, quanto di finire prima che cambi stile, ma è una lotta impari. Quando la trama mi ha butta in faccia Simenon, ormai parlo da solo con il libro, con gli occhi spiritati.
    Poi finisce che la storia non finisce, che la finisce qualcun altro, e anche se l’opera (mi ha fregato, devo per forza chiamarla così) ti mette addosso il brivido del colpo di scena, l’occhio umido che ti blocca il respiro, la mano che ti tira dentro le pagine, rimani sempre con il dubbio che i libri siano non meno di quattro o cinque.
    Non vi consiglio di leggerlo, sarebbe scontato, e poi il libro è davvero bello. No. Se avrete la fortuna di leggerlo, vi consiglio di legarlo. Stretto. Per non passare quello che ho passato io.
    E ricordate sempre: la mappa non è il territorio.
    https://www.facebook.com/profile.php?id=100005750640536

  2. (proprietario verificato)

    Tra i piaceri della vita va sicuramente annoverata la lettura di un bel libro.
    A me piace farlo accanto ad un buon calice di vino. Mi rilassa e mi permette di calarmi meglio nei panni del protagonista del romanzo.
    Io “Memorie di un fobico” l’ho letto in anteprima. Trasformarmi in Pietro Peroni dal salotto di casa mia per un pó è stato molto divertente.
    Lo consiglio vivamente!!

    PS: per l’abbinamento col vino eviterei una bollicina. Il libro è già frizzante di per sé 😂

  3. (proprietario verificato)

    Si legge tutto d’un fiato…ti fa divertire molto ma s’inabissa anche nelle profondità dell’animo umano!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Raffaele di Biase
Mi chiamo Raffaele di Biase, sono un avvocato in diritto del lavoro e della previdenza sociale, ho 45 anni, sono sposato e padre di tre figli. Ho frequentato la facoltà di giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, vivo in Puglia da sempre.
L’attività professionale si svolge ora essenzialmente a tutela dei diritti dei migranti sfruttati.
Scrivo per diletto da sempre, da circa quattro anni ho inteso dedicare più attenzione alla mia passione per la narrativa.
Scrivo articoli di politica e di costume per il periodico il peperoncino rosso (www.ilpeperoncinorosso.it).
Curo il blog www.redrafclub.wordpress.com
Raffaele di Biase on FacebookRaffaele di Biase on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie