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Non fare l'indiano

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Consegna prevista Febbraio 2021
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Dodici racconti, uno lungo, altri più brevi e altri ancora semplici costruzioni fantastiche, frutto di impressioni colte ascoltando la gente o guardandola camminare per strada.
Il più lungo, che è anche quello che dà il nome alla raccolta, parla di un avvocato che per quieto vivere vorrebbe difendere solo clienti che hanno torto marcio, ma com’è e come non è, si affeziona e segue quelli che secondo lui hanno ragione. Uno di questi è l’indiano Artip Singh, ingiustamente licenziato da un allevatore della bassa, pure titolare di un Night Club, il Moldavia Mon Amour. All’aspetto, per così dire “giudiziario”, si intreccia quello familiare: moglie campionessa di arti marziali vietnamite, due figli saggi, una nonna novantenne e la sua badante, da lei accusata di rubarle il reggiseno e la lacca Cadonet.
Gli altri racconti parlano di inciampi del destino, di privilegi perduti della gioventù, di duri delle merendine e di come si sta oggi al Coronav(a)irus Bar.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questi racconti perché, a meno di non pregiudicarsi la sanità mentale, non si può davvero passare la vita a trattare di danni e responsabilità, infortuni sul lavoro, separazioni e licenziamenti. A volte bisogna alzare la valvola della pentola a pressione e scrivere d’altro, perché scrivere aiuta a sopportare la vita e, sinceramente, devo dire che i personaggi che ho disegnato, tutti tratti da caratteri di persone in carne ed ossa, spesso mi hanno fatto ridere da solo (come i matti).

COINCIDENZE E INCIAMPI
Una sera dello scorso inverno, tornando in treno da Parigi scesi alla stazione di Basilea per cambiare e prendere il Cisalpino per Milano.
Sul marciapiede lungo il binario, solo una signora, elegantissima nel suo vestito total black.
L’avevo già notata durante il viaggio, era salita a Strasburgo e sedeva due file avanti a me. Avrei addirittura giurato che, vedendomi su quella carrozza, mi avesse lanciato uno sguardo piuttosto meravigliato.
Mi si avvicinò e in un italiano con forte accento tedesco mi chiese a che ora vi fosse la “corrispondenza” per l’Italia.
– “Corrispondenza?”, chiesi, “signora, purtroppo noi in Italia non le chiamiamo così “.
– “Ah no? e come dite voi quando si arriva in una stazione con un treno e se ne prende un altro per giungere a destinazione?”
– “Coincidenza, mia cara signora, coincidenza! È assai diverso”.
– “Mein Gott, mi pare che siano sinonimi, no? Ciò che corrisponde, coincide”, rispose.
– “Forse qui in Svizzera, meine freundliche Dame, in Italia è più complesso, più articolato, meno scontato”.
– “Davvero non capisco quale sia mai questa profonda differenza”, disse con una punta di malcelata irritazione, come se le stessi facendo perdere del tempo prezioso con le mie ubbìe nominalistiche.
– “Vede signora, in Svizzera se l’orario dice che all’arrivo del treno da Zurigo al binario uno, dopo sette minuti corrisponderà la partenza di quello per Milano dal binario tre, sarà certamente così e se incredibilmente cosi non fosse, certamente si sarà verificata una imprevedibile, non voluta, inaspettata coincidenza di fattori imponderabili. Qui vi è, infatti, una perfetta corrispondenza fra gli orari previsti e quelli realmente osservati.

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– “Ma, vede che ho ragione, è la stessa cosa, come potrebbe essere altrimenti?”- “Mi faccia finire, per cortesia, in Svizzera questa è la regola, come dicevo,in Italia, invece, se lei arriva a Milano col treno da Torino e volesse andare a Bologna, contando sul fatto che l’orario ferroviario riporti che il treno per quella città partirà dal binario tre, nove minuti dopo l’arrivo del suo da Torino, sarà solo per una mera e fortuita coincidenza che lei effettivamente riuscirà a prenderlo, superando i ritardi, i cambi di percorrenza, i guasti sulla linea, altre amenità e fortuiti inciampi del destino, per questo la chiamiamo così: coincidenza. Mentre dicevo ciò mi parve che l’accenno al fatto che il destino in Italia potesse, anche lui, deviare dal suo corso, in qualche modo divertisse la signora.
– “Ohhhh, davvero pittoresco” disse infatti, quasi sorridendo, ora può dirmi, per gentilezza, se il treno per l’Italia partirà da questo binario, ya?”
Stavo per risponderle, quando, proprio in quel momento l’altoparlante annunciò la soppressione del nostro treno, a causa di uno sciopero improvviso dei macchinisti svizzeri.
– “Verdammt, è incredibile, gli svizzeri che scioperano!” Disse, questa volta senza neppure cercar di dissimulare il nervosismo.
– “Non dica, così, non trova che sia una felice ed inaspettata coincidenza che al nostro incontro corrisponda la cancellazione del treno? Potremmo cenare insieme, c’è un ottimo ristorante pakistano qui vicino, ma, mi perdoni, non mi sono ancora presentato, Francesco D’Amico. Lei ci pensò un attimo e poi, sorridendo: “Grazie, preferirei di no”. Neppure Bartleby lo scrivano l’avrebbe detto meglio.
Leggermente ferito nell’orgoglio di maschio italiano, la salutai comunque con cortesia e mi avviai verso il ristorante Samarcanda: piccantissima cucina pakistana.
Dopo una ventina di minuti passati a tentare di tradurre il menù, scritto in pakistano e tradotto in tedesco, piluccando piccole speziatissime sfoglie di pasta fillo, la vidi entrare al braccio di un uomo di mezza età, che peraltro mi somigliava parecchio. La ferita all’amor proprio si stava allargando e cominciava a sanguinare copiosamente, quando, passando accanto al mio tavolo la Signora mi strizzò l’occhio e, senza farsi sentire dal suo accompagnatore, mi sussurrò: “Ringraziami, stupido”! Proprio in quel momento dal suo smartphone partì la musica di una canzone di Vecchioni, di molti anni fa, il cui testo faceva più o meno così: “Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato, io non ti guardavo con malignità, era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l’altro ieri là?”
Iniziai a sudare freddo, e certamente non per il pollo Biryani, assai più piccante di una commedia sexy con Lino Banfi e Edwige Fenech.
Altro che coincidenze e corrispondenze, vuoi vedere che l’incontro con la nera Signora era tutt’altro che accidentale e solo per uno inciampo del Fato, perché ad Atropo, l’Inevitabile Parca, erano scivolate per un attimo le forbici di mano, ero ancora lì a tentare di mangiare pakistano?
Cercando di mantenere un minimo di dignità, chiamai il cameriere, pagai il conto e mi affrettai verso l’uscita, deciso a non aspettare il treno del giorno dopo ed a noleggiare un’automobile, ansioso di andarmene e tornare al più presto possibile a casa.
Provai a calmarmi, collegai il telefonino via bluetooth alla macchina e dalla playlist di Spotify partì una meravigliosa canzone di Roberta Flack: The first time ever I saw your face. Ascoltandola mi incantai; è una melodia senza tempo, di assoluta dolcezza, e mentre mi incantavo, fermo ad un semaforo, girai la testa a sinistra e vidi un signore di mezza età immobile sul marciapiede, benché per lui il semaforo indicasse il verde.
Indossava un completo di colore indefinito, una camicia che dava sul grigio – un po’ color can che fugge, come diceva mio nonno – e delle scarpe sformate, un tempo alla moda.
Non era elegante, ma certo dignitoso. Quello che mi attirò, però, non fu l’abbigliamento, ma il fatto che si passasse ripetutamente e velocemente, con gesti tanto meccanici, quanto accurati, entrambe le mani sul viso e poi fra i pochi capelli, lisciandoli, e poi di nuovo sugli occhi e ancora sul viso. Con la coda dell’occhio vidi che per me il semaforo era sempre rosso, quindi per lui il passaggio continuava ad essere libero, ma non si muoveva; continuava a passarsi le mani sul volto e sui capelli, quasi a voler scacciare brutti pensieri ed a rendersi più presentabile all’incontro con qualcuno che forse l’attendeva.
Ma le mani possono molte cose, non tutto, non riescono mai a cancellare, a scacciare gli accidenti, le incomprensioni, le inadeguatezze, gli insulti che si assommano negli anni e traspaiono, tutti, sempre, sia dagli occhi, dalle rughe che contornano la bocca e solcano la fronte, sia dai pochi capelli superstiti, tormentati e per questo decisi a resistere indomiti, dritti come stecchi verso il cielo, immuni ad ogni piega: “Mi spezzo, ma non mi pettino”, sembrano dire.
Scattò il semaforo, per me è verde ed a lui indica lo stop, e proprio in quel momento il signore si decide ad attraversare. Aveva il piede ancora a mezz’aria fra il marciapiede e le strisce pedonali, che la prima auto della fila strombazzò col clacson ed il suo guidatore gli indirizzò un cortese cenno di saluto: “Ah scemooo” – dev’essere un compatriota – e sgomma via, fiero dei suoi 250 cavalli.
Lo guardai ancora per un attimo, mentre al conducente della vettura dietro la mia stava montando una crisi di nervi per i pochi secondi di attesa, e lo vidi con le mani sulle orecchie, quasi a scacciare l’ultima, insopportabile aggressione cialtrona alla propria vita.
Rimase lì, fermo ad aspettare un nuovo via libera, forse anche lui sperando in un inciampo del Fato.
Ripartii e corsi verso l’Italia, era ormai domenica e a casa mi aspettavano con le pasterelle.
(Grazie a Natalino Balasso)

FINE I PRIVILEGI DELLA GIOVENTU’
Fermo al semaforo di Corso Milano, a Padova, alla radio Anna e Marco di Dalla: “Marco cuore in allarme … Marco che vorrebbe andar via”.
Dal finestrino graffiato dalla pioggia fredda immagini deformate di persone che non riconosco: E per forza, li ho lasciati più di vent’anni fa e pretendo di ravvisarli com’erano allora, quasi fossero Highlanders, come se il tempo per loro non fosse passato e non li avesse segnati.
Il semaforo dà verde e poi ancora rosso e poi verde, e io sono sempre lì, fermo in colonna, con Anna bello sguardo che ogni giorno perde qualcosa. E poi la vedo, alla fermata del bus, direzione Chiesanuova, o forse ancora più in là, verso la periferia estrema di Padova, dove non si ha diritto alle luminarie natalizie, chissà perché.
E mi sembra di ricordarla, da Rocco in estate o “ricordina” davanti a Ricordi in Piazza Garibaldi, nei sabato sera d’inverno, col Moncler e le Timberland, i brillantini in viso ed i capelli biondissimi e cotonati, aspettando di andare in pizzeria da Stecca e poi all’Hippopotamus a ballare Lionel Richie o Falko e il suo Der Kommissar, prima, molto prima del crollo del muro di Berlino, su per giù verso l’anno che noi del ’64 diventammo immeritatamente maturi e per di più campioni al Mundial.
Lei era ai tempi, per usare pigramente un termine abusato, l’icona di leggerezza e bellezza, stretta al suo precario moroso sul sellino di un KTM o di un Laverda Zundapp.
E ora? Perché quegli occhi bassi? I capelli non curati sotto un berretto grigio, un giaccone senza pretese e ai piedi dei mocassini anonimi?
Niente pacchi e pacchetti, nemmeno un lustrino o una pennellata di fard, ma fra le mani un solo panettone.
Maina!
Che ci ha fatto la vita? Cosa ti ha riservato? Non credevamo tutti nella luce verde, come Gatsby e nella forza della Ginestra, malgrado il mondo e la natura? Non guardavamo Live Aid convinti che, in fondo, l’uomo non è poi così bastardo?
Arriva il tuo autobus e scompari, credo per sempre, mentre a me abbaiono contro duecento Suv tedeschi che vorrebbero montarmi sopra, sgommare e vedermi morto, colpevole di impedire ai loro padroni di raggiungere più in fretta le proprie personalissime galere.
E come ti chiami? Neppure lo ricordo, ma è importante, fra l’altro, o i privilegi della gioventù hanno tutti lo stesso nome?
FINE

DA “NON FARE L’INDIANO”
Arrivato in studio, apro la posta elettronica e trovo una e-mail della collega Anna Claudia Spagna che mi informa riguardo alla ferma intenzione della sua cliente di separarsi dal marito e mi chiede se vi sia la possibilità di consensualizzare la separazione.
Effettivamente, qualche giorno fa Felice Rododentro, il marito separando, era venuto a trovarmi esponendomi confusamente, la sua personale opinione che il rapporto matrimoniale stesse giungendo alla conclusione. Peraltro non si capiva bene se la cosa lo turbasse o meno. Quando si dice nomen omen.
Ripensai a quel colloquio:
– Cosa le fa pensare, Signor Rododentro, che sua moglie voglia lasciarla?
– Mah, sa avvocato, tante piccole cose che magari prese singolarmente non vogliono dir nulla, ma che valutate nel loro insieme …
– Ad esempio?
– Guardi, mia moglie Tamara era una taglia 52, da un po’ ha cominciato a frequentare Centri estetici, saune, va pure in piscina, fa anche la dieta a zona. Insomma, ha perso 15 chili ed ora veste la 44.
– Vabbé, e non è contento?
– Guardi, ho scoperto che ha tre cellulari e chatta su internet!
– Suvvia, potrebbe non voler dire niente.
– Non è finita, adesso esce una sera si ed una no per andare al Club dei Cedri.
– Sarebbe? il dopolavoro della Tassoni?
– Non faccia lo spiritoso, è un circolo libanese dove tengono corsi di danza del ventre ed organizzano audizioni di jazz libanese, musica che, mi dice mia moglie, la appassiona tanto, tanto.
– Eh no, il jazz libanese no. Forse effettivamente è meglio stare all’erta e cominciare a rivalutare l’opportunità di tenere conti correnti cointestati e rivedere la complessiva organizzazione patrimoniale della famiglia.
Vede avvocato che ho ragione a sospettare? E non è tutto qui, l’altra sera ho deciso di adottare il metodo Ghandiano!
– Sarebbe? ha iniziato uno sciopero della fame come quel politico che suona i campanelli di notte?
– Ma no! Ricorda quell’aforisma di Ghandi: “Se urli tutti ti sentono, se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino, ma se stai in silenzio solo chi ti ama ti ascolta”.
– Non capisco, Signor Felice.
– Io mi sono seduto accanto a lei in salotto ed ho cominciato a fissarla, tacendo. Dopo un quarto d’ora, lei mi ha chiesto se avessi qualcosa da dirle.
– Bene, ne avete parlato. Parlare è sempre la cosa migliore.
– No, avvocato, le ho detto: Se non lo capisci da sola è inutile che te lo spieghi. Ed ho ripreso il mio silenzio. Dopo altri dieci minuti in cui ho continuato a fissarla intensamente, senza dir nulla. lei si è, diciamo così, alterata ed ha cominciato a gridare che la smettessi subito di fare la sfinge perché non ne poteva più, o che, in alternativa, andassi a scopare il mare. Io, con tutta la calma del mondo le ho detto: ma cara, adotto il metodo Ghandiano.
– E lei? chiesi paventando il peggio.
– Tamara mi ha risposto, testualmente: “ma va in mona ti e il to Ghandi”, in perfetto dialetto vicentino. Da questo ho capito che per noi era finita.
Eh sì, non tutti apprezzano nella giusta misura Ghandi.
Accantonati Felice e Tamara, quest’ultima Rododentra ancora per poco, stampai la e-mail e la riposi garbatamente, con annesso post-it esplicativo, sulla scrivania di una collega di studio che ama occuparsi di diritto di famiglia – cosa che a me proprio non piace. Prendo il telefono e chiamo casa di Artip per esporregli sviluppi della situazione al suo figlio poliglotta e fissare magari un appuntamento in studio.
Sarà stato per l’intervento del caro Sirpotta, ma questa storia mi attizzava molto, ma molto di più della separazione fra la jazzista libanese e Felicino.

2020-10-09

Aggiornamento

Di chi avevate bisogno da bambini?
16 luglio 2020

Aggiornamento

Dai che mancano solo 15 copie all'obiettivo. Gli ultimi saranno i primi!
Le somme ricavate dai diritti d'autore delle copie prenotate in crowdfunding sono destinati alla Lega del Filo d'Oro.
22 maggio 2020

Aggiornamento

NON FARE L'INDIANO
Cari amici,
penso che Non fare l'indiano debba anche voler dire "tenere a mente, aver cura", onde per cui ho pensato di donare alla LEGA DEL FILO D'ORO, associazione che da decenni si occupa meritoriamente di migliorare le condizioni di vita dei bimbi sordociechi (la cui esistenza non riesco neppure a immaginare), l'intera somma proveniente dai diritti d'autore delle copie preordinate.
Vi sono ancora 80 giorni di tempo, disobbedite quindi ai DPCM, assembratevi al link e prenotate e fate prenotare a parenti, amici, beneamati e beneamanti.
Siamo in missione per conto di Dio, come Jake e Elwood!
Grazie mille.
09 maggio 2020

Aggiornamento

Non c'è niente da capire, a volte un sigaro è solo una cosa che si fuma, e un racconto è solo un racconto.
Stephen King
14 aprile 2020

Aggiornamento

Coltivare il vizio della memoria, diffidando delle tradizioni.
07 aprile 2020

Aggiornamento

Il mare africano (Paola, stazione di Paola).

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Giovanni Papaleo
Nato a Padova nel maggio del 1964, città dove mio padre si era trasferito da Scicli (RG) per studiare Medicina. Sono stato cresciuto praticamente dai nonni e per questo motivo ero legatissimo a loro e alla Sicilia. Laureato in Scienze Politiche, una volta congedatomi dal servizio militare - allora obbligatorio - come Tenente di Cavalleria, ho insegnato per alcuni anni Diritto e Economia nelle scuole superiori e nel frattempo ho preso la seconda laurea in Giurisprudenza. Mi sono sposato con Elena nel 1998, anno in cui mi sono trasferito a Brescia, dove faccio l'avvocato civilista, dividendo lo studio con lei. Ho due figli, Marco e Linda, Marco al primo anno di Giurisprudenza e Linda in seconda Liceo. Ho la speranza di potermi presto ritirare a Donnalucata, la "Marinella" del commissario Montalbano, dove ho una casetta a sei metri dal mare.
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