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Nelle tue scarpe

Nelle tue scarpe campagna
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Consegna prevista Dicembre 2020
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Ci sono due modi per narrare le storie di tutti i giorni: farsi cronisti, oppure abitarle dal di dentro.
Questo è un piccolo viaggio nella terra degli incontri, ma anche degli ascolti; un viaggio a piedi nudi con l’unica ambizione di frugare la storia umana, intrisa di grandi slanci, di gorgoglii sotterranei e a volte di malignità piccine.
Una raccolta, in cui l’autobiografia svanisce e il lettore può identificarsi nell’accaduto.

Perché ho scritto questo libro?

Scrutare l’uomo non mi bastava, perché i fatti esigono d’esser raccontati e di appartenere a chi li legge. Lo sprone a questo libro me l’hanno dato i ripetuti incitamenti da più fronti. Sembra che gli aneddoti qui presenti regalino emozioni godibilissime, tanto da suscitare la curiosità di andare oltre.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La “sioreta” va percorrendo il tratto stradale, visibilmente angusto, trainando il borsone a rotelle con il quale ha svaligiato i banchi frutta del mercato. Zampetta in centro via, disinteressata al pericolo e incurante se possa o meno costituire intralcio per i mezzi. Dall’auto, mentre scendo la contrada, ne osservo il procedere in un amalgama di stizza e sentimenti duttili. Mi intenerisce quella donnina non proprio giovane, che si fa strada con tanta incoscienza, ma ho pure il veemente bisogno di raggiungere la destinazione. Mica posso restare in coda alla signora per tutto il tempo! Le suono? Mi tocca, però avverto dispiacere, ho come la sensazione di umiliarla, di farle un torto. Aspetto qualche altro secondo, magari mi vede, o forse mi sente. Nulla di ciò. Imperterrita guadagna metri in totale sovranità. Allora pigio timorosa il clacson, un colpetto e via. Quasi sopraffatta dal senso di colpa. Lei si gira fulminea, io sollevo il braccio come a scusarmi dell’impudenza e nel labiale colgo, senza filtri di sorta, un inequivocabile ”vaffanculo”. Resto di sasso. Ora la mortificata sono io, qualcosa non torna e nel giro di sguardi col mio accompagnatore scivolano tante riflessioni. Di delicatezza è pieno il mondo.

Che buffi personaggi colorano le nostre vite!
Da un po’ qualcuno accende con fare inusitato le mie grigie parentesi sulla sedia di casa. È un omino di età non più verde, che ogni giorno spende minuti interminabili a parcheggiare l’auto. Sempre nell’identico posto, fedele al medesimo rituale. Avanza e retrocede nel proposito di incastonare il mezzo con certosino riguardo. Scende, lo circumnaviga per verificare i centimetri dal muretto. Ha un criterio tutto suo, bizzarro e misterioso al contempo. Una volta su due riaccende il motore per modifiche trascurabili di logistica. Qualche millimetro di differenza, che non gli consente di transigere. Ispeziona di nuovo le distanze e poi, conforme al ritratto dell’ossessivo compulsivo, muove soddisfatto i passi verso l’abitazione.
Mi intenerisce la solitudine che gli scorre nei gesti, mi soffoca il tribolo che gli imprigiona le vene.

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Ghali è un bimbo nero. Non lo chiamo “di colore”, sennò Jacques mi bacchetta.- Spiegami – disse un giorno – perché ci apostrofate così! Eppure siete voi che cambiate tinta, arrossite o sbiancate secondo le emozioni. Per noi vige la monocromaticità. Dire NERO non è un’offesa, ricordalo! Insomma, Ghali è un ragazzino col viso smunto e l’indole vivace. Corre, corre sempre, ma gli occhi… gli occhi non dicono nulla di buono. Sono tristi, addirittura spaventati, e mi vien da pensare che in famiglia il clima sia teso. Papà e mamma hanno un che di selvatico, modi rudi e scarsa aderenza alla realtà. In una delle sue scorribande, Ghali urta un amichetto e il piatto di minestra gli finisce sul grembiule. Scompiglio generale. I bimbi sganasciano, le insegnanti meno. Anch’io non brillo in felicità, ho mille incombenze e poco tempo per evaderle. Le urla della maestra giungono fino al bagno, dove nel fermento “aggiusto” la prima vittima. Ghali entra e porta con sé la valigia di ammonizioni; gliele leggi in volto, una per una. Tento di rincarare la dose, banalità tipo “in corridoio si cammina, conosci le regole…”, ma mi accorgo che il bambino piange e desisto. Lacrime silenziose che gli irrigano la faccia, mentre col panno bagnato smacchia grossolanamente la felpa. Lo scruto circospetta, quelle di minestra sono le chiazze più innocue e se ne andranno facilmente. Continua a piangere e nello sguardo vi è tatuata l’aria afflitta di sempre. Forse portiamo tutti un verbo dentro l’iride, che trasciniamo per genetica… o forse il marchio è un’esperienza lenta, che cuciamo nel tempo. Ho un groppo sullo stomaco, quelle lacrime narranti mi travolgono come un fiume in piena. – Ghali, amore, non voglio vederti così. Non è la fine del mondo, l’incidente si risolve. Dai, che togliamo almeno il grembiule. Te lo metto in un sacchetto. Lui annuisce, sembra calmarsi e mi squadra in una sorta di stupore. Lo accarezzo e d’improvviso le urgenze diventano altre, pare un’incursione involontaria sulla relatività delle cose. Trottano i giorni, ma Ghali non scorda quell’episodio. È diverso. Fa a gara per mostrarsi gentile, mi avvisa del campanello che suona, del banco pasticciato. Restituisce attenzione. Questo la dice lunga sulla fretta che impedisce di cogliere gli aspetti salienti dell’umano. E la legge, coi suoi tagli, ha rubato alla scuola non soltanto i mezzi per educare. È mandante incosciente d’altri furti, primo in lista la possibilità di dedicare uno sguardo approfondito ad ogni singolo. Rimangono questi episodi a ricordarci l’importanza di rimanere vigili.

Fa già buio in questo 31 dicembre senza emozioni. Non ho programmi per la cena di San Silvestro, tu sei lontano e io da qualche giorno ho abdicato all’allegria. Non so ancora se ordinare una pizza o cucinare qualcosa per coccolarmi, assomiglio ad uno zombie mentre esploro le corsie in centro commerciale. Ho voglia di tornarmene a casa, di chiudere le porte al rumore, alla frenesia che attende. Lascerò spente anche le luci dell’alberello, ma mi farò consolare da uno di quei sani rimedi che attengono alla letteratura delle solitudini, cercate o imposte che siano. Evito con astuzia poco edificante un conoscente fermo davanti allo scaffale dei sottaceti, mi parrebbe violenza anche soltanto dovermi fermare per tre parole in croce. Poi la sapiente virata mi conduce alle casse automatiche, fortunatamente libere. Inizio a passare i codici dei prodotti, quando una voce mi distoglie dal frettoloso compito. È Luigi, un vecchio amico di scuola. Neanche leggesse al contrario lo spirito che mi anima, si lancia con veemenza in un tentativo di dialogo. È la giusta punizione all’insofferenza di quest’oggi – mi dico – non va bene, non sono io, non mi rappresenta. Cerco di mostrare interesse… una scatola di piselli surgelati, due bottiglie d’acqua, io sto bene e tu? “Insomma…” replica lui scuotendo il capo “esco adesso dal pronto soccorso”. Qualcosa scricchiola in me. Un senso di tenerezza abbraccia il malumore che porto in grembo, lo stringe e si fa mescola. Non so più a chi abbandonarmi, le urgenze si accavallano: i movimenti in cassa cercano un tiro di somma, gli sguardi a fianco tradiscono espressioni che incalzano e io non sto bene; però c’è lui che ha bisogno di condividere una preoccupazione. “Sai, cinque anni fa ho avuto un infarto e oggi accusavo i medesimi sintomi”. La location è quanto di più sbagliato potesse capitare. Anche l’interlocutrice non è il meglio, sta facendo a pugni con le sue fragilità. Mi accomiato usando parole di circostanza e tuttavia sento in quella trascuratezza un bouquet terribile, che nessuno stato d’animo giustifica. Rientro a casa maggiormente cupa e sfilo, senza granché pensare, il cellulare dalla borsa. Il messaggio che abbozzo è una richiesta di scuse, semplice, asciutta, ma mi lascia più leggera. E così la risposta, che non tarda ad arrivare. È una sera qualunque di dicembre, tu mi manchi e il Capodanno ora può iniziare.

Avrei voluto dirti tante cose, figlio caro… mi sento sola, ho certi lampi di sconforto, regalami un abbraccio, stringimi forte come quando eri bambino, dammi un tuo momento, ascoltami, è una stagione carica di pretese, a volte fatico a respirare, sono così stanca, speravo rimanessi un po’, hai visto che ho la tua collanina… Volevo dire tante cose… ma, mentre nell’uscire infili un abito di pensieri tuoi, mi impongo di non sgualcirlo e torno a rimpinguare le mie nubi.

Perché l’uomo e la donna sono così scostanti? Non mi riferisco alle altalene di umore. In quelle ci trastulliamo un po’ tutti, è condizione del nostro fisiologico andare. Parlo di atteggiamenti che invertono drasticamente rotta, di sorrisi che mutano in grugni, di parole che diventano silenzi. E tu affini la memoria nel tentativo di ricordare qualche sgarbo che ti ha vista prima attrice… e magari non lo volevi, non lo sapevi. Allora frughi, rovisti in archivio, ti spendi caparbia, indefessa, ma la ricerca si conclude vana. E capisci, dopo tirocinio lungo una vita, che forse giunge l’ora di buttarsi alle spalle gli anagrammi altrui. Son sufficienti i propri.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Debora confeziona racconti anche di sole otto righe, che regalano al foglio una dignità che non si può misurare a battute, a spazi, a parole. Sono come pennellate sapienti che racchiudono in un segno tutto il dipinto e il suo significato. E’ un misto di prosa e poesia la sua scrittura: precisa (ma non pedante), ricercata (ma non pesante) e lieve. Mi viene in mente questa frase: “L’amore cristallizzato nelle anse del tempo si riconosce alla velocità di un respiro.” Prosa, e poesia.

  2. (proprietario verificato)

    Il mio consiglio è semplice, leggetelo, lo gusterete tutto fino in fondo e vi verrà voglia di ricominciare dalla prima pagina..e di regalarlo a qualcuno con cui vorrete condividerne il piacere.

  3. (proprietario verificato)

    Debora e i suoi deliziosi racconti ci aorono alla vita. La sua scrittura é leggiadra e colpisce perché sembra di ascoltare una sinfonia melodiosa, dove ogni strumento é mirabilmente accordato dalla sua bellezza interiore.
    Traendo ispirazione con naturale spontaneità dalla semplicità del quotidiano dei personaggi che lo abitano, ci conduce con eleganza e magia, in  profonde e inaspettate riflessioni che ci faranno gustare pienamente questo libro,  fino all’ ultima parola.
    Luciano

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Debora Maria Marcon
Sono nata e vivo ai piedi delle montagne, in una graziosa cittadina chiamata Bassano del Grappa. Ho un diploma di ragioniera e lavoro a scuola come assistente amministrativa.
Scrivo da tempo immemore. Quella che in adolescenza era espressione istintiva, da rincorrere nei momenti di dolore o di gioia, è divenuta urgenza sempreverde e credo abbia modificato, rendendolo più accorto, il mio sguardo sul mondo.
Ho ottenuto riconoscimenti a Premi Letterari Nazionali, come il secondo posto di “Voci Verdi” nel 2012 e il sesto di “Sirmione Lugana 2011”. A giugno 2014 ho presentato il mio primo libro, “Scrivo per sopravvivere”, antologia di poesie e riflessioni che lancia un richiamo sul valore terapeutico della “penna” nella mia esistenza.
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