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Il mercante di bambole gonfiabili

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Consegna prevista gennaio 2020

Una moglie si assenta da casa per qualche giorno e il marito, ansioso di sperimentare l’improvvisa libertà, si dedica a organizzare il tempo per incontrare vecchi amici e, soprattutto, un’ex amante. Purtroppo si attarda davanti al televisore e, rapito dall’incalzare dei programmi, si perde nel fiume dei ricordi: scuola, amori giovanili, carriera, matrimonio, tradimenti.
L’intreccio tra programma televisivo e memoria, favorito dall’onnipotenza del telecomando, si trasforma gradatamente in un incubo, fino all’imprevedibile conclusione: l’annullamento delle differenze tra quel che avviene dentro e fuori dallo schermo.
Il clima culturale in cui si muove il protagonista risente delle nascenti inquietudini della società italiana negli anni ’90.
Il libro, tuttavia, non è un trattato di sociologia: è un romanzo, e quindi racconta una storia che risulta, nonostante l’estremismo, assolutamente credibile, e perciò più agghiacciante di una parabola morale o di un pamphlet umoristico.

Perché ho scritto questo libro?

Si dice che ogni giornalista abbia un romanzo nel cassetto, e io non faccio eccezione. Aspettavo solo l’occasione giusta. Questa arrivò una notte che soffrivo d’insonnia, e tirai l’alba davanti alla tv, a zampettare tra un programma e l’altro, brandendo il telecomando come un’alabarda spaziale. Cominciai centinaia di programmi, senza finirne nemmeno uno. Quando spuntò il sole, compresi che lo scheletro del mio primo romanzo era già scritto. Bastava metterci un po’ di ciccia attorno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sono un uomo fortunato: stanotte, mentre dormiva come un masso, a mia suocera è venuto un accidente sotto forma di spigoloso calcolo renale, urticante pietruzza scivolata chissà come nel mezzo delle vie urinarie. Tesoro,  come chiamo di solito mia moglie, deve infilare come un razzo la via dell’ospedale. E l’ospedale è lontano duecento e tredici chilometri: non tornerà tanto presto. Vuol dire che rimarrò solo. Almeno per un giorno. Forse più. E questo non succedeva da tempo (…)

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Dal capitolo II: ore 13, l’ora del giudizio

(…) Decido: dopo il programma sulle bronchiti cucinerò qualcosa anch’io. Fettuccine all’uovo irrorate con burro fuso e sugo in scatola. Perché no. Non troppo abbondanti magari. Meglio se adesso mi tengo leggero. Stasera cenerò fuori con gli amici (….) Vedo già la scena. Tavolata rustico sudaticcia. Hors-d’oeuvre di sottaceti e salame all’aglio. Ampia scelta di primi piatti attuffati in condimento greve, schizzante su pantaloni e camicie. Cotechini con crauti. Spezzatino d’asino con ragliante intingolo brunastro. Polenta abbrustolita. Dolce della casa, rosso della casa, grappa della casa.

Con Adelaide Docenti sarebbe stato diverso. Aggraziato ristorante con leziosi tavolini rotondi. Distanze minime tra noi. Mano a portata di mano. Moccolo di candela rossa che galleggia in tondeggiante ampolla di cristallo riempita d’acqua purissima con luminescenze arcobaleno, ultimo ritrovato dei locali bon ton. Menu composti con tocchi d’ikebana. Nutrire l’animo col condimento del bello. Julienne di verdure fresche dell’orto su filetti di rana pescatrice marinati all’agretto di lampone. Ravioli d’ortica novella con ragù d’astice. Gamberi di fiume già liberati dal proprio guscio con trito di basilico e santoreggia in salsa al profumo d’ostrica. Zabaione alla rosa con mirtilli panna e cioccolato a scaglie e vena di caramello. Spumante della Franciacorta affinato in bottiglia da lungo sonno ristoratore. Lo desta con delicata mano in guanto bianco un vero sommelier di vera scuola: la dottrina si fonde con il gesto mentre annusa il tappo di sughero e versa poche stille per l’assaggio. Approva con sguardo estatico, e riconosce sentori di sambuco e sperma di cammello.

Eh no, mi dico. Invito malandrino. Cena à la chandelle con ex amante. Fa titolo di fotoromanzo (…)

(…) Immerso come sono in queste faccende mi sono perso tutto l’inizio di Annalisa Manduca, che tradotto dal latino vorrebbe dire Annalisa Mangia. Fortuna che in fondo allo studio televisivo c’è un tabellone elettronico sul quale lampeggia in continuazione il titolo del programma. Si chiama Check-Up, allocuzione che significa un controllo medico molto completo con l’ausilio di sofisticati apparecchi di ultima generazione. Tradotto alla lettera suonerebbe più o meno come “controllo sopra”, una frase del tutto senza senso. Bontà della lingua inglese, che riesce a dire tutto senza dire nulla.

Lo trovo comunque un buon titolo per una rubrica medica: fotografa l’argomento. Arte di Esculapio. Giuramento di Ippocrate. Dica trentatré. Vediamo come se la cava Annalisa Mangia. A occhio e croce non mi pare che abbia problemi di salute (…)

Dal capitolo III – Ore 14, si dice della passione amorosa

(…) Bravo Lubrano. Anche la Tempotex esce con le ossa rotte. Certe aziende sono la vergogna del settore. Rovinano la piazza. Eppure cosa ci sarebbe di meglio che comprare per corrispondenza dopo aver ammirato gli articoli in una televendita? Mica tutti, penso io, sono seri e onesti come il mio socio Lauro Rotoli. Da quando appare in video abbiamo incrementato i nostri affari senza mai imbrogliare nessuno. Che io sappia, non c’è stato un solo cliente che si sia lamentato o abbia rispedito la merce entro la settimana.

A proposito: chissà se Adelaide Docenti ha mai sentito dire in quale settore mi sono ficcato. Al telefono sembrava di no, ma forse faceva finta. Il mondo è piccolo. D’altra parte, però, ce l’ho messa tutta per muovermi con discrezione e non farlo sapere troppo in giro. Forse Adelaide non approverebbe il mio campionario. La dolce Adelaide, così convenzionale anche nell’audacia di gettarsi fra le braccia di un amante. Eppure, in fondo, è anche merito suo se adesso sono quel che sono: un commerciante di successo di articoli d’intrattenimento.

Con Adelaide cominciò ad Amburgo, durante un viaggio d’affari. Ero entrato nella Lombard-Pork nel 1980, pochi anni dopo la laurea, per merito soprattutto della mia conoscenza delle lingue anglosassoni, almeno credo. Finalmente uno stipendio, posso sposare Tesoro. Rapida carriera dal nulla al top per un certo fiuto nelle relazioni internazionali. Dedizione assoluta alla mission aziendale: ritemprare l’amicizia italo-tedesca nel settore della carne di suino e dei suoi derivati. Nel 1988 sono direttore generale, braccio destro del titolare, il grosso commendator Borlotti, che l’anno dopo assume Adelaide, fin lì nullafacente, ma figlia di uno stimato allevatore che gli vendeva quasi tutti i suoi maiali. Scorto il principale in numerosi viaggi all’estero: nel 1990 tocca ad Amburgo, aria fredda e piovosa, da mari del Nord. È inverno o inizio primavera, adesso non ricordo. Ma non ho dimenticato tutto il resto: dobbiamo allungare le mani sopra una gigantesca partita di porcelli per rinvigorire le scorte, esauste dopo l’ennesimo passaggio della peste suina, flagello maledetto della nostra bella terra. Quella volta eravamo addirittura in quattro: il Grande Capo aveva arruolato il ragionier-contabile signor Oreste Sacchi detto l’Orribile, un ometto corto e grassoccio con i denti in fuori come un cartone animato. “Ad Amburgo a mangiare gli hamburger” fu la sua battuta d’esordio. Quanto a me, avevo insistito per imbarcare l’ultima arrivata in ditta, l’impiegata di concetto Adelaide Docenti:

“L’hai appena assunta”, dissi al commendatore, al quale oramai davo del tu, “e a dire il vero non ho ben capito nemmeno a fare cosa. Ma già che l’hai presa, tanto vale affinarne le sue doti istintive, e un viaggio all’estero le sarà di grande giovamento. Un’esperienza utile al servizio della ditta”.

Il commendatore mi guardò ammiccante.

“Guarda che non c’è nessun interesse personale”, gli dissi subito tanto per sgombrare il campo da qualsiasi malizia.

“Certo che no”, rispose. “Solo per… com’è che hai detto? Ah sì, solo per affinare le sue doti istintive”. E se ne andò ridendo sotto i baffi.

Concludere la trattativa dei maiali fu più facile del previsto e nel primo pomeriggio eravamo già liberi. Il principale propose di visitare Sankt Pauli, il quartiere a luci rosse, tanto per fare del turismo, “mica per altro – aggiunse – mica per altro”. Il ragionier-contabile aderì con entusiasmo e ringraziò in anticipo, io pensai a San Paolo e al suo elogio della castità, adesso trionfa l’eros lungo le strade a lui dedicate, si vede che gli opposti finiscono sempre per toccarsi.

“Non penso che alla signorina Adelaide”, dissi con un leggero inchino, “possa interessare quella pacchiana esposizione di donne mezze nude, fossero almeno uomini. Ci sono altre mete che mi sembrano più adatte”.

“Andate, andate pure da qualche altra parte”, si affrettò a concedere il commendatore capo: “Tu poi hai studiato Lettere, e chissà quante ne sai sulle bellezze di Amburgo”.

Mi regalò quel complimento con espressione convinta, ma certo non gli sembrava vero di togliersi dai piedi un’ingombrante presenza femminile. Disse anzi di più: pomeriggio libero, serata libera, nottata libera, ci si vede domattina in albergo poco prima di partire. Del resto, quando conclude un buon affare, Borlotti sale d’umore e largheggia in cortesie. Il signor Oreste detto l’Orribile ci squadrò invece con una smorfia da ometto velenoso. Adelaide Docenti rimaneva impalata senza dire la sua, preferiva subire gli eventi. Finalmente la trascinai via tra cordiali saluti. Passeggiammo a lungo tra l’Alster e l’Elba, scendemmo e salimmo non so quali ponti, così a casaccio, “questa città costruita sull’acqua”, le dissi, “fu distrutta pensa un po’ da un incendio”. “Pensa un po’, addirittura da un incendio”, commenta lei, rapita dal mio sapere sterminato.

Davanti alla chiesa di St. Jacob le offro il braccio, lei lo afferra e ci si avvinghia attorno, mi trasmette una lieve vibrazione, entriamo in un ristorante per assaggiare la specialità locale, la minestra d’anguilla, e all’uscita i tempi sono già maturi, l’abbraccio e le do un bacio dal profumo di pesce, saltiamo su un taxi e voliamo di fretta in albergo, è una notte fredda come tutte le notti di Amburgo, ma il fuoco della passione ci riscalda, e ci saremmo scaldati fino all’alba se all’una meno un quarto non avesse rotto l’anima lo squillo del telefono.

Era il principale: “Mi scusi se la disturbo signorina, ma sto cercando il direttore. Nella sua stanza non risponde nessuno. Magari lei sa dirmi dov’è andato a finire”. Adelaide esita un istante ma non cade nella trappola: “No, a dire il vero non saprei. Sarà nella hall a leggere il giornale”.

“No, già guardato. Strano. Il portiere l’ha visto rientrare assieme a lei ma non l’ha visto riuscire, e le sue chiavi non sono nella buca…”

“Le avrà tenute in tasca, io l’ho salutato subito dop…”

“Già, si sarà portato dietro le chiavi e sarà uscito da una porta di servizio per fare quattro passi, tanto per conciliarsi il sonno. Beh, non era nulla di importante, volevo solo augurargli la buona notte. Buonanotte anche a lei, naturalmente”.

Al fianco del principale ci sarà senz’altro il ragioniere Orribile, ridacchierebbe sotto i baffi se baffi avesse, appena Adelaide riappende io mi rivesto in fretta e furia, esco cauto e guardingo dalla stanza e rientro nella mia con la coda tra le gambe, col presagio che sarei presto finito sul grande libro dei pettegolezzi aziendali. Non riesco nemmeno a prendere sonno, e mi giro nel letto tra l’eccitato e l’avvilito fino all’ora di partenza.

Aereo per Milano Malpensa. Appassionata dissertazione del grande capo su quanto ha veduto nel quartiere intitolato a San Paolo: donne di tutte le razze, bianche come la farina, nere come il carbone, persino gialle come limoni, ecco, c’era persino una cinese che aveva gli occhi da cinese. Avevano imparato a rimanere immobili dietro grandi vetrate di cristallo con lo sguardo inespressivo, come i pesci in un acquario. E poi l’interminabile sequenza di negozi dove si trovava un vero ben di dio: frustini per amori sadici, membri artificiali dotati di moto proprio con batterie ricaricabili, vulve di gommapiuma impreziosite dalla peluria pubica, natiche e mammelle in celluloide rosa, cinture ben dotate di protuberanze virili per amori saffici, manette da poliziotto americano, mutande e baby-doll, pomate miracolose per rinvigorire l’attributo, giornali riccamente illustrati per pungolare il desiderio.

“Da noi”, concluse il cavalier Borlotti, “simili negozi disgustosi non prenderanno mai piede. L’Italia se dio vuole ha un certo tessuto morale, per merito soprattutto della Chiesa. Detto inter nos, Roma sarà anche ladrona, ma è il centro della cristianità: il Papa è la nostra salvezza” (…).

Dal Capitolo VI, ore 17: si dice della Sexy-Pork

(…) Durante la cena col pittore Lorenza Fulgori bevve molto e parlò anche di più:

“Non c’è dubbio che molti uomini siano maldestri, ma anche certe donne ci mettono del loro. Spesso si attardano in mille preliminari quasi che temessero il dunque. Lo sapete che cosa sono in verità gli sbaciucchiamenti troppo prolungati e gli accarezzamenti che non finiscono mai?  Giochi. Esperimenti del corpo pre-genitale. Parlo se si esagera senza arrivare al sodo ovviamente. Ciò non toglie che, voglio dire. Anche gli uomini. Per parte loro. Come dire…”

Lauro Rotoli annuiva con la testa nel piatto. Si era unto i baffi di sugo e in fondo questi discorsi non lo riguardavano. Nessuna donna si era mai lamentata di lui. Ardea invece ascoltava con interesse ma senza sorridere. Imbronciata piuttosto. Borotalco le passò una mano sui capelli e la guardò protettiva. Approfittai di quella pausa per dire la mia.

“I concetti che esprimi, arditi ma compiuti, almeno per il poco che posso capirne, denotano competenza e padronanza della materia. Interessi professionali suppongo”.

“No. Di mestiere amministro il piccolo patrimonio di famiglia. Ereditato da mio padre, che lo aveva ereditato da mio nonno, che lo aveva ereditato dal bisnonno”.

“Quel che risparmi oggi lo spenderanno domani i tuoi figli. È il motto della banca dove lavora un mio vecchio amico. Dunque…”

Lorenza Fulgori detta Borotalco si fece dottorale: “L’esperienza piuttosto. La vita insegna molto. La vita e qualche buona lettura. Se dovessi consigliare un libro consiglierei quello di Françoise Dolto. Però immagino che già lo conosci”.

“No. Purtroppo no. Ma lo comprerò senz’altro”.

“Faresti bene. Contiene molte analisi azzeccate. Come quella ad esempio… Buona no? Io trovo illuminante anche… Cosa te ne pare? Ma forse sto parlando un po’ troppo scusate. Forse si è fatto tardi ed è tempo di…”.

“Fatto trenta, posso fare trentuno”, disse Lauro Rotoli porgendo al cameriere la carta da credito.

Così pagò il conto per tutti, mettendo fine a una giornata di gloria ma piuttosto costosa, una bella fetta dei suoi risparmi puf evaporati. Tra cornici, rinfresco, e affitto della galleria, gallerista compresa. Fortuna che riuscì a piazzare qualche quadro e molti altri ne avrebbe venduti in futuro. Accettò con animo forte la mortificante mercificazione dell’artista.

Dal capitolo VII – Ore 18, si dice dei cavalieri di Cipro

(…) I Cavalieri Rigenerati del Sacro Ordine di Cipro avevano requisito, per la loro agape fraterna, un intero ristorante specializzato in banchetti: non avrebbero concepito la presenza d’altri commensali estranei alle vicende della loro setta. Fortuna che Borotalco aveva sufficienti aderenze e poteva garantire anche per noi. Pagammo al tesoriere una robusta quota di adesione e potemmo finalmente prender posto. I tavoli si snodavano lungo le sale secondo un preciso ordine geometrico.

“La tavolata più lunga”, m’istruì subito Borotalco, “rappresenta il Sole. Le altre, rispettivamente, la Luna, Giove e Saturno. È una tipica architettura numerica che risale ai Sumeri. Noi siamo nel Sole, un posto importante ottenuto grazie ai buoni uffici del mio amico, il dottor Natale Pascutti”.

Il dottor Pascutti, infatti, ci fece subito l’onore di sedere in mezzo a noi. Era un uomo di una certa età piuttosto corpulento, con le guance flaccide e le borse sotto gli occhi. Lo sguardo però era vispo, con guizzi di cupidigia. Indossava una giacca blu elettrico e una cravatta esoterica con tutti i simboli dello zodiaco.

“A dire il vero”, disse guardando Ardea Dulcisinfundo, “la nostra Lorenza non avrebbe dovuto svelare il denso significato della disposizione delle tavole. È un piccolo arcano, che si raggiunge per lo meno dopo il primo livello iniziatico, il che già comporta un minimo di tirocinio. Però, se diventeremo amici, vedremo di bruciare le tappe”.

Eravamo appena all’antipasto, sciagurato mix di olive nere snocciolate, salame d’Ungheria, insalata Russa, germogli di bambù in salamoia. Mi chiesi con sgomento a quali altri misteri avrei avuto accesso prima dell’arrivo del dolce.

Il dottor Pascutti era quello che mangiava più lentamente, occupato com’era a salmodiare e a tracciare segni in aria con la mano armata di forchetta. La sua voce era monotona e ronzante. Un cameriere trafelato ci servì le fettuccine della casa. Il dottor Pascutti le assaggiò più lesto che poteva per non perdere il filo del discorso:

“I Cavalieri di Cipro sono gli eredi diretti ed esclusivi di quello che i profani chiamano l’Ordine dei Templari. I templari, credetemi, non sono mai esistiti. Fu soltanto un trucco per sopravvivere e continuare una missione millenaria: custodire l’antica sapienza dei costruttori del tempio di Salomone. Le tuniche cristiane erano solo l’involucro sotto il quale si celava la dottrina orfica di Ermete Trimegisto. È vero, in apparenza il nostro simbolo è la spada. Ma cos’è la spada se non un triangolo? E provate a iscrivere il triangolo in un cerchio. Cosa ottenete? Ma è chiaro: il simbolo dell’universo. E adesso scusatemi un istante”.

Si alzò rumorosamente e infilò la strada per il bagno.

“È una vera fortuna che siamo qui e possiamo ascoltare le parole del dottor Pascutti”, disse Borotalco con molto trasporto: “Dopo una vita spesa al servizio dell’Ordine ha raggiunto il titolo di Primo Maestro Effervescente. Un grado molto importante”.

“In effetti il mondo è pieno di misteri”, confermò Lauro Rotoli risucchiando una tagliatella.

Raccolse anche il sugo: piselli e dadi di prosciutto legati da una cascata di panna. Tra me e Dulcisinfundo, invece, non era stato facile rompere il ghiaccio: come stai? Bene, e tu? Io bene, e tu?

“Non credo molto nella magia”, azzardai prima che tornasse Pascutti.

“Questa non è magia, è scienza esoterica”, mi corresse Borotalco.

“Io trovo l’argomento molto interessante”, rincarò Dulcisinfundo.

Si erano alleate contro di me. Il ritorno del Maestro Effervescente coincise con l’arrivo del cameriere: arrotolato di vitello con ripieno di spinaci e contorno di patate arrosto.

“Proprio così. Noi Custodi dei Segreti siamo costretti a cambiare pelle e nome a seconda delle circostanze. Oggi siamo i Cavalieri di Cipro, domani chissà. L’importante è restare fedeli alla Regola Segreta dell’Ordine, da tanti cercata e da nessuno trovata. Per forza, è custodita dal Maestro Sommo che la passa al suo successore solo in punto di morte. Un solo uomo per generazione la può leggere. Nessun altro, nemmeno io, tanto per intenderci, sa dove si trovi. È la stessa Regola che trafugò nella sua fuga solitaria il Gran Maestro e precettore di Francia Gerardo di Villers, quando subimmo la persecuzione più infame. Pagata cara del resto: sia il perfido Filippo il Bello sia l’iniquo pontefice Clemente Quinto morirono subito dopo il rogo che arse il Gran Maestro Giacomo di Molay, e morirono di una morte atroce: rosi dai vermi”.

Provai a obiettare che a morire rosi dai vermi non furono né Filippo né Clemente bensì il monarca Erode Agrippa, ma mi accorsi con un certo disappunto che nessuno mi ascoltava, e men che meno la donna che amavo e alla quale avrei voluto dedicare quel piccolo rimasuglio dei miei studi di catechismo.

“La simulazione è tutto, ragazza mia”, sospirò il dottor Pascutti.

E dopo aver allontanato il piatto di vitello rimasto a metà, cavò di tasca una foto gialla e sgualcita. La reliquia passò di mano in mano e poi sparì rapidamente nelle tasche del Maestro Effervescente, che solo allora si riprese il piatto di vitello.

“Quello che avete appena visto è il diavoletto barbuto effigiato sul portale di Saint-Merri, a Parigi. È un idoletto molto adorato dai templari, un portatore di sapienza Orfica. Con sottile perfidia esoterica lo abbiamo adattato al Cristianesimo e affisso al portale di una chiesa. Una burla ben riuscita. Non l’unica naturalmente. Solo chi sa leggere, infatti, può intendere gli affreschi esoterici della chiesa di San Bevignate di Perugia, dove peraltro confluiscono le linee astrali di Saturno e di Giove. I templari la scelsero per questo, e ne trassero insospettate energie vitali. Ancora oggi del resto…”

Poiché tutte le cose, anche le peggiori, prima o poi hanno un termine, anche l’agape fraterna finalmente finì. Raramente mi ero annoiato così tanto. La logorrea del dottor Pascutti, peggio ancora, mi aveva quasi impedito di rivolgere la parola alla donna di cui ero follemente invaghito. Soffrivo molto e avevo i nervi a fior di pelle.

“Si è fatto tardi”, ci liquidò Lorenza sulla porta del ristorante: “ci penso io ad accompagnare Ardea, buona notte”.

Mi restavano pochi ma determinanti secondi a disposizione. Mi avvicinai a Dulcisinfundo e le presi delicatamente un braccio:

“Bella serata. Però. Io pensavo che… ti vorrei vedere… Magari domani… se…”

“Chissà. Prova a telefonarmi”.

E s’infilò nell’auto della sua migliore amica. Partirono.

“Hai fatto colpo”, mi assicurò Lauro Rotoli mentre cercavo l’accendisigari in qualcuna delle mie tasche: “Domani fai gol”.

L’indomani, invece, cercai come un disperato Ardea Dulcisinfundo per tutto il santo giorno (…)

Dal capitolo XV – Le due: la tirannide dei congiuntivi

(…)  “No. Cioè. Veramente”.

Ortensia Fiammifero tiene gli occhi bassi e rosicchia un toast farcito di funghetti sott’olio. Non ho più il mimino dubbio: mi ricorda vagamente un grosso animale preistorico che avevo ammirato in un museo di storia naturale ed era il frutto di un improbabile rifacimento fatto con gesso e silicone: l’anello di congiunzione tra l’uomo e il coniglio. Adesso potevo constatare che quel bizzarro ibrido non si era estinto, ma stava proprio qui, di fronte a me, ed era vivo e vegeto, e in più godeva di un eccellente appetito. Questa mi parve una scoperta davvero clamorosa, che avrei ben volentieri regalato alla scienza: sarei così passato alla storia per aver scoperchiato un importante tassello evolutivo, fin lì sfuggito a Darwin e persino ai continuatori più moderni della sua opera immortale. Più tardi, però, un amico piuttosto competente avrebbe corretto la mia ipotesi e asserito, piuttosto, che dagli antenati preistorici di Ortensia Fiammifero sarebbe disceso il tacchino, visto che la donna che amavo era lunga e sottile di collo ma prospera di culo e corta di gambe, con un effetto di baricentro basso sicuramente adatto al razzolare nei cortili, per la grande stabilità che assicurava alle zampe. Come dire che non sempre i vantaggi della selezione naturale tengono conto dell’armonia e dell’equilibrio fra le parti.

Mentre l’albero geologico della specie umana si andava complicando con queste congetture a bocca spenta, a un tavolo vicino un signore triste e azzimato succhiava uno sciroppo all’amarena e intanto sfogliava il giornale soffermandosi a lungo sulla pagina dei necrologi. Anche la natura si metteva in movimento: un grasso bruco verde precipitò dal pergolato e per poco non finì nella mia tazza di caffè, mentre alcune mosche ci svolazzavano attorno, del tutto indifferenti ai nostri gesti di stizza. Briciole di pane abbrustolito si staccarono poi dalla salvietta di carta e caddero sulla maglietta estiva, a righe orizzontali, di Ortensia Fiammifero. La provvidenziale curvatura del seno le fermò appena in tempo, prima che rotolassero sul gonnellino blu. (…)

Capitolo XVIII – Le 5, l’infinita possanza del telecomando

(…) Guardo con affetto il mio telecomando e lo accarezzo coi polpastrelli delle dita. La liscia sfuggente silhouette. I tasti colorati. Basta prendere la mira e premere quello giusto. Raggio invisibile ma implacabile. Infliggo la pena del silenzio. Condanno al dissolvimento dell’immagine. Posso variare la sintonia e rendere chiunque grottesco e tremolante. Hanno un bell’agitarsi dentro il tubo catodico. Nulla resiste al flusso disintegratore. Ecco quel che mi piace della tivù: la rassicurante sensazione d’essere arbitri del proprio destino.

Capitolo XIX – Le 6: Il volo confuso delle drosofile

(…) Eravamo molto felici: l’impossibilità di rimanere gravida, per via, le disse un medico, dell’utero estroverso, liberava Tesoro dalla fastidiosa necessità di provvedere altrimenti. Decidemmo anche, di comune accordo, di non allietare la casa con cani, gatti, e altri animali domestici. Ci sembrava più che sufficiente, a rappresentare la categoria, l’orso di peluche che Tesoro si era portata da Varese. Lo avevamo alloggiato in camera da letto, comodamente seduto sopra uno sgabello. Di lì non si mosse mai, e si comportò sempre in modo educato, senz’altra esigenza che farsi accarezzare, di tanto in tanto, con la spazzola dell’aspirapolvere.

Capitolo XXII – Le 9: il giustiziere della mattina

(…) L’intervista è finita. A dire il vero i giornalisti vorrebbero incalzarmi con altre domande. Ma io ho un piccolo conto personale da sistemare. Seguito da una folla osannante, mi avvio verso i piani superiori. Rintanata sotto un tavolo, e col microfono accanto alla bocca, scovo l’annunciatrice con la lisca. La prendo delicatamente per un orecchio e la faccio accomodare sulla scrivania. Piagnucola e balbetta qualcosa:

“Fnif! Ftavo annunciando popio adeffo l’arrivo del fuper rapido. Fnif. Binario ottavo invece che festo. Prego munirfi di biglietto e fupplemento. Fnif!”

“Non si affatichi signorina, tanto per un po’ non arriverà nessun treno, e lei lo sa benissimo. Tuttavia non vogliamo farle alcun male. Noi siamo un esercito rivoluzionario, non ci prenda per volgare teppaglia. L’importante è che lei capisca quanto il suo comportamento sia stato detestabile. Raccontando balle per cinque ore e un quarto, non ha fatto che aggiungere altro danno”.

“Fnif!”

“E smetta anche di singhiozzare. Ascolti piuttosto, perché cercherò di spiegarmi meglio. Se avessimo saputo in tempo che il treno non sarebbe arrivato, ognuno di noi avrebbe potuto rimediare in qualche modo. Io, ad esempio, con un’auto a noleggio. Altri, magari, avrebbero chiesto soccorso al parentame. Invece lei, mentendo, ci ha condannati a una totale ignavia. Non so se afferra il concetto”.

(Applausi dalla folla: costui non solo è forte come un dinosauro, ma parla come un libro stampato. Seguiamolo dunque, in tutto quello che ci dirà di fare).

“Fnif. Ma non è stata colpa mia. Io faccio folo quel che mi dicono di fare!”

“Ed è appunto qui il suo errore! Anzi. Mi permetta: il suo delitto! Con la scusa del principio gerarchico commettiamo le peggiori bassezze. Oggi, per assecondare un ordine superiore, lei ha ingannato spudoratamente il popolo sovrano. Domani potrà fare di peggio. E dopodomani peggio ancora. Senza limiti. E invece di sentirsi in colpa, camperà come scusa di aver solo obbedito a un comando”.

“Ma allora cofa dovevo fare?”

“Semplice. Si attenga in futuro a uno dei principi di Kant: agisci come se la massima delle tue azioni dovesse diventare, per tua volontà, una legge universale della natura. Ha ben compreso?”

“Credo di fi”.

“Bene. Allora può andare. Un’ultima cosa: si curi quella sua orribile pronuncia, oppure cambi mestiere. Quando lei parla nell’altoparlante, non si capisce quasi niente. Lei ci fornisce un servizio a metà, il  biglietto però lo paghiamo per intero”.

Si avvia verso l’uscita fra due ali plaudenti di folla. Qualcuno ne approfitta per tastarle le natiche, ma veh! e sculetta via con un guizzo. Anche le rivoluzioni più nobili hanno aspetti deprecabili.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il libro, scritto con sottile e garbata ironia, da Vittorio che, purtroppo non ho il piacere di conoscere, si fa leggere allegria, scorre bene ed e piacevolmente divertente: mi rammenta qualche vecchia pellicola della mia giovinezza col marito che, lasciato che da solo in città dalla gentile consorte, si arrabatta per tentare un incontro galante con la vecchia fiamma rimediando solo una figuraccia, Credo che, arrangiato e rivisto da un bravo sceneggiatore, se ne potrebbe davvero ricavate un buon film|. Da quello che ho letto dalla presentazione dello stesso autore, mi meraviglia che lo abbia lasciato”dormire” così a lungo!

  2. Davvero interessante . Divertente l’ironia, che comunque lascia sempre spazio alla riflessione. Mi sono piaciuti molto anche i riferimenti nostalgici all’età adolescenziale, che nel flusso di coscienza del protagonista risulta essere alla fine l’età del fervore , delle ideologie, delle emozioni. Emozioni che poi spesso riponiamo in un cassetto, presi dalle nostre comodità . Davvero consigliato

  3. (proprietario verificato)

    Il libro mi è piaciuto molto perché scritto in modo asciutto senza troppi svolazzi retorici. Mi hanno divertita le situazioni veritiere in cui si trova il protagonista nelle varie fasi della sua vita. Io non sono un critico, quindi, il mio giudizio è relativo, ma l’ho trovato una lettura piacevole proprio per la scioltezza del linguaggio. Un solo piccolo appunto (soggettivo e sindacabile) l’autore usa un linguaggio troppo giornalistico con periodi brevi e un po’ sincopati. Questo potrebbe rendere la lettura un po’ faticosa per alcuni. A me piace molto il suo modo di scrivere e ho trovato divertente questo spaccato di vita, vissuta in una notte, in cui succede tutto e niente. L’ho letto anche velocemente per i miei standard, proprio per il ritmo che il libro ti impone. Per farla breve, come ti ho detto mi è piaciuto molto, ma credo che non sia un libro che tutti riescano a leggere, proprio per il tipo di prosa troppo veloce. La mia non è una critica (non ne sono capace), è solo un’impressione, ripeto molto opinabile.

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Vittorio Lusvardi
Sono nato a Mantova nel 1954 e sono giornalista professionista dal 1990.
Ho lavorato per numerose testate fra le quali Gazzetta di Mantova, il Messaggero e L’Informazione. A Cremona ho fondato Il Piccolo Giornale, un settimanale che viene tutt’ora pubblicato.
Dal 2009 ho lavorato, da libero professionista, nel mondo del gioco d’azzardo e soprattutto del poker online, impressionante fenomeno sociale incompreso dai media tradizionali. Da questa esperienza è nato un libro, “La miliardesima mano”, pubblicato nel 2017.
In anni giovanili, avevo scritto una monografia sul pittore mantovano Francesco Martani.
Uscito definitivamente sia dal mondo del gioco, sia dal giornalismo attivo, ho tuffato le mani tra le mie carte (anzi, tra i vecchi floppy disk) e ho rispolverato un mio romanzo, addormentato da tanti anni. Gli ho dato una spolverata, e l’ho trovato convincente.
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