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Mi illumina, non brucia

Mi illumina, non brucia
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Consegna prevista Aprile 2022

Alcuni fiori non sanno di poter brillare. Giulia, come quei fiori, è sicura di non essere all’altezza di qualche aspettativa e di molte persone, fino al momento in cui non incontra Sandro, un giovane studente fuori sede conosciuto a una cena da amici. La sua diversità e i suoi modi di fare sono talmente simili a quelli di lei che entrambi trovano pace in un periodo nel quale tutto sembra più grande di loro. Un anno d’amore e un’amica con un grande segreto da confessare sembrano non essere abbastanza per risanare una nuova profonda ferita che taglia in due la vita di Giulia, ma forse un’intera vita piena d’amore sarà sufficiente a ricucire quella voragine.

Perché ho scritto questo libro?

Durante la pandemia, all’inizio dell’estate dello scorso anno, per gioco ho cominciato a riordinare i pensieri scrivendoli, un po’ come fosse una terapia. Ho scritto pagine intere e alla fine, senza rendermene conto, mi sono ritrovata con un libro in mano e mi sono detta che se non avessi tentato di pubblicarlo, partendo dalla mia storia, non avrei più avuto il coraggio di provare. Così è nato “Mi illumina, non brucia”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

C’è un punto in cui due fiumi s’incontrano e le loro acque calme si fondono in un unico corso. Se dapprima quei due fiumi non si erano mai trovati e neppure una goccia di uno aveva bagnato le sponde dell’altro, nel punto di giunzione, in cui i flussi lenti entrano in contatto, un vigoroso vortice spinge entrambi a riversarsi uno nell’altro, creando un turbolento, singolo corso. Possono passare lunghi secondi e una decina di metri prima che il nuovo corso, creato dall’unione dei due vecchi fiumi, torni calmo come dal principio. E mai potrà scorrere più armonioso e splendente di così. E non ci sarà nessuna roccia o strapiombo che, durante il percorso, modificherà il suo regime, né un’alluvione e neppure un caldo desertico potranno variare il flusso di un fiume così potente.

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Capitolo 1

Basta uno sguardo per rintracciare un fiore in un campo di grano. Specialmente se quel fiore ha un colore acceso, uno stelo forte e lungo, ma la delicatezza di chi può essere strappato dal terreno e fatto a pezzi da una manciata di avidità. Un fiore della sua portata si distingue ancora di più da tutto il resto una volta illuminato dalla luce di un giorno. Ma se non fosse il sole ad avere il potere di illuminarlo? Se fosse capace, quel fiore modesto, di illuminare sé stesso e gli altri, magari senza neppure accorgersene?

C’è un istante in cui due persone, estranee tra di loro e a loro stesse, si incontrano e suggellano un patto eterno, silenziosissimo. È quel genere di incontri di cui ricordi ogni respiro e movimento. Dai colori nitidi e brillanti, anche dopo essere passati anni. Quel tipo di confronto, a chi è più fortunato, cambia la vita una volta e definitivamente e segna la svolta in modo irreversibile. Ai meno fortunati, incide nel petto una ferita che non potrà mai essere rimarginata completamente. In qualsiasi caso, in chi è fortunato o meno, si insidia nei ricordi e non li abbandona mai, nemmeno per un singolo istante.

Da piccola immaginavo di incontrare l’uomo dei miei sogni, la persona che mi rendesse felice per sempre. A volte era un principe, altre volte un pirata. Per anni l’ho immaginato come un semplice ragazzo del mio quartiere, altre volte come un riccone figlio di papà. Ma come può una viziatissima figlia di papà dividere la scena con un uomo tanto vanitoso e pieno di sé quanto lei? Non può farlo senza che ne subiscano entrambi le conseguenze ed infatti, negli anni, la mia immagine dell’uomo perfetto è cambiata e con lei anche la lunga lista di caratteristiche che doveva possedere l’uomo che avrebbe potuto rubare il mio cuore.

Si sa che nella vita si distinguono due amori: il primo è quello che ti insegna ad amare senza riserva, che non lascia spazio all’errore e si diluisce in meno di un bicchier d’acqua. È il più labile e pretenzioso, spensierato e tormentato. A volte è ricambiato, altre volte platonico, altre volte ancora doloroso e nient’altro. Scolorisce un poco, con il tempo, ma rimane ben ancorato ai ricordi, come monito per il futuro, a distinguere cosa è necessario avere a fianco e cosa non lo è più; Il secondo, l’amore reale, è quello che ti insegna ad accettare di poter essere amato, che ti ricorda di meritare amore e rispetto. È più sereno, calmo, ma mai mite. Non è tiepido, ma né brucia né gela, si adatta perfettamente ai bordi del cuore e non si muove da lì di un centimetro. È l’amore nuovo che speravi di trovare da bambina, talmente simile a come l’avevi sempre immaginato che sembra essere uscito dai tuoi sogni. Si collega ai pensieri e si dimena in funzione di quelli. Se alimentato con impegno e costanza non va scemando, anzi, straripa al punto da non poterlo contenere. L’eleganza di un amore così potente smuove le maree interiori senza cambiare la propria essenza. È capace di migliorare i tuoi punti forti ed accettare quelli deboli. È sincero e mai invadente. E fin dal primo incontro, dal primo brivido, ho creduto che portasse il nome di lui.

Per raccontare storie come questa, però, c’è bisogno di partire dall’inizio, dal momento in cui ho imparato a distinguere tutto, a vedere che c’è differenza fra il bene e l’amore, fra il rispetto e la sua mancanza.

Penso di aver conosciuto un buon numero di persone finora, pur vivendo in un quartiere frequentato, come nei piccoli paesi, sempre dalle stesse persone, con le stesse abitudini e i propri ideali, ma con poche ho sviluppato un rapporto solido, al di fuori della mia famiglia. C’è una persona in particolare, fra le pochissime di cui mi fido, che ha creduto in me, ancor prima che iniziassi a crederci io, che mi ha consigliato di farmi conoscere per quella che sono e senza codardia far fronte alla mia tristezza, alle avventure, alla grande gioia, ma soprattutto alle mie paure. Non solo affrontandole, ma sviscerandole e descrivendole. Mi ha consigliato di liberarle, ma senza liberarmene, perché sono il fulcro del martello che mi ha forgiato e sono tutto quello che dovrei apprezzare, perdonandomi se non riesco sempre a farlo.

Non conosco nessuno che mi abbia detto che avessi un carattere facile -con una sola eccezione- e neppure ho mai sentito qualcuno definirlo comune. Oscilla tra la tranquillità e la prepotenza. Per i più, è consigliata la mia presenza in piccole dosi, niente di eccessivamente prolungato perché a quanto ho capito, ho più controindicazioni che effetti desiderati. Chi deve sopportarmi per lunghi periodi, o peggio, per la vita, ha imparato a capire come prendermi, ma la mia irascibilità non è facile da domare. Il mio fuoco è sempre stato alimentato più facilmente da chi aveva la pazienza di nutrirlo con un soffio leggero e costante, rispetto a chi possedeva un fiammifero e un cubetto di diavolina, con poca tolleranza e tanta avidità di vedermi incendiata. Ho sempre amato il confronto, anche acceso, e ciò che più mi calma è avere a fianco qualcuno che della mia sfrontatezza non avesse paura e che la sapesse gestire con calma.

La mia grande fortuna è stata avere una solidissima famiglia alle spalle, piena d’amore e rispetto, ma anche tanto carica di avvenimenti non richiesti e irreversibili. La mia infanzia è stata scandita da visite a parenti in ospedale e perdite decisive. I nonni, con cui sono cresciuta fino ai primissimi anni delle elementari, mi sono stati portati via a pochi mesi di

distanza l’uno dall’altro e la loro mancanza nella mia vita non ha agevolato il mio atteggiamento già riservato e scostante. Mi hanno sempre ripetuto che affrontare la morte fin da piccoli, con la responsabilità e la coscienza di un adulto, fosse il modo migliore per non sentirsi presi in giro e credo che avessero tutti molto ragione, ma il solco profondo che rimane nel petto a una bambina di appena sette anni è incolmabile, e neppure la verità o il tempo rimarginano una ferita così profonda, come per ogni perdita importante, a qualunque età questa debba essere superata.

Ho sempre creduto di avere chiaro in testa quale fosse il mio posto nel mondo. Se da quando avevo sei anni ho sperato che per essere la vera Giulia fosse sufficiente diventare un giovane, talentuoso medico, crescendo, ho capito che nessuno è solo la propria professione o una sola sfumatura, ma che la reale essenza di ognuno di noi deve necessariamente essere spinta da passione e curiosità per la vita nella sua interezza, passare per i suoi lati più scuri e tetri e per i più luminosi. E se dapprima ho immaginato che si potesse vivere accontentandosi di cosa il futuro avrebbe garantito, solo poi, ho realizzato che il tipo di vita che una persona vuole costruire dipende dalle scelte che decide di prendere rispetto a ciò che gli capita. Ho deciso, quindi, di affrontare i miei anni con la speranza di fare qualcosa di più, perché continuare a vivere nella semplicità di scelte programmate avrebbe sicuramente svuotato la mia anima e il solo pensiero di vivere nel tiepido mi ha sempre fatto più paura del dolore che proverei fallendo.

Ho frequentato lo stesso istituto, dall’asilo nido fino alla fine del liceo e per anni, la scuola paritaria in cui ho passato l’infanzia e l’adolescenza, è stata gestita da un preside anziano e troppo poco empatico per poter creare un legame sufficiente a far credere a noi studenti di non essere la ruota di scorta di un carro abbandonato, finché, una volta andato in pensione e, in quanto prete, ritiratosi in un convento, prese il suo posto un uomo di mezza età dal viso sereno. Ero al secondo anno di liceo scientifico e i primi classici cambiamenti che affronta un adolescente, stavano iniziando a farsi strada anche nella mia crescita e, la presenza di questa figura nella mia vita, fece una grande differenza. Si affezionò a me dopo aver parlato con i miei genitori, per una spiacevole vicenda che riguardava una professoressa della scuola e, dopo avermi conosciuta ed osservata, mi prese da parte e mi invitò nel suo studio per parlare. Aveva un fare così amorevole che mi rapì completamente e fui grata che potessi contare su un uomo come lui. Dopo poco aver iniziato a rispondere alle sue domande rispetto ai miei piani a breve e lungo termine, smise di picchiettare con le dita sulla sua scrivania in mogano lucido, mi sorrise ed interruppe il mio discorso per dirmi una frase che non pensai di meritare, ma che, uscitagli dalla bocca con tale naturalezza, riuscì a convincermi: “Ci saranno tante persone nella tua vita che ti circonderanno per la tua energia e per ciò che sarai in grado di lasciar loro. Giulia, i ragazzi della tua età ti attaccano per difendersi dalla tua presenza e non intendo solamente fisica, ma soprattutto intellettiva e bada bene, non basta essere solo bravi a scuola per essere intelligenti, ma è necessario possedere curiosità e sentimento, umiltà e educazione e proprio per questo, anche quando avrai finito di studiare sarai in grado di distinguerti da tutti, perché la tua intelligenza è mentale, ma anche emotiva. So che crescendo mi darai ragione e tutto quello che non ti sembra comprensibile ora, più avanti lo diventerà. Fatti dire un’ultima cosa e poi torna in classe; tanti uomini vorranno averti, tutte le donne vorranno essere te e non puoi scappare

da questa verità. Prova a non farlo. Impara a riconoscere il tuo valore e sfruttalo. Sei diversa da tutti, dovresti andarne fiera, questo è il tuo potere più grande.”

Non so cosa avesse visto quell’uomo in me e non so nemmeno se veramente meritassi quel discorso, ma la verità è che non mi è mai importato scoprire se fosse davvero così sincero, perché mi bastarono quelle poche parole, dette con il cuore, per scaldare il rammarico che era rimasto in me. Da allora iniziai a notare tutti i particolari che prima scansavo ed evitavo di vedere, e non mi arrabbiai più quando, camminando in classe tra i banchi mi fischiettavano la sigla di qualche programma tv, pensando che sculettassi di proposito, senza considerare minimamente che potessi avere un lieve difetto ad un piede che mi faceva ancheggiare un poco e non mi fece effetto neppure essere definita diversa perché la sicurezza che non fossi sbagliata, ma solo unica, fu sufficiente per appoggiare la tesi del mio caro Preside. E mi bastò. E mi basta ancora, perché nulla è male se fa stare bene e nulla va giustificato se non è peccato. E non esiste alcun peccato, in fondo, se ti rende felice.

Quando invece c’è qualcosa che non ti rende felice, ma vuota e spenta? Senza la quale, lì per lì, ti sembra di non poter superare la giornata e di non poterne fare a meno neppure un istante? Quando fissi chi vorresti solo vedere e guardandolo noti che il suo viso, invece, è girato dall’altra parte? Che non è aria, ma sembra, non è acqua fresca, ma vorresti che lo fosse, non è parole perché, se le volessi pronunciare veramente, non si bloccherebbero in gola e non è respiro perché riusciresti a viverci senza, anche se il vuoto lo lascia. Come si comporta qualcuno che è stato ferito e di abbandonare la battaglia non ne ha la minima intenzione? Questo stato di smarrimento e confusione lo portai avanti per diversi anni -che ora solo a pensarci mi fa un po’ ridere, ma forse anche no-.

Quando due fiumi della stessa portata si incontrano, non può che nascere un corso più forte e naturale di quello che creano percorrendo lo stesso tragitto insieme, ma quando un imponente fiume inarrestabile incontra un nuovo torrente, stretto e fragile, ancora troppo insicuro di quel terreno mai percorso, al fiume non serve far altro che inglobare il torrente nella sua totalità, derubandolo delle sue fresche acque.

A me non è mai sembrata giusta questa disparità, ma come si fa a decidere di scavalcare le colline e sfuggire all’impatto con le rocce, per evitare di imbattersi nel tragitto del grande fiume, quando non dipende da te? Che poi, a pensarci ora, mi viene il dubbio che in realtà non è mai dipeso da nessun altro che non fossi io.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giulia Bellucci
Sono sempre stata affezionata al valore specifico delle parole, perché ha il potere di persuadere le persone, farle innamorare, deluderle. Alle parole sono talmente tanto affezionata che prendere appunti all’università non mi è sembrato sufficiente e nel giro di poco mi sono ritrovata a scrivere anche altro. Prima un racconto breve, poi qualche poesia e alla fine un libro intero, realizzando uno dei più grandi sogni della mia vita.

Sono Giulia, ho 23 anni e studio Farmacia all’università di Roma.
Sono innamorata della mia futura professione e anche tanto curiosa di conoscere il limite della mia creatività. Amare, scrivere e cucinare sono ciò che mi permette di slegarmi dalla monotonia in cui si incappa, inevitabilmente, in alcuni periodi della vita e quando in 24h riesco a stare dietro a tutte le mie passioni, posso ritenerla una giornata fortunata.
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