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Mio re. La solitudine del sognatore

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Tony, un ragazzo straniero che ha dedicato la sua vita al lavoro e allo studio, è a un passo dal realizzare i suoi sogni: tra poco si laureerà e potrà aspirare a una vita migliore per sé e per la propria famiglia.
La sua quotidianità viene sconvolta dal ritorno di Isabel, la ragazza che Tony non ha mai smesso di amare. Saranno giorni intensi e sofferti, in cui Tony dovrà interrogarsi e farsi forza per seguire il percorso che lo porterà a realizzare i suoi sogni e a raggiungere la tanto agognata felicità.

1. In balia del cuore
Rumore del mare… Tok!
Era la mia testa che sbatteva sulla parete della nave, mentre ero rannicchiato tra la mia coperta e le gambe di mia madre. Nessuno parlava; eravamo quarantacinque persone che non avevano nulla da dirsi. Dovevamo solo aspettare, chiusi nella stiva, di sbarcare a Bari poco prima dell’alba.
Rumore delle onde…
Sembrava che qualcuno ci avesse privato delle storie da narrare. Tok! Sbattei un’altra volta la testa sulla parete bagnata di metallo. I respiri andavano via via mischiandosi all’odore di vernice fresca della stiva, condensandosi e ricoprendola come un mosaico di goccioline. Piccoli sentieri d’acqua percorrevano in verticale, dall’alto verso il basso, la parete sulla quale mi ero appoggiato e sulla quale sarei rimasto per tutta la durata del viaggio. Non riuscivo a ricordare un altro silenzio più doloroso e asfissiante di quello. Nessuno aveva nulla da dire che non poteva essere detto attraverso l’espressione stampata sui loro volti impauriti. Giovani e vecchi, donne e bambini erano rinchiusi in un abbraccio umido e taciturno, ammassati come sacchi di patate dentro una stiva che attraversava il Mediterraneo. Continua a leggere
Continua a leggere

Kra-koom! Un tuono assordante ruppe quella silenziosa agonia: non era altro che il primo di tanti altri. Potevamo vedere solo qualche scorcio di luce apparire dall’alto delle scale in fondo al piccolo corridoio, scaturita dai fulmini che tagliavano il cielo. Con gli occhi chiusi e l’orecchio poggiato alla fredda parete, iniziai a sognare il mare in tumulto e il riflesso dei lampi sulla sua spumosa superficie. Ci eravamo imbarcati la sera tardi, dopo il calar del sole, nascosti dal buio e al riparo dagli occhi delle guardie che pattugliavano la costa. Non avevo mai visto il mare prima di allora e mai avrei pensato di poter sentire nell’aria l’odore del sale.
Non passò molto prima che il mare iniziasse ad agitarsi fino a trasformarsi in ciò che tutti, quella sera di marzo, temevamo: un mare in tempesta. Carico d’impeto e rabbioso come una bestia accecata dalla fame, scaricava tutta la sua forza contro la nave che portava nel suo grembo metallico le anime degli speranzosi. Io ero lì, rannicchiato su me stesso, in balia di quella decisione che sempre più ai miei occhi appariva come una condanna e non, a differenza di quanto mi era stato promesso, come l’inizio di una nuova vita. Il rumore del vento rimbombava come i ruggiti di un leone nella savana, pronto a sbranare la povera preda, una vittima innocente; colpevole solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era così che ci sentivamo tutti.
Sibili assordanti iniziarono a fendere l’aria come una frusta colpisce la pelle di uno schiavo. La prua si sollevava a ogni onda per poi infrangersi su quella dopo. A ogni impennata rimanevo come in bilico nel nulla, con una sensazione di vuoto dentro lo stomaco che terminava con l’impatto contro l’onda successiva. Sentivamo le persone vomitare quel poco cibo che avevano dentro lo stomaco, maledicendo il momento in cui erano saliti su quella nave.
«Moriremo tutti, vedrete!» urlò un’anziana signora.
«Shhh!» esclamò un giovane ragazzo che non se la sentiva di darle ragione restando in silenzio davanti a quell’affermazione; arrendersi all’evidenza era più dura che accettarla. Due ragazze in fondo alla stiva, madre e figlia, non avevano smesso un attimo di piangere da quando la nave aveva lasciato la costa. Che disastro, pensai. Ma che ci faccio io qui? Oggi avrei dovuto portare a pascolare le pecore e invece sto rischiando la vita. E per cosa?
«Mamma» dissi.
«Dimmi, Tony.»
«Perché siamo qui?» le domandai.
Mi guardò per un istante, prima che gli occhi le si gonfiassero d’un tratto per il dolore e scoppiassero in un pianto silenzioso. Provava paura, un po’ come se stesse attendendo la sua punizione per aver commesso un errore imperdonabile. Stavamo imbarcando acqua, salata come quella del mare…
Mi guardai intorno, e solo in quel momento mi accorsi come stessero tutti piangendo e pregando. E, come per disgrazia, mi ritrovai nel bel mezzo di due tempeste; quella reale e quella del nostro tumulto interiore, nato dall’innocente angoscia che si era insediata dentro di noi insieme alla paura. Non sapevo quale delle due temere di più, perché nessuna di esse poteva essere controllata. Possono cambiare le circostanze in cui proviamo certe emozioni ma non potranno mai cambiare le emozioni in sé, ecco perché entrambe le tempeste erano così simili l’una all’altra: non potevamo vederle ma potevamo sentirle, più forti che mai.
«Stiamo andando da papà» ripose, tirando su il naso.
«Dov’è papà?» chiesi un istante dopo.
«In Italia.»
«È grande l’Italia, mamma?» domandai.
«Sì, lo è» disse con un accenno di sorriso.
Non potevo immaginare che, da lì in poi, non avrei più smesso di chiedermi se sarei mai stato io grande abbastanza per l’Italia.
«Perché non è venuto papà da noi?»
«Non poteva, Tony. È là che ci aspetta. Lo sai che non riesce a stare senza di te» mi ripose in maniera nervosa. Una lacrima fece ciò che nessun altro poteva fare, accarezzarle il viso in quel momento.
Riappoggiai la testa sulla parete. I nostri compagni di viaggio iniziarono pian piano ad avere lo sguardo perso nel vuoto. Apparivano pentiti e affranti e, forse cosa peggiore, arresi. Parevano corpi senza un’anima al loro interno, e qualcosa mi diceva che era proprio così… Credo l’avessero lasciata nelle loro città di sempre, nelle loro case di una vita o nei loro posti amati; erano letteralmente persi nei loro ricordi. La pioggia batteva insistentemente come per rammentarci che non eravamo i benvenuti; forse stavamo sbagliando qualcosa alla base di tutto. Non capivo a pieno cosa fosse il desiderio o il dolore prima di allora; cose nuove per chi, come me, non le aveva mai veramente sperimentate. A volte la sofferenza altrui ferisce più della propria; lo lessi negli occhi di mia madre così bene che, ancora oggi, il solo pensiero mi fa accapponare la pelle.
Fu proprio in mezzo a tutta quella rassegnazione, quando meno ce lo aspettavamo, che una parete della stiva si lacerò, come lo stomaco di un animale aperto in due dal morso del destino. Il rumore metallico della pelle d’acciaio della nave, che si apriva mostrando le viscere, ci scosse tanto da farci vibrare le ossa, mentre i nostri corpi venivano scaraventati in avanti per il brusco e improvviso impatto. Il leone ci aveva preso… L’acqua fece presto irruzione, forte come la corrente di un fiume in piena. Eravamo in trappola e condannati a morte certa. Come un cucciolo, strinsi le braccia intorno a mia madre che, però, rimase immobile… L’unica cosa che fece fu dire “Perdonami!”. Le persone non smisero un attimo di gridare e disperarsi mentre provavo in tutti i modi a convincere mia madre che era ora di uscire da quella maledetta stiva, o almeno di provarci. Iniziammo tutti a correre verso la piccola scala di metallo che portava fuori, mentre la nave iniziò a inclinarsi da un lato, pronta a rovesciarsi. Sentivo che c’erano dei corpi sotto i nostri piedi senza però avere il coraggio di guardare né sotto né indietro. Sentivamo l’acqua che ci risucchiava verso il basso. Vidi mia madre scivolare e cadere a terra e feci l’unica cosa che potevo fare…

Driin-Driinn.
Driin-Driinn.
Ore 03:46.
Spalancai di colpo gli occhi. Ero letteralmente sudato fradicio. Le lenzuola erano finite a terra per quanto mi ero agitato nel sonno. Girai di scatto la testa verso il cellulare che stava squillando e, con il fiato ancora corto e la voce affannata, risposi al telefono.
Numero sconosciuto.
«Pronto?»
«…»
«Chi parla?» domandai.
«Tuhn. Tuhn. Questa è la segreteria di 379 4381…»
Era senza dubbio un numero che non avevo registrato in rubrica e perciò riappoggiai il telefono sul comodino, sopra un libro di Ray Dalio, accanto alla lampada di alluminio lucido che utilizzavo per leggere. Avevo pensato che qualcuno avesse chiamato per sbaglio e, anche se non avevo la minima idea di chi potesse essere, gliene ero infinitamente grato perché non potevo credere a ciò che mi era successo.
Dopo tutti quegli anni… era tornato da me. Quando pensavo di aver finalmente chiuso con il passato, avevo capito che era lui a scegliere quando andarsene e quando tornare; gli piaceva farmi visita come un parente affezionato ma che non sopportavo. E, dato che il mondo è tondo, non importa quanta strada tu faccia, prima o poi tornerai da dove sei partito. Non meritavo di rivivere quel momento, e il fatto di non poter fare niente a riguardo mi faceva incazzare ancor di più; mi sentivo in ostaggio della mia stessa mente o, cosa peggiore, imprigionato in un passato lontano che non potevo cancellare ma solamente provare in qualche modo a dimenticare. Ogni volta che credevo di aver finalmente messo a tacere il mostro che si nascondeva nella mia testa, esso riappariva, e tutto tornava al punto di partenza. Avevo capito che non era lui a essere rinchiuso dentro di me, ma viceversa, e che non c’era modo di scappare. Era solo una quesitone di tempo… Sapevo che quella era la mia condanna per essere sopravvissuto, un prezzo da pagare apparentemente minimo in cambio della vita; una vita che, però, non avrebbe mai potuto essere come quella di tutti gli altri. Avevo accettato di portarmi fin nella tomba il momento peggiore della mia esistenza: quello in cui capisci che la cosa più importante è la vita stessa. Non avevo pace e sapevo che non l’avrei mai avuta fino in fondo finché non avessi ripagato il mio debito in qualche altro modo. Ma come?
Driin-Driinn.
Driin-Driinn.
Ore 03:50.
Balzai di nuovo su e presi al volo il cellulare.
Numero sconosciuto.
«Chi chiama?!» domandai seccamente.
«Tony?» chiese sottovoce.
«Sì! Chi parla?» ribattei assonato e scocciato.
Piccoli e timidi singhiozzi risposero alla mia domanda. Riconobbi immediatamente i suoi gemiti e il suo modo di piangere in silenzio. Il cuore mancò di colpo un battito, i polmoni si pietrificarono e il sudore ghiacciò; freddo come l’Artico.
Sto ancora sognando, pensai. Non poteva essere lei. Eppure sembrava tutto così reale. Feci due conti al volo e no, ero sveglio più che mai.
«Isabel…»
Fu l’unica cosa che riuscii a pronunciare dopo un anno, 465 giorni per la precisione, dall’ultima volta che avevamo parlato.
«Ecco, volevo chiederti una cosa» disse, tirando su il naso.
«Cosa?» le domandai.
“Cosa?! Cos’è successo?! Perché sei sparita?! Dove sei stata tutto questo tempo?! Perché te ne sei andata?!” Queste erano, invece, le domande che avevo dentro di me da 465 giorni a quella parte.
«Domani ci sarà il nostro ballo» disse.
«Sì.» Sospirai.
«Vuoi ancora essere il mio accompagnatore?» chiese, tirando un piccolo sospiro di sollievo. Non importava quanto tempo prima fosse stata fatta: una promessa era una promessa. Anche se non sapevo quanto poteva valere nel suo caso.
«Potevi chiamarmi domani mattina, Isabel» le dissi, per prendere tempo e ragionare. Era inutile cercare in quel momento un compromesso tra il cervello e il cuore; sapevo di dover scegliere solamente con uno dei due e avevo pochi istanti per farlo.
«Non riuscivo a dormire senza prima sapere se domani sarai tu il mio accompagnatore. Tony, lo so che…»
La fermai, per il bene di tutte e due.
«Sì» risposi senza pensarci. Pensare voleva dire usare il cervello e se c’era una cosa che non volevo era quella di far entrare Isabel nella stessa gabbia del naufragio.
«Davvero?» chiese, tirando di nuovo su il naso come i bambini che tornano a sorridere dopo una caduta.
«Sì, per davvero.»
Accettai, prima di conoscere le risposte a tutte le domande che avevo, in modo tale da non correre il rischio di fare quell’errore, e anche perché non potevo nascondere a me stesso il mio sconsiderato desiderio di rivederla.
«Grazie…» disse, prima che la conversazione si bloccasse. Non parlai più. La chiamata sprofondò in un silenzio simile a quello del sogno: carico di incertezze, dubbi, e pieno del desiderio di un po’ di vera felicità.
«Notte, Isabel» dissi poco dopo, nel tentativo di porre fine a quella silenziosa e tagliente agonia.
«Notte, Tony.»
Riattaccai un istante dopo. La chiamata era durata sì e no pochi secondi, eppure erano sembrati un’eternità. Era apparsa dal nulla e, come se niente fosse, le avevo pure detto di sì. Ripensai a quante volte mi ero immaginato quella chiacchierata, tutte le cose che ci saremo potuti dire e tutti i possibili finali epici e melodrammatici; per poi cosa? Per un patetico e immediato “Sì”. Mi sentivo un po’ in colpa anche se sapevo, nel profondo del mio cuore, di voler rivedere Isabel più di ogni altra cosa. Insomma, il resto poteva anche aspettare per una sera…
Riappoggiai il telefono al suo posto e mi lasciai cadere all’indietro, come se una pallottola mi avesse attraversato il petto da una parte all’altra, finché la testa non fu interamente sprofondata tra le federe del cuscino. Ero così incredulo che smisi di sbattere le palpebre per cominciare a fissare il soffitto come un turista davanti alla cupola di San Pietro per la prima volta. Dentro di me qualcos’altro del passato stava venendo fuori insieme ai ricordi in mare. E, proprio come allora mi ero ritrovato in mezzo a due tempeste, ora ero in mezzo a due ricordi…
Poco prima di addormentarmi pensai alla forza d’animo di Giulio Cesare nella battaglia di Alesia, quando le sue legioni si ritrovarono inaspettatamente a essere attaccate da due eserciti gallici su due fronti opposti. Cesare resistette e vinse. Dovevo anch’io, come lui, sembrare imbattibile e mantenere le righe; eppure, qualcosa mi diceva che era più facile a dirsi che a farsi.

Secondo giorno: la sera del ballo.

Ricordo ancora le gambe tremare dall’emozione nel vederla scendere dalla Porche del padre. Bastò questo per capire che avevo passato tutti i precedenti mesi a convincermi che lei non doveva più fare parte della mia vita. Sexy e affascinante nel suo lungo vestito rosso, lei era lì, bella come il tramonto al quale dava le spalle, a porgermi la mano mentre il vento accarezzava ogni forma del suo corpo, come per avvolgerla nel suo invisibile abbraccio. I suoi capelli sciolti mandavano all’aria ogni mia singola emozione. Sembrava una dea in tacchi e vestito da sera; così delicata e così bella al tempo stesso.
«Vieni, andiamo» disse sorridendo, con gli occhi brillanti e blu come zaffiri del Madagascar.
Mi strinse la cravatta e spolverò con un leggero tocco le mie spalle, prima una e poi l’altra. Guardai l’ora sull’orologio da polso, e mi abbandonai a un sorriso di compiacimento nell’ammirare come il quadrante blu fosse perfettamente abbinato ai gemelli e all’abito che avevo fatto realizzare su misura. Le scarpe, di un nero lucido, brillavano come i suoi tacchi.
«Anche le dee mettono i tacchi?» chiesi scherzando e afferrandola per mano.
«Sì, non lo sapevi? Oppure ti eri forse dimenticato che sono una dea?» chiese sorridendo e stringendomi la mano a sua volta, prima di iniziare a camminare verso l’entrata.
«Ricordati che io, però, sono un essere mortale» le dissi, prima di girare la testa verso di lei e strizzarle l’occhio. I vestiti avevano il profumo della nostra complicità, intensa ma fugace. Una complicità tanto vivida da scuoterci con veemenza gli animi per ricordarci dell’amore che era stato, quanto effimera e momentanea perché indossata solo per quell’occasione; proprio come i nostri abiti. Una complicità passeggera e purtroppo destinata a finire. Era un accordo, o meglio, una richiesta d’aiuto camuffata da invito, al quale non avevo saputo dire di no.
Il viale era tempestato di lillà e cespugli di rose che emanavano una dolce e romantica fragranza di fiori. Il sentiero era illuminato da grandi candele profumate, e dal fondo si udiva un’incantevole melodia di pianoforte.
«È la nostra canzone» disse, stringendomi nuovamente la mano mentre ci avvicinavamo all’entrata, e ascoltando come le meravigliose note di River flows in you rintoccassero sempre più forti a ogni nostro passo. Ero certo che le fossero tornate alla mente tutte le notti in cui, mentre suonavo il pianoforte, lei si abbandonava a tale soavità ritrovando la pace in se stessa, e a come la sua anima vibrasse per quel cocktail di emozioni e di sentimenti che si faceva spazio dentro di lei come un groviglio di rami. Ero anche certo che si fosse ricordata come ogni suo dolore moriva al solo tocco delle mie dita su quei tasti.
«È là» aggiunsi. Mi girai un’ultima volta prima di entrare, lanciando un ultimo sguardo all’acqua del Trebbia che quella sera, più che mai, ardeva di uno sfolgorante bagliore scaturito dal riflesso delle calde luci del cielo sulla sua superficie. Era la sua festa di maturità, e doveva essere speciale.

Nel tornare in macchina, però, non potevamo non parlare, non dopo un anno di silenzio e assenza completa. Un’attesa inesplicabile e tormentata dalle angosce e dalle paranoie, e contornata al tempo stesso dal dolore dell’abbandono… Ricordo che portai la macchina al massimo, la destinazione era casa di Isabel e il cielo si era adattato alla situazione. Aveva nascosto le sue stelle sotto a una coperta di pesanti nubi che si trasformarono presto in una leggera e inaspettata pioggerella. La strada era buia e lastricata di curve strette perché retta sui pendii ispidi della Val Trebbia.
«Non hai paura?» le chiesi. Una domanda appositamente vaga che poteva lasciar intendere tante cose.
«No» rispose. «Non ho mai avuto paura con te al mio fianco» aggiunse subito dopo, slacciandosi anche la cintura di sicurezza nonostante la pericolosità del viaggio. Era pazza… Forse d’amore o forse era pazza e basta. Chi lo sa? Io non lo sapevo di sicuro; non più. Era stata lei a rendermi così: uno stronzo con la S maiuscola. Era la stessa ragazza che aveva ucciso il mio romanticismo senza mai chiedere scusa, che mi aveva tolto la capacità di fidarmi nuovamente di un’altra donna e la possibilità d’innamorarmi. La prima volta che ci si innamora qualcosa dentro di noi ci fa credere che durerà per sempre. Ecco perché, quando poi finisce, l’amore non sarà mai più la stessa cosa; forse è un po’ come perdere la verginità, ma dell’anima. E se l’avevo maledetta ogni notte che avevo trascorso lontano da lei, non potevo non benedire le notti in cui la vedevo addormentarsi accanto a me, dopo aver semplicemente fatto l’amore.
«E di cos’hai paura?» le chiesi poco dopo.
«Di ciò di cui ho sempre avuto paura, Tony» rispose, allungando una mano per accarezzarmi dietro la testa.
«Allora forse non è tutto cambiato» dissi, rivolgendole lo sguardo per qualche istante.
«Credo che nulla sia veramente cambiato. La distanza non cambia le cose, ci impedisce solamente di esistere come insieme.»
Uno dei motivi per i quali mi ero innamorato di lei era la sua unica e intrigante capacità di colpirmi in quel modo. Arrivammo presto a destinazione: “La casa dei papaveri*”, era così che tutti la chiamavano, dal momento che era circondata da campi di quel fiore. Non importava che casa mia distasse più di un’ora dalla sua; sapevo che presto avremmo abbandonato per sempre il piccolo e angusto appartamento che il comune ci aveva assegnato dieci anni prima.
«Arrivo subito, scendo a prendere l’ombrello» le dissi, mentre si rimetteva i tacchi che si era tolta durante il viaggio. Aprii la sua portiera e le allungai la mia mano. Mi guardò dal basso verso l’alto, affascinata alla vista di tanta gentilezza e galanteria. Chiusi la portiera e camminammo sotto lo stesso ombrello verso la porta di casa.
«Prima che tu te ne vada, vorrei ringraziarti un’altra volta per aver accettato il mio invito, Tony» disse guardandomi negli occhi e poggiando entrambe le mani sul mio petto mentre con una mano tenevo l’ombrello e con l’altra un suo fianco, sotto la pioggia divenuta battente.
«Non potevo non accettare.»
Ci fu un breve istante in cui calò nuovamente il silenzio.
«Ti andrebbe di suonarmi un’altra melodia? È passato ormai un anno dall’ultima volta» disse Isabel, accarezzando il colletto della mia giacca, come per non lasciarmi andare. Pensai che la festa le avesse riportato alla mente dei ricordi così vividi che aveva bisogno di una prova del fatto che non stesse sognando.
«Va bene» risposi.
Entrammo in casa e, senza nemmeno toglierci le scarpe, andammo direttamente nella grande sala d’aspetto, dove si trovava il nostro pianoforte. Mi sedetti sullo sgabello con lei accanto a me. Intonai Aria di Johann Sebastian Bach. Bastarono poche note e la sua testa finì per poggiarsi sulla mia spalla e i suoi occhi a chiudersi dolcemente. Fece scivolare una mano su per la mia coscia, dal ginocchio verso l’alto, per poi darmi un leggero bacio sulla guancia.
«Mi sei mancato, Tony» disse prima di darmi un altro delicato bacio; questa volta, però, sul collo. Mi allentò la cravatta fino a sfilarmela completamente. Si alzò e mi abbracciò da dietro le spalle, china su di me che non smisi un attimo di suonare.
«Ti amo» sussurrò a pochi centimetri dal mio orecchio. Sbagliai di colpo le note prima di bloccarmi del tutto. Balzai in piedi e la baciai d’un fiato. Un movimento netto e rapido, capace di rubare il respiro; un impulso tenuto a bada per più di un anno. Iniziò a sbottonarmi la camicia mentre aprivo la zip del suo vestito che lasciai cadere a terra. Infine, mi slacciò anche la cintura, per poi consegnarmela in mano.
«Mio re… dove pensa di andare senza i suoi pantaloni e senza la sua regina?» disse mordendosi le labbra, a pochi centimetri dalle mie. Era ormai un anno che non mi sentivo più chiamare così. Non ero altro che un essere mortale, è vero, ma non uno qualunque… Ero un re, ed ero il suo re.
«Non vado proprio da nessuna parte. Una regina si inginocchia solo per il suo re» risposi.
Ciò che avvenne dopo è paragonabile alla bellezza delle melodie che ci avevano condotto fin lì.

*Papavero: è un fiore da sempre associato, per il colore rosso intenso, al sangue e alle guerre. La leggenda narra che il leggendario imperatore e condottiero mongolo Gengis Khan portasse con sé semi di papavero da spargere sui campi di combattimento dopo le vittorie. Nel mondo anglosassone sono tradizionalmente associati alle vittime della Prima e della Seconda guerra mondiale. Questo per ricordarci come l’amore sia anche una guerra.
Senza dimenticarsi che è simbolo di dubbiosità (come quella che prova Tony nei confronti di Isabel) come anche di oblio e immaginazione.

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Commenti

  1. “Mio re” è un romanzo intenso e commovente, l’autore è un ragazzo giovanissimo e con tanta passione! Merita una chance!

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Mirsad Sada
nasce il 16 Febbraio 1999 a Ostren, un piccolo paesino tra le montagne dell’Albania, nella regione di Dibra. Nel 2004 si trasferisce in Italia insieme alla madre e il fratellino di quattordici mesi per raggiungere il padre a Piacenza. Tra il 2014 e il 2017 vince due ori e un bronzo ai Campionati Italiani di Karatè nella FIJLKAM. Frequenta il Liceo Umanistico prima di studiare Economia all’Università Cattolica. Nel 2018 (all’età di diciannove anni) scrive Mio Re, il suo romanzo d’esordio.
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