Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Moon Lake
16%
168 copie
all´obiettivo
68
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Agosto 2022

Bea ha 17 anni, non ha mai partecipato ad una festa, non si è mai truccata, indossa sempre gli stessi vestiti e non ha mai baciato un ragazzo, da quando è nata non è mai uscita dalle sicure mura della piccola comunità in cui vive.
Non era ancora nata quando il mondo fu sconvolto dalla grande pandemia, non ha vissuto il lento ma inesorabile progredire dei contagi, non ha sofferto la perdita di parenti e amici e l’inevitabile crollo della società, tutto quello che sa lo ha appreso dai racconti dei membri della comunità.
Tutto ciò che Bea conosce davvero è il duro lavoro che tutti loro, tutti i giorni, devono affrontare per sopravvivere, e tutti i giorni si chiede “è davvero vita questa?”
La vita di Bea cambia completamente quando un giorno, quasi come fosse un miraggio, vede un gruppo di persone arrancare sulla strada in direzione del loro portone. Chi sono? Con che coraggio si aggirano per le strade? Il suo destino, e forse quello di tutti sta per cambiare.

Perché ho scritto questo libro?

Fin da piccola la mia mente ha viaggiato per modi fantastici, alimentata da libri e film straordinari, finalmente ho trovato il coraggio di dare vita a ciò che la mia fantasia mi suggeriva. Gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi due anni sono stati il trampolino di lancio che mi serviva.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quando guardo le foto di mia madre da giovane penso alla vita che avrei potuto avere se solo fossi nata nel secolo precedente.

Alla fine del novecento le ragazze e i ragazzi erano liberi, ho visto foto di gite in campeggio, locali con musica chiassosa e luci soffuse e amici, amori, allegria e spensieratezza.

A vederla oggi non direste mai che mia madre possa essere stata una ragazza come tante, che si divertiva studiava e usciva con i ragazzi.

Io non avrò mai quella vita, non sarò mai felice e spensierata, la grande pandemia (così la chiamano) ha rovinato tutto, per noi nati dopo il 2020 non ci saranno mai balli di fine anno, gite scolastiche, amici nuovi ogni giorno e amori.

Già, gli amori, ho solo 17 anni ma credo che non mi innamorerò mai, viviamo chiusi nel nostro piccolo mondo, non conosciamo mai nessuno di nuovo. Non capisco perché fare figli in questo mondo malato, non capisco quale egoismo porti gli adulti a dare la vita a chi la vita non la vivrà mai.

Continua a leggere

Continua a leggere

Avrei preferito non essere mai nata.

– “Bea….Bea…dove sei?”

Mio fratello, gemello, il cocco di mamma e papà, sempre obbediente, sempre perfetto e preciso, sembra non sbagliare mai, fa sempre quello che è giusto fare, è sempre servizievole e disponibile. Accanto a lui io sembro un’ingrata, sempre arrabbiata, e stretta in questa vita austera e dedita al lavoro a cui ci costringe nostra madre.

Lui come tutti mi chiama Bea, ma il mio nome è Beatrice, sarà orribile ma nemmeno il mio nome sembra adeguato a me, Beatrice sa di calma e pazienza, io mi sento così stretta in tutto ciò che mi circonda che vorrei urlare in ogni momento.

– “Arrivo!!!”

Sono le 5 del mattino, già solo le 5, è estate quindi ci si sveglia presto per lavorare di modo da sfruttare il più possibile le ore di sole ma non morire di caldo, e soprattutto non farsi mangiare vivi dai moscerini.

Il mio compito è pulire e dare da mangiare agli animali, 6 galline, 4 caprette e 2 asini. Li amo, davvero li amo, ma allo stesso tempo li odio, odio che sia un dovete badare a loro e odio non poter scegliere cosa fare della mia vita.

Mio fratello Ale, in realtà si chiama Ettore ma non piace a nessuno, nemmeno a lui, si occupa dell’orto, raccoglie ciò che è pronto così mamma potrà cucinarlo per cena, toglie le erbacce e concima il campo.

Al pomeriggio, dopo un frugale pasto, che in genere è composto da patate, carote e magari, se siamo fortunati, un pezzetto di carne, possiamo riposare o comunque siamo liberi di fare ciò che ci piace, non che ci sia molto da fare qui, fino a metà pomeriggio, l’unico lato positivo dell’estate, le giornate lunghe.

Io aiuto mamma in cucina, la sera il pasto è sempre un po’ più consistente, giusto per riuscire a dormire meglio.

Ale aiuta papà e Antonio, un nostro vicino, nei lavori di manutenzione del nostro picco villaggi, così lo chiama mamma. Papà era un elettricista prima della pandemia, Antonio un vero tutto fare, ha davvero le mani magiche.

Ma il mio preferito di tutti è mio fratello maggiore, Riccardo, ovviamente tutti lo chiamano Riky. Lui è nato nel 2001 quindi, per sua fortuna, è riuscito almeno in parte a vivere una vita vera, è andato a scuola, ha girato liberamente per le strade e ha avuto la possibilità di vedere il mondo come era prima.

Riky è molto diverso da noi, la mamma lo ha avuto da una relazione precedente, non è molto alto ma è forte e sicuro di sé, sa sempre cosa fare e mi fa sempre ridere, lui è l’unico che sembra capire come mi sento in ogni momento. Ha sempre un aspetto scompigliato con la barba incolta e i capelli lunghi. Io e Ale invece sembriamo dei piccoli soldatini, lui con i capelli cortissimi e gli occhi scuri come papà, io coni capelli lunghi ma sempre raccolti in una coda e gli occhi un po’ verdi e un po’ grigi come la mamma.

Invidio Riky, la mamma gli ha permesso di crescere come voleva, di essere se stesso perché, come dice sempre lei, i tempi erano diversi, noi siamo stati istruiti a far parte di un meccanismo di sopravvivenza per uno scopo, che devo ammetterlo, non mi è chiaro. In fondo questa nostra è davvero una mera sopravvivenza, non c’è scopo nella nostra vita se non sopravvivere.

Durante le ore di riposo mi arrampico sul vecchio tiglio, è l’albero più grosso di casa, ha rami nodosi e forti carichi di foglie di un verde brillante, dietro le quali mi nascondo da tutto e da tutti e guardo verso l’orizzonte, verso luoghi che posso solo immaginare. In casa ci sono molti libri, praticamente solo romanzi, che ho letto tutti almeno due volte. Il nonno dice che ho preso da mia zia, anche lei leggeva moltissimo fin da piccola. Zia Micky non l’ho mai conosciuta, quando la sera ci sediamo davanti al camino d’inverno, o sotto il caco d’estate, mamma ci racconta sempre delle storie, che spesso sono ricordi del suo passato. Ecco quelli sono gli unici momenti in cui sembra fragile, in genere è sempre attiva, seria e quasi glaciale, ma quando racconta la voce si scalda e gli occhi brillano, e poi assume quell’espressione malinconica e allora capisci che la storia è finita.

Fra le tante che racconta spesso ci parla della zia, lei quando si è perso il controllo del contagio e i soldati giravano per le strade a rastrellare le persone contagiate, era in città. Per un po’ di anni mamma e sua sorella si sono sentite per telefono, ma col passare del tempo e con l’inevitabile crollo dell’economia si è fermato tutto, le compagnie telefoniche, le fabbriche e anche l’elettricità è tutto un bel ricordo.

Certo non per me, io non ho mai visto tutto ciò, non sono nemmeno mai uscita dalla nostra piccola comunità.

C’è stato un giorno in cui la nostra strada era solo una piccola via di un piccolo paese, vicino al lago a ridosso dei monti.

Quando tutti si sono resi conto che l’unico modo di sopravvivere era chiudersi in una piccola comunità, minimizzando quasi a zero i contatti con l’esterno, papà con gli occupanti delle altre 5 case della via hanno deciso di costruire un muro di cinta che inglobasse solo le nostre case e i nostri giardini.

All’inizio erano solo in 13, ma la fortuna è stata dalla loro parte. In fondo alla via c’è la casa di Samu, grande amico di Riky, che ai tempi viveva solo con la nonna. Lui e la mamma si occupano della dispensa, difronte a casa di Samu c’è una vecchia casa, abbandonata ormai da anni, che è sempre all’ombra della collina. Dentro è sempre molto fresca e li stipiamo tutte le nostre riserve di cibo.

Più avanti abita la signora Rosi, ormai è molto anziana, mamma dice che è sempre stata un po’ bisbetica ed in effetti a me ha sempre fatto un po’ paura. Non ha mai contribuito molto alla nostra comunità, se non per lamentarsi, ma non potevamo lasciarla sola.

Dopo la casa di Samu ci sono i signori Corti, una coppia un po’ in la con gli anni ma molto attiva e simpatica, lui ex ferroviere è bravissimo con il giardino e l’orto, ha insegnato a tutti noi come coltivare la verdura, che insieme al latte delle caprette e alle uova ci da cibo a sufficienza. Lei è la nostra maestra, quando era giovane insegnava alla scuola elementare del paese, adesso si dedica all’istruzione mia e di Ale e ovviamente da una mano nei lavori più leggeri.

In fine ci sono i nostri dirimpettai, e loro sono stati la fortuna più grande della nostra comunità. Antonio, come dicevo prima, ha le mani d’oro, sa costruire e aggiustare praticamente tutto. La moglie Lucia è infermiera, si è sempre occupata con amore di tutti noi, ha anche aiutato mamma a partorire. Da qualche anno sta insegnando alle sue figlie, Silvia e Angela, non tanto perché ci sia bisogno ma non si sa mai, e poi bisogna occupare il tempo in qualche modo. Antonio e Lucia hanno anche un figlio Gae, anche lui grande amico di Riky.

Lui e mio fratello si occupano principalmente di aiutare nei lavori pesanti, di tenere i fuochi accesi, e di fare la guardia al cancello di notte. Per questo quando noi ci svegliano loro vanno a dormire fino alle 12 quando è ora di preparare il pranzo, mentre mamma con il mio aiuto e quello delle altre donne, se non sono impegnate altrove, prepara da mangiare loro si lavano e preparano per una nuova giornata.

A volte sfoglio i libri di cucina che ci sono in casa, sarebbe bello poter mangiare le prelibatezze descritte in quelle pagine vecchie e logore. Papà dice che mamma è una cuoca straordinaria, pare che prima della pandemia preparasse sempre piatti succulenti.

Ovviamente io non ho mai avuto il piacere di assaggiarli, ma considerato che papà non è il tipo che elargisce complimenti con facilità deve essere per forza vero.

In genere pranziamo tutti insieme nella taverna di Antonio e Lucia, è grande a sufficienza per contenerci tutti e soprattutto è calda d’inverno e fresca d’estate. Quando è nata la nostra piccola comunità mamma, papà insieme ad Antonio e Lucia sono diventati di fatto i nostri capi, una volta alla settimana si ritrovano da soli in una specie di consiglio per tirare le somme di ciò che possediamo e di ciò che c’è di più urgente da fare. Sono convinti che se utilizziamo le risorse dei singoli per il bene comune riusciremo ad ottimizzare sempre quel poco che abbiamo.

Ciò significa che niente è davvero tuo, tutto è di tutti e niente è di nessuno.

– “Bea, dove hai la testa, fra le nuvole?”

– “Scusa mamma, mi sono distratta, cosa dicevi”

– “Prendi la pentola e il pane, andiamo a mangiare. E stai dritta quando cammini, non sei un pinguino!”

Ed ecco qui, come tutti i giorni, ci accingiamo a consumare il nostro pasto, decisamente, lauto.

Il brusio che c’è sempre in taverna sa di vita vera. Gli adulti discuto tra loro di cose importanti ma apparentemente in modo leggero.

Noi ragazzi ridiamo e scherziamo come se non fossimo confinati in una vita piatta che si ripete uguale giorno dopo giorno.

Di solito io osservo più che parlare. Tutti hanno un ruolo ma nemmeno loro lo sanno. Riky, anche se non lo ammetterà mai, è una specie di leader fra di noi, Gae e Angela bisticciano sempre ma si vede che si vogliono molto bene. Ultimamente però Angela è distratta, si decisamente, distratta da Samu. Lui è molto timido ma è chiaro già da tempo che ha una tremenda cotta per lei, se ne sono accorti tutti, anche Angela nonostante neghi fermamente. Lui nemmeno la guarda, altrimenti arrossisce e lei fa finta di ignorarlo ma appena ne ha l’occasione lo fissa, osservando tutto quello che fa. Io vivo attraverso loro quello che potrebbe essere la sensazione di innamorarsi, ma sapendo che a me non accadrà mai.

– “a cosa stai pensando? Sento gli ingranaggi della tua testolina che si muovono”

– “riky…mi hai spaventata, ero ehm distratta”

Lui mi guarda con un sorriso tenero, sembra quasi mi compatisca

– “non guardarmi così”

– “e come ti starei guardando, sentiamo”

– “come se fossi l’ultima donna sulla faccia della terra, destinata a restare da sola”

– “tanto per cominciare non sei una donna, sei ancora una bambina”

– “guarda che ho già 17 anni”

– “si certo, ma lo sai…per me sarai sempre la mia sorellina. E comunque non rimarrai sola per sempre, né sono sicuro. Adesso ti sembra impossibile ma la vita è lunga e riserva sempre grandi sorprese.”

– “ho paura che morirò prima di noia se vado avanti così”

Riccardo scoppia in una fragorosa risata, il suo sorriso si allarga e gli occhi si illuminano, in questi momenti assomiglia tremendamente alla mamma, anche se mi è capitato molto di rado vederla sorridere, figuriamoci ridere di gusto.

Io mi imbroncio, ho quasi la sensazione che si stia prendendo gioco di me. Appena se ne accorge mi attira a se e mi abbraccia, la sua stretta è così forte e avvolta dalle sue braccia mi sento al sicuro, ho la sensazione che tutto sia possibile.

Finito di pranzare tutti tornano nelle loro case, c’è chi riposa, c’è chi lavora a maglia chi, come  Ricky, Samu e Gae gioca a carte, io prendo un libro e mi rintano sul mio albero. All’ombra della sua folta chioma mi rilasso sognando mondi lontani, fantasticando su come vorrei vivere la mia vita se solo fossi libera. La nostra gatta, una matterella tutta bianca e nera, praticamente simmetrica ad eccezione di una macchia vicino al naso, si aciambella sulle mie gambe facendo le fusa come un trattore. Il sole e il caldo, i grilli che cantano e soprattutto il silenzio, quel silenzio quasi assordante, danno la sensazione che il modo sia immobile, che il tempo non passi mai.

Sono sul punto di addormentarmi, nemmeno il libro riesce a tenermi sveglia, quando sento Zack, il nostro cane da guardia, un bel meticcio con le fattezze di un pastore tedesco, che ringhia, un rumore basso che viene direttamente dal ventre. Mi drizzo istintivamente, sento che qualche cosa non va. Ogni tanto, anche se di rado, alcuni dei pochi altri abitanti della zona bussano al nostro portone, i soldi non esistono più così il baratto è diventato comune, è così che otteniamo principalmente la carne, scambiandola con i nostri frutti e ortaggi, ma soprattutto con il latte e le uova prodotti dai nostri animali.

Scorgo l’orizzonte, in direzione dello sguardo di Zack. Vedo solo il solito paesaggio, la provinciale che porta giù in paese, le piante che svettano fiere alla luce del sole le case abbandonate e il letto del fiume ormai in secca da prima ancora che io nascessi. Mi sembra tutto come al solito, tutto estremamente tranquillo e tristemente desolato. Sto per rimettermi comoda quando qualcosa attira il mio sguardo, un piccolo bagliore che proviene dal fondo della strada, strizzo gli occhi e allungo il collo per vedere meglio e rimango sbigottita! Con passo lento e incerto stanno salendo quattro persone, una di loro sembra essere un bambino. Cerco di scorgerli meglio ma sono ancora troppo lontani, non riesco nemmeno a capire se sono uomini o donne, quello che è cerro è che si stanno dirigendo verso di noi. Devo avvertire gli altri.

Praticamente mi catapulto giù dall’albero, la mia irruenza fa agitare la gatta che balza come una furia direttamente sul tavolo dove stanno giocando i ragazzi. Le carte volano da tutte le parti facendoli gridare di indignazione, Gae si alza di scatto per inseguire la gatta facendo ribaltare la sedia che rovinando a terra provoca un rumore tremendo

– “Ragazzi, fermi….ragazzi non gridate”

Nessuno mi ascolta, ridono imprecando ma non mi ascoltano

Mi metto in piedi sul tavolo in mezzo a loro per attirare l’attenzione

– “Ragazzi fate silenzio!!!”

Sembra abbia funzionato, ora mi guardano tutti e tre come se fossi pazza. Finalmente Riky mi guarda e capisce che c’è qualcosa che non va.

– “Bea che succede, perché ti comporti così?”

– “Stanno arrivando delle persone, quattro per la precisione, uno sembra essere un bambino e nessuno ha bambini nella zona, i più giovani siamo io e Ale.”

E mentre finisco di parlare Zack comincia ad abbaiare fra un ringhio e l’altro.

-“Samu vai a chiamare gli altri, io e Gae prendiamo i fucili e andiamo hai posti di guardia. Bea tu ritorna sul tuo albero, li sarai al sicuro.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Moon Lake”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Silvia Montagner
Diventata madre a soli 22 anni, Silvia Montagner ha cresciuto suo figlio da sola, decidendo di lasciare la città in cui viveva in favore di un piccolo borgo sul lago Maggiore.
Con l'aiuto di famiglia e amici ha passato gli ultimi vent'anni a costruire la sua vita, lavorando per garantire un futuro sicuro per se e suo figlio.
Appassionata di lettura e cinema, ora che è sposata e si gode la sua vita tranquilla, ha trovato il tempo e la serenità sufficienti per mettere nero su bianco quello che la sua fantasia le suggeriva da anni.
Silvia Montagner on FacebookSilvia Montagner on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie