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Naufragio in acque basse

Naufragio in acque basse
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Consegna prevista Aprile 2022

Marco è un giovane agente assicurativo e vive a Milano dai tempi dell’università. La sua routine dominata dalle abitudini viene rianimata dalla visita di una ragazza, una sua vecchia amica, e dalla scoperta, fra le carte della sua scrivania, del biglietto da visita di un collega di anni prima.
Si accorge che Milano gli calza ormai come una scarpa rotta, e decide di licenziarsi per trasferirsi a Londra, anche se per farlo si dovrà allontanare da tutto e da tutti. Qui inizierà un viaggio come un’indagine, per riesplorare una parte di vita che, a Milano, era rimasta all’ombra dell’inerzia. Un lato che riemergerà attraverso il confronto con gli altri e grazie al contatto con la natura e con l’arte.
L’unica costante è il perenne cambiamento della posizione geografica di un protagonista che, muovendosi, dà slancio alla propria intorpidita capacità di riflettere e di sentire, che recupera pezzi di sé e li riassembla in un mosaico dai colori, man mano, sempre più familiari, ritrovati.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo parlare di crescita personale in un romanzo breve dallo stile scorrevole e non troppo pesante.
L’espediente di incorporare questo tema al viaggio ha reso più naturale la scrittura: ho cercato di cucire la descrizione dei pensieri con le ambientazioni in movimento. Il dialogo con i personaggi incontrati in viaggio scandirà il processo di crescita del protagonista, che, grazie al continuo confronto, si riapproprierà di verità rimaste per troppo tempo latenti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Un passante distratto

Quel pomeriggio, era uscito di casa sul tardi. Aveva imboccato come d’abitudine le traverse minori che drenavano i passanti al centro città. Su Piazza del Duomo vegliava un sole freddo di fine inverno e i passanti, infagottati in giacche pesantemente foderate e piumini imbottiti, si spostavano come corvi da un angolo all’altro della piazza.

Quando si era trovato di fianco al Duomo, costeggiando la sua parete sud, aveva alzato meccanicamente lo sguardo al cielo, a descrivere gli slanci volatili delle guglie della chiesa: la visione della loro sommità, che di solito gli regalava la sensazione di starsi inerpicando lui stesso, col motore aereo dei sensi, sugli apici terrestri dell’edificio, questa volta l’aveva lasciato indifferente.

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Stava pensando a una notizia appena arrivata. Una sua amica di vecchia data era tornata a Milano, era stata assunta in una grossa società. Era felice per lei, ma si chiedeva se avesse deciso di tornare per scelta o per necessità. Avrebbe potuto rompere il silenzio radio e chiamarla, pensava, anche solo per sapere come stava, dopo tanto tempo. Ma poi che dirle? Salutarla per scambiare due parole, per recitare la parte mal interpretata dell’amico simpatico e scherzoso, e felicemente riattaccare, chiudendo maldestramente una conversazione fiaccata sul nascere dalla possibilità di trovare, dall’altra parte della cornetta, un imbarazzo misto a repulsione. “Cretinate” si diceva, e ricacciava quel pensiero sotto il tappeto. Era da un po’ che non la sentiva, non sapeva più niente della sua vita e, per quanto si riconoscesse la leggerezza di aver lasciato intorpidire il loro rapporto, si era riservato uno spiraglio di autoindulgenza; si diceva che la lontananza rende inevitabile un simile decorso, anche per gli amici storici.

Era uscito solo per fare una spesa d’emergenza, gli scaffali della sua cucina nel fine settimana si svuotavano come Milano a Ferragosto, e rimanevano solo farfalle della pasta e malinconia. Tornava a casa passando da un parchetto dai viali in terra battuta, che gli resettava le idee come un riepilogo di fine giornata: bastavano pochi passi fra quelle rade fronde bucherellate e quei bassi cespugli cittadini che la direzione dei pensieri subiva un edificante miglioramento, come un pit stop non formalmente dovuto, la cui utilità non era materialmente dimostrabile, ma la cui necessità sembrava più stringente di un pasto quotidiano.

Era davanti al portone di casa e aveva sfilato la chiave dalla tasca. La girò nella toppa ed entrò.

La prima cosa che attirava l’attenzione, nell’oscurità del suo appartamento, era una poltroncina degli anni ’70, un po’ sfondata, addossata al muro dell’ingresso, accanto alla porta. A coprirla una federa leggermente sgualcita e sfilacciata verso terra, che riportava ben visibili le estese cicatrici tracciate dalle ripetute operazioni belliche dell’ultimo famigerato gatto di casa. Da sola, quell’attempata seduta proiettava sul piccolo ingresso un sapore di domestica intimità e faceva di per sé simpatia; non tanto per quel senso di vicinanza che si prova verso un ferito di guerra, per un veterano sopravvissuto alla devastazione delle passate crivellazioni nemiche, che porta sul corpo le testimonianze del proprio antico eroismo; faceva simpatia perché, pur essendo ancora relativamente comoda – e anzi molto più “avvolgente” di una poltrona nuova di fabbrica – ed esteticamente recuperabile, era adibita a semplice e umile poggia cappotti. Come un’amica di famiglia, sembrava accettare di buon grado questo ruolo, tacitamente riconoscendo, di comune accordo col suo trasandato proprietario, di ricoprire una posizione più alta rispetto al più recente e anonimo mobilio, i cui pezzi, nei confronti della cara poltroncina, erano paragonabili a matricole scapestrate, immensamente inferiori sul piano gerarchico e affettivo, ma che quindi godevano del privilegio di mantenere il loro incarico ufficiale. Chi è di famiglia, invece, non può sottrarsi al dovere di rendersi utile come può, è un dolce imperativo.

Lasciava cadere le buste per terra, alcune più fortunate sulla sedia in legno accanto al tavolo in cucina, e apriva il frigo nella frettolosa ricerca di qualcosa di dissetante. Quindi, si dirigeva macchinalmente verso il salone, dove, secondo l’abituale protocollo, si abbandonava, in un estremo sforzo, nelle profondità del basso e largo divanetto in pelle scura, espirando stancamente parte della tensione accumulata nel gelo esterno, che si era trascinato fin dentro casa, che gli si era avvinghiata saldamente attorno all’encefalo. Ancora con le scarpe addosso, appoggiava distrattamente i piedi sul tavolino, puntualmente strapieno di carte e cianfrusaglie improbabili, facendone cadere per terra sempre qualcuna, non tanto per l’impeto con cui i piedi raggiungevano la superficie, ma per la ridicola mancanza di spazio.

Sguinzagliava lo sguardo in giro per casa, che era libero di sgranchirsi e percorrere i contorni delle pareti, di passeggiare sui profili appena debolmente illuminati delle suppellettili, che proiettavano obliquamente le loro ombre distorte, seguendo le traiettorie immaginarie del crepuscolo ormai inoltrato e tendente all’oscurità. Da fuori si sentiva ululare garbatamente il cane del vicino, che a quell’ora stazionava ozioso e irrequieto nel suo cortiletto, e gettava sottili e periodici promemoria della sua presenza, che fendevano l’aria invernale, viaggiando fino alle sue orecchie, cercando di ottenerne anche un breve intervallo di attenzione uditiva, per poi abbandonarlo al silenzio.

Squarciava la quiete il campanello, con un unico squillo, bastato a far trasalire il povero rincasato, proprio appena ritrovata la calma necessaria per assopirsi nei pensieri, che ora tornavano a incastrarsi in fondo alla testa, in attesa che il padrone di casa si occupasse di congedare l’inopportuno intruso serale. Non si era sistemato granché bene i capelli, dato che a quell’ora lo andavano a trovare solo quei pochi amici più stretti che non si sarebbero offesi se, nell’accoglierli, fosse apparso sulla soglia mezzo spettinato, e con uno sguardo tanto scontroso che ci potevi tagliare le pietre e incendiare i rovi, ma anzi l’avrebbero trovato alquanto divertente.

Aprì la porta e se la ritrovò davanti, all’improvviso e senza spiegazioni, in tutta la sua antica bellezza, se non amplificata dal chiarore serale dei lampioni, come riflettori puntati su di lei: sembrava un’attrice, sola al centro del palcoscenico nella sospensione patetica dell’azione drammatica, due occhi verdi che lo squadravano gentilmente da capo a piedi e, luccicanti, fulminei, lo trafiggevano. Era Anna.

Capitolo 2

Un’apparizione

Non era preparato a quell’apparizione – non era preparato a nessun essere umano che esulasse dalla striminzita lista di visitatori abituali, figurarsi a quello. Ebbe l’impulso di tornare dentro casa e richiudere la porta dietro di sé, come sorpreso da un ordigno deflagrato dall’altra parte della strada; ma rimase fermo, gli occhi che ancora cercavano di distinguere i lineamenti dell’amica, immersi nel buio esterno, e cominciò:

«Anna! Che piacere, quanto tempo! Mi aveva detto Francesca che eri tornata a Milano.»

«Marco!» cantilenò in risposta lei «Sì, mi ha dato lei il tuo indirizzo, volevo farti una sorpresa, ma sapevo che Francesca non avrebbe mantenuto il segreto… Beh? Tu come stai? Mi sembri sciupato.»

«Ma no guarda, sono sempre così a quest’ora di venerdì, ti ricordi dei ritmi dell’ufficio o sei diventata una yankee, ormai?»

Anna fece una smorfia storta: «Non del tutto, no,» rispose lei «anzi, sono tornata proprio per evitare di tramutarmi in un’italiana trapiantata all’estero, di quelle che non ricordano nemmeno più la lingua: penso che resterò qui per un po’, ho fatto un colloquio e mi hanno assunta.» aveva aggiunto, con viva soddisfazione.

Seguì un rapido aggiornamento degli ultimi spostamenti e vicissitudini dei due: le case in affitto e i contratti di lavoro, i viaggi e i traslochi. Anna e Marco si erano conosciuti dopo la laurea come nuovi assunti in un’agenzia assicurativa milanese, quella in cui Marco lavorava ancora. Anna, pochi mesi dopo l’assunzione, sfruttò una collaborazione con un’agenzia di Boston per trasferirsi lì: all’inizio si parlava di qualche mese, poi la permanenza si allungò, fino a che la ragazza si stabilì definitivamente nella città statunitense.

«Sono arrivata ieri,» aveva ripreso lei «per ora sto da Francesca, sto cercando una sistemazione. Non mi sembra vero di tornare a Milano, mi è mancato pure il traffico di qui, che ha una forma diversa di quella di Boston, i suoi movimenti sono diversi, lo stesso via vai dei passanti sembra impregnato di una poesia particolare, la poesia milanese. Va be’, io sono di parte, è vero.» disse ridendo «E tu? Come hai vissuto la nostra Milano?»

«Mah, bene devo dire… forse meno poeticamente di quanto ti aspetti.» e la guardò sovrappensiero «Il lavoro mi ha un po’ assorbito e, sai com’è, a volte ci si sente in sovraccarico. Ma è solo l’effetto “topo nel labirinto”, che aumenta quando siamo più oberati, e poi svanisce. Milano è sempre Milano, e io la amo come i primi anni. Come quando ci siamo conosciuti in agenzia.»

«Sì!» aveva esclamato lei, folgorata dal ricordo «Non riesco a levarmi dalla mente la prima volta che ci siamo presentati in ufficio, e tu hai scambiato il vicedirettore per un tirocinante… mi hai fatto morir da ridere.»

Il dialogo fra i due carburava sempre più, come un motore riacceso da poco, dopo anni d’inattività, ma già pronto a dimostrare lo stesso antico, svizzero funzionamento dei suoi ingranaggi. Sembrava si fossero lasciati solo il giorno prima davanti alla porta dell’agenzia. Marco, in pantofole sulla soglia di casa, si era dimenticato del freddo, come una condizione contingente, esterna all’inviolabile dialogo di ritrovamento, il cui focolare s’irrobustiva di frase in frase; aveva offerto ad Anna di entrare, ma lei aveva rifiutato, ringraziandolo, per abbandonarlo pochi minuti dopo la sua apparizione: doveva prendere la metro e raggiungere casa di Francesca, dall’altra parte della città.

I due si congedarono manifestando la volontà di rivedersi, uno di quei giorni. “Magari una passeggiata sul naviglio” aveva proposto Anna, osservando la reazione di Marco a quelle parole, sforzandosi silenziosamente di carpire anche solo un’alterazione espressiva sopra le righe, che tradisse un animato trasporto, che strabordasse dai confini del tiepido entusiasmo da “buona vecchia conoscenza”. Da parte sua, Marco sperava di non essersi tradito e di aver opposto, alla curiosità

inquisitrice di lei, una maschera cementata in una diplomatica aria d’assenso, in un temperato e socialmente neutrale “Ne sarei felice”.

Richiuse la porta dietro di sé, lentamente, quasi volendola solo accostare, per una paura irrazionale, simile a quella che il sognatore diurno prova quando, capendo di essersi svegliato da una fantasia, teme di perderne l’intero contenuto. Non seppe abbandonare, così, su due piedi, lo strascico di un’ebete contentezza: gli si era presentato alla porta il viso a cui poco prima stava pensando, i cui dettagli si domandava se fossero rimasti gli stessi, che sperava non fossero cambiati di una virgola. E così gli parve, nella penombra lunare dell’illuminazione pubblica.

Gli passò per la mente, appena si spense l’ultima scintilla d’esaltazione, di essere, egli stesso, la sua porta, il suo indirizzo, il suo intero condominio, niente più che un punto di passaggio in volata, una tappa non obbligata fra i confini immaginari della tabella di marca di Anna. Si fece spazio in lui una sensazione repulsiva, quella di essere una sola, piccola, indistinta voce asetticamente iscritta nella scaletta delle visite dell’amica; visita, la sua, che avrebbe potuto benissimo posticipare, o addirittura saltare, a seconda della comodità dei mezzi per arrivare al suo quartiere, a seconda della disposizione topografica del resto degli amici a cui Anna aveva suonato alla porta, quella sera. Un’idea del tutto normale, certo, che però gli s’insinuava nel respiro, e la possibilità che fosse vero, più si avvicinava alla dimensione del reale, nei pensieri di Marco, più diventava repellente, più oppressivo il pensiero di scoprirsi esattamente alla pari di tutti gli altri. Appena si accorse che diventavano intrusivi, respinse quei timori con decisione, e si mise a preparare la cena.

Riordinato l’angolo della casa adibito allo smaltimento di documenti e cartacce, che chiamava “lo studiolo”, spostò un pesante manuale di diritto scomodamente abbandonato in mezzo al suo tavolo, e apparse, sullo sfondo di rovere, un bigliettino. Su di esso appariva una calligrafia frettolosa ma ordinata, piatta e indecifrabile a un occhio diverso dal suo: il nero dell’inchiostro si era da un lato amalgamato col pantano malsano di una macchia di caffè, che trangugiava l’innocente cellulosa da un angolo fino a metà della prima riga in alto, nella quale si leggeva, al limite del distinguibile: Giorgio Valdinoto freelance, B. insurance Londra e un numero di cellulare.

Un’occhiata e si ricordò: era un appunto che risaliva ai suoi primi anni di tirocinio; Giorgio il freelance era un collaboratore d’ufficio e tutor nell’agenzia in cui Marco, ai tempi dell’università, era tirocinante – collaboratore in qualità di vicedirettore di una grossa azienda londinese. All’epoca, il manager l’aveva preso in simpatia e gli aveva offerto, più seriamente che per scherzo, di lasciare tutto, una volta si fosse laureato, e di raggiungerlo a Londra, ché i piani alti della sua società avrebbero trovato qualcosa per lui. Una scappatoia lasciata intendere a un giovane tirocinante che, da quegli anni fino a quel momento, mai si azzardò a valutare come fattibile quell’opportunità; che ora riemergeva, di punto in bianco, nella forma integralmente riconoscibile di un binario di fuga.

Ripescava spezzoni di dialoghi in cui Giorgio gl’impiattava in quattro e quattr’otto la possibilità di un lavoro, in principio modestamente retribuito, ma col tempo, e “se la stoffa c’è”, anche ben pagato. Peccato che, all’epoca, Marco avesse piani diversi, e in particolare quello di stabilirsi nella grande città che apparteneva alle sue più celesti idealizzazioni, Milano. A quei tempi, anche solo ponderare l’ipotesi di farsi assumere all’estero gli sembrava che minacciasse di snaturare il regolare corso del suo destino. L’unica particolarità dell’impresa anglosassone era un personale a maggioranza freelance.

Si sorprese a fantasticare a riguardo e, con un colpo di coda di scetticismo, allontanò quell’idea. Convinto di aver ricacciato il genio nella lampada, non si accorse che il suo uscio, attraente, era rimasto pazientemente in attesa, socchiuso fra le carte della sua tarlata scrivania.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giulio Randazzo
È laureato in Biotecnologie Mediche ma nutre un continuo e disordinato interesse per la letteratura, interesse che riverserà, fra il 2019 e il 2021, in diversi racconti brevi pubblicati online e piccoli articoli in stile pseudo-saggistico, solitamente a tema filosofico. Nel 2021 scrive il suo primo, breve romanzo, anno in cui si appassiona alla letteratura di Proust e di Morante, al cui stile è ispirato il libro (passando per Dostoevskij).
Ad oggi vive a Palermo e studia per lavorare nell’editoria.
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