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Monsieur Aliseau

Monsieur Aliseau
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Consegna prevista Agosto 2021
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Capita di accorgersi, a un certo punto, che tutto quello che si è vissuto sino a quel momento non vale niente, come se avessimo dovuto fare esperienze diverse per dare valore alla nostra vita. In realtà Monsieur Aliseau, questo il nome del protagonista della nostra storia, vive esperienze piacevoli, si sposa, ha una figlia che adora, passa con disinvoltura da un letto all’altro con una frequenza persino imbarazzante, ma è come se tutto questo dovesse portarlo al bivio della vita, dove bisogna cambiare marcia, fare scelte precise che lo accompagneranno in un nuovo viaggio. Ed è lì, proprio in quel momento, che riconosce il vero dal falso.

Perché ho scritto questo libro?

Anch’io, come il protagonista, ho vissuto una lunga parte della mia vita svolgendo ruoli che non mi appartenevano. Nel momento in cui me ne sono accorto, ho fatto scelte che mi accompagnassero dove volevo andare e così è stato. Quando ho percepito d’esserci arrivato, ho anche sentito la necessità di condividere questo cammino, l’ho fatto scegliendo una storia diversa dalla mia, ambientata in Francia, a Parigi, ma volevo che mi fosse distante, credo per poterla leggere meglio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Quando la primavera arriva con forza, sembra che tutto si trasformi con una velocità persino irreale.

Secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, tutto sempre fermo, immobile, semplici ripetizioni rotatorie che replicano quanto appena accaduto.

Poi?

Tutto all’improvviso entra in un vortice potente in cui niente resta uguale.

Ci sono vite che nemmeno l’hanno mai vissuta quella forza. Altre l’hanno appena sfiorata, ne sono state ai margini, come quando passa un uragano e resta lontano, lo si percepisce senza esserne coinvolti.

Qualcuna, di rado, ne è rimasta colpita, poi si è risvegliata ed è stato come un sogno, difficile da ricordare, tutto è tornato al suo solito posto.

Monsieur Aliseau nacque all’arrivo di quella stagione.

Famiglia medio borghese, papà commerciante, mamma casalinga, trascorse la sua infanzia nell’assoluta normalità, come se si stesse preparando.

A cosa ancora non lo sapeva. Come poteva?

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2.

«Buon compleanno papi» disse Elisabette abbracciando suo padre.

«Grazie tesoro» le rispose monsieur Aliseau, apprezzando con affetto quel gesto tanto famigliare.

Era il dodici di marzo e aveva appena compiuto quarantanove anni, anzi, per l’esattezza li avrebbe compiuti tra tre ore, alle dodici e quarantacinque, quando nacque all’ospedale di Saint Louis.

Sua figlia era felice di poterlo festeggiare, sempre.

Se non c’era l’occasione cercava di inventarla, così da riuscire ad abbracciarlo e sentirlo vicino.

La mamma, Mélanie, apprezzava questi gesti di Elisabette, li osservava con affetto, come se fosse lei stessa a compierli.

Non avevano impegni impellenti, avrebbero preparato con calma la cena per festeggiare monsieur Aliseau.

Lui era di buon umore, come sempre.

Poteva godersi il suo compleanno, gioire con sua moglie e sua figlia per ciò che avrebbero vissuto insieme.

Era già tutto programmato.

La mattina le compere per la cena in suo onore, tutti insieme. Il pomeriggio Mélanie si sarebbe occupata del menu, già sapendo che suo marito l’avrebbe aiutata, e sarebbero così arrivati all’ora di cena sereni.

Sua sorella con il marito, il cognato di sua sorella con la moglie li avrebbero raggiunti.

I figli, loro erano già organizzati per fare altro, tanto che anche Elisabette si sarebbe unita, insieme al suo fidanzato, avevano già prenotato la cena al ristorante La cantine de Belleville per passare là la loro serata.

Suonò il telefono.

Rispose Mélanie.

Una voce maschile le chiese di suo marito, monsieur Aliseau, con urgenza, senza troppo preoccuparsi di essere educato.

Lei, con un lieve fastidio, appoggiò la cornetta: «E’ per te tesoro».

«Sono Bonnet. La informo che stamattina sono stato chiamato dalla sede centrale della banca; non ho più alcun potere sulla sua pratica, è passato tutto all’ufficio legale, quindi o lei si decide a far fronte ai suoi impegni, o la banca le mette la casa all’asta per recuperare i suoi soldi» disse lasciando allibito monsieur Aliseau.

«Ma scusi, cosa sta dicendo? C’è la firma di mio cognato a garanzia, mi lasci il tempo di trovare una soluzione e vedrà che tutto andrà a posto» rispose monsieur Aliseau.

«Suo cognato ha la casa cointestata con la moglie, la sua firma non vale niente. Sono finite le scuse, non c’é più tempo, terminato, stop. La prossima settimana ci si muove in via ufficiale per iniziare la pratica, lei ha le ore contate. Se la chiamo di sabato mattina, vorrà pur dire che la cosa è grave, no? Veda lei cosa vuol fare, arrivederci» e riagganciò.

Monsieur Aliseau rimase senza parole.

Ora doveva trovarle, vista la faccia attonita di sua moglie.

Cercò di recuperare un minimo di normalità.

«Cosa posso fare cara per aiutarti?» le chiese con apparente disinvoltura.

«Chi era al telefono? E che firma ha messo per te Patrick? Dove?» e lo guardò attonita.

«Una cosa da poco, non preoccuparti» disse monsieur Aliseau continuando a far finta di niente.

«Non trattarmi da stupida per favore. Dimmi chi era e cosa sta succedendo» insistette Mélanie.

Ora doveva trovare il modo di affrontare il problema con sua moglie, cercando di sviare il nodo centrale.

«Ho solo qualche piccola questione che sto risolvendo. Non ti devi preoccupare, non c’è nessun problema urgente da risolvere. Ora stai serena e godiamoci questa giornata per cortesia, è il mio compleanno» e cercò, nel dirlo, di essere dolce con sua moglie.

«Io non voglio rovinarti il compleanno, sia chiaro, ma tu dimmelo se c’è qualche difficoltà, non fare le cose per conto tuo senza coinvolgermi. Sai bene che mia sorella andrebbe in panico se sapesse che hai coinvolto suo marito in cose strane, firme, garanzie e non so cos’altro. Se ci sono problemi dimmelo, non lasciarmi fuori dai giochi» le rispose lei con altrettanta dolcezza.

«Se ti ho detto di stare tranquilla è perché devi stare tranquilla. Dai, su, adesso vieni qui, dammi un bacio e torniamo a occuparci dei preparativi, non vedo l’ora di godermi questa magnifica cena» e si baciarono tornando alle consuete abitudini.

Monsieur Aliseau sentiva il peso di quella telefonata, non aveva affrontato la questione con sua moglie, ma sapeva bene che prima o dopo avrebbe dovuto risolverla, ma come?

3.

«Buonanotte e grazie della bellissima serata. Ancora auguri Christian» disse Patrick.

«Grazie a voi, siete stati troppo generosi, come sempre» rispose monsieur Aliseau.

«Figurati, abbiamo fatto il minimo sforzo! Voi siete stati meravigliosi e avete preparato una cena deliziosa».

«Beh, grazie davvero di cuore. Senti Patrick, avrei piacere di vederti, devo parlarti di una cosa, quando ti trovo?» gli chiese.

«Quando vuoi. Chiamami che ci accordiamo. Problemi?» rispose.

«No, figurati. Allora, ti chiamo lunedì» disse stringendogli la mano.

«Buonanotte piccioncini e, mi raccomando, niente cose strane stanotte» e si salutarono.

Una risata collettiva li accompagnò fuori dalla porta.

Ora restavano soli.

Elisabette doveva ancora rientrare, chissà a che ora sarebbe arrivata.

Monsieur Aliseau si occupò di sua moglie.

«Lasciamo stare la tavola, ci pensiamo domani, vuoi?» le disse con dolcezza.

«Almeno un attimo, sistemo le cose più urgenti. Tu vai pure a letto, ci penso io qui. Ti raggiungo subito» gli rispose sorridendo.

Mentre in bagno si lavava i denti, monsieur Aliseau pensava alla serata e a quello che ancora poteva riservargli.

Sentiva il desiderio di fare l’amore con sua moglie.

Aveva iniziato ancora prima, a tavola, a farsi sentire e ora proprio non se ne voleva andare, anzi.

Era da un pezzo che non lo facevano, più o meno un paio di settimane, la notte in cui avevano visto quello sceneggiato in tv, non capiva nemmeno perché lo avesse così eccitato.

Anche lei sembrava avesse apprezzato il suo approccio e si lasciò andare come se fosse la cosa più naturale.

Erano marito e moglie, sposati da ventun anni, cosa c’era di strano se facevano l’amore?

E chissà perché, ora, passavano per la sua testa questi strani pensieri?

Lasciò scorrere tutte le preoccupazioni inutili e aspettò sua moglie, verificando che il suo desiderio non se ne fosse affatto andato.

Era il suo compleanno dopotutto, almeno questo sarebbe stato l’epilogo migliore di quella giornata.

«Vado in bagno, mi lavo e arrivo» gli disse arrivando.

Sembrava che anche lei si attendesse l’evoluzione naturale di quella serata.

Lui si trastullava nel letto, aveva in realtà paura di addormentarsi.

Decise di alzarsi e raggiungerla nel bagno.

Era da tempo che non facevano niente di strano, ma erano ancora giovani, che male c’era?

«Cosa fai qui? Vai a letto che ti raggiungo» gli disse mentre allo specchio si stava struccando.

Lui proseguì fino a farle sentire, da dietro, quanto fosse forte il suo desiderio.

Cercò di liberarsi da quella presenza piuttosto invadente, ma la determinazione di monsieur Aliseau era troppo decisa per essere contenuta.

Cominciò così, con questo approccio inusuale, la loro serata d’amore.

Dopo i primi attimi di resistenza, lei lo lasciò fare e lui percorse tutte le strade che conosceva.

Riuscì a dimenticarsi dei problemi, i soldi che sembravano finiti, gli investimenti sbagliati e chissà cos’altro.

Ma monsieur Aliseau percepì di non essere solo nel tratto che lo condusse dal bagno al letto.

Ciò che prima era riuscito a dimenticare, ora tornava intatto, forse anche un po’ più rumoroso, come se ci fossero varie voci che ne rimarcavano l’esistenza.

Non era troppo abituato a quel genere di pensieri, sapeva che le cose non andavano bene, ma era sempre stato convinto che si sarebbero sistemate.

Sua moglie parlava e lui nemmeno l’ascoltava, condizionato e posseduto da quei pensieri trasversali.

«Buonanotte amore» le disse mentre lo guardava con uno sguardo interrogativo, come se si aspettasse una risposta.

Nemmeno quello vide, si girò e spense la luce.

Lei resto lì, non riuscì a pronunciare nemmeno una nuova, piccola sillaba.

Sembrava che lui già dormisse.

Cosa poteva fare?

Si girò dall’altra parte, sperando che qualche sogno potesse accompagnare la sua lunga notte.

4.

«Ciao Patrick sono Christian, come va? Avete passato una buona domenica?» disse al telefono monsieur Aliseau.

«Ciao Christian, un’ottima domenica, grazie e tu? Grazie ancora per la splendida serata» rispose.

«Grazie a voi, siete stati davvero gentili. Io come d’accordo ti ho chiamato, quand’è che riusciamo a vederci?» chiese monsieur Aliseau.

«Oggi sono un po’ incasinato, cosa dici se facciamo domani mattina? Anche presto se puoi, perché poi nel primo pomeriggio devo fare un intervento importante e vorrei essere in clinica intorno alle undici; così ho tempo di prepararmi, concentrarmi, fare un’analisi con i miei assistenti, tutte quelle cose che faccio con meticolosità sempre, una sana abitudine direi» rispose Patrick.

«Una sanissima abitudine. Per me va bene a qualsiasi ora, dimmi tu» e attese.

«Se riuscissi a essere da me verso le otto sarebbe perfetto. E’ una cosa lunga?» gli chiese.

«No, credo di mezz’oretta al massimo» rispose.

«Bene Christian, allora a domani alle otto. Buona giornata e saluta Mélanie» e si salutarono.

La telefonata l’aveva fatta, senza alcuna alternativa possibile.

Aveva ancora un giorno per poter ignorare ciò che l’indomani avrebbe dovuto affrontare senza veli.

Poteva girarci intorno quanto voleva, indorare la pillola, a se stesso e a suo cognato, ma la questione era davvero critica, per usare un eufemismo.

Sarebbe stato utile farsi consigliare, magari dal commercialista, cercare di capire quali soluzioni trovare.

Bastava che, a seguito del primo investimento sbagliato, avesse deciso di perdere i soldi investiti, stare fermo per un po’, cercare di capire cosa stesse realmente accadendo e poi riprendere a fare ciò che negli ultimi anni gli riusciva con discreto successo.

Aveva fatto esattamente l’opposto, continuato senza freni per recuperare i soldi persi nell’investimento precedente, fino a che la direzione aveva preso la strada del non ritorno, ormai non c’erano più alternative.

La telefonata di sabato mattina aveva tolto definitivamente i veli che coprivano nella sua mente ciò che avrebbe dovuto affrontare.

La banca gli stava addosso.

Sperava che suo cognato potesse prestargli i soldi che gli servivano per ora. Con il tempo le cose sarebbero ricominciate a girare nel verso giusto e glieli avrebbe restituiti, la sua vita tornata normale, gli investimenti produttivi, tutto si sarebbe sistemato.

Era convinto che quella fosse la direzione obbligata.

Cosa costava a suo cognato aiutare a traghettarlo verso quel porto?

Non era ricchissimo, ma con un bel lavoro, guadagnava bene. Nel tempo aveva di sicuro accumulato un bel po’ di soldi, era certamente nelle condizioni di poterlo aiutare. E poi erano amici, a chi ci si può rivolgere in caso di aiuto se non agli amici?

Certo, erano amici a metà, per così dire. Non andava da lui a confidarsi sulle sue performance extraconiugali, era il marito della sorella di sua moglie dopotutto, mica poteva raccontargli certe cose.

In realtà non c’erano argomenti da condividere con suo cognato.

Si frequentavano, tutto qui. Erano i mariti di due sorelle. Senza quel legame di sangue non si sarebbero nemmeno mai conosciuti, né frequentati.

Non sapevano niente l’uno dell’altro, ognuno viveva la propria vita in modo autonomo, senza coinvolgimenti o confidenze reciproche.

Decise di uscire e andare dal commercialista.

Preferiva farlo prima che sua moglie rientrasse dalla spesa, non voleva farsi trovare ancora in casa.

La telefonata al commercialista per fissare l’incontro l’avrebbe fatta dal cellulare, in auto, il più lontano possibile da casa sua e da sua moglie.

Prese la giacca, se la infilò e uscì, quasi di corsa.

Mentre girava la chiave per accendere l’auto vide sua moglie che rientrava.

Per un pelo, pensò.

«Buongiorno, sono Aliseau, c’è il dottore?» disse al cellulare.

«Sì, buongiorno, glielo passo subito» gli rispose la segretaria.

«Buongiorno monsieur Aliseau, come sta? E’ un po’ che non ci sentiamo, cosa mi racconta?» gli chiese con calore il commercialista.

«Buongiorno dottore, vorrei passare da lei stamattina, la trovo? Ha tempo per me?» e attese.

«Per lei ho sempre tempo. Tra mezz’ora le va bene?»

«Mezz’ora e sono da lei» e si salutarono.

Ci avrebbe impiegato meno per arrivare.

Poteva parcheggiare con calma, magari prendersi un caffè, fare due passi e arrivare puntuale senza affanni.

Trovò il parcheggio abbastanza vicino.

Fece con calma la strada a piedi, guardò l’orologio e decise di allungarla un po’, giusto per far passare il tempo e non arrivare in anticipo.

Quando suonò il campanello dello studio era in perfetto orario.

«Buongiorno monsieur Aliseau, il dottore la sta aspettando».

Si ritrovò subito nel suo studio.

Si salutarono con calore, come se fosse passato chissà quanto tempo dal loro ultimo incontro e avessero fatto una montagna di cose, girato il mondo, avuto dei figli, cambiato casa e anche moglie.

In realtà erano passate poco più di due settimane e non era successo niente di particolare, non erano usciti da Parigi, nessun nuovo figlio e la casa e la moglie sempre le stesse.

Passati i dieci minuti di convenevoli in cui si dissero quante più ovvietà possibili, monsieur Aliseau decise di affrontare l’argomento.

Spiegò con discreta meticolosità la sua situazione e si stupì nel vedere la faccia del dottore sempre più preoccupata, come se fosse all’oscuro di tutto.

Non l’aveva coinvolto nella totalità dei suoi affari, ma era convinto che avesse capito che il quadro globale fosse critico, certo non sull’orlo del baratro, ma che avesse comunque bisogno di essere risolto, di trovare un’opportuna e efficace soluzione.

«E’ possibile che non abbia niente da vendere o da monetizzare? Da quello che mi dice, pare non ci siano molte soluzioni. Le banche e i fornitori vorranno essere pagati, prima o poi affronteranno il problema e, nell’accorgersi quale sia veramente, cercheranno di recuperare quanto più possibile, non la lasceranno in pace. Inoltre non si può cercare di trovare un accordo se quello che ha non riesce a venderlo, vuol dire che non ha mercato, quindi non ha nemmeno i soldi per fare una proposta concreta. Avremmo dovuto intervenire prima, non far passare tutto questo tempo» disse il dottore preoccupato.

«Ormai non serve più pensare a quello che si poteva fare, ma fare ciò che è possibile ora» disse con determinazione monsieur Aliseau.

«C’è una sola cosa da fare: pagare. Quando ci sono debiti, solo quello si può fare: pagarli. Non è detto che si debbano pagare per intero, anzi, si possono trovare accordi molto vantaggiosi che riducano pesantemente il carico, ma alla fine bisogna tirare fuori i soldi per onorare l’intesa raggiunta. Se lei non ne ha di soldi in questo momento, cosa vuole che facciamo?» e lo guardò aspettando.

Ritornarono a parlare di aria fritta per un po’, poi monsieur Aliseau decise di salutare il dottore, stringendogli la mano con calore, si dissero persino che si sarebbero incontrati una delle prossime sere con le rispettive mogli, e se ne andò.

La macchina era ancora lì, al posto in cui l’aveva lasciata, tutto era esattamente come prima, niente era cambiato.

5.

Alle sette e quarantacinque era sotto la casa di suo cognato.

Un po’ troppo in anticipo per suonare il campanello e farsi aprire.

Da casa sua c’erano circa venti minuti d’auto. Aveva parcheggiato e doveva solo attendere che arrivassero le otto, per poi annunciarsi a Patrick.

Non era abituato a gestire situazioni come quella che stava vivendo, era cresciuto in una famiglia agiata.

Cosa avrebbe detto sua moglie?

Dovevano lasciare la casa, cambiare abitudini, occuparsi di tante cose di cui nemmeno conosceva l’esistenza?

E sua figlia? L’aveva sempre adorato, non perdeva occasione per abbracciarlo, baciarlo, come poteva accettare ciò che stava accadendo?

Sarebbe stato abbandonato? Per sempre?

Quando si è abituati a vivere tutti i giorni in un certo modo, com’è possibile cambiare e affrontare cose nuove, lontane da ciò che solo un attimo prima erano la normalità?

Cambiare, cambiare, cambiare. Perché cambiare?

La sua vita a lui piaceva.

Come voleva, erano anni che faceva finta di lavorare e invece passava il tempo a divertirsi, pianificava anche nuove iniziative, nuovi investimenti, in un attimo però, non gli rubavano tempo, poi passava da una casa a un’altra, la normalità da sua moglie e il divertimento in quella della signora di turno.

Sempre diverse, l’importante era che non lo stressassero, che non pretendessero ciò che lui, da uomo sposato e innamorato di sua moglie, non poteva dare.

Il mondo era pieno di donne che cercavano ciò che lui era in grado di dare. In cambio aveva ciò che cercava lui.

Ormai aveva affinato lo sguardo e poteva selezionare le sue conquiste, senza alcun dubbio.

Perché, quindi, avrebbe dovuto cambiare?

Lasciare la sua casa per un’altra voleva dire una serie di cose da fare. C’era da impazzire.

Spostare tutti i mobili, smontarli e rimontarli, non è che si potevano lasciare e ricomprarli. Se avesse potuto permetterselo, allora poteva restare dov’era, che bisogno aveva di andarsene?

Gli amici di sua figlia cosa avrebbero detto?

E ora sua cognata, Ginette, avrebbe accettato ciò che lui si apprestava a chiedere a suo marito, Patrick? Sarebbe stata vicina a sua sorella, accettando di aiutarla, anche economicamente, senza mettersi a giudicare, a dire che si poteva fare un’altra cosa, che era meglio fare così o chissà cos’altro?

Tra un pensiero e l’altro erano arrivate le otto.

Non aveva stabilito una strategia, non era capace di fare certe cose. Sentiva fastidio allo stomaco quando pensava che forse sarebbe stato meglio agire in modo diverso. Come? Era facile ora dire che poteva comportarsi diversamente. Quella era la realtà che stava vivendo.

Suonò il campanello e sentì la voce del nipote più piccolo rispondergli.

Gli aprì sua cognata Ginette, lo accolse con un bacio, ringraziandolo ancora per la bella serata passata insieme sabato a casa sua.

Lui cercava di essere il più disinvolto possibile, ma dentro di sé ribolliva come una pentola a pressione, sentiva lo stomaco chiuso, sembrava legato.

Bevve il thè che sua cognata gli offrì, aspettando il marito che sembrava avesse deciso di occuparsi d’altro, allungando la sua fastidiosa attesa.

Si rese conto che non aveva alcuna voglia di vederlo, parlare con lui, raccontargli tutta la storia, giustificare il suo attuale stato, sentire le sue lamentele, non avrebbe dovuto fare così, era meglio tutelarsi e affrontare ciò che capitava in modo maturo, la crisi c’era, non era un’invenzione, il mondo stava cambiando, non c’era mai stata una situazione così difficile in tutta Europa, il settore immobiliare era crollato, non esisteva più una casa che avesse un valore certo, come poteva pensare di riprendersi?

Si pentì di essere lì.

Era stato condizionato da sua moglie. Se solo non l’avesse chiamato a casa Bonnet, sabato mattina, nessuno avrebbe saputo niente e lui avrebbe continuato ancora così. Poi una soluzione sarebbe arrivata, se l’era sempre cavata, perché non stavolta?

«Ciao Christian» disse suo cognato arrivandogli da dietro.

«Scusa il ritardo, ma stamattina mi sono svegliato con un leggero mal di testa e ho dovuto prendere un analgesico, so che quando inizia così poi può solo peggiorare. C’è anche per me un goccio di thè cara?» chiese a sua moglie.

Glielo versò in una tazza grande e lo bevve con tutta calma.

Trascorsi i soliti dieci minuti di conversazione generica, si decise di alzarsi e invitare suo cognato nello studio, dove avrebbero potuto parlare senza essere disturbati.

Monsieur Aliseau decise di non prolungare l’attesa e affrontò subito la questione.

Raccontò tutto, con precisione.

«Questo è quanto Patrick, capisci bene che non avrei potuto parlatene al telefono, né avrei potuto attendere troppo tempo per metterti al corrente» disse monsieur Aliseau.

«La situazione è davvero grave Christian. Non potevi parlarmene prima? Adesso, così sui due piedi, cosa vuoi che ti dica? Per fortuna la mia firma da sola non vale granché, cosa potrei dire ora a mia moglie se fossimo in condizione di perdere la casa?» rispose in apprensione suo cognato.

«Non potevo parlartene prima, solo sabato mattina mi ha chiamato il direttore della banca, non credevo proprio che tutto fosse precipitato in quel modo. Io sono anni che lavoro con le banche, nessuno mi ha mai messo in difficoltà, ho sempre onorato i miei impegni, fino all’ultimo centesimo» disse un po’ in affanno monsieur Aliseau.

«Se ho dovuto mettere la mia firma in banca è perché le circostanze erano ormai precipitate, ora e solo ora lo capisco bene anch’io. Quand’è così non ci sono molte soluzioni. Dubito di trovare nuove strade per poterti ancora aiutare» gli rispose Patrick.

«Se vuoi, io posso darti la casa, sistemi il debito con la banca e te la tieni. E’ comunque un ottimo affare. Noi possiamo pagarti l’affitto, poi ci penso e vedo cosa posso fare, non ho ancora avuto il tempo di riorganizzarmi, ma a breve sarò di nuovo attivo e vedrai che un po’ alla volta mi riprendo» e restò in attesa.

«Ti riprendi tu e mi affosso io, come posso prendermi casa tua? Io non li ho tutti quei soldi, sono impegnato in altri fronti, no, non so proprio come potrei fare. Tra l’altro faccio un lavoro in cui le preoccupazioni devono starmi lontano, io oggi faccio un intervento importante, sai cosa succede se mi faccio condizionare da quello che mi stai dicendo? Un disastro! Lì c’è in ballo la vita di una persona, non so se ti rendi conto, non è un gioco, vita o morte, quello c’è» e si strinse le mani sulle tempie, come per attenuare il mal di testa.

Monsieur Aliseau, ancora lontano dal credere che la sua situazione fosse realmente così grave, fu tentato di alzarsi e andarsene, sarebbe successo qualcosa, qualsiasi cosa e poi una soluzione l’avrebbe trovata, come sempre, no?

Si trattenne, lasciando a suo cognato il tempo di riprendersi.

«Non so proprio cosa dirti Christian, mi spiace molto, ma non so cosa dire e cosa fare» disse con dispiacere Patrick.

«Beh, ora non dire niente, lascia che tutto questo si assesti dentro di te, poi vediamo cosa riesco anch’io a pensare, a programmare. Ci risentiamo e ci confrontiamo, vediamo che soluzioni escono. Io dovevo parlartene, non avevo alternative, spero che tu lo capisca» ribadì monsieur Aliseau.

«Certo che lo capisco, ci mancava che non me ne avessi voluto parlare. Ci sentiamo tra un paio di giorni e vediamo come butta, ok?» e si sentì più leggero.

«Grazie Patrick, grazie di cuore. Non so cosa darei per non averti coinvolto in questa avventura. Mi sono sempre arrangiato nella mia vita, chissà perché ho dovuto chiederti un piacere così grande, non lo so proprio» e si abbracciarono.

Salutò Patrick e sua moglie e se ne andò.

Arrivando all’auto pensò che non si aspettava la solidarietà di suo cognato, ma l’abbraccio che si erano dati era carico di affetto.

Qualunque cosa fosse successa, gli sembrava di avere fatto un bel passo in avanti quella mattina, ora non si sentiva solo.

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Franco Maria Pelizzari
Nato a Roè Volciano, in provincie di Brescia, sul lago di Garda, nel 1960, svolge parecchie attività lavorative: ha un’azienda che si occupa di forniture per interni e arredamento fino al 2010, nel frattempo apre un ristorante, nel 2013 è amministratore di un’azienda di bonifiche ambientali, finché decide di occuparsi solo di scrittura. Si siede davanti al computer per iniziare il suo primo libro nel 2010 e lo termina a fine 2011. Inizia nel 2012 il suo secondo libro che termina nel 2014, anno in cui, per una emorragia celebrale, passa quattro mesi in ospedale. A seguito di questa esperienza matura la scelta di dedicarsi solo alla scrittura e, dopo essersi ripreso dall’esperienza ospedaliera, nel 2016 scrive il suo terzo romanzo, in due settimane. Nel 2017 scriverà il suo quarto romanzo, in cinquanta giorni, confermando che la scelta di occuparsi solo di scrittura fosse la migliore.
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