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Roberto è un mindcheater, un individuo nato con la capacità di leggere e manipolare la mente altrui, che ha deciso di sfruttare tale dono in attività poco lecite.
Anche Giulia, appuntato della Finanza dalla vita solitaria, è dotata di facoltà telepatiche, ma non ne conosce a pieno le potenzialità.
Il destino li fa incontrare in una rischiosa vicenda che coinvolge i corrotti superiori di Giulia e spietate multinazionali pronte a tutto per incrementare le proprie ricchezze. Costretti a fuggire, lei decide di seguirlo dopo aver scoperto quanto siano simili.
Affronteranno un viaggio alla scoperta delle proprie radici e del segreto dei propri poteri, mentre il loro legame si farà sempre più forte e indissolubile, tentando nel frattempo di scappare dalle grinfie del peggiore dei predatori: il più pericoloso e letale fra i mindcheaters.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo raccontare una storia di persone dotate di poteri straordinari che non si comportano come supereroi ma come esseri umani, capaci di fare con tali poteri sia il bene che il male, e che si trovano poi ad affrontare le conseguenze delle loro azioni.
Volevo anche scrivere una love story fuori dal comune, in cui i protagonisti sono degli esclusi, degli emarginati, in grado di cambiare le proprie vite e migliorarsi a vicenda.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Il boato fece svegliare di soprassalto il vecchio, mettendone a dura prova le affaticate coronarie.
Guardò l’orario riportato dalla sveglia sul comodino. Le 5 e 27. Soltanto un quarto d’ora dopo l’orologio biologico lo avrebbe comunque fatto alzare dal letto, come ogni mattina in quel periodo dell’anno.
Le timide luci dell’alba filtravano attraverso le tende della finestra, aiutandolo a trovare prima gli scarponi e poi i pesanti indumenti da indossare per affrontare la temperatura all’esterno.
Cosa diavolo era stato? Se lo domandò mentre infilava i guanti e afferrava il fucile a doppia canna. Viveva solitario da anni, il vecchio, e da sempre pensava che quando ti isoli in una baita nel cuore delle Dolomiti e qualcosa turba la tua quiete probabilmente si tratta di guai.

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I latrati impauriti del cane ancora scosso dal trauma non lo aiutavano a concentrarsi. Il botto doveva provenire per forza dal basso, dalla valle. Non gli risultava ci fosse qualche bomba inesplosa risalente ai tempi della guerra da far brillare, e sarebbe stato quantomeno insensato trovarne una da quelle parti.
Fece un fischio all’eskimo canadese per calmarlo e si diresse verso la porta, l’arma carica imbracciata. Una volta aperto l’uscio, fu la volta di un ulteriore spavento.
Davanti a lui si parava un uomo dai capelli e dalla barba color cenere. Non l’aveva sentito arrivare, cosa strana data l’attitudine a scricchiolare delle vetuste assi di legno all’ingresso.
L’uomo se ne stava lì, in silenzio, a guardarlo. Il vecchio, col suo carattere a dir poco ruvido, lo avrebbe per prima cosa minacciato di andarsene di corsa da casa sua, puntandogli addosso il fucile per ribadire il concetto.
Il vecchio lo avrebbe fatto, se avesse potuto.
Ma fu come se il suo corpo non rispondesse ai comandi del cervello. Si irrigidì, e cominciò a respirare affannosamente. Il lieve panico provato pochi minuti prima fu nulla rispetto al terrore che cominciò ad assalirlo. Per tutta la vita aveva affrontato le gelate dell’inverno, superando giornate talmente fredde da rimpiangere il sole alla sera. In quelle giornate il freddo gli faceva perdere sensibilità alle estremità del corpo, tanto che se gli avessero tagliato le dita dei piedi non se ne sarebbe nemmeno accorto.
Era la stessa sensazione provata di fronte all’uomo, moltiplicata per mille.
Si chiese come fosse possibile così all’improvviso, dato che la stagione fredda era superata.
Poi accadde di peggio.
Si accorse soltanto dopo che le sue braccia si erano mosse da sole, lentamente fino a portare le canne del fucile all’altezza del suo mento.
Non capiva, il vecchio. Non capiva cosa gli stesse accadendo. Avrebbe voluto gridare, ma non ci riuscì. Era certo che fosse l’uomo a irrigidirlo, a manipolarlo, ad averlo costretto a puntarsi il fucile alla testa. Ma non capiva come qualcuno fosse capace di fare ciò.
Con le lacrime agli occhi per l’inevitabilità di quanto stava per accadere, il suo dito tirò il grilletto.
Lo sparo avrebbe raggiunto ben poche orecchie lassù, così come l’esplosione che aveva appena sventrato una porzione di montagna, pensò tra sé l’uomo conosciuto come Legio, che con la forza della sua mente aveva appena costretto un uomo anziano a suicidarsi, uno dei rari testimoni presenti nel raggio di chilometri.
Gli altri erano più a sud, verso la valle: quattro agenti del Comando Unità Forestale che, prima dell’esplosione, avevano avvistato dei movimenti sospetti e si erano recati sul posto. Anch’essi cadaveri.
Un qualsiasi detective alle prime armi avrebbe trovato una scena del crimine straniante, poiché osservando la posizione dei corpi avrebbe ipotizzato, per assurdo, che gli uomini si fossero sparati a vicenda, all’unisono.
Come se qualcuno li avesse costretti a farlo.
Gli sgherri che la potente donna che lo aveva ingaggiato gli aveva affibbiato come scorta avrebbero provveduto a disfarsi delle salme.
Prima di andarsene dalla baita, la sua attenzione venne catturata dal cane lupo del vecchio. Stava annusando il corpo del padrone, piagnucolando, cercando una reazione in quell’anziano scorbutico che per tanto tempo era stato il suo unico punto di riferimento al mondo.
Legio si chinò su di lui e lo accarezzò. Non si meravigliò di come provasse maggior empatia per quell’animale che per qualsiasi essere umano avesse mai conosciuto. Conosceva le persone, anche troppo bene: i loro segreti, le loro meschinità, le loro debolezze. Gli davano il voltastomaco.
E poi quell’eskimo aveva un’aria terribilmente familiare. Un ricordo proveniente dal suo passato, talmente remoto che parevano passati secoli.
‹‹Mi dispiace›› gli sussurrò. Lo lasciò lì, a disperarsi per il crollo del suo universo.
La datrice di lavoro sarebbe inorridita alla vista di quello spettacolo, avrebbe fortemente rimproverato l’uso di tanta violenza e lo spargimento di cadaveri. Ma la signora, secondo Legio, era così ipocrita da voler chiudere gli occhi di fronte ai suoi metodi, fingendo di non sapere come la aiutava a mantenere in piedi il suo impero. Povera stolta, pensava, lei e i suoi idioti di tirapiedi con cui doveva avere a che fare.
L’unico motivo per cui continuava a farlo era la paga, sempre abbondante e puntuale. Ed era inevitabile che fosse così: non avrebbe trovato nessun altro al mondo con le sue capacità. O almeno non al suo livello.
Il sole era ormai sbucato fuori del tutto, e gli operai si erano già messi al lavoro. In poche ore la porzione di valle diventò una miniera a cielo aperto. Legio aveva saputo solo il minimo indispensabile: laggiù giacevano ricchezze nel sottosuolo, nascoste in profondità da intere ere geologiche. Essenziale doveva essere arrivare prima degli altri, e così fu. Ma soprattutto impedire che la questione giungesse a conoscenza della concorrenza, e lì entrava in gioco lui.
Per quanto aveva potuto intuire, Legio pensò che quel giacimento doveva valere parecchio, anche la perdita di molte vite, ben oltre quelle degli sciagurati uccisi poco prima.
Per Legio non sarebbe stato un problema occuparsene. Lo faceva da sempre.

1.

Nella hall di uno degli alberghi più lussuosi di Milano, Roberto aspettava ormai da un’ora il suo obiettivo.
Stava morendo di noia. Non erano bastati un paio di cocktail, rigorosamente analcolici, e un’insipida rivista di gossip a far passare il tempo. Decise allora di dare un’occhiata ai pensieri del pubblico che frequentava il salone.
Perché Roberto Neri era nato con delle facoltà peculiari. Da ragazzino scoprì che la mente di qualsiasi persona per lui poteva diventare un libro aperto. All’inizio non fu facile gestire tali capacità, ma con il tempo e l’esperienza riuscì a far divenire fruttuose quelle doti.
Si definiva un libero professionista. Quando doveva spiegare a qualcuno di cosa si occupava, per la verità molto di rado, la metteva giù così: se ti occorre una consulenza legale chiami un avvocato, se devi progettare un edificio chiami un architetto, ma se devi entrare nella mente di qualcuno allora chiami me.
E lo chiamavano eccome. In principio si era fatto conoscere nel deep web, la porzione di web non reperibile dai comuni motori di ricerca in cui è possibile svolgere attività poco lecite, presentandosi come colui capace di poter rubare idee altrui senza essere rintracciato, di conseguenza evitando di inguaiare chi lo reclutava.
Il suo primo incarico riguardava la richiesta di due strampalati web designer che volevano appropriarsi dei segreti di un’applicazione software che un loro ex compagno di università stava progettando. Roberto riuscì a incontrare in privato l’uomo con una scusa e lo “costrinse” senza brutalità a fornirgli l’algoritmo dell’app.
I due non dovevano essere molto convinti delle sue potenzialità, in quanto come pagamento gli offrirono una percentuale degli eventuali guadagni del primo anno dall’avvio dell’app, sviluppata in tempo record. La fortuna girò, e così Roberto si ritrovò una discreta somma tra le mani, decisamente oltre le sue aspettative come primo lavoro.
Non torse un capello alla vittima designata, non rubò un euro dalle tasche dei committenti: Roberto mantenne sempre la medesima linea di condotta durante la sua carriera. Lo doveva a chi lo aveva addestrato all’uso della sua mente fuori dall’ordinario e che lo aveva anche educato alla via della correttezza, per quanto concesso dalla natura non proprio rispettabile dell’attività.
Trascorsi anni la clientela era cambiata. In quell’occasione la missione era simile, appropriarsi di segreti altrui, e il mandatario sempre uno sviluppatore di software, ma decisamente meno squattrinato. Per la verità, uno degli uomini più ricchi del mondo.
Roberto guardò le lancette, ancora lontane dall’ora dell’incontro. Cominciò dunque a scandagliare i pensieri di uomini, donne e bambini nella hall: dal concierge sorridente che avrebbe volentieri mandato a fare in culo il cliente che si lamentava ad alta voce di aver trovato in camera asciugamani verdi anziché turchesi, all’eccitatissimo grassone incastrato in un completo troppo stretto per la sua taglia che non vedeva l’ora di sbattersi la costosa accompagnatrice al suo fianco quando lei invece avrebbe preferito trovarsi dalla parte opposta del pianeta, alla coppia di stranieri che sognava di ritornare presto a casa tra le braccia del rispettivo amante, il quale, con grande sorpresa di Roberto, era la stessa persona.
La gente ha segreti, sempre. Fu la prima cosa che imparò. La seconda fu come fare soldi conoscendo quei segreti.
Ben presto piantò anche quel passatempo. Con il tempo anche la cosa più straordinaria smette di stupire, tant’è che ormai ne aveva perso il gusto. Oltre a ciò, sfruttare le facoltà stancava la mente e il corpo, perciò ritenne saggio non abusarne.
Non ci vollero le sue abilità per notare la ragazza dalla parte opposta della sala. Doveva essere appena arrivata, perché quelle lunghe e splendide gambe scoperte le avrebbe avvistate da lontano un miglio.
Le donne gli piacevano parecchio e, lo sapeva, lui piaceva alle donne. Non solo portava egregiamente la sua età, sulla soglia dei quaranta, grazie a un corpo allenato e curato. Non solo gli occhi profondi e la mascella squadrata ne facevano una piacevole visione per le interessate. Roberto aveva imparato un’altra specialità: la seduzione. E non si trattava semplicemente di giocare con lo sguardo, oppure offrire un drink con la frase giusta. Lui poteva instillare un certo pensiero peccaminoso nelle sue “prede”, un certo prurito di natura sessuale dentro di loro.
Finalmente aveva trovato qualcosa di interessante da fare durante l’attesa. La ragazza lo guardò prima di sfuggita, poi i suoi occhi si posarono su di lui più a lungo, come per studiarlo. Arrivò anche un malizioso sorriso. Roberto pensò che in quell’occasione forse i giochi mentali avrebbe potuto lasciarli da parte.
Proprio sul più bello il suo bersaglio, un uomo sulla cinquantina dalla carnagione particolarmente chiara, attraversò la soglia della hall. Maledicendone il tempismo, Roberto dovette abbandonare il libidinoso svago per concentrarsi su di lui.
Proprio come gli aveva descritto il mandante, il pallido bulgaro con una valigetta in mano entrò circondato da quattro gorilla, presumibilmente della stessa nazionalità, che non si allontanavano da lui più di due metri. Dopo una richiesta di informazioni alla reception si avviò di buon passo verso l’ascensore, seguito dalle guardie del corpo.
Per Roberto giunse il momento di entrare in azione. Cercò più informazioni possibili nella mente dell’uomo, prima che raggiungesse la cabina. Il concierge lo aveva indirizzato al primo piano, sala Minerva. Per essere certo al cento per cento che fosse quello giusto, stimolò la mente dell’uomo facendogli percepire un determinato nome, suggeritogli dal mandante: sole d’inverno. Non sapeva cosa significasse e poco gliene importava, poiché contava soltanto la reazione. L’uomo ebbe un sussulto e si voltò, sicuro che qualcuno lo avesse pronunciato alle sue spalle.
Roberto era nascosto dietro a una colonna. Quel nervosismo fu il segnale che cercava; inoltre il momento di debolezza gli consentì di leggerne i pensieri e capire vagamente di cosa si trattava: brevetti.
‹‹Salve.›› Impegnato con il trucchetto mentale, Roberto non si accorse dello spostamento dell’avvenente ragazza, la quale si era accomodata sulla poltrona di fronte alla sua.
‹‹Salve›› fece lui. ‹‹Non può capire quanto sono dispiaciuto, signorina, ma temo che la nostra conoscenza dovrà essere rimandata…››
Mentre si alzava, lei gli afferrò con delicatezza una mano, per trattenerlo. ‹‹E come mai tanta fretta?››
Roberto si voltò, osservando il bulgaro e la scorta entrare nell’ascensore. ‹‹Merda!››
Si rivolse di nuovo alla ragazza e poco prima di scusarsi un’altra volta, la parte razionale del suo cervello gli fece scoprire la verità.
‹‹Ti manda lui, vero? Cos’è, un test?››
Lei scrollò le spalle. ‹‹So di non poterti mentire, quindi sì, è un test.››
Che figlio di puttana, quel Contini. Lo aveva ingaggiato per seguire il bulgaro, per poi mettergli alle calcagna una sventola per distrarlo dalla missione: lo aveva letto nella testa di lei. Roberto pensò che se qualcuno si prendeva la briga di organizzare quella messinscena era perché doveva essere sicuro di potersi fidare. E allora decise di convincerlo.
‹‹Scusa tesoro, magari un’altra volta.›› Con leggerezza si sfilò dalla presa e infilò le scale alla svelta, evitando di correre per non attirare attenzioni indesiderate.
Raggiunse la sala Minerva quando l’uomo e i suoi scagnozzi erano già sulla soglia. La filosofia di Roberto consisteva nel rendersi la vita il più semplice possibile. L’approccio, come suo solito, sarebbe stato educato e pacifico. Avrebbe convinto mentalmente il bersaglio a dargli ciò che voleva e se ne sarebbe andato, senza crearsi inutili problemi. Mantenere un profilo basso era la chiave per il successo nel suo lavoro, come aveva ormai appreso dopo anni di competenza.
Roberto dunque si concentrò. Dalle sue labbra uscirono le parole in italiano ‹‹Buonasera signori. Ora mi darete quella valigetta.›› Ma ai bulgari quella frase arrivò nella loro lingua madre. Roberto nel tempo aveva affinato la tecnica del parlare con la mente: le parole dalla bocca suonavano in italiano, ma l’interlocutore le riceveva nella lingua a lui più affine. Non importava fosse inglese, spagnolo, cinese o urdu, ne avrebbe sempre capito il significato. Un vero e proprio traduttore universale.
Quella era la parte facile; il difficile era sfilare il bottino sotto il loro naso. Adoperò quindi un altro stratagemma particolarmente efficace: “entrando” nelle loro teste fece osservare loro un’inesistente palla di luce all’altezza del soffitto, facendoli rimanere con lo sguardo rivolto all’insù come un branco di ebeti. L’ispirazione gli era venuta leggendo alcuni articoli sugli avvistamenti di UFO in giro per il mondo sotto forma di cerchi di luce. Gli era sembrato un buon diversivo.
In un baleno prese la valigia dalle mani dell’uomo e se la svignò. I bulgari sarebbero rinsaviti quando lui era ormai troppo lontano per essere raggiunto.
Il piano era impeccabile. Roberto però dovette fare i conti con la propria frettolosità.
Non aveva notato che le guardie del corpo attorno all’obiettivo erano soltanto tre. La quarta doveva sbrigare un impellente bisogno fisiologico. Quando uscì dalla toilette e si accorse di uno sconosciuto con la valigetta in mano, corse verso di lui urlando qualcosa in bulgaro agli altri.
Addio basso profilo, convenne Roberto.
Avrebbe dovuto stare più attento, e si maledisse per essere stato così maldestro. Fortunatamente, conosceva altri modi per uscire dalla pericolosa situazione.
Fu una sciocchezza per lui decifrare i movimenti degli avversari. Un impulso del cervello del tirapiedi che gli si era avventato contro ordinava al braccio sinistro di colpire Roberto. Roberto lo lesse dal suo pensiero e si parò con la ventiquattrore, che usò poi come arma per fargli saltare un paio di denti.
Da dietro un altro voleva calciargli la gamba sinistra. La spostò all’ultimo togliendola dalla traiettoria, e approfittò dello slancio del nemico per fargli perdere l’equilibrio con uno sgambetto.
Con gli ultimi due si divertì. Uno di essi voleva colpirlo con un gancio al volto. Agendo d’anticipo, “ordinò” al corpo dell’altro di porsi davanti a lui, e in un istante costui si beccò il pugno del collega, crollando al suolo. Sfruttando il momento d’incredulità del nemico, Roberto lo mandò al tappeto senza altri trucchetti ma con un caro buon vecchio montante al mento. Era capace persino di far compiere piccoli gesti al corpo di chi prendeva di mira. Involontari per loro, volontari per lui.
L’uomo di mezza età, rimasto senza protezione, tremava. Roberto non aveva intenzione d’infierire. ‹‹Buonanotte›› gli disse in italiano, e lui recepì in bulgaro. Le sue gambe d’un tratto si mossero verso l’alto, come se fosse scivolato su una buccia di banana, però da fermo, facendolo stramazzare al suolo. Fu il bacio della buonanotte di Roberto.
Tornato nella hall con la valigetta ben salda tra le mani, trovò la ragazza ancora al suo posto, spaesata: probabilmente non le hanno ordinato cosa fare dopo, pensò. Convinto di meritarsi una piccola ricompensa dopo l’impresa compiuta, si concentrò sulle sensazioni della donna, stimolandone la ricezione di determinati stimoli nelle zone erogene del suo corpo. Chimicamente la conseguenza sarebbe stata la produzione di dopamina nel suo cervello e l’aumento del desiderio sessuale.
La ragazza sentì una breve e improvvisa ondata di piacere dentro di sé, un fuoco che divampava e che la fece istintivamente alzare dalla poltrona e andare in direzione di Roberto. Lui la bloccò. ‹‹Non qui. Già che ci siamo prendiamoci una stanza, no?››
Si recò in una camera con lei, dove trascorse un paio d’ore. Uscì guardingo, aggirando i bulgari che, ne era certo, lo stavano cercando, e una volta alla reception mise il costo della stanza sul conto fornitogli dal committente.
Uscì dall’albergo con la valigetta in mano e il dolce sapore del trionfo sul palato.
2.

La donna si voltò verso di lei. Lo sguardo vuoto la spaventava ogni volta. Mai però quanto le parole che uscivano, o meglio che non uscivano, dalla sua bocca. Muoveva le labbra, ma non emetteva suoni, come sempre.
Giulia si svegliò di colpo, sudata. Ancora il solito incubo che, periodicamente, tornava a farle visita.
Aveva una specie di appuntamento ricorrente con quel sogno, che senza preavviso tornava a tormentarla, a volte dopo mesi interi di assenza. La visione era nebulosa, sfocata, ma proveniva da un episodio ben impresso nella memoria di Giulia. Uno di quelli dolorosi.
Secondo la sveglia mancava più di un’ora al risveglio programmato; decise comunque di lasciare il letto. Afferrò le sigarette, ma le ripose presto sul comodino. Dio santo, fumare a quell’ora appena alzata? Avrebbe mai smesso?, si domandò con amarezza.
L’attività fisica la aiutò a riordinare i pensieri. Un po’ di yoga e qualche minuto di saltelli sul posto contribuivano a migliorare lo stato dei suoi polmoni, affaticati da tempo dalla nicotina.
Mangiò una ciotola di cereali e latte, fece una rapida doccia e si lavò i denti. Con una mano levò il vapore dallo specchio. Era bella Giulia, o almeno così le avevano sempre detto tutti. Ed era certa che non mentivano, altrimenti lo avrebbe saputo.
La possibilità di sentire i pensieri e le sensazioni di chi le stava intorno le aveva fornito nel tempo una certa fiducia in tal senso, anche se solamente in età adulta. Non aveva mai confidato a nessuno ciò che era in grado di fare, per non risultare ancora più strana di come già la consideravano.
“Giulia la strega” la chiamavano a scuola, quando per gioco si divertiva a indovinare a quale colore pensavano i suoi compagni, o a quale carta, o a quale animale. Ma dal divertimento presto passò all’isolamento, quando tutte le amiche e gli amici non se la sentivano di avere a che fare con quella strana bambina: una piccola strega.
Alle scuole superiori le cose migliorarono di poco, giusto perché Giulia aveva imparato a proprie spese che era meglio non farsi notare. Non fu facile: dovette mordersi la lingua per non replicare a coloro che parlavano di lei alle sue spalle, convinti che non potesse sentirli. Le amiche invidiose perché i ragazzi guardavano lei prima delle altre, le criticone che la prendevano in giro per il taglio di capelli, per le scarpe fuori moda, per le frequentazioni.
Le frequentazioni, un altro dramma per Giulia. Sapeva cosa avevano in testa i ragazzi a quell’età, meglio delle coetanee, le quali spesso si lasciavano abbindolare dai maschi, si lasciavano convincere che fossero speciali, che le amavano, che c’erano soltanto loro, per essere sedotte e abbandonate in fretta. Come successe alla sua migliore amica Vanessa, a lei molto cara, che non perse mai quell’attitudine, tanto che si ritrovò pochi anni dopo sola con un figlio a carico, “regalo” lasciatole da un uomo sposato che si guardò bene dall’avvertirla prima, tornato poi di corsa dalla moglie.
Giulia, come tutte le giovani ragazze, aveva le proprie voglie e le proprie curiosità, e cominciò a uscire con i ragazzi. Le cosiddette amiche trovavano da ridire per le sue scelte: uno troppo sfigato, poi uno troppo grasso, poi uno di famiglia troppo sul lastrico. Non le importava, poiché le importava solo ciò che i ragazzi provavano per lei.
Se da una come Giulia si aspettavano che uscisse con i più fighi della scuola, lei puntualmente le smentiva, perché quei ragazzi tanto ambiti si rivelavano dei perfetti idioti al cospetto delle sue capacità di leggerne i pensieri. C’era quello che voleva scoparsela per scommessa, quello che la credeva lesbica e voleva provare il contrario, quello che assolutamente sesso anale o niente. E lei li evitava come la peste.
Anche i ragazzi però presto la annoiarono. Un libro aperto non le dava nessun interesse; senza segreti, scoprì, la fiamma di una relazione si spegne presto. Come il suo ultimo flirt, che sperava potesse diventare qualcosa di più.
Gianmarco era una persona adorabile, e per un certo periodo lei sentì che davvero lui la amava, e non aveva bisogno di avvertirlo nella sua mente. La trattava come un uomo dovrebbe fare con qualsiasi donna, non le faceva mancare niente, anzi in certi momenti lei pensò addirittura che la viziasse. Ma dopo poco più di tre mesi era la solita storia: stava con un essere umano di cui aveva capito tutto, per cui la storia si trascinò stancamente ancora per un po’ di tempo.
La goccia che fece traboccare il vaso, o meglio la scusa che lei utilizzò per troncare la relazione, fu quando una mattina lei si alzò dal letto e sentì le sue parole: “Peccato, il sedere non è più quello di quando l’ho conosciuta.” Ovviamente si era ben guardato dal pronunciare quelle parole ad alta voce, ma con Giulia le cose funzionavano diversamente. E anche se si trattava di un pensiero che forse migliaia di maschi al mondo avevano formulato nei confronti della propria donna, anche se forse aveva ragione, anche se lei a sua volta pensava che le maniglie dell’amore di lui si erano fatte parecchio più consistenti, non le importava.
Ci sono cose in una coppia che ciascuno deve per forza nascondere all’altro. Poco dopo lei gli disse che non stava funzionando, che aveva bisogno di tempo… qualche scusa che lei stessa considerava cazzate. Cominciarono a comunicare solo tramite sms, fino a quando Gianmarco smise di scriverle.
Da allora Giulia si dedicò solamente a brevi relazioni a distanza, qualche incontro fugace quando ne aveva voglia, un po’ di sesso con gli uomini che le garbavano, qualche conversazione via chat con qualcuno che non fosse un completo idiota e che la facesse ridere. Non cercò altro.
Le amiche ormai le vedeva di rado. Vanessa, forse l’unica persona che le abbia sempre detto sinceramente ciò che pensava di lei – e degli altri -, era impegnata a crescere il figlio assieme al nuovo compagno, uno che non aveva mogli o fidanzate nascoste, segno che forse le sue capacità di giudizio erano migliorate. Anche le altre erano accompagnate, e le abituali uscite tra donne si erano fatte sempre più rare.
Finito di applicare il minimo sindacale di trucco, qualche tocco di matita attorno agli occhi verdi, afferrò la giacca e uscì dalla porta di casa, l’appartamento nel quartiere Niguarda che la madre le aveva lasciato in eredità.
Aveva solo bei ricordi legati alla sua povera madre.
Legarono molto, poiché Giulia non ebbe una figura paterna di riferimento. La mamma non ne parlò mai volentieri. Alle domande della piccola sul padre rispondeva sempre che, semplicemente, non c’era. Sole, obbligate ad andare avanti con le proprie forze: come potevano non avere un rapporto speciale?
Morì quando lei non era ancora adolescente per colpa di un tumore al seno. La malattia si era rivelata prima che rimanesse incinta di Giulia: all’epoca una terapia sperimentale le salvò la vita, ma la ricaduta successiva non le lasciò scampo. Giulia ricordava fin troppo bene il via vai dall’ospedale, accompagnata dai nonni materni che poi la allevarono. Per un po’ di tempo le dissero che la mamma era forte, che ce l'avrebbe fatta di nuovo; poi smisero di raccontare a lei e a loro stessi la bugia.
Sua madre se ne andò in un giorno d’estate. Ciò non contribuì alla formazione di Giulia: i nonni l’avevano cresciuta con amore, senza farle mancare nulla, ma non potevano aiutarla ad affrontare i bulli a scuola, l’arrivo della pubertà, le prime cotte, le delusioni cocenti.
Forse, se le fosse rimasta accanto, a lei avrebbe potuto rivelare il segreto delle sue capacità nascoste, di cui non aveva mai parlato a nessuno.
Le mancava quella figura nella sua vita, un ruolo che solamente una madre può ricoprire.
La vita di Giulia: un percorso di maturazione troppo veloce e infausto, fatto di solitudine e di mancanza di fiducia nel prossimo, di responsabilità troppo pesanti per le sue fragili spalle, che l'aveva portata a chiudersi in una gabbia costruita con le sue stesse mani.
Infilò la giacca di pelle, prese le sigarette e si chiuse la porta alle spalle, pronta per un’altra giornata di routine.

Con le cuffie nelle orecchie ascoltava la sua playlist preferita, la quale le propose un brano che rispecchiava bene la sua condizione, in cui un cantante calabrese raccontava di come il fratello fosse figlio unico. La musica la distraeva dall’ascoltare i pensieri sparsi degli occupanti dell’autobus che la conduceva alla caserma, affollato come sempre.
La prima volta che capì davvero di poterlo fare fu sul bus per la scuola, a quattordici anni. Una compagna di classe con cui aveva poca confidenza stava elencando mentalmente le ragazze e i ragazzi da invitare per la sua festa di compleanno, una serata in pizzeria. Quandò sentì il suo nome, Giulia fece i salti di gioia, lei che faticava a farsi accettare nel gruppo. Andò dalla compagna e le disse con un sorriso ‹‹Grazie, ci sarò!››. Quella la guardò stranita e si voltò dall’altra parte. A quella festa poi Giulia non venne invitata.
Giunta a destinazione, prima di entrare in caserma fumò la prima sigaretta della giornata, un vizio che la accompagnava da più di un decennio.
Se le avessero chiesto perché aveva voluto diventare appuntato della Guardia di Finanza, era certa che non avrebbe saputo rispondere. Inconsciamente forse aveva seguito i consigli della madre, che la incoraggiava spesso a trovarsi un posto sicuro per non dover fare affidamento su nessun altro, consiglio non certo inaspettato da parte di una donna costretta ad allevare una figlia da sola. Inoltre fin da piccola le aveva dato una mano con i conti, tra mutui e bollette, per arrivare in serenità alla fine del mese. La Finanza pareva il naturale punto di arrivo.
Spense la sigaretta ed entrò. Dopo pochi passi ebbe la sfortuna di incontrare Varriale. Appuntato scelto, collega con cui lavorava spalla a spalla da un paio d’anni, Giulia aveva coniato per lui l’unica definizione appropriata: “sacco di merda”.
Varriale non solo aveva un volto che le trasmetteva una sensazione di subdolo ma, e Giulia lo scoprì presto, subdolo lo era per davvero. Girava voce che fosse il tipo di finanziere molto facile da corrompere, e quando le voci da una diventano tante i dubbi si fanno sempre più certezza. Oltre a ciò, con le sue doti si accorse che l’uomo faceva apprezzamenti piuttosto pesanti su di lei. Non era certo stato l’unico, ma di certo vantava il primato per i pensieri più disgustosi nei suoi confronti.
Con il solito sorriso ipocrita, Varriale le venne incontro. ‹‹Buongiorno Greco! Radiosa più del solito…››
Nel mentre Giulia vide lei e l’uomo avvolti in un disgustoso amplesso, frutto dell’immaginazione di lui. Sforzandosi di ignorare quella visione, lei ricambiò il saluto.
‹‹Andiamo, il colonnello ci aspetta›› la esortò.
Era agli ordini del colonnello Giuliano Orlando da un paio d’anni. Si trattava del tipo d’uomo riservato e schivo dal punto di vista umano, ma irreprensibile in servizio. Giulia era fermamente convinta di non poter avere una guida migliore per la propria carriera nel Corpo.
Quel giorno avrebbe cambiato completamente idea.
‹‹Voi due verrete con me alla GereMone. Avete cinque minuti per preparare una macchina. Ci vediamo alle autorimesse›› ordinò perentorio ai sottoposti, prima di uscire dal suo ufficio.
Giulia rimase interdetta. L’agenda della mattina non prevedeva nessuna ispezione. Anzi, la memoria le suggerì che la GereMone era nella lista degli accertamenti, ma non prima di un paio di mesi.
‹‹Mi scusi, signore…›› Giulia fermò il colonnello. ‹‹Lei sa che in casi del genere occorre preparare la documentazione necessaria da fornire al contribuente, e noi non abbiamo nulla di pronto. Il contribuente potrà formalmente protestare e addirittura invalidare la nostra ispezione…›› A Giulia sembrava di raccontare l’ovvio, come insegnare a nuotare a un pesce.
Il colonnello non si scompose. ‹‹Mi giunge nuovo che sia dura d’orecchio, Greco. Devo ripetere ciò che ho appena ordinato?››
La ragazza non insistette. Forse era stata tenuta all’oscuro per un motivo, pensò, anche se davvero le sfuggiva tale segretezza.
Decise di fidarsi dell’ufficiale. ‹‹No signore. Cinque minuti.›› Si avviò al garage con Varriale.

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Recensisci per primo “Mindcheaters”

Alessio Marchesin
Nasco e cresco nel 1983 tra Bologna e Ferrara, un territorio pieno di luoghi comuni che per fortuna si rivelano proprio tutti veri. Da buon (ex) ragazzo di provincia sono molto legato a queste zone, ma adoro girare il mondo appena posso per scoprirne qualcosa di più.
Sono appassionato al limite del maniacale di storie di genere, dall’action al thriller, in ogni forma, che sia letteratura, cinema o fumetto.
“Mindcheaters” è il mio secondo romanzo dopo “L’Assedio”, uscito nel 2017.
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