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Nei bar non accade mai nulla

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In una città non meglio specificata, le persone sembrano muoversi per inerzia. Abituate a vivere ogni giorno come il precedente, condividono dolori e sprazzi di gioia in bar desolati. In questo contesto, il nostro protagonista senza nome, un giovane introverso e malinconico, vive ponendosi delle domande a cui raramente sa fornire una risposta: un vuoto che lo conduce alla disillusione. Incontra diverse donne, con le quali allaccia tenui e instabili relazioni, ma la base di queste storie è sempre la stessa: la condivisione di un sentimento di ineluttabilità del destino, a cui non è possibile dare un senso. Tuttavia, quando in una città diversa da quella d’origine, priva dei fantasmi e delle paure del passato, conosce Costanza, la vita inizia ad assumere un sapore diverso, e la strada verso la felicità si fa meno nebulosa e impervia.

1. LA PASSANTE

In quel momento mi girai di scatto. La figura di uomo, scivolando fuori dal buio di un portico, aveva gridato il suo nome. Lei aveva continuato a camminare senza voltarsi. L’immagine sfocata di un film in bianco e nero che si faceva reale. Tutto intorno, rosso piovoso e asfalto d’argento liquido. Quel pomeriggio tardi d’autunno il carattere mite del tempo si era improvvisamente dileguato.

 

Da alcuni mesi ero andato ad abitare da solo, a poche centinaia di passi dalla scena di quel pomeriggio. Due stanze a buon prezzo come ce ne erano tante a quel tempo, in un vecchio edificio di case operaie dalle parti della ex Centrale a Carbone.

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Ventidue anni, scuole mal fatte, Medicina portata avanti senza convinzione, una famiglia come tante – madre, sorelle più grandi, zie. Così, senza drammi da entrambe le parti, ero andato via da casa e avevo preso a guadagnare qualcosa con traduzioni di articoli in inglese su riviste mediche. I testi arrivavano con regolarità per posta, insieme all’assegno del lavoro precedente. Un colpo di barra che mi consentiva di navigare tranquillo; e che non ci fosse nessuno a seccarmi per il disordine della mia stanza, o per cosa mi mettevo addosso. Un minimo, fin lì.
Ero arrivato a sapere che la donna del portico abitava nel quartiere da poco tempo. Lo avevo sentito nel bar dove ormai facevo andare le serate. C’era dell’altro su di lei. Lì dentro lo si respirava con il fumo e l’odore acido dell’alcol. Mezze frasi, qualcuna più chiara. «Robbetta…» «Oh! Quelle sole, quando arrivano a una certa età…» Parole, parole. In quel posto, più che la possibilità di vederla apparire, ristagnavano solo parole. Pure, ogni sera, era quest’aria che continuavo a respirare. Ma cos’ero stato fino ad allora? Uno senza aspettative? Solo quel paio di storie finite per inerzia di ambedue le parti? Una nullità, insomma? Quest’ultima domanda – che poi mi sarei fatto tante volte – fin lì non me la ero ancora posta. C’era, piuttosto, che non riuscivo a identificarmi in nessuna delle buone cause che spingevano i miei coetanei; in nessun principio incontrovertibile o idea fondamentale. Le mie giornate, oltre le traduzioni e, ora, quel rito del bar, cosa c’era d’altro a occuparle? Una lettura ossessiva, disordinata. La decapitazione del condannato in Amanti perduti, la commedia umana sullo sfondo di una grande città in Manhattan Transfer. E poi l’ignoto. La Croce del Sud nei racconti di London, la Londra di Dickens, l’America di Steinbeck. Le storie dei romanzi. Sembra poco, pure immaginate di riuscire ad andarvi dentro. Lo trovate infantile? Eppure, io lo facevo.Di ciò che avrebbe significato, me ne sarei accorto più tardi.
Allora mi sentivo solo spettatore di qualcosa. Era come penso succeda a chi guarda i giocatori della propria squadra entrare in campo prima della partita. Un buon capoverso e il gioco inizia. La prima sensazione l’avvertivo agli occhi. Era una pressione forte, quasi dolorosa, sui globi oculari. La danza delle lettere sulla pagina superava il semplice significato delle parole. Da quei segni emanava una promessa di energia. Anticipavano il senso di piacere che avrei provato. Dovevo sapere che non mi trovavo nella foresta, con la banda di Denisov, un miglio dalla strada; che non ero seduto su un furgone preso ai francesi, intorno al quale c’erano dei cavalli legati; che davanti a me non esisteva un posto di guardia; che fuori sulla strada non vi era alcun fuoco che si spegneva. Ma io non volevo sapere nulla di tutto ciò. Sentivo che avrei avuto lavoro per una vita intera. Capite? Guardavo dentro un tubo e non volevo guardare fuori. Forse era destino: prima di varcare la mia linea d’ombra, sarei dovuto andare appresso a quella di donne e uomini che non esistevano; stupirmi della generosità o della crudeltà con cui l’imprevedibilità del caso decideva delle loro esistenze.
Si diceva che sulla passeggiata lungo il mare fosse comparsa una faccia nuova: una signora con un cagnolino. Avevo creduto di potere andare avanti così. Tuttavia, a un certo punto arriva il momento, in cui qualcosa ti scatta dentro. Ora, dopo l’apparizione di quella donna, le storie che continuavo a leggere si confondevano coi discorsi sulle donne di cui mi riempivo dentro quel bar. A casa, speravo inutilmente che il letto potesse liberarmene. Se nella prima parte del sonno quei posti si ripresentavano animati da gente tranquilla, più in là le loro bocche si trasformavano negli archi di un portico che inghiottiva nella sua oscurità ogni ragionamento. Era questa confusione che trovavo al risveglio. Si diceva che sulla passeggiata lungo il mare…Senza accorgermene cominciavo a pensarla come una creatura inafferrabile. Una sorta d’angelo. L’angelo della solitudine. L’essenza cristallina della vita, contro cui si dispiegava l’ostilità della gente.
Sì, iniziavo, come si dice, a dare i numeri anch’io. Dovevo fare qualcosa. Così ero arrivato a sapere che viveva da sola. Abitava un primo piano, in fondo a una via poco frequentata, occupata da una mezza dozzina di case tutte dello stesso tono stinto di colore. Un appartamento grande – era così che me lo immaginavo – in una palazzina a due elevazioni con finestre alte e strette. Dall’altro lato della strada, un marciapiede malmesso, una fila d’alberi, poi un ampio sterrato con macchie di sterpi che continuava per un centinaio di metri prima di perdersi, più giù, in un intrigo fitto di rovi.
Di proposito, feci d’incrociarla la mattina sempre alla stessa ora. Risaliva fino al Viale Nuovo per insinuarsi nella ressa di chi andava al lavoro. Affrontava con leggerezza la strada in salita. Sembrava, guardandola andare, che fossero i pensieri nella testa a sostenerla, a sospingerla. Un impermeabile rosso, largo, di tessuto leggero, le levitava delicatamente ai fianchi. Mi appariva così, al soffio mite dell’autunno in quell’anno. La stagione andò avanti senza che trovassi il coraggio di avvicinarla. Le giornate d’inverno con il loro carico di brutto tempo, giunsero tardi. Fu pressappoco in quel periodo che mi decisi. L’attesi sul marciapiede dove l’avevo vista passare tante volte di ritorno dal lavoro. Mani fredde sprofondate dentro le tasche, aspettavo che apparisse sul fondo della strada. Ancora adesso mi basta fissare su tra le case per ripensare al rossore ferrigno del cielo, quel pomeriggio. Come iniziare, che dire? Con una ragazza, magari c’è solo la voglia di stringerla tra le braccia. Ebbi un attacco di panico che mi fece mancare il respiro. Per un attimo pensai di lasciar perdere. Correre via, dare aria ai polmoni. Troppo tardi, ormai lei mi era innanzi, e bloccava ogni tentativo di fuga. «È da poco che vive da queste parti?», feci, buttando fuori con le parole tutta l’aria che avevo trattenuto. Si era fermata e, voltandosi, mi aveva fissato con uno sguardo dritto che sulle prime mi parve irritato. Ma sbagliavo. Me ne resi conto dalla calma del tono della sua voce. «Come hai fatto a capirlo?»Mi sta dando del tu… Quanti anni può avere? Quelle piccole rughe attorno agli occhi. Quaranta? Non ne avevano parlato al bar? «Non lo so, ma non sopporto la gente di questo quartiere. Allora…» «Allora… neanch’io, ma non è grave. Ce n’è tanta altra… se si aspetta… no?»«…»
Sorrideva per farmi capire che non si aspettava alcuna risposta; che qualcosa, un pensiero in comune, lo avevamo già. La cosa più sconcertante era che soltanto qualche minuto prima, aspettando che giungesse dal fondo della strada, mi sembrava impossibile perfino che si fermasse. Ora era assurdo che ciò potesse non accadere. Piuttosto, ciò che mi sorprese fu avvertire il particolare suono basso, corporeo, della voce. Riprese a camminare più lenta per quel centinaio di metri fino a casa sua, e io dietro; come se quel marciapiede avesse dovuto portare anche me verso la stessa meta.

2020-12-29

Aggiornamento

Agli amici di bookabook, un brano del mio romanzo di prossima pubblicazione, letto recentemente in un incontro pubblico di lettori. … “I pensieri si addensano attorno al piccolo bar accanto alla stazione d’autobus. – Ecco, è finita. Neppure questa volta sono riuscito a portare qualcosa a termine. Niente. Il tempo guarirà tutto? Ma se il tempo stesso è una malattia? – mormora. – Se ci si deve solo chinare, per vivere? Tutto gli appare slegato. Attende che la pioggia cessi, fintanto che vede ricomparire un cielo timido. I tergicristalli stridono a vuoto sulle ultime trecce d’acqua che scivolano lungo i bordi del vetro. Tenta di respirare più profondo per vincere sulle fitte. I polmoni gli si riempiono dell’odore che prende a venir su dalla terra rianimata. I rumori tornano distinti. Quelle volte girava per le strade ad aspettare la sera. Voleva respirarla, andarle dietro. Trascinava la propria ombra lungo i muri, tra l’indifferenza degli alberi intenti a divorare la luce dei lampioni, finché sentiva il bisogno di vedere facce. Allora si perdeva in un bar. Tardi, si faceva tardi, ma era così che riusciva a comprarsi la notte. Capitare in uno di quei locali in pieno giorno dava un senso d’eccitamento. Scoppi di risa, fumo trasparente, groviglio di voci, luci che feriscono il soffitto per colare giù dai muri. Era come salire su un ring e affrontare un tipo particolarmente robusto e cattivo, senza un allenatore ad aspettare all’angolo a darti coraggio. La sera, fino quasi a notte, era differente. Ci si fermava per ore, gomito a gomito davanti al grande specchio dietro il bancone, a bere e mangiare un boccone, nel rumore rassicurante di un ambiente saturo d’odore di frittata ed acido d’alcool. Corpi sgraziati dagli sgabelli e anime sensibili. Ciascuno dava l’impressione di avere qualche conto con la vita che, lì, sembrava appartenesse a tutti. Gli faceva bene entrare in quei locali; sentire, là fuori, la notte continuare a spargersi lenta e inondare, avvolgere, capovolgere, sollevare marciapiedi, strade e quanto le si poneva di fronte. Erano locali puliti, senza sorrisi scintillanti di vetro, con luci fluorescenti che piombavano da soffitti in cartongesso, e pochi avventori chini sul loro bicchiere. Lì dentro, si sentiva protetto. La sera tardi, rientrando, crollava sul letto, greve.” …

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho letto pagine sanguigne e intimiste, degne di un grande scrittore.
    Da leggere assolutamente

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto pagine sanguigne e intimiste, degne di un grande scrittore.
    Da leggere assolutamente
    Da leggere

  3. (proprietario verificato)

    Una vera sorpresa.
    Entri naturalmente dentro la storia e vivi a pieno le emozioni dei protagonisti.
    ho riprovato l’infantile desiderio, di ritrovare ,come in certi libri di una volta, le illustrazioni di alcune scene .

  4. (proprietario verificato)

    Un passeggiare incalzante tra rimorsi e rimpianti che colorano di infinite tonalità i tentativi di relazionarsi con donne, con una donna, in un altrove confuso come un sala di specchi. Il risultato complessivo è una lettura piacevole. Ti coinvolge, Ve lo consiglio.

  5. (proprietario verificato)

    Questo libro ha molte cose interessanti, la percezione degli spazi urbani e degli interni, dei cieli, dei colori, degli oggetti, delle posizioni, delle andature; il loro ritorno interiore. Fotografie scattate da un occhio inconsueto. I rapporti fra un uomo e una donna, fra un uomo e altre donne, scorrono e si arenano con la cadenza di queste percezioni del protagonista, uomo di letture forsennate, potenti nelle sue fantasticherie quanto le immagini che lo torturano. Quest’uomo comprende le donne con cui si trova a incrociarsi? Lui ci prova, loro, a volte, pensano di no. Leggetelo e dite la vostra.

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Pietro Manno
è nato nel 1941 a Palermo, dove vive e dove ha insegnato Progettazione architettonica all’università per una quarantina d’anni. Ha sempre speso molto tempo nella lettura di romanzi e racconti. Attualmente, si occupa di scrittura e di fotografia, costruisce oggetti e coltiva ulivi e qualche albero da frutto. A parte i testi riguardanti il suo ambito professionale, ha pubblicato racconti brevi su riviste e antologie. Nei bar non accade mai nulla è il suo primo romanzo.
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