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Il mistero dei passi nascosti

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Nel Mistero dei passi nascosti si intrecciano i destini di due personaggi molto diversi: da un lato c’è Cecilia, giovane ragazzina intraprendente e tenace, cresciuta sostanzialmente con la tata, una donna gentile e affabile a cui è molto legata. Dall’altro c’è sua eccellenza Aristide Persepoli, un importante ambasciatore dal carattere scorbutico e pieno di sé.
Cecilia finisce in un collegio femminile e, dopo le prime difficoltà a inserirsi, fa amicizia con altre due ragazzine che presto diventeranno le sue inseparabili migliori amiche. La sua storia e quella di Aristide, che scorrono su due piani temporali diversi, finiranno per incrociarsi, con un epilogo inaspettato…

PREFAZIONE

Si può raccontare un libro partendo dall’ultima frase? In questo caso sì, perché conosco bene Luisa Staffieri, i libri che ha scritto, il valore che dà alla lettura nella sua vita e nel suo lavoro di insegnante e quindi comprendo bene il senso che dà alle belle parole scritte alle quali affida un potere taumaturgico perché carezzano i graffi dell’anima, curano le ferite e leniscono il dolore.

Ugualmente importanti sono i libri e le storie per Cecilia, la protagonista di questo romanzo, anche perché attraverso i libri conserva il ricordo e l’amore della mamma perduta e della cara tata.

Ma non sono solo libri e parole ad avere un potere salvifico nei libri di Luisa Staffieri in generale e ne Il mistero dei passi nascosti in particolare; c’è anche l’amicizia, quella vera, quella che il tempo non distrugge, quella che permette di affrontare ansie ed eventi dolorosi, che è una potente medicina per i mali provocati dal crescere. Chi pensa che l’adolescenza sia il periodo più bello della vita si sbaglia di grosso, e sicuramente è una persona incapace di ricordare perché diventare adulte e adulti è la fatica più grande che affrontiamo, ma può sembrare molto più lieve se, come Cecilia, Nina e le altre, si hanno delle amiche sulle quali fare affidamento.

Tra misteri e viaggi nel tempo (infatti il racconto si svolge su più livelli temporali) condivisioni al femminile e storie lette e narrate, si dipana questo romanzo e via via che si va avanti nella lettura si risolvono in maniera sorprendente i misteri, si sciolgono i nodi emotivi, di quelli che fanno tremare il cuore e si scopre che non è mai troppo tardi per rimediare a degli errori e recuperare l’amore delle persone care, se c’è la volontà di farlo.

Donatella Caione

È QUI CHE ARRIVA PERSEPOLI

Erano le 10:30 precise di una mattina incandescente di luglio, quando la limousine nera scivolò silenziosa fino all’ingresso. L’autista sgusciò fuori dall’auto e si precipitò ad aprire lo sportello posteriore, perché sua eccellenza Aristide Persepoli potesse scendere.

L’ambasciatore si guardò intorno inarcando un sopracciglio. D’improvviso un elegante portiere, evidentemente preavvertito dell’arrivo dell’eminente personaggio, si precipitò verso l’ospite, tributandogli un ossequio esagerato.

Gli si rivolse con tutta la cortesia possibile: «Buongiorno, eccellenza, posso permettermi di chiederle se ha fatto buon viaggio?».

«Né migliore né peggiore di tanti altri!» tagliò corto l’ambasciatore, senza degnarlo di uno sguardo. «Ora vuole occuparsi dei miei bagagli, per favore?»

L’uomo sembrò non dar peso ai modi bruschi dell’illustre interlocutore, avvezzo com’era, fin da giovanissimo, a incontrare i soggetti più diversi della strana razza umana.

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Giacomo, questo era il suo nome, aveva lavorato come portiere fin da quando era poco più di un ragazzo e, quando si era reso conto della grande varietà di esemplari stravaganti e pittoreschi che gli si presentavano davanti, aveva cominciato a studiarne attentamente le caratteristiche così che, a un certo punto, le aveva mentalmente catalogate in uno schedario al quale faceva riferimento ogni qual volta si trovava di fronte all’ultimo arrivato.

Era stato così meticoloso e dettagliato nella sua ricerca, che difficilmente si sbagliava nel ritrovarsi al cospetto di un nuovo soggetto.

Sapeva cogliere al volo gli aspetti più segreti di chiunque e riusciva a prevedere con minuziosa precisione quello che il suo interlocutore avrebbe detto o fatto e quasi mai… sbagliava!

Se da giovane la malagrazia e la supponenza gratuita di alcuni l’avevano ferito, col tempo si era creato quasi una corazza e la disillusione, circa la specie umana, aveva lasciato spazio a una profonda fiducia nei confronti degli unici esseri che considerava degni di attenzione: i ragazzi!

Era straordinaria la facilità con cui riusciva a sintonizzarsi sulla loro lunghezza d’onda, in modo pacato, senza mai invadere il loro territorio, quando ne avvertiva la diffidenza.

Bastava davvero poco perché i più giovani cominciassero con naturalezza ad affidargli le proprie confidenze, lo sentivano amico: un orecchio attento che ascoltava senza giudicare e parlava solo se veniva sollecitato a esprimere il suo pensiero.

Quando si soffermava a rifletterci, Giacomo riteneva di poter dire di aver acquisito questa dote ai tempi della sua prima esperienza lavorativa.

Si era presentato a un colloquio (senza credere nemmeno per un attimo di avere qualche possibilità) per un incarico come portiere presso un collegio femminile. E quando gli avevano detto che il posto era suo, non aveva saputo nascondere la gioia e lo stupore.

Era stato così che aveva cominciato: in una residenza per signorine di buona famiglia, come si diceva allora.

Erano trascorsi più di trent’anni da quel primo impiego, ma il ricordo, sebbene impolverato dal trascorrere del tempo, continuava a travolgerlo con un’ondata di tenerezza infinita.

Erano tutti lì, allineati e nitidi davanti ai suoi occhi, i volti delle signorine.

Qualcuno emergeva più di altri. Persino l’eco dell’irrefrenabile cascata delle loro parole lo avviluppava ancora e riusciva a dargli la carica necessaria per ignorare alcuni dei personaggi che incontrava, i quali avevano la capacità di farlo sentire un’ombra al cospetto del loro smisurato senso di superiorità.

Si affollavano dentro di lui le immagini dell’espressione spaurita delle sue ragazze, soprattutto al loro arrivo: il senso di vuoto e di incertezza che le lambiva.

I lunghi corridoi che collegavano le diverse ali dell’edificio si diramavano intorno alla portineria, perciò, Giacomo le vedeva passare e osservava i loro sguardi. Persino il loro incedere denunciava i loro timori: le spalle curve con la testa che quasi vi scompariva, come dentro il carapace di una tartaruga. Andature di piccoli passi indecisi: sprovveduti funamboli in procinto di perdere l’equilibrio.

Giacomo aspettava che si acclimatassero un po’ prima di rivolgere loro la parola. Poi, vedendole passare, poneva loro domande semplici da dove viene, signorina? Ha fatto un lungo viaggio?

Faceva simpatia con i suoi occhi sempre pronti al sorriso e i suoi buffi ispidi giovani baffi che, secondo lui, avrebbero dovuto conferirgli un’aria più matura.

Era proprio quel suo aspetto, insieme ai suoi modi semplici a conquistare la fiducia delle ragazze: percepivano immediatamente la sua schiettezza.

«Occorre ancora molto tempo prima che smetta di sognare, torni al presente e si occupi dei miei bagagli?»

Il tono irritato di Aristide Persepoli riportò bruscamente Giacomo alla realtà.

Accidenti, era successo di nuovo! Quando rincorreva la memoria che lo trascinava verso le sue ragazze, dimenticava tutto il resto e con personaggi come lo scorbutico ambasciatore, questo poteva diventare un problema.

Giacomo si apprestò a fare strada a sua eccellenza nella hall dell’albergo.

«Benvenuto al Gran Hotel Royal di Montelupo Terme, siamo lieti di averla tra noi e faremo del nostro meglio perché il suo soggiorno proceda nel migliore dei modi» disse l’addetto alla reception dell’hotel, andando incontro all’ambasciatore.

«Questo è quel che vedremo!» bofonchiò quello tra i denti.

Pur avendo visitato i luoghi più prestigiosi del mondo, Aristide Persepoli non poté trattenere un lampo di stupore nel guardarsi intorno.

Vetrate smisurate rovesciavano dentro la sala una luce talmente abbacinante che persino le pesanti tende faticavano a contenere.

Al centro, si pavoneggiava un’enorme scala elicoidale, avvoltolata su se stessa, come una gran dama, che trascinava dietro uno strascico di prezioso marmo rosso di Verona.

Parquet pregiati rivestivano il pavimento, sul quale tutto il personale dell’albergo, silenzioso, pareva levitare a venti centimetri dal suolo.

L’ambasciatore, al quale raramente, nella vita, avevano fatto difetto le parole, restò un attimo rattrappito nel silenzio. Una curiosa sensazione si fece largo dentro di lui: era la prima volta che metteva piede là dentro ma percepiva, in quell’ambiente, qualcosa di vagamente familiare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luisa Staffieri
Luisa Staffieri è nata a Foggia, città dove ancora oggi vive con la famiglia. Insegnante di scuola primaria e lettrice compulsiva, è autrice di vari libri per bambini e ragazzi.
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