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Non chiamatemi mastino

Non chiamatemi mastino
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Consegna prevista Novembre 2021
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Chi è il vero protagonista di questo racconto?
La narratrice, alla quale ciascuno può dare un nome, magari il proprio, è mamma adottiva di un meticcio a pelo lungo, Sprint, di cui palesemente va matta, benché non voglia ammetterlo . Ci rivela, con lucidità e divertita sagacia, il loro rapporto speciale, nella sua quotidianità di moderna madre di famiglia che si dibatte fra affetti e lavoro, in un equilibrio davvero precario. La prospettiva così si dilata ed abbraccia il mondo variegato e criptico degli adolescenti, le delicate dinamiche familiari, sociali e di coppia, mantenendo uno sguardo attento, consapevole, disincantato.
Anche il punto di vista è mutevole, come la vita, ed ecco che infine è il cane a prendere la parola e a rivolgersi ai più piccoli, svelando loro, confidenzialmente, alcune sue avventure.
Storie animalesche, di straordinaria normalità, per umani di ogni età e i loro cuccioli.

Perché ho scritto questo libro?

Per condividere l’amore per i nostri animali domestici, gridarlo ai quattro venti. A corto di voce, ho usato la penna per raggiungervi, stare vicini senza maschera, come fossimo fuori la sera, con i guinzagli tesi, per l’ultimo bisognino. Le parole si rincorrono, ecco che con i quadrupedi pelosi sono venuti alla luce bipedi glabri, quell’umanità familiare che ci pungola, arricchisce, molesta, esalta, annichilisce, interroga senza pace. C’è di meglio da raccontarsi sotto ad un lampione?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lui è gay (forse trans)

Avvertenza

Mi rivolgo direttamente a te, caro lettore, perché intendo metterti sull’avviso e, nel contempo, rassicurarti.

Se sei del tipo A: pruriginoso, un po’ guardone, amante dei reality, intrigato dai Porta a Porta di cronaca nera, allora questo libro, fra un momento, potrebbe sembrarti una solenne fregatura.

Se sei del tipo B: socialmente impegnato, antropologo per passione, abile scandagliatore dell’animo umano, magari pure benpensante, allora questo scritto, fra un istante, potrebbe apparirti una stucchevole delusione.

Ebbene sì, perché il Lui di cui scrivo è il mio cane, gay per diritto naturale (ci insegnano e finalmente l’abbiamo capito) e travestito da canide ma in realtà coniglio, vista la sua indole profondamente paurosa.

E le rassicurazioni? ti starai chiedendo. Tranquillo … ti assicuro solo che questo libro ti riguarda da vicino. Riguarda da vicino molti di voi lettori se siete appassionati di animali e del genere umano.

Continua a leggere

Continua a leggere

“Non chiamatemi mastino!” Non è di Sprint questo grido di dolore, non è suo l’appello a fior di labbra e a cuore aperto che potrebbe rimbombare in casa e riecheggiare fino a disperdersi nei vicoli del quartiere. Non è proprio da lui. Inoltre non ne sentirebbe il bisogno. A chi mai verrebbe in mente di chiamarlo mastino? E’ il bastardino più mansueto che si conosca, sempre pronto a socializzare, anche con esemplari mastodontici e scarsamente amichevoli, impaziente di avvicinare qualsiasi esponente della razza canina, per fare poi spesso la figura del pirla quando quello lo accoglie a canini scoperti.

Lui non ha ancora imparato la lezione. Ha il cuore troppo tenero.

L’unica volta che l’abbiamo sentito ringhiare bisogna ammettere che si trattava di una situazione estrema: ne andava della sua verginità o comunque della sua libertà nella salvaguardia dell’ incolumità sessuale. Certo, perché Tommy, il Golden Retriever dello zio Piero, lo stava insistentemente insidiando da almeno un quarto d’ora (che può sembrare un’eternità, in certi frangenti), mentre noi chiacchieravamo.

Sprint da principio si limitò a spostarsi, girando in tondo ed aggrovigliando il guinzaglio, poi, esasperato dalle annusatine e dalle spinte sempre più decise dello stalker, oltre a scarti repentini degni di un fantasista della serie A, per impedire di essere messo all’angolo cominciò a digrignare i denti e a ringhiare.

Fu così che scoprimmo che Tommy non era affatto una voce fuori dal coro (già pensavo di essere di fronte ad un raro caso di omosessualità canina) in quanto pare che tutti i canidi siano bisex.

Sempre s’impara, fino alla bara, sentenziava la mia bisnonna, e devo darle ragione. Sul nostro Sprint innanzitutto, c’è sempre da imparare, perché l’appartenenza a razze diverse non facilita la comunicazione.

Lui è il primo cane che io abbia mai avuto e ciò rende sicuramente sorprendente quello che per molti veterani padroni di cani è scontato. Di una cosa però sono certa: lui capisce molto più di quanto si creda.

Le avete mai sentite quelle nonnette accompagnate da vetusti cagnetti dallo sguardo un po’ stordito le quali indicandoli sentenziano, da lombarde doc: “Ghe manca noma la parola.”?

Personalmente non sono del tutto d’accordo. Nel senso che è a noi umani che manca il linguaggio canino. Loro per lo meno il nostro un po’ lo capiscono, lo masticano. Noi zero, neppure un’abbaiatina semplice e corta corta riusciamo a decifrare. Sono loro quelli avanti, non c’è che dire.

L’altro giorno ho affermato davanti ad amici che mi è sorto il dubbio che Sprint sappia leggere nel pensiero, perché dimostra un intuito incredibile e sembra capire con qualche attimo d’anticipo le mie intenzioni. Credo che solo per buona educazione i miei interlocutori si siano trattenuti dall’esplicitare il loro pensiero al riguardo e sul mio conto.

Ma voi, mamme e papà adottivi di figli pelosi che state leggendo, non la pensate come me?

Questa è propriamente una domanda retorica, perché, a meno che apparteniate a quella razza subumana che abbandona i cani in autostrada o nei boschi, so cosa alberga nel vostro cuore.

Sprint è stato adottato a tutti gli effetti, visto che l’abbiamo preso al canile comunale.

Nell’autunno di nove anni fa, in gran segreto, all’insaputa dei figli, io e mio marito penetrammo per la prima volta in quel lager. L’odore degli animali misto a sporcizia è talmente forte che attanaglia e pare di non poter respirare. Anche a distanza di ore e lontano svariati chilometri si continua a sentirlo e ci si chiede se abbia impregnato solo gli abiti o anche la pelle, penetrando fino alle budella.

Ricordo decine di cani in gabbia che abbaiavano spasmodicamente. Fummo ricevuti in un ufficietto triste, intonato all’ambiente; l’addetta, sentita la nostra richieste di un cucciolo, ci spiegò che per evitare malattie e contagi, i piccoli erano in custodia presso un veterinario di cui ci diede il nominativo. Sinceramente l’idea che il nostro futuro cane non fosse lì mi rincuorò parecchio.

La seconda fase della spedizione segreta fu meno scioccante ma piuttosto deludente. Ci avevano detto che c’era grande abbondanza di cuccioli in attesa di un padrone. Nella mia mente tanto fantasiosa quanto ingenua m’ero immaginata ampie stanze provviste di enormi gabbie che ospitavano decine di tenerissimi cuccioli tra cui avremmo potuto scegliere il nostro. La scelta sarebbe stata dettata da un impulso istintivo, da un moto dell’animo infallibile che avrebbe legato indissolubilmente il nostro destino a quello della bestia. Lo so, sono la solita romantica vittima di troppi telefilm per ragazzi. Ovviamente mio marito, molto più prosaico, come al solito non aveva nessuna aspettativa. Il suo motto, vagamente cesariano, è “vado e vedo”: tattica eccellente per non rischiare delusioni.

Quando fummo ricevuti nello studio del veterinario affidatario regnava una calma irreale: nessun abbaiare né ringhio o guaito. Silenzio. Una ragazza in camice bianco si assentò per qualche minuto per tornare con un cane bicolor nero-giallastro, a pelo rasato, piuttosto emaciato e sinceramente parecchio brutto. E’ vero che non avevamo la pretesa di avere un cane di razza con tanto di pedigree, ma i nostri cuori, un tantino induriti, ebbero un moto di ribellione, nella consapevolezza che anche i nostri figli difficilmente avrebbero potuto apprezzare quella bestiola. “Non ne avete altri, per caso?” azzardai. Cinque minuti dopo la ragazza riapparve con in braccio un altro cucciolo, ma biondo e a pelo lungo. Detto così, uno già s’immagina un esemplare canino di un certo livello, tipo Golden Retriever. Niente di tutto ciò. “Ecco qui, guarda un po’ dove ti ha portato la zia” mormorava intanto l’addetta al cane, accarezzandolo dolcemente. Pareva quasi restia a lasciarlo, come se le dispiacesse separarsene. Quando lo mise a terra lui fece sfoggio di tutto il suo personale: circa 40 cm di lunghezza per 4kg di peso, al netto del pelo. Ma ciò che più colpiva erano le zampe, lunghe tanto da essere quasi invisibili. Soprattutto da dietro risultava evidente: era un tipo da posteriore basso.

Mio marito neppure si mosse. Eppure non era lui quello che s’intendeva di cani avendone già avuto uno da ragazzo? Benché non sia espressivo per natura dal suo volto trapelava delusione. Mi feci coraggio e accarezzai il cagnolino, con circospezione, vista la scarsa dimestichezza con gli animali in generale. Lui non badava molto a noi, era intento a perlustrare la stanza annusandone ogni angolo. Fu solo la buona educazione ed una dose forse eccessiva di pudore ad impedirci di chiedere di vedere altri candidati. Quando si adotta non si può essere troppo esigenti o schizzinosi, vero? Lo si fa solo per affetto disinteressato. Perciò ce ne andammo , con la promessa che avremmo comunicato la nostra decisione a breve.

“E’ proprio brutto!” esternò Mauro una volta in auto. “Potrebbe migliorare crescendo” ribattei prontamente mossa a compassione. “poi deve essere buono se quella ragazza se lo coccolava tanto … ” “Può darsi” fu il commento laconico di Mauro, che però nelle settimane successive accarezzò l’idea di comprare un Labrador.

Io ero contraria, sapendo che tanti cani sfortunati aspettavano di essere accolti. E la spuntai. Strano. Vi assicuro che non capita spesso, perché checché se ne dica, quella remissiva in famiglia sono proprio io.

Non fu sufficiente il nostro consenso: si trattò di un’adozione in piena regola. Dal canile ci fu inviata una volontaria che aveva il compito di verificare che la nostra abitazione fosse idonea ad ospitare un cane. Il giorno del sopraluogo trovò con me Teo, nostro figlio, al quale avevamo comunicato che il suo desiderio di avere un cane sarebbe stato esaudito. Eravamo impazienti di imparare TUTTO su come si accudisce un cucciolo. La volonterosa ragazza borchiata se ne andò dopo ben due ore, promettendo che ci avrebbero affidato il cane, per un periodo limitato, in attesa che diventasse definitivamente nostro: nel frattempo lei avrebbe compiuto qualche visita a sorpresa per accertarsi che il piccolo non venisse trascurato o maltrattato. Questa era la prassi. Mi chiesi se per caso non mi sarei vista recapitare un cucciolo d’uomo.

In effetti ci diedero il cane, mentre non rivedemmo mai più la signorina. Evidentemente le due ore di spiegazioni puntualmente annotate da Teo avevano fugato ogni dubbio sulle nostre buone intenzioni. Passarono altre due settimane prima che ci chiamassero perché il cucciolo era stato vaccinato ed era opportuno che rimanesse sotto controllo. A posteriori mi viene il dubbio che fosse la “zia” a non volerlo mollare, essendosi affezionata a quello che ora ritengo il mio figlio peloso. Finalmente arrivò il giorno tanto agognato da Teo, che aveva da poco festeggiato il compleanno, senza però poter scartare il regalo. Era il 15 novembre ed il tempo non smentiva la stagione. L’appuntamento dal veterinario fu fissato per le 18.00. Fortunatamente mia suocera si rese disponibile ad accompagnare me e i ragazzi (anche Chiara volle essere presente) in questa terza ed ultima spedizione, ormai non più segreta. Fu davvero una fortuna averla coinvolta in quanto “il cane più bello che abbia mai visto” come lo definì Teo quando lo vide, non sembrò apprezzare il pur breve viaggio in auto, cui probabilmente non era avvezzo: non fece altro che agitarsi cercando invano di prendere d’assalto nonna Valeria impigliandosi con le unghie (anche i cani ne sono dotati!) nel di lei cappotto. Il tutto senza emettere neppure un suono. Al momento non lo notammo ma più tardi il dubbio ci assalì: che si trattasse di un cane muto?!

Non abbaiava né guaiva, manifestava soddisfazione scodinzolando e soprattutto appariva piuttosto spaventato. Ci avevano raccontato di averlo trovato abbandonato in uno scatolone insieme ad altri tre fratellini. Forse temeva che lo maltrattassimo o di essere nuovamente tradito. Timori che non gli impedirono, non appena varcata la soglia di casa, di inaugurare la nuova dimora con una cacatina deposta proprio sotto il Ficus Benjamin in sala.

Devo ammettere che le prime settimane di convivenza furono inquietanti. L’idea stessa di aggiungere un nuovo membro alla nostra famiglia mi aveva tolto il sonno quando, contraddicendo la sua abituale fermezza, Mauro ci aveva ripensato mostrandosi possibilista in merito ad un cane: “E se per il suo compleanno prendessimo un cucciolo a Teo?” Per lo stupore avevo riacceso la lampada sul comodino. Chissà se anche le altre coppie prendono le decisioni pochi istanti prima di crollare addormentate. E se è così poi si addormentano o l’adrenalina le accompagna fino all’alba?

Fin da piccola ho desiderato un cane e il cedimento di quella roccia di mio marito andava sfruttato senza esitazioni, con una bella picconata per abbattere ogni ostacolo, come per il muro di Berlino. Perciò mi mostrai subito entusiasta e positiva ma in segreto mi rigirai nel letto tutta la notte rendendomi conto che ci sarebbe stato un cambiamento nel nostro assetto esistenziale. E non mi sbagliavo.

Ovviamente alla prima cacatina inaugurale ne seguirono innumerevoli altre, cui aggiungere, decuplicate, le pisciatine. Fortunatamente non si trattava di un Terranova, altrimenti non potrei usare i diminutivi.

La signorina borchiata ci aveva suggerito di stendere sul pavimento dei giornali e indurre il cucciolo a far solo lì i suoi bisogni. All’inizio sembrò funzionare, poi seguirono fasi alterne e forse, per impazienza, esagerammo complicando la situazione. Infatti quando al mattino dovevamo uscire tutti per andare a scuola o al lavoro, chiudevamo il cucciolo in cantina, che è collegata all’appartamento, per evitare che gironzolasse liberamente per tutta la casa. Stanchi poi di ripulire la cantina dagli escrementi, lasciati in ordine sparso, aumentammo progressivamente il numero dei giornali. Risultato: anche quando il piccolo usciva per il giretto non c’era modo di fargli fare i suoi bisognini, si liberava solo se fortuitamente trovava un giornale abbandonato. Furono settimane difficili. Personalmente avevo sempre la sensazione di avere un estraneo per casa. E neppure uno discreto, no, un impiccione invadente che mi seguiva ovunque, anche in bagno, se non ero più che svelta nel chiudere la porta. Quando cucinavo il quadrupede mi tallonava inesorabile e temevo di travolgerlo con le ante degli armadietti o indietreggiando inavvertitamente. Mi chiedevo cosa mai volesse da me. Ora lo so. Qualche leccornia e un po’ di affettuose attenzioni. Ma come avviene in tutti i rapporti, solo col tempo si impara a conoscersi. Anche Sprint, come la maggior parte di noi, ama la compagnia. E’ anche parecchio curioso, forse perché il suo universo è piuttosto limitato, ed ha la necessità di passare il tempo, in qualche modo, uccidendo la noia. Proprio come i bipedi che s’impicciano degli affari altrui perché non hanno di meglio da fare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Silvana Ciapponi Morganti
Silvana Ciapponi Morganti è nata a Lecco dove ha studiato e vive col marito e i due figli.
Laureata in lingue straniere a Milano, insegna inglese e francese.
Appassionata di letteratura, scrive racconti e poesie.
Ha conseguito il primo premio al concorso letterario nazionale “Parole di donna”(2000)
Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “Un po’ di noi” Edizioni Passaporto 2000
E’ coautrice nella raccolta di racconti “Brianzoli per sempre” Edizioni della Sera 2020.
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