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Mister Pio – Memorie di un bulldog

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Cosa accade quando per la prima volta si aprono gli occhi sul mondo? Comincia un’avventura piena di domande, paure e dubbi sul proprio essere: da dove vengo? Chi sono? Cosa sono? Dove sto andando?

E se queste domande è un cane a farsele? Ecco allora che inizia questa avventura, affrontata a testa alta da un bulldog pieno di testardaggine e voglia di vivere, anche e soprattutto quando gli viene affibbiato un nome come Mister Pio – e senza avere voce in capitolo!

Eppure lui, senza proferire parola a parte una serie di abbai, o “ruggiti” come gli piace definirli, ha invece una voce importante, se non fondamentale, nella vita di una strana ragazza capellona con cui scopre presto di avere molto a che fare…

Perché ho scritto questo libro?

Perché la voce di Pio ha iniziato a parlarmi nella testa narrandomi la sua storia e le dita hanno cominciato a digitare sulla tastiera per far rivivere un amore, per fare entrare chi leggerà in quel mondo magico formato da quattro zampe, un codino a cavaturaccioli e un cuore così forte da superare le barriere dell’aldilà.

Per far comprendere quanto la vita dei quadrupedi sia ricca di significato tanto da poter cambiare radicalmente quella di noi bipedi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1 RICORDI D’INFANZIA

Ero sospeso… qualcosa o qualcuno mi stava tenendo in una qualche parte del mio corpicino, non capivo dov’ero, stavo appena iniziando ad avere consapevolezza di essere vivo. Vivo… un termine che nemmeno immaginavo cosa significasse, ero solo un cucciolo, un topolino, nelle mani di quella forma grande e grossa che mi teneva sollevato a metri da terra. Un primitivo istinto mi disse che non era un essere come me, era differente, non aveva pelo, tranne dei ciuffi lassù in cima. Era quello che poi scoprii si definisce uomo ed ero in quelle che si definiscono mani, mani molto grandi. Le mani del mio allevatore.

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Il mio primo ricordo più nitido però non è questo, è uno spintone, sì sì proprio uno spintone, anzi, ora che so bene la cosiddetta lingua umana lo definirei una bella botta.
Mi trovavo in uno strano posto con delle basse pareti tutte intorno, soprattutto con quella che voi definite mamma: la mia mamma! Più che altro vedevo la sua panza, madonna era enorme. Certo, a paragone dell’uomo che mi aveva messo lì dentro, non era poi così grande, eppure caspita, era una signora mamma! Soprattutto aveva delle signore mammelle! Scoprii qual era il mio unico desiderio. Non capivo bene bene il perché, ma volevo disperatamente abbarbicarmi a quelle mammelle. Erano tutte mie, solo mie, unicamente mie!
Fu in quell’istante che arrivò lo spintone e a quel punto capii l’amara verità. Le mammelle non erano tutte mie, c’erano altri come me! E quanti poi! Quelle mammelle andavano conquistate.
Mi venivano addosso da ogni angolo, sballonzolandomi di qua e di là, tutti a dirigersi freneticamente verso quella morbida enorme pancia, e io ero l’ultimo. Com’è possibile? La poca percezione di me stesso mi suggeriva di essere un tipo sveglio, un tipo ganzo, insomma uno furbo! Ohimè, diverse occasioni della vita mi avrebbero dato modo di rivedere questo concetto…
Ma torniamo a quel drammatico momento. Cerco di riprendermi immediatamente dallo choc. Dopo l’ultima botta mi rialzo, provando a rimanere in equilibrio, scartando una specie di mostriciattolo che vuole impedirmi di arrivare a destinazione (mostriciattolo che poi scoprii essere uguale a me. Uguale è un termine eccessivo, difatti un giorno mi diranno: ‹‹come te non c’è nessuno!››), sono a pochi centimetri… Mamma sto arrivando! Ci sono, ci sono! Chiudo gli occhi per assaporare meglio l’attimo, l’estasi di avere quella mammella tutta per me, gnammm… e riecco un altro spintone che stavolta mi fa ribaltare completamente scaraventandomi via dall’ambita meta. L’umiliazione fu troppa. Pochi giorni di esistenza e già avevo capito che la vita era una dura lotta. Ora comprenderete anche voi perché il ricordo più nitido non può essere altro che uno spintone!
In seguito a quell’episodio affinai di molto la tecnica, potrei narrarvi delle mie gesta per ore e ore – ok, pagine e pagine, che pignoli – ma non vorrei annoiarvi, posso solo dirvi che quando finalmente riuscii ad assaporare quel nettare, mmmm… fu un’esperienza esaltante, sia per la conquista (riuscii anch’io a dare delle belle bordate, spintoni indimenticabili, mica delle robette), sia per l’estasi di quel sapore sublime proveniente dalla pancia della mamma. Non ne avevo mai abbastanza, ne avrei bevuto fino a scoppiare. Purtroppo a un certo punto quella gioia finiva. Dal nulla spuntavano le solite manone per prendermi e portarmi in un altro posto, anch’esso recintato, una specie di scatolone gigante credo, e lì mi ritrovavo con quelli che capii essere i miei fratelli e le mie sorelle.
Non so perché ci toglievano dalla mamma. Mi mancava… e non solo perché mi nutriva, mica sono uno sporco egoista, che credete? No, mi mancava il suo morbido pelo, il calore che si sprigionava da lei… insomma, come dite voi, le volevo bene. Più crescevamo e meno ci stavamo assieme e la cosa tremenda è che a un certo punto non la rividi più. Ora il suo ricordo è pressoché svanito, quasi quasi non so più che consistenza aveva il suo pelo, assurdo a pensarci, meglio che la smetta altrimenti mi commuovo da solo…
L’uomo dalle mani grandi un giorno decise di darci una specie di… come si chiamava? Non so, della roba maciullata tipo frumento, l’aspetto lasciava a desiderare ma l’odore era buono. Io e i miei fratelli sul momento non capimmo, ma quando arrivò l’illuminazione, che quella cosa dall’odore invitante avrebbe sostituito il nettare della pancia della mamma: no, quello fu troppo. Io che ero un leader nato riunii i miei fratelli e proclamai uno sciopero. Certo! Uno sciopero della fame verso l’ingiustizia di essere stati tolti dalla mamma contro il nostro volere, avevamo tutto il diritto di stare con lei e le sue mammelle! Ovviamente durò troppo poco, il tempo della parola “sciopero” per l’appunto, ma vi assicuro che tutti erano d’accordo con me! Che non sia messa in dubbio la mia leadership solo per quest’accaduto.
Tra l’altro i primi assaggi di quella robaccia mi costrinsero ad ammettere a malincuore che non era affatto male, in più c’era la comodità di non doversi litigare la pappa. Veniva messa in un contenitore molto grosso e c’era spazio per tutti. A qualcuno piaceva lo stesso fare i dispetti, oppure l’ingordo di turno cercava di scansarti perfino con le maniere forti. Mi piacerebbe dire di essere stato io quel qualcuno, ma indovinate chi ero? Già, quello scansato ero io, purtroppo.

Il tempo passava (nonostante afferri solo ora il significato della parola “tempo”…) e la nostra vita era composta da tanta pappa e tanta tanta nanna; delle panzate di sonno che erano una meraviglia. A volte sognavo la mamma, altre volte di mangiare, però i sogni più belli erano quelli in cui ero il capo della banda e si faceva unicamente ciò che volevo io. Solo sogni è chiaro, nella realtà era ben diverso.
Mentre eravamo svegli ci divertivamo un sacco a giocare. Quando scoprii il significato di questa parola, “gioco”, ne fui estasiato, dopo la pappa e il sonno era l’attività che preferivo e fu sempre così. La cosa bella del gioco era che ti potevi sbizzarrire, c’erano mille modi di farlo. Principalmente da piccolo consisteva nel dare morsetti, spintoni, e fare piccoli saltelli: in breve uno spasso. Finché fummo in tanti era ancora più divertente. Con me e i miei fratelli c’erano altri nostri simili che dalle dimensioni credo fossero un po’ più grandi di età. Almeno nel gruppo non dovevo subire sempre io, a volte capitava a qualcun altro di esser mordicchiato a “sangue”.
Eravamo proprio immersi nel gioco quando l’allevatore prese alcuni di noi. Chissà dove li porta, pensai. Forse dalla mamma? Ebbi una piccola speranza ben presto disillusa. Trascorse del tempo e quando li riportò indietro mi resi conto che erano leggermente frastornati. Questo accadde varie volte fino al giorno in cui al mio risveglio, alcuni di noi erano spariti, e non tornarono mai più! Qualcosa non andava… ma cosa? La risposta non si fece attendere: arrivò il mio turno e con me del mio fratellino.
Le stesse mani di sempre, ormai così famigliari, ci portarono in un’altra stanza e ci posarono su un tavolo freddo. Che cosa sta succedendo? Cos’è questo posto gelido? Morivamo dalla paura. Poi arrivò lei – doveva essere per forza una lei con tutti quei capelli –, lo ricordo come se fosse ieri. Mi colpirono i suoi occhi, luminosi, brillanti. Quando mi videro si accesero come se guardassero un miracolo – penso si possa definire così un essere come me, no? –, mi pareva avesse addirittura le lacrime agli occhi… ad ogni modo, di lei mi scordai all’istante.
Allora è vero? mi dissi, per tutte le mammelle! Sono proprio veri i mugolii che girano nel gruppo! C’è qualcuno che viene apposta fin qui nel nostro mondo felice per portarci via! Perché? Stiamo tanto bene tra di noi! Sì, ci manca la mamma, forse non viviamo in un posto di lusso, ma perché portarci via? Perché separarci dopo tutto quel tempo passato insieme a mangiare, bere e fare baraonde? Siamo così intimi da fare i bisogni nello stesso posto senza scandalizzarci! Conterà pure qualcosa, accidenti!
Mentre io e mio fratello eravamo paralizzati, l’allevatore, la capellona e altri due che fino a quel momento non avevo notato continuavano a parlare, noncuranti del fatto che ce la stavamo per fare letteralmente addosso. Non so di cosa discutessero, mi pare riguardasse la nostra salute: ‹‹Ma respirano bene?›› ‹‹Il cuore è a posto?›› ‹‹Il tartufo non è troppo schiacciato, vero?›› a quel tempo manco sapevo che fosse sto tartufo, poi l’ho scoperto, una specie di fungo molto caro che si mangia, quindi ancora non capisco cosa c’entrasse con noi.
Ehi! tentai di rispondere, perché non vi guardate voi? Neanche il tempo di nascere e già ci volete appioppare delle malattie? Noi stiamo benissimo, e poi mica siete al mercato a scegliere la frutta! Siamo esseri viventi noi! (Solo molto, molto dopo seppi che lei, la mia Lei, mi avrebbe preso in ogni caso, anche mi fosse mancata una zampetta… questo per onor di cronaca).
Continuando a conversare li sentii parlare di una qualche possibile scelta tra me e mio fratello, e io da prode guerriero quale ero, volevo farmi avanti per risparmiare la cattiva sorte al sangue del mio sangue, invece il mio allevatore le diede in mano lui, il mio fratellino, perciò non potei far altro che pensare: SCEGLI LUI, SCEGLI LUI! Avrai pure dei begli occhi ma chi ti vuole? Fammi rimanere qui, ti prego!
Le cose non andarono così, come ormai avrete capito.
Pur avendo in braccio mio fratello, come ipnotizzata, seguitò a guardarmi, quindi mise giù il mio compagno d’avventura che senza contegno allagò il tavolo, e venne da me. Mi porse una mano per farmela annusare e avemmo il primo contatto, poi mi prese in braccio molto delicatamente – come no, quasi mi fece cadere – e sentii il suo cuore battere forte ed emanare un gran calore e una grande emozione. A parte gli schiamazzi e gli isterismi, che poverina non riusciva a contenere (ricordo ancora gli “uuuuuuh, ooooooh, ma è stupendooooo!”), non era poi così male, ma non potevo farglielo capire visto che il mio desiderio era restare lì, e se mi avesse visto freddo e distaccato magari avrebbe cambiato idea.
Poi ci furono le drammatiche parole: ‹‹Sì è lui, è proprio lui che vorrei… sì sì sì è meraviglioso!››
Ancora isterismi, e basta no? L’hanno capito tutti che ti sei già innamorata di me.
Non contenta, voleva portarmi via subito. Ha pregato l’allevatore all’infinito – detto tra noi era ridicola – ma lui rispose di no, prima gentilmente poi più del tipo: “Scordatelo, se non si può non si può, bisogna aspettare che finisca lo svezzamento, a tre mesi puoi portarlo con te”. Lei si rassegnò, mettendoci una vita prima di andarsene, non riusciva già più a staccarsi da me ma io da lei SI!
Subito dopo tornai con i fratelli e gli amici con cui fin lì avevo vissuto. Mi sentivo affranto, sconvolto, non era possibile stesse capitando a me. Il pensiero di andarmene da quel posto mi riempiva di tristezza. Poi accadde qualcosa: arrivò la pappa! Un ottimo rimedio scaccia pensieri, datemi retta.
Per qualche tempo la vita scorse tranquilla, tanta nanna, le solite lotte, anche se in effetti le prendevo sempre di più, soprattutto dalle femminucce del gruppo. Persino le mie sorelline mi sottomettevano… a dirla tutta ero influenzato dal mio spirito di gentleman, non potevo mica far male a una cucciola, no? Fatto sta che ero pieno di piccole ferite, e un bel giorno sapete cosa successe? Lei venne di nuovo a trovarmi. Disse che non riusciva a starmi lontano, che gli mancavo, che non vedeva l’ora di portarmi a casa – povero me… – e mi rimisero su un tavolo facendomi stare in posa. Lei mi accarezzò tutto dalla testa alle zampe e mi fece tagliare le unghie dicendo all’allevatore: ‹‹Non saranno troppo lunghe?››. Poi quando vide le mie ferite di guerra, più che altro una che avevo sull’orecchio di cui mi rimase la cicatrice, apriti cielo, si preoccupò tutta, neanche mi fosse stata amputata una zampetta!
Fu così che scoprì la mia indole, o meglio, quella canaglia del mio allevatore le disse che ero un cucciolo un pochino sottomesso. Così mi rovini tutto, che figura mi fai fare! Per l’appunto, lei si mise a ridere prendendomi in giro e io pensai UN GIORNO TI FARÒ VEDERE IO CHI È IL SOTTOMESSO!

2 LA SVOLTA

La terza volta che la rividi fu quella decisiva. Prima di quell’evento però non sapete ciò che ho dovuto passare. Stavo dormendo beato nel mio cantuccio completamente ignaro del mio futuro quando fui preso e portato nuovamente su un tavolo freddo. Il mio allevatore ed io fummo raggiunti da un uomo alto con dei bislacchi affari poggiati sul naso, e durante il progressivo congelamento del mio codino, si misero a fare due chiacchiere.
Oh sì pensai, fate pure con comodo!
Qualcuno si degna di spiegarmi perché sono stato brutalmente tolto dai miei caldi sogni? Per quanto interessanti siano, non sarà per ascoltare le vostre stupide chiacchiere, vero?
Era meglio se fossi stato zitto (a pensarci bene mica avevo parlato), perché spostarono l’attenzione su di me.
L’uomo con due occhi di troppo prese in mano un oggetto molto strano. Una parte la inserì in quelle che chiamate orecchie e l’altra – quella gelida naturalmente – l’appoggiò sul mio corpo, dopodiché mi aprì la bocca e con tanta invadenza ci infilò… come l’aveva chiamata? Ah sì, ci infilò una siringa con cui mi fece ingoiare una roba viscida, fredda, con un saporaccio che ancora mi fa rivoltare lo stomaco. Sentii dire che era per la sverminazione. Sverminaché? Mi prese una tale rabbia che so io dove gli avrei messo la siringa.
Ancora con ’sta storia della salute, io sto benissimo, lo volete capire o no? Perché sto subendo tutto questo?
Poi lo carpii da certi discorsi che fecero, tutta quella tortura era per lei, era per quella guastafeste che dovevo subire tutto questo! Avevano fatto una specie di accordo; quando mi avrebbero consegnato alla capellona dei miei stivali – manco fossi un pacco postale – sarei dovuto essere sverminato e cippato. Cippato? Che caspiterina significa essere cippato? Nemmeno il tempo di pensare, che zac! Con un’altra bella siringa che a mala pena vidi arrivare, quell’uomo, che ormai mi stava proprio sulla punta della coda, iniettò qualcosa nel mio corpo…
Ahi! Che diavolo mi hai messo dentro? Un microchip? Ragazzi, troppi termini nuovi per una sola giornata, non credete? Al principio mi arrabbiai: Cooosa? Mi avete messo una specie di marchio? Sono diventato un codice ambulante? Sono un essere vivente io! Non so che genere di essere, ma di sicuro non ho bisogno di un codice!
Ora invece so che si può considerare una specie di carta d’identità, che era per il mio bene dopotutto. Anche voi in fondo siete tutti marchiati no? Così è molto più accettabile, non trovate? Poi non si può negare che il microchip abbia una sua utilità, tipo in caso di smarrimento. Non mi sarei mai perso col mio fiuto da segugio, ma altri miei simili sì! Non avendo il dono della parola è una grande tutela, tutela anche verso alcuni di voi che addirittura ci abbandonano…
A quei tempi però non capivo, ero un cucciolo ribelle, sembravo sottomesso, eppure la verità era che avevo già un fuoco dentro e voglia di libertà.
Al termine della tortura fui riportato dai miei fratellini e dai miei compagni di gioco, con cui passai ancora qualche tempo fino a che giunse il giorno fatidico, il giorno decisivo, il giorno della svolta.
Quando lei arrivò ero già sul tavolo, pronto ad andare incontro al mio destino, impavido e fiero, la paura era a me sconosciuta.
TI PREGO, TI PREGO tentai di urlare, sebbene non mi uscisse alcun suono. Lasciami qui, non mi portare via! Non ce l’ho con te, ma giuro che se mi fai questo ti farò pentire! Si avvicinò e mi accarezzò con dolcezza emozionandosi tutta quando l’annusai – patetica – stando attento a mantenere le distanze per chiarire immediatamente la mia posizione, e poi disse: ‹‹Patatino, ora andiamo a casa, sei pronto? Lo sai che sei bellissimo?››
Che sono bellissimo ci sta, ma pronto? Pronto! Per andare dove? A casa? È questa casa mia la vuoi capire o no, pazza esaltata!
Non c’è da stupirsi del fatto che non capì niente, così mi prese in braccio, rischiando nuovamente di farmi cadere (prendermi in braccio non è mai stato il suo forte) e mi portò via, via da quello che fin lì era stato il mio mondo. In bilico tra le sue braccia varcammo la soglia di separazione tra la mia vecchia casa e l’inizio della mia nuova vita e per la prima volta vidi l’esterno. Wow, ma c’era un mondo là fuori! Quanti odori, quanta emozione, quella predominante però era la paura. Non sapevo a cosa andavo incontro, la mia realtà stava cambiando radicalmente e così in fretta che faticavo a rendermi conto delle cose. Era troppo in quel momento per me, piccolo cucciolo smarrito.
Continuai a starle in braccio finché entrammo in uno strano posto, piccolo ma confortevole.
Là sopra a un certo punto senza usare le zampette mi muovevo comunque, che forza! Non dovevo neanche fare fatica! Da una cosa che chiamate finestrino intravedevo lo scorrere di quel mondo nuovo, che strana sensazione… era tutto una scoperta. Seduto sulle sue gambe, l’ascoltavo mentre cercava di rassicurarmi e in qualche modo ci riuscì perché una parte di me si sentiva al sicuro. Ho saputo poi che alcuni di noi in quelle circostanze si lasciano andare con bisognini o rigurgiti, mio Dio che vergogna. Sono orgoglioso di dire che a me non è successo, ho tenuto duro, ho resistito, ero un grande fin da piccolo.
Ricordo che insieme a noi c’erano altri esseri: un uomo che faceva camminare quello strano aggeggio e una donna. Non avevo ancora idea di chi fossero o cosa c’entrassero con noi. Lei ora era il mio unico punto fermo, se così si può dire. Qualcosa mi diceva che non voleva farmi del male, che forse, forse mi potevo fidare e così, per il resto del viaggio, in braccio a lei in quella strana scatola mi addormentai.

‹‹Siamo arrivati!››
Arrivati dove? pensai svegliandomi di soprassalto.
‹‹Amore, patatino, ora vedrai la tua nuova casa, stai tranquillo…››
Tranquillo, già come no, vorrei vedere te al mio posto.
Scesi dalla scatola mobile, continuai a starle in braccio e mi chiesi perché non mi facesse camminare da solo. A cosa mi servono le zampette se no? Entrati dalla soglia di quella che lei definì la mia nuova casa, mi mise delicatamente a terra.
Oddio dove sono? Cos’è questo posto? Tutto era estraneo, la paura prese il sopravvento e con foga cercai un modo per nascondermi.
‹‹Speriamo che gli piaccia stare qui, povero amore chissà che fifa deve avere. Cerchiamo di non fare rumori forti, dobbiamo farlo stare tranquillo, lasciargli il tempo di abituarsi.›› le sentii dire a fior di labbra.
Se credi che mi abituerò, sei un’illusa. Beh… quanto mi sbagliavo!
Comunque i primi momenti furono traumatici, l’unica aspirazione che avevo era trovare un posto dove rintanarmi per poter magari scomparire e chissà come andarmene. Purtroppo non c’erano vie di fuga e io decisamente scelsi quella sbagliata. Tentai di nascondermi sotto un grande oggetto chiamato divano, da cui non ci sarebbe passata nemmeno una formica. Ottenni solo di farli ridere… Beati voi che ridete pensai. Ero al colmo dello sconforto quando lei si mise a terra con me. Guardandomi cercò di trasmettermi qualcosa che a quel tempo non sapevo come definire… e d’istinto andai a rintanarmi sulle sue gambe. Mi coccolò a lungo, dicendomi tante parole dolci che ora ricordo con affetto.
D’un tratto sentii un rumore e atterrito mi guardai in giro. E ora cos’altro c’è? Da un angolo della porta, non lontano da noi, si affacciò qualcosa di non ben definito, anche lui aveva il pelo, e che pelo! Tutto rizzato, e quell’affare era bello grosso in confronto a me.
Certo che sono proprio circondato da strani esseri… In questa cosa che si chiama mondo quanti tipi ce ne sono? Soprattutto io chi sono e lui cos’è?!
‹‹Lui è Sesy, il tuo nuovo fratellino.›› rispose lei, pur non avendo udito la domanda.
Il mio nuovo fratellino? Che, ti sei bevuta il cervello? Non vedi come siamo diversi? Non saprò ancora cosa sono, ma stai sicura che so distinguere i miei simili, mi prendi per stupido?
Invece era seria. Solo in seguito avrei capito che il concetto di famiglia poteva estendersi oltre i tuoi simili.
Questo essere chiamato Sesy (che poi scoprii appartenere alla specie dei “gatti”), inizialmente non si dimostrò molto amichevole. Cercava di evitarmi in tutti i modi. Col mio istinto sentii che era ferito e capii che era a causa mia, gli avevo invaso il territorio e soprattutto secondo lui gli stavo rubando lei.
Senti palla di pelo dagli occhi roteanti, io non c’entro niente, è lei che mi ha voluto, certo non il contrario. Tuttavia archiviai subito la questione, avevo altro a cui pensare io, l’urgenza di quel momento si chiamava volgarmente: pipì! Scesi dalle sue gambe pensando E mo’ dove la faccio? dove la faccio? A casa mia avevamo dei posti, ma qui? Che imbarazzo! Poi mi guardai intorno e la vidi. La mia oasi, la mia salvezza! L’aveva messa lei, Ma allora è intelligente! Mi fiondai, o per meglio dire rotolai goffamente, verso quella cosa a terra e dentro di me dissi: È lei, è lei! E accovacciato là sopra, senza ritegno feci una lunga e liberatoria pipì. Solo dopo, a pancia vuota, mi accorsi di essere osservato.
‹‹Patatino sei stato bravissimo! Come sei intelligente! L’hai fatta subito sulla traversina!››
Certo che sono intelligente, cosa credi? Ciò che chiamava traversina, me l’aveva fatta conoscere l’allevatore, c’ero già abituato, ma lei mica lo sapeva. Un punto in più per la mia nascente autostima!
Poi fui portato in un’altra stanza della nuova casa, dove mi fu detto c’era la mia cuccia, il posto dove avrei dormito.
Non vorrai lasciarmi tutto solo in questa cosa a dormire vero? E tu dove te ne andrai? Mi vuoi abbandonare?
Okay non era male come cuccia, aveva tutti i comfort; era grande, con una bella coperta di lana, tanti giochi e dietro c’era disegnato qualcosa che credo rappresentasse la mia casa… però volevo i miei fratellini! Era una svolta troppo grande per me. Peccato non fosse che l’inizio.

Siccome sono sempre stato intelligente, capii immediatamente che a ogni essere, vivente o meno, era assegnato un nome. Quando arrivò il tempo di sapere quale sarebbe stato il mio… oddio, posso solo dire che è stato tremendo, paragonabile al trauma di cambiare casa. Lo scelse lei, figurarsi, e da questo ebbi la conferma che di sicuro – come dal primo istante avevo sospettato – non era una persona normale.
‹‹Patatino, vuoi sapere il tuo nome?›› ‹‹Tu mio cicciottino meraviglioso ti chiamerai: MISTER PIO! Ti piace?›› mi disse candidamente.
Prima di tutto vorrei sapere perché devo avere un nome se neanche so cosa sono.
In secondo luogo… mi spieghi perché il mio nome lo dovresti scegliere tu?
Ma soprattutto, in terzo luogo… cosa mi hai chiesto? Se mi piace? Ti rendi conto? Mister Pio?! Ma con tutti i nomi che ci sono! Non so, Ringhio, Maciste, Achille, Attila il flagello di Dio… come mi chiami? Mr Pio. Non capisci che fa ridere? Che mi prenderanno tutti in giro?
Ci pensate poi che figura avrei fatto un giorno con le belle femminucce focose?!
Io sono un macho! Fin da cucciolo lo si capiva.
Invece no, mi chiamerò Mr Pio… Pio disse che le era venuto in mente un giorno, così, senza motivo, pensando a me ancor prima che esistessi, ispirato a non so cosa, tipo al verso che fanno i pulcini – wow, questo sì che mi consola – e Mr solo per non far pensare che il mio nome si riferisse a padre Pio. Padre chi?!
A dire il vero col tempo mi abituai a quel nome ma sul momento la mortificazione fu troppo grande, direi che per quel giorno di svolte ne avevo avute fin troppe.

3 UNA NUOVA REALTÀ

Contro il mio volere ero nella nuova cuccia. Fosse per me, sarei stato in mezzo a una grande e divertente baruffa con i miei fratellini ma ahimè, quello non era un incubo; quella era la mia nuova realtà. E in quella realtà mi trovavo smarrito, perso, impaurito… soprattutto in quella nuova realtà mi chiamavo Mr Pio!
Ancora faticavo a riprendermi dalla marea di cambiamenti quando d’un tratto mi accorsi che:
Lei mi guardava.
Lui mi guardava.
L’altra donna mi guardava.
Addirittura quel Sesy, che fin lì era stato a farsi gli affari suoi, si affacciò per guardarmi.
Allora un pensiero mi sbottò: Non avete proprio nient’altro da fare che starmi a fissare come degli ebeti? Sono un’attrazione da circo? Invece che stare lì come rimbambiti volete spiegarmi perché mi trovo qui?!
‹‹Stai tranquillo piccolo cucciolo, ci vorrà del tempo ma vedrai che ti piacerà stare qui. Lo so che ti mancano i tuoi fratellini, che ti trovi spaesato, ora però fai parte di una nuova famiglia, piccolo Mr Pio.›› rispose lei, facendomi sospettare che leggesse i miei sfoghi interiori.
Una nuova famiglia? Non ti bastava la tua così com’era? Ci dovevi inserire per forza me? Tra l’altro, non so ancora bene il significato della parola “Famiglia”, ma l’istinto mi urla forte e chiaro che ne facevano parte la mia mamma e i miei fratelli, tu cosa cavolo c’entri?
Mica potevo dargliela vinta così, la mia posizione l’avevo decisa: essere un duro.
Eppure quella maledetta capellona aveva un non so che… a parte farmi sentire un essere splendido – quale ero – sapeva prendermi, comunicava con me come nessuno aveva fatto, nemmeno l’allevatore o la mia mamma, che era stata molto tenera nei miei confronti; leccandomi, pulendomi, mordicchiandomi, difendendomi dai fratellini più forti e nutrendomi… però non so, qualcosa di quell’ammasso di capelli mi inteneriva. Ebbi un impulso irrefrenabile… via via di corsa sulle sue gambe! Che bella sensazione, tutto accoccolato mi appisolai al sicuro, era stata una lunga giornata.
Non pensiate nemmeno per un istante che mi fossi intenerito! La mia posizione rimaneva invariata: essere un duro, la stavo solo sfruttando, cosa credete?

Non so quanto tempo passò, ma quando mi svegliai lei mi stava ancora accarezzando il pancino, forse non aveva mai smesso di coccolarmi. Il pisolino mi fece sentire meglio, in compenso la pancia prese a brontolarmi un po’…
‹‹Mr Pio, il tuo allevatore ha detto che probabilmente nei primi giorni non avresti mangiato, però… ti va un po’ di pappa? Te la senti di mangiare? Che dici, te ne do un pochino?››
Caspita, mi capisce proprio al volo! mi dissi. Come fa, non mi capisco nemmeno io!
Come come come?! pensai subito dopo. Cosa ha detto l’allevatore? Che per qualche giorno non avrei mangiato? Ma cos’aveva nel cervello mentre proferiva questi sproloqui? Aria fritta? (La so bene la vostra lingua eh?).
Dammi subito la pappa, e pochino non è una parola che voglio sentire, capito?
Fu così che mi portò nella stanza più grande della casa, dove c’era la porta da cui ero entrato nella mia nuova realtà, e osservandomi in giro mi sfiorò un pensiero che lì per lì cercai di accantonare: Chissà perché a me hanno dato la stanza più piccola, sarà perché sono cucciolo o perché sono dei sudici avari?
Mi pose accanto a una traversina e se ne andò in un angolo di quel locale per prendere un oggetto tondo in cui mise qualcosa dall’odorino invitante. Nonostante la paura e la diffidenza mi pervadessero, avevo una fame! Si accucciò accanto a me ponendomi quella strana cosa tonda sotto il muso. Con aria circospetta la esaminai, Mmmmm sembra roba buona, è molto simile a quella che mi dava l’allevatore, ma posso fidarmi? La guardai con aria indagatrice. Avrei voluto chiederle: Di’ la verità, tu la mangeresti? O ci hai messo qualcosa di strano? Magari qualcosa che mi farà il lavaggio del cervello portandomi a saltellare di qua e di là in questo posto dicendo: “Uuuuuuh! ma che bella la mia nuova famiglia!”
Forse ero troppo paranoico?
Intravedendo le mie perplessità, mi guardò con dolcezza dicendomi: ‹‹Non avere paura patatino, mangia la pappa, vieni qui sulle mie gambe che ti aiuto io…›› Di aiuto non ne avevo bisogno si intende, sapevo mangiare benissimo da solo, ma volli accontentarla e così andai di nuovo sulle sue calde gambe e mi accucciai. Mentre con una mano accarezzava il mio pelo, con l’altra iniziò a imboccarmi. Ebbi la sensazione che si sarebbe davvero presa cura di me, perciò seguitai a mangiare dalle sue mani finché non fu terminata. Mi accorsi che vicino a noi c’era un altro oggetto tondo simile a quello in cui c’era stata la pappa, solo un po’ più alto, lei ci infilò un dito porgendomelo perché lo odorassi per farmi capire che dentro c’era l’acqua e così fui anche dissetato. Ora non restava che correre sulla traversina come un fulmine! C’è bisogno che vi dica per fare cosa?
Ero sfamato, dissetato e… “svuotato”, ma combattuto. Non potevo negare che lei avesse qualcosa che mi piacesse, però oltre al mio essere diffidente di natura (cosa che non è mai cambiata), era stata lei a togliermi dal mio mondo per infilarmi bruscamente in questo! Lo scopo di quanto mi stava accadendo mi sfuggiva. Forse nemmeno lei lo sa, pensai.
Durante la serata non mi lasciò un attimo fin quando sentii dire che era il momento di andare a dormire. Spontaneamente mi sorse una domanda: Perché, voi cosiddetti umani avete un momento esatto per fare la nanna? Questa sì che è una novità per me! Io dormo quando mi pare. O almeno, nella mia vecchia casa era così… Capitava magari fossi lì a giocare con i miei fratelli che a un certo punto mi trovavo a panza all’aria con la bolla al naso. Questo non interrompeva mica il gioco! No no, continuavo a fare la lotta nei sogni io, ed era più bello e gratificante che nella realtà. Potevo sottomettere chiunque, addirittura l’essere più grosso del gruppo, perfino l’allevatore. Che soddisfazione!
Insomma cos’è mai questa storia che dovete stabilire anche quando devo dormire?
Sono un essere libero io, la volete capire o no?
Io non muovo una zampetta da qui, punto e basta.
Le proteste mentali non servirono a nulla chiaramente. Lei si alzò e prendendomi in braccio mi portò nella nuova cuccia. Sistemandomi sulla coperta di lana si mise gattoni riempiendomi di baci, dichiarandomi quanto fosse felice di avermi lì con lei.
Mi allieta molto che tu sia felice, non sai quanto, potrei finire qui i miei giorni. Rendere felice te era lo scopo della mia breve vita, figurati…
A stento riuscì a staccarsi da me, dopodiché accanto alla cuccia mise l’acqua e non distante una traversina: ero in trappola.
E ora cosa faccio? Non ho nemmeno sonno!
Mi augurò la buona notte almeno – e non scherzo – venti volte.
‹‹Buona notte Mr Pio-buona notte piccolo amore-buona notte cicciottino-patatino-piccola meraviglia. Madonna come sei bello! Ma lo sai quanto sei bello? Lo sai quanto sei adorabile? Lo sai che bel pancino che hai? Che bel musino? Che begli occhietti? Che bel nasino? Che bel… ››
BASTAAAA! Ho capito, ho capito che ti piaccio, ora te ne vuoi andare a dormire e lasciarmi solo nel mio dolore?
Alla ventesima volta se ne andò. Niente più bacini, niente più coccole, niente più commenti sulla mia grandezza di essere…
Devo essere forte, non devo avere paura. Sono un duro, io lo so, tutti lo sanno.
Posso farcela. In fondo è solo la mia prima notte in un posto nuovo, tutto solo, senza i miei fratelli, senza più alcuna speranza di rivedere la mamma… Oddio vedo tutto nero attorno a me (forse perché aveva spento la luce?).
STAVO SCHERZANDO! Non mi lascerai sul serio tutto solo in questa stanza vero?
Potete non crederci, non sentì una parola dei miei pensieri eppure lei tornò! Sta a vedere che quell’isterica è addirittura una veggente! Entrò nella stanza e si sdraiò per terra di fronte alla cuccia. Appoggiò il suo naso sul mio, lo strofinò e sottovoce mi disse: ‹‹Stai tranquillo io sono qui, cerca di fare un po’ di nanna, sarai stanco, non devi aver paura. Non vedo l’ora che sia domani mattina per stare insieme a te mio piccolo Pio, non mi sembra ancora vero che tu sia qui, lo sai?››
Stette con me a lungo quella notte e se ne andò che quasi mi si chiudevano gli occhi.
Rimasto solo, mi svegliai all’istante e in un attimo di lucidità feci una scoperta. Per quanto poco fosse il tempo in cui eravamo stati insieme mi sembrò di capire una cosa. Sapete quale? Che con lei non c’era bisogno di saper parlare la vostra lingua, lei mi comprendeva comunque e io la capivo! Avevo l’impressione bastassero gli sguardi, ma forse stavo riflettendo a vuoto: Non è possibile, siamo esseri così diversi, probabilmente mi sto illudendo, o forse no…
Una cosa era certa, che mi piacesse o no quella era veramente la mia nuova realtà, benché in quel momento ci fosse un’altra realtà: se io non avessi dormito neanche lei l’avrebbe fatto!

22 maggio 2019

Aggiornamento

Ciao a tutti! Ci tenevo a fare questo aggiornamento per far sapere che da quando abbiamo superato il primo obbiettivo delle 60 copie, per far capire quanto ci tengo e vi sono grata di credere con me in questo sogno, ho pensato di fare un REGALO a CHIUNQUE ha preordinato il libro e lo preordinerà da adesso fino alla fine della campagna.
Siccome il mio lavoro tratta anche di ritratti su commissione, farò un ritratto a matita del/dei vostri animali (cani, gatti, cavalli, criceti, uccellini… alcuni di voi so che non hanno animali, quindi potete scegliere una foto di vostro figlio ad es.). Basterà mandarmi la vostra foto preferita per MESSAGGIO PRIVATO in Facebook e se volete abbinandogli una frase del cuore. Vi lascio la foto di uno dei ritratti che fino ad ora ho fatto!
Mi hanno chiesto se è gratis… CERTO! È un dono, un segno della mia gratitudine! Spero che vi piaccia l’idea io non vedo l’ora di ritrarre le vostre foto!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro stupendo che con grande meraviglia ti catapulta nella mente di questo bulldog.
    Mister Pio memorie di un bulldog è una storia d’amore e di avventura che fa vivere l’emozione di essere nei panni di questa creatura che fin dalla sua venuta al mondo si pone le domande che poi anche noi ci poniamo ma con una ingenuità e un candore disarmante ma a volte anche con ragionamenti brucianti come una frustata e molto pungente verso il mondo e le persone che lo circondano e che lo accompagnano nel suo cammino.

    Il libro è un crescendo che va di pari passo con le avventure di Mister Pio che dapprima si pone verso il mondo con la consapevolezza di essere ancora un cucciolo ma già con la forza e un carattere unico e poi via via attraverso la sua maturazione e i suoi ragionamenti sempre più carichi di discernimento.

    Se hai un animale ti sorprenderai nello scoprire cosa può passare nella sua mente e in molte occasioni ti sembrerà che molte cose del libro le hai già vissute.
    Se non hai un animale questo libro è una stupenda occasione per capire il loro punto di vista, quello che può passare nelle loro menti e magari commuoverti e divertirti nello scoprirlo.

    Mister Pio memorie di un bulldog è alla fine un’occasione unica da non perdere per te per i tuoi bambini e per i tuoi amici e attraverso la sua lettura ti porterà verso le pagine del capitolo finale che, anche se può sembrare scontato, in realtà ti stupirà lasciandoti nel cuore una stupenda sensazione come l’ha lasciata a me.

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Viviana Re Fraschini
Sono nata da una mamma che mi ha insegnato l’amore, nel 1978. Mi sono appassionata ai libri ancor prima di saper leggere e sono riusciti a scaldare la mia fredda cameretta di infanzia. E mi sono innamorata degli animali appena sono stata in grado di intendere e di volere. I colori fanno parte della mia vita da sempre e con mia grande sorpresa mi sono ritrovata a scoprire che c’è un altro modo in cui si può dipingere: attraverso la scrittura. E così non posso fare a meno di alternare i pennelli alle penne, o meglio… a una tastiera che ormai è consumata, e piena di macchie di caffè.
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