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Mi basta il tempo di morire

Mi basta il tempo di morire
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Consegna prevista Novembre 2021
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Si può riuscire a cambiare radicalmente la propria vita? È la domanda che un po’ tutti si pongono.

Leonardo è un medico senza vocazione, il cui status professionale nasconde a malapena il suo essere un uomo superficiale ed inetto; anche le sue principali relazioni (col padre e con la fidanzata Valentina) sono vuote e prive di affetto sincero.
Paradossalmente, l’occasione per cambiare questo stato di cose gli giunge dall’arrivo di un criptico sms che gli annuncia la sua morte di lì a pochi giorni; seguiremo, dunque, tra ironia e malinconia, Leonardo nella sua presa di consapevolezza, nella sua ricerca di senso per quei pochi giorni che gli restano e per quelli che fino a quel momento ha vissuto.
Mollerà la sua realtà e farà un viaggio a Praga, città misteriosa; lì conoscerà l’amore. Rifletterà sull’esistenza umana (domandandosi con rabbia per cosa valga la pena vivere) e spererà fino all’ultimo – e noi con lui – che quell’sms si sbagli.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre pensato alla scrittura come una cosa mia, intima e finora non avevo mai tentato di pubblicare nulla: ora, però, credo molto in questo progetto e ho voluto mettere alla prova me stesso e la mia opera con il crowdpublishing.

ANTEPPRIMA NON EDITATA

Ma chi l’ha detto che conoscere in anticipo la data della propria morte non sarebbe una cosa buona?! Quelli che lo dicono avranno senz’altro le loro ottime ragioni, condivisibili per certi versi: si può ritenere che, se uno sapesse, prima di morire, in quale giorno della sua vita tirerà le cuoia, rischierebbe di non vivere più la sua vita giorno per giorno, di non vivere più come se ogni giorno fosse l’ultimo dando il meglio di sé per renderlo speciale… insomma, di farsi prendere dal terrore, mollare tutto e perdersi il bello della vita.

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Da quello che sento in giro, la maggior parte delle persone la pensa così e sono contento per loro che, alla fine dei conti, quello di conoscere in anticipo il giorno esatto della propria dipartita sia un problema che non si pone, perché a nessuno potrà mai capitare in realtà (a meno che non siate stati condannati a morte… ma quella è un’altra storia)! Beh, io comunque non sono d’accordo! E lo dico per esperienza vissuta: sapere quand’è che schiatterai, può essere una grossa opportunità di rivoluzione, che non capita due volte nella vita. Almeno, per me lo è stata!

Comincia tutto con un sms. Una mattinata normale, come tante prima: doccia e barba, giacca e cravatta, cappuccino, cornetto e Gazzetta dello Sport al bar, corsa in macchina per evitare di fare tardi come al solito perché ci si è dilungati troppo nel leggere l’ultima perla di Mourinho (imprecando qua e là fra una vecchietta che a 90 anni non si sa chi si assuma ancora la responsabilità di metterla al volante, un vucumprà che ti rompe le palle coi suoi fazzoletti, semafori che diventano rossi proprio davanti a me – ne mancassi uno!)… insomma, quello che capita a tutte le persone normali.
E alla fine arrivo in clinica (ah, mi scuso, nella foga dell’introduzione avevo dimenticato di dire che sono un medico). È una bella clinica, non c’è che dire: confortevole, pulita, tranquilla, ordinata, privata (ovviamente). Uno dei principali azionisti è la casa farmaceutica di cui mio padre è Presidente, nonché proprietario (ebbene sì, sono un raccomandato: ma onesto, almeno lo ammetto). E quello che più mi piace di questa clinica è che i pazienti, per mia fortuna, mi danno ben pochi grattacapi: tutti casi semplici, niente di particolarmente grave; ho il sospetto che questa mia fortuna in realtà sia pilotata dall’alto, nel senso che i miei colleghi fanno in modo di darmi solo le cose più piccole, tenendomi fuori dalle faccende più serie. Hanno poca stima di me, questo è certo. Ma tanto meglio per me: pochi pensieri e lo stipendio bello alto ce l’ho assicurato (tanto, chi glielo andrebbe a dire a mio padre che il suo unigenito non lavora più qui!?). E così ho anche più tempo libero: un po’ di scherma, un po’ di golf, belle macchine, bei vestiti, ristoranti di lusso, la mia fidanzata Valentina… bella ragazza (un culo che così alto e sodo non lo avevo mai visto prima… per essere una trentenne!), un po’ snob a dir la verità, la classica figlia del Conte di Nonsoche che non ha mai fatto un cavolo nella vita ma se la gode benissimo coi soldi di papino (e su questo andiamo molto d’accordo), viziata fino all’osso, arrogante e presuntuosa, con la modestia di un pavone e che soprattutto mi dà ai nervi con tutti i preparativi per il nostro matrimonio (lo vuoi capire, cara Valentina, che non me ne frega una mazza se la Duchessa di Pincopallino si deve sedere al tavolo con la Marchesa di Diocenescampi, anche se le loro famiglie non si parlano dal ‘600!?!). Il tipo che sicuramente piace a mio padre per me: in effetti, se non ricordo male, l’ho conosciuta a una festa di capodanno organizzata da mio padre nella nostra casa in Sardegna, una di quelle a cui ci viene solo gente di un certo livello. Ripensandoci, potrebbe essere che mio padre avesse organizzato tutto quel vecchiardo ambaradan solo per presentarci: aveva un affaruccio in sospeso col Conte e una liaison fra i due pargoli (secondo i piani di mio padre) avrebbe sicuramente favorito la cosa. Lui la definiva una ragazza molto elegante, istruita… io, a posteriori, la definirei con la puzza sotto al naso e saccente (ma, d’altronde, chi non lo è in quell’ambiente: come biasimarla?! e quali migliori alternative per una promessa sposa, in fondo?!). E poi, lo ripeto, per quel culo le si perdona tutto: credetemi, del mio giudizio ci si può fidare (e poi, anche con il passare degli anni, con tutti quei soldi, hai voglia a liposuzioni e ritocchini!). E così, fidanzamento e affaruccio sono andati in porto con un bel vissero tutti felici e contenti.

Ma torniamo all’sms, che sto sviando dal mio inizio lanciato. Tra un vecchio con l’influenza e un bimbo con la varicella (li odio quelli perché io la varicella non l’ho avuta e, ogni volta che ne visito uno, sto giorni e giorni a vedere se mi spuntano macchie), mi arriva uno strano sms. “Preparati: il tuo tempo è giunto. Fra cinque giorni non sarai più”, questo il testo. Lì per lì, resto sbigottito: penso subito a uno scherzo di quel deficiente del mio amico Gianni, grande testa di cavolo che dai tempi delle superiori non mi tolgo più di torno, che, nonostante sia un manager affermato nell’azienda di mio padre, perde ancora tempo con queste cazzate. Ma la cosa strana è che non compare alcun mittente per questo messaggio, la casella è assolutamente vuota.

Mentre sto ancora lì con la faccia crucciata a cercare di pensare una risposta mordace per Gianni e a chiedermi come diavolo abbia fatto a non far risultare nessun mittente (non è poi così ferrato con la tecnologia!), sento la voce di Loredana, l’infermiera che mi aiuta (gran figa!), che mi guarda con aria preoccupata e mi dice “Tutto bene, dottore?”. “Sì sì, grazie Loredana, fai entrare il prossimo!”. “Bene, allora faccio accomodare il sig. Parini!”, dice lei con quella solita voce suadente e calda quasi fosse una hotline, che fa apposta solo con me (ho il vago sentore che voglia portarmi a letto per far carriera… e chissà che un giorno non la accontenti… prima del matrimonio, per carità, ho pur sempre una morale!).
“Venga, sig. Parini, si segga pure”. “Grazie, Dottore. Vede anche oggi mi sento un po’ giù. Lo so, mia moglie è morta da tanti anni ormai, ma da quando non c’è più lei in quella casa…”. Cavolo, in genere ricordo qualcosina in più dei colloqui col sig. Parini: è un povero vecchio che ha perso la moglie per una grave malattia – non mi ricordo quale – più di vent’anni fa e ormai sono un paio d’anni che viene da me almeno una volta a settimana. Io ci provo ad ascoltarlo ma è una noia mortale: l’inizio è sempre uguale, anche se cambiano un po’ le parole, i piagnistei cominciano sempre allo stesso punto (una volta l’ho cronometrato: circa un minuto e mezzo dopo che si è seduto). Io annuisco – che quello mi costa poco farlo – ma il mio record di attenzione nei suoi riguardi in una seduta è stato di 10 minuti (in genere, si trattiene almeno una mezzoretta: finché non prende un attimo fiato nel suo sproloquio e allora io ci infilo la ricetta con gli antidepressivi, che chiude tutti i discorsi e rimanda lo strazio alla settimana successiva!). Ma, in fondo, siamo tutti contenti così: il sig. Parini che ha una buona ragione per uscire di casa e se ne ritorna con una bella manciata di serotonina in più; io che approfitto della sua visita per pensare un po’ ai fatti miei; e mio padre, perché ovviamente gli antidepressivi che prescrivo sono quelli che fa lui (come la maggior parte dei farmaci che do ai miei pazienti, d’altronde); ma, sia chiaro, a me non entra una lira, lo faccio solo per amore e reverenza filiale.
Stavolta, però, la mia resistenza al sig. Parini è molto più bassa del solito, quasi nulla. Ma ho una valida giustificazione: non capita tutti giorni di ricevere sms un po’ criptici sulla propria morte, anche se uno ha la sfiga di avere un amico come Gianni.

Per fortuna, dopo il sig. Parini, c’è la pausa pranzo. Ne approfitto per indagare un po’ sulla faccenda dell’sms. In genere Gianni fa scherzi molto più stupidi, non così elaborati e neanche così di cattivo gusto. È più il tipo da gavettoni d’acqua mentre vi siete messi tutti in ghingheri, da schiuma da barba nelle tasche del cappotto – mamma mia, che gente frequento! Diciamolo tranquillamente (tanto gliel’ho detto io un milione di volte), è proprio un cretino da prima elementare ma non cattivo.
Ma non si può sapere mai che si sia bevuto il cervello o abbia deciso di cambiare stile. Decido di chiamarlo, tanto sarà in pausa anche lui probabilmente, così metto fine a questa storia e posso pensare a cose più serie (ho un importante torneo di golf a breve, non l’avevo detto?!). “Ciao cretino!”. “Dottor Leonardo, è sempre un gran piacere sentire la tua voce così gentile ed amichevole! Non mi dire che mi chiami di nuovo perché Miss Valentina o – come la chiamo io – l’eroina della nobiltà, vuole appioppare al mio tavolo una qualche supercontessa? Te l’ho detto: io voglio stare ad un tavolo di sole donne in un range di età che va dai 19 ai 28! Mi offendo se mi accolli la vecchia!!”. “Sì, tranquillo, avrai le tue oche! Ti ho chiamato perché volevo farti i complimenti per lo scherzone. Un pochino esagerato, non trovi?”. “Quale scherzone? Ma ti pare che con tutti i casini che abbiamo in azienda, ho il tempo di fare gli scherzoni?! Magari!! C’è la crisi, lo vuoi capire? Bisogna crescere, crescere: tuo padre mi fa una testa così, ogni giorno ormai! Ma cosa ne vuoi sapere tu della crisi nella tua bella clinica! Toh, parli del diavolo… ecco tuo padre, lo vedo, sta venendo nel mio ufficio! Dio, è incazzatissimo come al solito!! Devo lasciarti, sta per entrare! Senti, diglielo tu che mi faccio un culo così tutti i giorni, eh?! Per favore! Ciao sposo!”.

La faccenda si complica. Se c’è una cosa che Gianni non sa fare è mentire sui suoi scherzi: non resiste all’impulso di vantarsi del suo “genio comico”, è più forte di lui. Ed è l’unico poi che li trova divertenti, si fa sempre delle gran risate quando se ne parla. Gianni è da escludere.
Ma, a questo punto, chi è che può avermi mandato questo messaggio un po’ inquietante. E poi proprio non mi spiego la faccenda del mittente: se scopro come si fa a mandare un messaggio a qualcuno facendo in modo che sul cellulare di quello non compaia alcun mittente, neanche la scritta “Numero Privato”, comincio a divertirmi anch’io… Magari, potrei scrivere a Valentina ciò che veramente penso di lei, questo si che sarebbe spassoso. Forse se chiamo l’assistenza del mio operatore telefonico mi sanno dire qualcosa.
Ho sempre trovato molto noiosi i call center, ti fanno aspettare un sacco di tempo e il 90% delle volte non ti dicono quello che ti serve sapere; e poi i ragazzi che ci lavorano mi fanno un po’ pena: trovatevi un lavoro serio, diamine! “Salve, sono Salvatore, in cosa posso esserle utile?”. Accidenti, questo qui si sentirebbe anche da un chilometro di distanza che è calabrese, giurerei pure di sentire puzza di ‘nduja attraverso la cornetta. Ma speriamo che abbia studiato quel tanto che basta per rispondere a qualche domanda semplice. Quando gli chiedo da quale numero proviene l’sms che ho ricevuto circa un’ora prima, Salvatore resta perplesso, dice che l’ultimo messaggio che ho ricevuto risale a ieri sera, da parte di un numero che so bene essere di Valentina. Oggi non ho ricevuto nessun messaggio, secondo lui. E che cavolo, Salvatore: nonostante il nome, non mi salvi per niente dall’impasse! Però, mi sembra strano che a loro non risulti questo sms: anche se il mittente è anonimo, comunque dovrebbe essere visibile, credo! E sul fatto dell’anonimato, Salvatore mi dice che ci sono tanti modi per mandare messaggi senza essere rintracciati, ma un’informazione posso averla leggendo il numero del centro messaggi. Almeno qualcosa!
Controllo ma anche riguardo al numero del centro messaggi non c’è niente! Oh, basta, adesso mi sono stufato! Non posso star qui a perdere il mio tempo prezioso per una cavolata del genere, frutto della mente di un deficiente che probabilmente non avrà di meglio da fare che dar fastidio a me: se lo becco, gli regalo io quello che più desidera, così trova il modo di passare il tempo costruttivamente, coglione! Ma si, meglio concentrarsi sul golf, che ho un allenamento importante tra poco. E poi stasera cena da mio padre: accidenti, solo a dirlo mi sembra di sentire risuonare l’incipit della Nona di Beethoven! Da quando sono stato assunto in clinica, vivo per conto mio: la casa dove ora abito è sempre di mio padre in realtà e adesso che ci penso anche la cuoca e la governante sono quelle che stavano da sempre al suo servizio! Beh, comunque, vivo da solo e me la cavo benissimo: soltanto che mio padre ci tiene a conservare una parvenza di famiglia unita come ai vecchi tempi e così, da quando me ne sono andato, mi costringe alla cena insieme del venerdì sera. Non fraintendete, io voglio bene a mio padre (come potrei non volergliene se si è sempre occupato di me, dandomi sempre tutto quello di cui avevo bisogno?!), però è un tipo veramente triste, cupo, di nessuna compagnia: credo di non averlo mai visto ridere! Chissà se era così anche prima che la mamma se ne andasse, quando ero molto piccolo: si dice che sia scappata col maestro di ballo e che ora sia a Cuba a gestire un bar! Ovvio, biasimo mia madre e la condanno: come è riuscita a lasciare questa bella vita e andarsene dall’altra parte del mondo a vivere come una poveraccia?! Ma negli ultimi anni forse comincio anche un po’ a capirla: è veramente dura stare con mio padre, non fa altro che lavorare, l’unica pacca sulla spalla me l’ha data il giorno della mia Laurea. Non gli interessa nulla della vita degli altri che non sia produttivo e non sia legato alla loro professione (non è mai venuto a un mio torneo sportivo!) e pensa di compensare tutto comprandoti mille cose (e su questo lo lascio fare, almeno ne traggo qualcosa da questa scarsa considerazione paterna). Ma – tant’è! – la cena in famiglia del venerdì è ormai un rito (o una punizione) e non mancherò, altrimenti mio padre chi lo sente!

2021-04-27

Evento

Rotaract Club Napoli Sud Ovest Sono molto felice di annunciare che martedì 27 aprile (ore 20.30) presenterò il mio libro in un evento online organizzato dal Rotaract Club Napoli Sud Ovest! L'evento è aperto a tutti, per cui invito quelli che già stanno sostenendo questo progetto a partecipare ed invitare nuovi amici: basta registrarsi al link https://bit.ly/3sj6iMk.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Scorrevole nei dialoghi, avvincente la storia, profonde le riflessioni, “Mi basta il tempo di morire” si fa leggere senza sosta per scoprirne, quanto prima, l’epilogo. Un viaggio del protagonista alla riscoperta di se stesso, quello che ognuno di noi dovrebbe fare. Assolutamente da leggere!!

  2. (proprietario verificato)

    “Un viaggio intimo e profondo in una Praga che diventa la sua vita. L’incontro con i personaggi che sono le sue debolezze e le sue mancanze.
    La capacità di ripercorrere le stesse strade e le stesse tappe guardandole con occhi diversi, dopo essersi liberato da molte inutili sovrastrutture.
    Un viaggio dal finale ineluttabile: il traguardo diventa la tappa di inizio del vero viaggio, che non può prescindere da quelli che sono i suoi elementi fondanti”
    Da leggere!

  3. “Mi basta il tempo di morire”é un libro che si legge tutto d’un fiato! Avvincente…ti tiene compagnia. Lo consiglio vivamente.

  4. (proprietario verificato)

    Piacevole sensazione di potersi immergere in chi ha avuto la possibilità di sapere la data della propria morte, io non avrei avuto così tanto coraggio.

  5. (proprietario verificato)

    Chiunque si è chiesto almeno una volta nella vita cosa farebbe se sapesse che di lì a poco lascerà questo mondo. A tutti verrebbe da pensare all’annuncio di una malattia incurabile. Ma in questo libro non è così. Un messaggio criptico dà questo annuncio sconvolgente. Un racconto sin dall’inizio enigmatico e che fa venire la voglia di leggerlo tutto d’un fiato.

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Gianluca Barra
Ho 33 anni e sono originario della provincia di Napoli ma, per studio e per lavoro, ho girato per l’Italia e ora vivo a Milano.
Sono psicologo del lavoro e sono un esperto di selezione del personale, lavorando da 8 anni nel settore.
Sin da piccolo, ho la passione per la scrittura: ho iniziato riscrivendo a parole mie le fiabe dei film d’animazione che vedevo alla TV. E da lì ho continuato, provando a cimentarmi in vari generi e con poesie. Non sapendo ballare né cantare, è l’unico modo per esprimere la mia creatività.
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