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Namervitis - Telder

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Consegna prevista Marzo 2021
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Telder si sveglia inquieto. Mai avrebbe immaginato che la sua vita e quella del suo popolo sarebbero state stravolte. La grazia che gli Dei hanno donato si è rivelata un’arma a doppio taglio. La storia dei suoi avi è piombata su di lui come una nera minaccia che non è pronto ad affrontare. Non tutte le decisioni che dovrà prendere per salvare sé stesso, la sua famiglia e il suo popolo daranno l’esito sperato e Telder rischia di pagare caro i suoi errori. Con coraggio e determinazione, però, combatterà il Male, aiutato da una compagna fedele e misteriosa, forgiata in un passato lontano e dimenticato.

Perché ho scritto questo libro?

A sedici anni ho letto per la prima volta “Il Signore degli Anelli” di R.R.Tolkien e mi si è aperto un universo fantastico e meraviglioso che col tempo mi ha permesso di dedicarmi con passione alla lettura delle biografie di grandi personaggi, della storia e del costume medioevale, dell’archeologia, dell’astronomia, dei miti e delle religioni e della cultura Celtica. Ho scritto questo libro perché narro l’arme e l’amor in versione fantasy, perché vi ho messo dentro le mie passioni, i miei sogni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il corpo dell’uomo vestito di scuro si fuse con l’ombra del glicine che avvolgeva il muro del palazzo. Era in quell’ora della notte che precede l’alba, quando sembra che anche l’aria si fermi. Osservò attentamente l’ingresso principale. Non mancava molto all’arrivo del Feodo del mattino. Aveva studiato la sua parte nei minimi particolari. Conosceva ogni orario e abitudine e corporatura dei Feodor. Nessuno avrebbe sospettato di lui. La sua mente e le sue capacità gli avevano aperto le porte segrete di un antico sapere, ma al contempo gli avevano permesso di fingere e di non essere scoperto neanche dal più abile Mundbora.
Bramava un sapere sopito e nascosto per secoli, che aveva alimentato la sua rabbia e la sua ambizione. Ma nonostante la sua mente acuta, nonostante le sue innumerevoli capacità, la sua nascita non era di stirpe reale e non sarebbe mai potuto salire sul trono. Non avrebbe mai avuto l’Ofer Vigend. Non avrebbe mai se……
Scelse con cura quel giorno. Scendeva una fastidiosa pioggerellina e quindi sapeva bene che il Feodo in arrivo avrebbe indossato un mantello col cappuccio. Sapeva anche che il Feodo era anziano e burbero e se c’era una persona che non sopportava era il giovane a cui doveva dare il cambio. Non gli avrebbe in ogni caso rivolto la parola qualunque cosa avesse detto, si sarebbe limitato ad un grugnito stizzoso e naturalmente, facilmente imitabile…
Il Feodo alzò gli occhi furioso e spaventato per vedere cosa lo aveva fermato. L’ultima cosa che vide furono gli occhi del suo assassino.

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PARTE PRIMA
I° CAPITOLO
UN PESSIMO RISVEGLIO

Telder si stiracchiò pigro tra le lenzuola. Odiava svegliarsi presto, specialmente quando la sera prima aveva fatto tardi, ma si conosceva ormai troppo bene per sapere che non avrebbe più riposato. Amava dormire e non si spiegava quel risveglio in un’ora così mattutina. Tanto valeva alzarsi e andare a fare una corsetta nel parco del castello. La sua corsa mattutina era l’unico momento in cui i consiglieri e i loro problemi avevano l’ordine tassativo di non disturbarlo. Niente, nel modo più assoluto valeva quanto quella mezz’ora in cui chiudeva il mondo fuori. Si sedette sul bordo del letto guardandosi i piedi, assonnato. Per quel poco che aveva dormito aveva avuto brutti incubi. C’era sangue, tanto sangue, e gente che urlava, e fuoco e fiamme. Il sogno lo aveva sconvolto. Il suo popolo e lui non sapevano cosa fosse una guerra, una carestia, una catastrofe ambientale. Si viveva paciosi e sereni, in un ambiente rilassante. Ma nascevano troppi pochi bambini. Le madri generavano tardi, e malattie della gestazione si portavano via il bambino e alcune volte anche la madre. Le donne non volevano più concepire e la paura mista a una vita piena di agi fece sì che solo poche avessero il coraggio e la forza di creare una vita. Si scosse da tutti questi pensieri con un brivido freddo, nonostante la Forst Lehot fosse già avanti. Dalla porta finestra spalancata entrava un leggero venticello tiepido che lo avvolse riscaldandolo, portando con sé i profumi dei fiori del suo giardino. Telder respirò profondamente inebriandosi. Si alzò stirando i muscoli delle braccia sopra la testa e sbadigliando si avviò allo specchio per contemplarsi. Occupava molto del suo tempo all’attività fisica e aveva fatto del suo aspetto esteriore il suo vanto, seguito solo in parte dai suoi sudditi, che preferivano svolgere qualsiasi attività di svago o lavorativa, con l’aiuto della mente. Si legò i lunghi capelli castani in una rozza treccia e si rimirò ancora una volta prima di coprire i suoi muscoli con la corta tunica che usava per correre. Si era appena infilato i calzari di cuoio che qualcuno bussò vigorosamente alla porta.
Per un attimo rimase quasi interdetto. Non aveva ordinato la colazione, sua madre stava bene, sua moglie era andata a riprendersi dal parto con il piccolo nel sud del paese, sull’Eorl Brim. Non aveva percepito da loro nessun segnale di pericolo, allora chi osava infrangere il suo cerimoniale mattutino?
– Chiunque voi siate andatevene se non volete subire la mia rabbia! –
– Sire vi prego, aprite per carità! – la voce era quella del suo Rand Sceal ed era chiaramente alterata da un tono di panico. Telder alzò la mano sinistra e impose alle pesanti porte di legno scuro che davano sul salottino privato di spalancarsi. In una frazione di secondo si chiese com’era possibile che il Rand Sceal lo avesse raggiunto. Le guardie posizionate all’ingresso del suo appartamento non lo avrebbero mai fatto passare senza un suo ordine preciso. Ma prima ancora di vedere l’uomo, Telder vide i due soldati riversi in terra. Impallidì e si voltò lentamente verso il Rand Sceal, che non più giovane, respirava affannosamente muovendo su e giù il ventre rotondo. L’uomo tirò fuori un fazzoletto e si asciugò il viso sudato e chiazzato di rosso. La sua tunica blu notte meravigliosamente decorata in oro era sgualcita e sudata. Era chiaro che, nonostante l’età e il peso aveva corso.
– Cosa diamine…! –
– Perdonate sire – disse indicando gli uomini a terra – sono solo svenuti. Lo so che è contro la legge aggredire un’altra persona, specialmente con la magia, ma non mi volevano ascoltare. Non mi lasciavano passare! –
– Eseguivano i miei ordini Rand Sceal – la voce di Telder era una lama ghiacciata e lo perforò con i suoi occhi nocciola chiaro tanto da sembrare dorati, che rifulgevano di luce propria quando era arrabbiato. Il Rand Sceal deglutì vistosamente.
– Deciderete poi cosa farne di me sire, ma ora è meglio che mi stiate a sentire! –
Telder era senza parole. La sfacciataggine dell’uomo era senza confini. Alzò una mano per colpirlo, poi si rese conto della verità. Solo una tragedia poteva averlo spinto a tanto. Abbassò il braccio e sentì la sua mano tremare. Si impose contegno incrociando le braccia e sollevando il petto e il mento, in modo da sembrare ancora più alto e minaccioso, e soprattutto per cercare di nascondere il senso di inquietudine che lo stava pervadendo. Con la punta delle dita sfiorò i decori finemente cesellati dei bracciali d’oro che lo cingevano dai polsi fino a metà avambraccio.
– Bene, allora parla. Cosa succede di così grave da sfidare la mia ira! –
– La peggiore delle nostre paure – l’anziano uomo usò il fazzoletto per asciugare una lacrima e il suo volto era una maschera di terrore e angoscia – Un uomo è stato ucciso stamane – un singhiozzo di pianto l’interruppe – e lo scrigno è stato rubato! –

Telder non rispose. Si sedette di nuovo sul bordo del letto e rabbrividì, di nuovo. Il Rand Sceal aveva appena sussurrato le ultime parole, tanto che Telder sperò di aver frainteso, ma non era così. Gli passarono per la mente mille domande e più di una volta fece per parlare, aprendo la bocca per richiuderla subito dopo. L’inquietudine iniziale divenne tensione alla base della nuca. Massaggiandosi il collo alzò lo sguardo verso l’uomo, che a testa china singhiozzava silenziosamente.
– Avete già convocato i Mundbora? – si sentiva stordito, come ubriaco, la bocca piena di sabbia.
– Si sire… –
– Sono al corrente dell’accaduto… –
– Si sire… – Telder si innervosì. Avrebbe preferito decidere lui per primo.
– Per quale motivo non avete consultato me prima? –
– Il corpo è stato scoperto da alcuni Mundbora mio signore. Tra di loro la notizia è corsa come il fulmine! – la sua voce tremava. Telder fece un profondo respiro.
– Bene! Ormai è fatta. Che idea hanno dell’accaduto? Sono in grado di ricostruire l’evento? –
– Ci hanno provato sire, ma le loro menti sono state fermate da un’entità potente. Non sono riusciti a rivedere il passato e ogni contatto con chi ha compiuto questa malvagità e stato annullato. Non ci sono impronte né testimoni. Se non avessimo trovato il vecchio Feodo morto, senza avere addosso le chiavi, nessuno si sarebbe accorto che dalla camera blindata mancava lo scrigno. Per il ladro uccidere era anche l’unico modo per far sì che il Feodo non rivelasse mai nessun particolare. L’unica certezza è che chi ha agito ha una conoscenza superiore della magia! –
– Attenetevi ai fatti – Telder sentì il sangue ribollire dalla rabbia, ma la sua voce era fredda e ferma. Si alzò e si avviò verso la porta finestra. Il sole era sorto e inondava di calda luce dorata il giardino sotto di lui. Portate dal venticello Telder sentì le voci dei suoi sudditi che si preparavano ad un’altra giornata. Appoggiò la fronte sul legno dell’intelaiatura e chiuse gli occhi.
– Alla solita ora, l’ultima della notte, il vecchio Feodo si è recato al lavoro, ha dato il cambio al Feodo di notte e si è avviato alla sua postazione, almeno così crediamo basandoci su quanto ci ha detto il giovane. Solo un’ora circa dopo il cambio, alcuni Mundbora si sono recati al loro palazzo come di consueto e uno di loro è arrivato come sempre dal lato est, quello che attraversa i giardini, ed è inciampato nel corpo del Feodo che era seminascosto dal glicine centenario che ricopre la parete. L’allarme è scattato subito, ma non è stata rilevata nessuna presenza estranea nel palazzo! –
– È possibile che il Feodo sia stato stregato e che abbia preso lui lo scrigno per consegnarlo poi a qualcuno che lo attendeva fuori? –
– I Mundbora hanno perlustrato la mente del Feodo, ma purtroppo ogni ricordo è stato cancellato. Tutto è possibile, anche se i Mundbora propendono a credere che l’assassino lo abbia ucciso appena arrivato e ne abbia preso il posto coprendosi con il suo mantello. Il Feodo era saggio e aveva buone doti di magia, ma non sarebbe mai stato in grado di superare gli incantesimi di protezione –
– Perché pensano questo? – Telder aprì gli occhi e volse il collo dolente al di sopra della spalla sinistra, per guardare il ministro.
– Perché pioveva e il Feodo aveva gli abiti bagnati solo sulla schiena ed era sporco di fango solo sul petto e sul viso. Il suo mantello era buttato accanto al corpo, segno che qualcuno lo aveva usato e poi gettato, ma anche sul mantello non ci sono segni-
– Quindi è stato colpito alle spalle con un… non so, un bastone? –
– No sire – il ministro sospirò e si mosse sui piedi imbarazzato – è caduto faccia avanti e quando ha toccato terra era indubbiamente morto, ma temo che sia con la magia che è stato ucciso –
– Con la magia!? – Telder si voltò così in fretta che il Rand Sceal ebbe un sussulto – è assolutamente impossibile usare la magia per uccidere un essere umano! Non conosco nessuno che abbia un potere così grande per farlo! È l’atto più abbietto che un uomo possa compiere! Sono secoli che non si uccide così. Anzi, a dire il vero sono secoli che non si uccide – le parole gli morirono in gola e i suoi occhi si volsero sperduti verso il soffitto di legno intagliato.
Telder sentì i peli delle braccia sollevarsi dalla paura. L’omicidio era una cosa spaventosa. Mettere fine volontariamente alla vita di un altro essere umano era in concreto, impossibile anche solo concepirlo.
Si trascinò stanco al tavolo che usava per scrivere e si lasciò cadere sulla sedia incapace di reagire. Poi piano piano, come un serpente sinuoso, gli si fece largo un pensiero ancora più spaventoso. L’assassino aveva rubato lo scrigno. Afferrò di colpo il bordo del piano di legno, stringendo con tutte le sue forze, fino a far defluire il sangue dalle mani.
– Dei del cielo! Se lo scrigno è finito nelle mani di una mente malvagia…… – alzò lo sguardo incrociando quello del Rand Sceal, la bocca appena aperta incapace di finire l’angosciosa domanda.
– Per noi è la fine! – una grossa lacrima rotolò sulla guancia liscia e rotonda del Rand Sceal.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’ideale per chi ama il fantasy, ti immergi in un mondo nuovo tutto da scoprire. Ti insegna a sognare ad occhi aperti e ad aprire la mente verso nuove avventure, non vedo l’ora di ricevere la mia copia cartacea.

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Monica Barabesi
Mi chiamo Monica, sono sposata con Bruno e abbiamo tre figlie. Elisa, Clara e Simona. Un cane Ercole e un gatto Bloo. Sono nata in Piemonte ma toscana da parte del babbo. Sin da piccola avevo una smisurata passione per la Scozia e crescendo ho sviluppato la mia curiosità anche verso tutto quello che era inerente alla cultura, la religione e la musica Celtica di Scozia e Irlanda. Amo viaggiare, anzi per meglio dire amo volare, specialmente verso i paesi del Nord Europa. Leggo. Molto. Leggo tutto quello che mi capita. Confezioni di prodotti, cartelloni pubblicitari, dépliant, giornali, libri. Questo aiuta certamente chi vuole dedicarsi alla scrittura, oltre naturalmente a una fervida immaginazione, ma non basta. Io ascolto e osservo. Le persone, i paesaggi, gli animali, gli eventi atmosferici. In ogni cosa, oggetto, persona vi è lo spunto per una storia o un personaggio.
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