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Mindful Business

Mindful Business
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Consegna prevista Novembre 2021

Mindful Business è un libro da vivere e consumare. È un percorso di scoperta e prove, quindi non tirarti indietro: sottolinea, prendi appunti e fai le orecchie alle pagine.
Parliamo di business, è vero, ma l’approccio olistico ci ricorda che siamo la nostra totalità e non possiamo analizzare le singole parti come dei compartimenti stagni. Dobbiamo quindi partire dall’inizio: dalla consapevolezza di sé, un elemento importante ma ignorato.
Il secondo step riguarda la consapevolezza di ciò di cui ci circondiamo, dagli spazi alle persone con cui lavoriamo al modo in cui conduciamo la nostra vita.
Infine entreremo nel cuore del tuo business: la tua visione inizierà a sembrarti più chiara e così anche gli strumenti da utilizzare per promuoverla.
L’obiettivo di questo libro è proprio riconsegnarti le redini della tua carriera e in parte anche della tua vita, per ridarti fiducia nei tuoi sogni e ricordarti che non solo hai il potere, ma anche la responsabilità di farli diventare realtà.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere un libro è sempre stata una voce della mia bucketlist. Ero convinta sarebbe stato un romanzo, o una raccolta di racconti brevi, ma pensandoci bene ha più senso che sia questa la mia opera prima. Mindful Business, la mia missione in versione cartacea. Con il mio lavoro porto avanti la filosofia del marketing olistico e dell’importanza della consapevolezza. Temi molto articolati e che richiedono il giusto tempo per venire assimilati. Ho scritto questo libro per darvi questo tempo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

“Most of us live our lives by accident—we live as it happens. Fullfillment comes when we live our lives on purpose.”

– Simon Sinek

Prima d’iniziare il mio percorso da libera professionista lavoravo per una start up tecnologica, localizzata sull’isola della bellezza, la Corsica.

Quando ho iniziato come tirocinante ero totalmente inesperta ma molto curiosa. Ascoltavo e assorbivo come una spugna.

Una delle prime cose che imparai a fare fu il servizio assistenza. Rispondevo per ore alle richieste d’aiuto dei clienti cercando di risolvere i loro problemi.

Ogni messaggio che ricevevo mi faceva sentire un po’ di più una detective tecnologica. Interpretavo i loro messaggi, spesso scritti in un italiano sconclusionato, e mi lanciavo alla ricerca della soluzione. Una volta trovato, scrivevo la mia risposta facendo attenzione ai dettagli, aggiungevo foto e video per essere più chiara e poi attendevo. Il messaggio di ringraziamento arrivava sempre e io sorridevo dietro il mio schermo.

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Ero un po’ il folletto fastidioso degli sviluppatori perché mi trovavano sempre alla loro scrivania pregandoli di spiegarmi cose nuove o di risolvere al più presto un bisogno di un cliente.

Era una cosa nuova per me. Ero sempre stata la ragazza timida che si vergognava a parlare con i ragazzi. Ed eccomi lì, in un ambiente dominato dagli uomini, in un paese di cui non conoscevo la lingua, eppure trovavo sempre il modo di ottenere quello che volevo per aiutare i miei clienti.

Dopo qualche mese ero già passata di grado, e nel giro di poco tempo mi ritrovai a gestire la strategia di marketing per il B2C dell’azienda, aiutavo il team tecnico a capire quali nuove funzionalità implementare e come presentarle al pubblico. Il mio obiettivo lavorativo mi era chiaro: dovevo aiutare i miei clienti ad avere successo.

Poi qualcosa si incrinò e io mi ritrovai completamente disconnessa da quello che facevo. Le cose in azienda erano cambiate, la burocrazia mi impediva di ottenere quello che volevo e non riuscivo più a essere d’aiuto. Era sempre più difficile restare fedele al mio obiettivo e così da un giorno all’altro mi licenziai e tornai in Italia, completamente priva di una qualsiasi idea su cosa sarei andata a fare.

Provai a lavorare con qualche agenzia ma le cose non funzionavano. Il mio modo di vedere il marketing e la comunicazione era diverso e mi sentivo costantemente bloccata e impotente davanti a un sistema che non mi piaceva ed ero certa che, a lungo andare, non avrebbe funzionato.

Ero sicura di voler lavorare con i piccoli business, ma non sapevo come. Quel come però era la parte importante. Il pezzo che mi serviva per fare effettivamente qualcosa di concreto, per trovare la mia strada.

Un giorno, mentre navigavo sul web, trovai il TedTalk di Simon Sinek, scrittore e saggista inglese, autore di Inizia dal perché. Il suo intervento, intitolato “Come i grandi leader ispirano azione”, risuonò totalmente con quello che avevo in testa ma che faticavo a esprimere.

Ordinai subito il suo libro e mi ci tuffai dentro. Più leggevo più mi rendevo conto che il mio ostinarmi a legare quello che volevo fare alla classica fisionomia dell’esperta di marketing non avrebbe funzionato. Quella figura non mi apparteneva. Non ero brava a scalare i risultati delle campagne pubblicitarie o creare eventi di guerrilla marketing. Il mio perché risedeva altrove, in qualcosa di cui io ancora non ero consapevole ma che sapevo esisteva.

Seguendo le lezioni di Simon Sinek mi sono resta conto che il mio Perché era iniziare una rivoluzione. Volevo infondere conoscenza, forza e fiducia negli altri affinché potessero aiutare se stessi. È quello che in inglese si definisce empowerment, che in italiano si traduce come “potenziamento”, perdendo tutto il suo significato più magico. Empowerment è la conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni. È la consapevolezza che ci rende liberi.

Il mio Why è proprio questo. Aiutare a ritrovare la consapevolezza per tornare a essere libere nelle nostre scelte.

“Ritrovare la consapevolezza per tornare a essere libere nelle nostre scelte.”

Cos’è il Why?

Il Why sono le fondamenta della nostra casa. È quella matrice, quell’insieme di valori con i quali siamo cresciuti e che ritroviamo in ogni ambito della nostra vita, dal modo in cui facciamo il nostro lavoro alla relazione che abbiamo con i nostri amici, a come ci rapportiamo con gli estranei. È un tatuaggio indelebile sulla nostra anima che ci accompagna in ogni avventura, dall’inizio alla fine dei nostri giorni. Molto spesso senza che noi ce ne rendiamo mai conto.

Spesso infatti pensiamo di riconoscere il nostro why, lo sentiamo bruciarci nello stomaco, ma fatichiamo a metterlo nero su bianco, a raccontarlo agli altri, a trascriverlo a parole. Questo perché il nostro why nasce nella parte emotiva del nostro cervello, l’amigdala, che gestisce le nostre emozioni ma non il linguaggio. Ci ritroviamo quindi ad avere una conoscenza del nostro why a livello emozionale ma non a livello razionale.

Che tu ne sia consapevole o meno, le emozioni e i pensieri hanno una componente molto forte nel pilotaggio delle tue scelte. Non ti sei ancora licenziata dal lavoro che odi perché hai paura di rimanere disoccupata. Acquisti in modo impulsivo cose che non ti servono perché stai ricercando un senso di appartenenza. Ti mordi la lingua all’ennesimo insulto passivo aggressivo della collega perché temi di non riuscire a sostenere il confronto. Le emozioni dominano la nostra vita, e personalmente trovo giusto che sia così. Non vogliamo certo diventare dei robot iperproduttivi ma senza anima.

Così come le emozioni, anche il why inconscio domina le tue scelte e le tue reazioni. È quel grillo parlante che inizia a saltarti nello stomaco quando tutto è apparentemente perfetto, ma tu in fondo in fondo sai che quello non è il posto giusto per te.

Quello che serve in questi casi è consapevolezza. Una ricerca interiore per cercare di trascrivere a livello razionale le nostre emozioni e il nostro why.

Perché mi sento così?

Cos’è importante per me?

Come vorrei che fosse la mia vita?

Cosa voglio regalare agli altri?

La consapevolezza ti aiuta a trasformare il messaggio emozionale in linguaggio razionale, così da avere un’idea chiara di chi sei veramente e iniziare a lavorare sulla visione che vorresti realizzare.

Una volta che hai conquistato la consapevolezza nel tuo why, hai una scelta: vivere in equilibrio con esso o lasciarti trasportare dalla corrente.

L’impatto del why

La citazione che ti ho lasciato all’inizio di questo capitolo racconta una grandissima verità. Molte persone vivono la loro vita per caso. Reagiscono a quello che gli accade al meglio delle loro capacità, ma senza una direzione.

Ogni mattina si alzano, sbattono addormentate sulle prime faccende del mattino già nervose perché avrebbero preferito restare sotto le coperte, poi si recano al lavoro. Sedute alla scrivania accendono il pc con un respiro profondo e guardano il calendario contando i giorni che mancano al week-end o alle prossime ferie. La domenica vanno a pranzo dai parenti. Non perché vogliano ma perché è abitudine. Così come è abitudine scivolare tra le giornate tutte uguali con la convinzione che un giorno, quando potranno smettere di lavorare, allora potranno finalmente fare tutte le cose che hanno sempre sognato. Ma quali cose?

Che visione melodrammatica, penserai. Ho forse preso un caso estremo, o forse no. Ne vedo molte, di vite spese così. Anche la mia ogni tanto si ribella e torna a un vecchio modo di pensare. Perché non basta essere consapevoli del nostro why, serve anche lavoro costante per tenerlo bene a mente.

La mia prova del nove per capire se vivi seguendo il tuo why è proprio quella del risveglio settimanale.

Se quando apri gli occhi dal lunedì al venerdì il tuo primo pensiero va al fatto che vorresti fosse il week-end, allora c’è qualcosa che non va. Perché la vita non è fatta di week-end ma di settimane. Vivere solo nel week-end vuol dire vivere 104 giorni l’anno invece che 365. È davvero questa la vita che vuoi?

Il senso di appagamento verso le giornate che viviamo deriva da fare le cose in armonia con il nostro essere e con uno scopo. Non quindi fare il lavoro dei sogni, avere la relazione della vita o essere incredibilmente ricchi. Basterebbe avere consapevolezza di perché facciamo ciò che facciamo e adattare il nostro comportamento e le nostre scelte per riuscire sempre ad avvicinarci o raggiungere il nostro obiettivo.

Vediamo un esempio pratico.

Cristina è una ragazza di venticinque anni che dopo essersi laureata all’Accademia di Belle Arti sognava di aprire una sua galleria per esporre le opere di giovani artisti. Finiti gli studi, si è messa in cerca di una galleria in cui fare gavetta e capire meglio quello che si nascondeva dietro l’apertura e la gestione di una galleria. Il periodo storico in Italia però non era dei migliori e dopo mesi di ricerche ancora non era riuscita a trovare una galleria che le offrisse un posto di lavoro con la sua poca esperienza.

Cristina decise quindi di tornare alla sua città natale e accettò un lavoro di segreteria nel piccolo museo della città.

Ora Cristina ha due scelte: svegliarsi ogni mattina abbattuta perché il suo sogno è andato in fumo e il lavoro di segreteria proprio non le piace, oppure ricordarsi del suo why, aiutare i giovani artisti a emergere.

E così si mette all’opera per prendere in mano la comunicazione social del museo, si batte in prima persona per promuovere in città i giovani artisti con piccole mostre, workshop, incontri. Organizza nel suo tempo libero laboratori artistici per i bambini della città per aiutare a sensibilizzare il pubblico all’arte e diffondere la sua passione.

La vita con il why non è meno stancante o caotica. È però una vita vissuta seguendo le tue passioni, seguendo ciò che ti dona gioia. È una vita che sicuramente richiede di fare delle scelte, a volte difficili. Lasciare andare delle abitudini che ci portiamo dietro da anni. Fare i conti con le nostre debolezze, la pigrizia, la procrastinazione. A volte anche fare un brusco cambio di rotta: cambiare lavoro, aprire la partita IVA, trasferirsi in un’altra città. Però posso dire, per esperienza personale e guardando alla vita delle persone con le quali ho lavorato, che ne vale la pena.

E non fraintendermi, non hai bisogno di cambiare lavoro o stravolgere la tua vita per vivere secondo il tuo why, anche se a volte sentirai la voglia di farlo.

Il tuo why non è una stata battuta a senso unico. Ci sono mille cose e mille modi diversi in cui puoi agire seguendo il tuo why. Quello che cambierà sarà il tuo modo di approcciarti alla vita. Capirai che non sei qui per subirla, ma che hai la possibilità di scegliere e di agire secondo il tuo scopo. Che anche le piccole azioni quotidiane contano e che dipende tutto da te. Ma non sarà un peso. Sarà soddisfazione.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Giulia Borzumati

    Conosco Arianna da tempo ormai, e le consulenze che ho fatto con lei hanno ribaltato in positivo tanti aspetti del mio business. Non vedo l’ora di leggere questo fantastico manuale per imparare a vivere il lavoro in modo pieno e rispettoso del mio equilibrio!

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Arianna Testi
Ciao, mi chiamo Arianna Testi e sono una Holisitic Business Strategist. Fino al 2017 ho lavorato per una start up informatica francese come International Marketing Manager: il mio compito era studiare la strategia di comunicazione e promozione a livello internazionale. Nell'estate del 2017 ho deciso di licenziarmi e di tornare in Italia per sviluppare il mio progetto personale dedicato ai piccoli business e freelance. Definisco “olistico” il mio approccio al business perché ho scelto di coniugare la mia esperienza di marketing, una profonda attenzione all’individuo e l’intento di aiutare i miei clienti a recuperare i loro valori principali e fondare su di essi una comunicazione consapevole.
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