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Nel Nostro Spazio – Galassie Lontane

Nel Nostro Spazio – Galassie Lontane
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Consegna prevista Settembre 2022
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Justine Stuart, Capitano del Corpo Spaziale Europeo, si risveglia ferita dopo un atterraggio traumatico. Dove si trova? Cosa è successo? Inizia per lei un’avventura unica, che la porterà a dubitare di tutto quello a cui aveva sempre creduto.

L’attendono scoperte scientifiche sensazionali, che cambieranno il futuro dell’umanità intera. Dovrà prendere decisioni difficili e riscoprire se stessa, risvegliando quella parte di lei che da tempo non esiste più. Lo farà destreggiandosi tra i complicati rapporti con i suoi compagni di viaggio, che metteranno a nudo le sue difficoltà emotive, per trasformarsi poi in nuovi punti fermi della sua vita.

In un futuro non troppo distante, “Galassie Lontane” racconta un’avventura tra le stelle, dove le meraviglie dello spazio fanno da sfondo alle vicende umane e professionali dei protagonisti.

Perché ho scritto questo libro?

Ricordo il punto esatto dell’autostrada greca in cui anni fa ho visualizzato per la prima volta il personaggio di Justine Stuart. Osservando il panorama brullo mi sono domandata: come sarà scoprire mondi alieni per gli astronauti di domani?
Così ho iniziato a scrivere la storia che da lettrice avrei voluto leggere, sicura che ci siano molti altri lettori interessati a un libro di avventura e fantascienza che non tralascia ciò che ci fa emozionare: l’amore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Quanto tempo era passato?

Ore? O magari solo pochi minuti?

La luce del sole non le dava alcun indizio utile, sembrava sempre la stessa. Justine pensò di essere rimasta svenuta a lungo: un’intera giornata, forse?

Cercò di tirarsi su per cambiare posizione, ma un dolore lancinante alla gamba glielo impedì. Ascoltando il battito del cuore aumentare per lo sforzo, rimase immobile e con gli occhi chiusi, nell’attesa che il dolore diminuisse. Secondi lunghissimi passarono lenti, mentre a lei sembrava di annegare. Quando l’ondata di dolore si attenuò, si rese conto che l’aria intorno a lei era fresca. Ma non arrivavano rumori, non si percepiva nulla al di fuori di un silenzio infinito.

Non riusciva a capire né dove fosse, né come ci fosse arrivata, né tanto meno come uscirne. Per la prima volta in trentacinque anni, il Capitano Justine Stuart si trovò a corto di idee.

Muovendo appena la testa, cercò di stabilire un contatto visivo con il Tenente James O’Neil, che fino a poco tempo prima era seduto accanto a lei nella navicella. Ma non vide nessuno e non aveva la forza per emettere alcun suono. Ci aveva già provato ma il suo tentativo si era bloccato in gola con un rantolo.

“Ragiona, Capitano, ragiona” era sull’orlo di un abisso che stava per inghiottire la sua mente. Doveva comportarsi come aveva sempre fatto: con lucidità e freddezza, distaccata come se tutto quello non stesse capitando a lei. Ma se chiudeva gli occhi il dolore era tutto ciò che emergeva nel buio. Tutto il suo corpo gridava e la sua mente era sopraffatta da quella tormenta.

Si concentrò, cercando una qualunque soluzione razionale. Le bastava un appiglio, un solo piccolo appiglio, che le permettesse di uscire dal caos che la circondava. La ragione l’avrebbe salvata. Doveva essere così, era sempre stato così.
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Fece alcuni respiri profondi per immaginare la scena dall’esterno, come fosse lo spettatore di una scena apocalittica.

Ed ebbe un’illuminazione: si rese conto che il software della sua tuta, che registrava i parametri vitali, la posizione, la temperatura e altri dati biometrici, era ancora funzionante. Risultava però disconnesso dalla rete di comunicazione della navicella, con cui interagiva in tempo reale per inviare e ricevere dati dalla base. Probabilmente, la caduta lo aveva danneggiato. Tuttavia c’era ancora un’altra possibilità: poteva attivare la connessione d’emergenza della navicella per riuscire almeno a comunicare la sua posizione. Poi sarebbero arrivati i soccorsi e il suo compito sarebbe finito lì. Certo, essersi schiantata come una qualunque principiante non deponeva a suo favore, ma era sicura che ci fosse stato un guasto tecnico, non era possibile che fosse stata lei a commettere un errore. Questo pensiero le attraversò la mente come un fulmine e si sentì un po’ sciocca e molto superba.

C’era un problema, però: non era abbastanza vicino dalla navicella. Perché i due sistemi fossero in grado di comunicare doveva avvicinarsi ai resti del mezzo.

Sollevata dall’improvvisa presa di coscienza, sentì crescere dentro di lei la speranza di farcela. Forse avrebbe avuto solo un’altra avvincente storia da raccontare, di quelle che lasciano tutti a bocca aperta. O forse sarebbe stata la fine della sua carriera, questo in realtà non poteva saperlo. Lei però era certa di non essere responsabile di quel disastro e lo avrebbe provato.

Guardandosi intorno dalla sua posizione supina cercò di capire in che zona della Terra fossero precipitati. Sperò con tutto il cuore di non essere finita nelle mani dei cinesi, non li avrebbero più lasciati andare. Tra l’Europa e la Cina non correva buon sangue e lei sapeva bene che nessuno nei palazzi del potere di Berlino avrebbe mosso un muscolo per portarli in salvo. Tutti lo sapevano.

Dalla desolazione della zona e dal tipo di vegetazione, pensò di essere nel territorio dell’America del Nord, per l’esattezza nella vasta area che un tempo lontano veniva chiamata Canada. Le foglie rosse degli alberi le ricordavano gli aceri che un tempo popolavano queste terre, prima che l’egoismo degli esseri umani li avesse decimati. In ogni caso, dove fossero precipitati e le conseguenze che avrebbero dovuto affrontare erano questioni secondarie: ora dovevano solo cercare di sopravvivere.

Con grande fatica, riuscì a muovere la testa e dare uno sguardo alla gamba ferita. Una brutta lacerazione al di sopra del ginocchio continuava a perdere sangue, chissà da quanto tempo. Debolezza e giramenti di testa erano sicuramente causati da quello, oltre che a un probabile trauma cranico: il casco l’aveva protetta, ma non abbastanza. Si rammaricò di non essere stata mai particolarmente interessata alle lezioni di medicina che aveva seguito all’Accademia: non aveva attrazione per il funzionamento del corpo umano, era lo spazio il suo grande amore.

Cercò di alzarsi a sedere, ma non appena mosse la schiena si bloccò, gridando. Questa volta, la voce era uscita dai suoi polmoni con la forza della disperazione. Sopra ogni cosa era stato il dolore fortissimo alla spalla a farla urlare. Sentiva che aveva le lacrime agli occhi e se ne vergognò.

“Probabilmente è lussata” pensò dopo aver riacquistato una respirazione normale. La testa le girava, sentiva che era a un passo dallo svenire. Ma sapeva che non poteva permettersi il lusso di svenire né tanto meno di farsi prendere dal panico, così strinse i denti e raccolse tutto il coraggio che le restava.

«Tenente O’Neil!» gridò. «James!» provò di nuovo, dopo un po’, ma ancora una volta non ricevette nessuna risposta.

Silenzio assoluto.

Si accasciò di nuovo, come se i muscoli del corpo non avessero più vita.

Poi, emettendo un suono animalesco che non le sembrò nemmeno suo, riuscì a sollevarsi e a mettersi a sedere, sostenendosi con il braccio ancora sano.

Non c’era traccia del Tenente nei dintorni, ma i resti della navicella erano ben in vista, distanti appena tre o quattro metri. Raggiungerli sarebbe stata comunque un’impresa titanica.

Cercò di concentrarsi e visualizzò il percorso più breve. Non poteva camminare, quindi avrebbe strisciato sul terreno aiutandosi con la gamba e il braccio illesi.

“Considerando il volo che abbiamo fatto, sono fortunata, tutto sommato” pensò.

Calcolò che un rientro così brusco nell’atmosfera terrestre avrebbe potuto disintegrare la navicella in mille pezzettini e ridurre lei e il suo secondo in cenere. Ma non era successo, grazie ai nuovi scudi protettivi in ardenio che erano stati installati all’esterno dei nuovi mezzi in dotazione al Corpo Spaziale. La tecnologia continuava a fare passi da gigante e gli Stati Uniti d’Europa erano all’avanguardia in ogni campo.

Con il cuore che le martellava nel petto, stringendo i denti e sudando copiosamente, riuscì a muoversi lentamente. Notò che la gamba perdeva sempre più sangue e capì che doveva fare qualcosa per bloccare l’emorragia o i soccorsi non sarebbero mai arrivati in tempo. Se avesse avuto a portata di mano lo spray cicatrizzante avrebbe potuto bloccare il flusso di sangue e suturare la ferita in attesa dei soccorsi, ma chissà dov’era finito con lo schianto.

Quando arrivò vicino ai resti della navicella, sentì il suono familiare del software della tuta che si attivava: si era avvicinata a sufficienza, quindi il dispositivo era riuscito a catturare i segnali del computer di bordo. Non perse altro tempo e sfiorò il piccolo bottone rosso dell’ologramma che le era comparso davanti: avrebbe permesso alla nave base di localizzarla. Il GPS era una tecnologia antica, che però ora si rivelava utile e indispensabile.

L’ologramma sparì e lei sentì il segnale sonoro di avvio della procedura. Capì allora che poteva avere una chance di sopravvivere, doveva solo riuscire a resistere il più a lungo possibile.

Il problema principale era la gamba: l’emorragia avrebbe potuto ucciderla.

Notò che accanto alla navicella c’era un lembo di cintura di sicurezza, un’altra antichissima invenzione, ancora usata. Doveva essersi rotta nello schianto e ora era esattamente quello di cui aveva bisogno. Si allungò per prenderla cercando di ignorare la spalla che le causava un dolore continuo e intenso, qualcosa che non aveva mai sperimentato. Le girava vorticosamente la testa e la vista era sempre meno lucida, ma riuscì lo stesso ad agguantare la cintura. Con un altro sforzo e usando la sola mano che riusciva a muovere, lo passò attorno alla gamba ferita, formando una specie di cappio. “Ci siamo” pensò. Ora doveva solo tirare, ma sapeva che le avrebbe fatto male, molto male.

«James!» gridò con tutto il fiato che aveva in corpo.

Nessuna risposta.

Iniziò a temere il peggio per il suo collega e sentì l’angoscia dell’impotenza stringerle lo stomaco? Forse era finito molto lontano, oppure era appena dietro di lei e non riusciva a vederlo. Anche se non era solita affidarsi a preghiere o cose simili, sperò con tutto il cuore che il Tenente O’Neil non fosse troppo grave.

Ora, però, sapeva che doveva essere egoista, o nessuno ne sarebbe uscito vivo. Doveva pensare a sé stessa, a quella gamba che subdolamente le stava togliendo ogni possibilità di farcela. Così, cercò di liberare la mente come aveva fatto tante volte prima di una missione importante, consapevole che questa volta, però, era diverso. Non c’erano garanzie, poteva anche morire. Si concentrò sul suo respiro e cercò di visualizzare la sua casa di quando era bambina. I suoi genitori, suo fratello, il loro cane. Quando sentì che si stava rilassando e che sul viso si stava formando un debole sorriso, tirò la cintura con tutta la forza che aveva. Non fece in tempo a emettere alcun suono che tutto diventò nero.

2.

«Capitano Stuart, la missione è nelle sue mani. Le auguro buona fortuna. Tenente O’Neil.»

Strouss, il Comandante Generale del Corpo Spaziale Europeo, sembrava ancora più austero mentre con la mano destra alzata vicino al copricapo salutava i valorosi astronauti pronti a partire. Era impossibile dargli un’età: gli occhi azzurri erano vispi come quelli di un ragazzetto, ma i capelli grigi e i segni del tempo sulla pelle lo tradivano.

«Grazie signore, terrò alto l’onore del CSE» replicò lei facendo il saluto militare.

Anche se con gli anni aveva imparato a controllare le emozioni, Strouss riusciva a metterla a disagio. Ma nonostante sentisse lo stomaco attorcigliato tanto da farle male, il suo volto restava impassibile e le mani non tremavano come avrebbero voluto.

Il Capitano Justine Stuart si preparava per quella missione da un anno. O forse da tutta la vita, in realtà. Dopo la morte dei genitori e dell’unico fratello minore, tanti anni prima, Justine era stata presa in affidamento dall’Organizzazione per l’Infanzia del CSE, non avendo altri parenti in vita. Suo padre era infatti un ufficiale del Corpo Spaziale Europeo, che, tra gli altri privilegi, dava ai figli dei propri membri la sicurezza di una rete di solidarietà efficace e funzionante. Quella rete era stata la salvezza di Justine e le aveva dato uno scopo nella vita: portare a termine la missione di suo padre e renderlo orgoglioso, ovunque egli fosse.

All’epoca non si era posta il problema di cosa sarebbe stato di lei se non avesse avuto quella possibilità: lo capì solo quando, più avanti negli anni, si ritrovò a girare per le vie di Parigi, una delle più grandi metropoli d’Europa. Accanto ai palazzi moderni, in cui vivevano i ricchi e i benestanti, c’erano zone popolate da senzatetto di tutte le età. Vecchi e adulti, ma anche bambini. Gli occhi dei più piccoli le erano rimasti impressi nella memoria come il segno lasciato da un metallo rovente sulla pelle. Anime innocenti che non avevano nessuna colpa se non quella di essere nati nel posto sbagliato. E non riuscivano a fare nulla per cambiare la propria condizione.

La società poteva aver fatto dei giganteschi passi avanti in termini scientifici e tecnologici, ma questo aveva avuto costi umani incalcolabili. Chi non riusciva ad adeguarsi veniva tagliato fuori. Non c’era spazio per i deboli e gli incapaci.

Ma nel CSE tutto era diverso, a patto di dimostrare di valere qualcosa. E lei aveva sempre saputo cosa fare, era sempre riuscita a risolvere i problemi che le si presentavano con una risolutezza che a volte lasciava interdette le altre persone. Il suo era un talento naturale affinato in anni di duro lavoro, ma di certo era qualcosa che non si poteva imparare. Era nata così e questa era sempre stata la sua forza.

Appena compiuti i sedici anni, Justine si era arruolata nel Corpo Spaziale Europeo, impegnandosi a imparare tutto quello che poteva. Non doveva solo fare parte del CSE, capì subito che doveva brillare, diventare la migliore. Non aveva nessuno che la sostenesse, nessuno all’infuori di se stessa. Con l’obiettivo chiaro in mente passò gli anni tra i Cadetti studiando e allenandosi. Niente la poteva distrarre, niente era più importante. Dimostrò fin da giovanissima una maturità sorprendente. Poi, passata all’Accademia Ufficiali, a ventitré anni si laureò come migliore del suo corso, con una specializzazione in astrofisica applicata e a venticinque anni aveva già il grado di Sergente Maggiore. Quando a trent’anni ottenne il grado di Capitano e con esso il comando di un’astronave, sentì che tutti i sacrifici avevano avuto un senso. Fu la prima in assoluto, in quasi trecento anni di storia del corpo, a raggiungere questo obiettivo.

Si illudeva di poter pensare di rallentare a quel punto, ma probabilmente non ne sarebbe stata davvero capace. Inoltre, anche se ora era quasi intoccabile, doveva continuare a dimostrare di meritare quello che aveva. Quella società non permetteva a nessuno di respirare più del necessario.

Grazie alle tante missioni che era riuscita a portare a termine con successo prima su Europa e poi Cerere, ora si era guadagnata il privilegio di essere scelta per una missione top secret del Corpo Spaziale: la ricerca di altri pianeti abitabili al di fuori del sistema solare.

La posta in gioco era davvero alta e Justine sapeva che se fosse tornata vittoriosa da questa missione, sarebbe entrata nella storia e magari sarebbe pure stata promossa Maggiore. Nessuno era ancora diventato maggiore prima dei quarant’anni.

Tuttavia, una carriera brillante come la sua aveva richiesto una scelta: la vita privata non esisteva. Justine Stuart non esisteva più da tempo, aveva scelto di annullarsi, per dedicarsi anima e corpo al CSE e questo le era sempre andato bene.

2021-12-23

Aggiornamento

Aggiornamento campagna: grazie a tutti i sostenitori abbiamo raggiunto quota 60 preordini! 🤩 È un primo, importantissimo traguardo perché significa che chi ha preordinato riceverà sicuramente la propria copia. C'è ancora molta strada da fare per arrivare alle 200 copie necessarie perché il libro possa essere pubblicato e arrivare in tutte le librerie, ma siamo sulla strada giusta! Un grazie di cuore a chi sta credendo in questo pazzo progetto letterario 💜 Se ti va di continuare a sostenerlo, basta parlare del libro e della campagna: attraverso il passaparola puoi fare ancora molto! Pensa all'amic* che ama leggere o a quell* che è appassionat* di fantascienza o avventura. Magari questo romanzo fa proprio al suo caso! Se mi segui sui social basta un tag nei commenti o in alternativa puoi inviare il link tramite un messaggio privato e il gioco è fatto 😃 Il link diretto alla campagna è questo 👇 https://bookabook.it/libri/nel-nostro-spazio-galassie-lontane/ Grazie 💜 Beatrice

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Beatrice Bandieri
Bolognese di nascita e con uno spirito internazionale, scrivo racconti fin dal liceo. Non posso fare a meno di sognare a occhi aperti immaginando mondi, storie e avventure e a volte trasporto questi mondi paralleli su carta (o meglio, sullo schermo del mio computer). Sono affascinata da stelle e pianeti e dalle incognite che nascondono. Per questo motivo il mio primo romanzo è un'opera d'avventura ambientata nello spazio.
Lavoro con le parole dal 2012. Dopo la laurea, sentivo che le opportunità che mi si aprivano davanti mi stavano strette, così ho deciso di lanciarmi nella carriera di content writer. Oggi mi occupo principalmente di traduzioni e lavoro come Project Manager per un'agenzia di traduzioni.
Quando non scrivo e non leggo, amo passeggiare nella natura con mio marito e il mio amato Argos, un meticcio con cui abbiamo incrociato il nostro cammino in Grecia tanti anni fa.
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