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Non si vede solo con gli occhi

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Luca lavora in un grosso studio legale di Milano ed è un giovane avvocato di successo. Non gli manca davvero nulla per essere felice, o almeno così crede. La sua vita sembra perfetta, ma un giorno tutto questo gli crolla addosso all’improvviso. Inizia così una lunga crisi che lo porta a interrogarsi sul senso di quello che vive. La sua rinascita comincia a teatro, dove incontra Diana, di cui si innamora fin da subito. Anche lei, anni prima, aveva affrontato una lunga crisi per via di una rara malattia genetica che l’ha resa quasi cieca. Diana e Luca non potrebbero essere più diversi, ma quando stanno insieme nasce qualcosa di unico che non possono ignorare. Inizia così una storia d’amore appassionata, tormentata, osteggiata, piena di ripensamenti e di slanci. Nonostante tutto, però, Luca non si sente pienamente felice e continua a provare un senso di incompiutezza. Dopo una sofferta separazione, lui troverà molte risposte in un viaggio che darà alla sua vita una svolta inattesa.

Perché ho scritto questo libro?

Il bello di questa storia è che è stata lei a cercare me. Mi è venuta incontro all’improvviso in una stazione ferroviaria, e da allora non ho potuto fare altro che dare voce ai due protagonisti. Così ho iniziato a scrivere un racconto che parla di amore, disabilità e depressione ma soprattutto di fede, di grandi domande e di rinascita. Ho scritto questa storia perché affronta il tema delle malattie rare dal punto di vista dell’amore, senza veli né retorica come può esserlo solo la vita vera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Luca, settembre 2011

Il sole tramontava frantumandosi in mille pezzi di ghiaccio sulla superficie del mare, mentre i colori schizzavano fuori dal cielo come schegge di luce.
Mi svegliai di soprassalto. L’oscurità della camera da letto mi riportò alla realtà inghiottendo in un attimo quell’immagine abbagliante. Dalla tapparella abbassata fuoriuscivano alcuni rari frammenti di luce che attraversavano la stanza e finivano sul muro di fronte al letto, ultimi pallidi superstiti del sogno. Mi tirai la coperta sopra la testa. Faceva freddo.
Erano già le nove e anche quel giorno non mi ero alzato per andare a lavoro. Nelle ultime settimane avevo avuto, nell’ordine: febbre, mal di stomaco, capogiri ed emicrania. Quella mattina invece avevo detto di avere l’influenza. Ma non era vero.
Dimagrivo di giorno in giorno, ma non avevo mai avuto una vera malattia. Stavo a casa perché volevo scomparire nella rassicurante oscurità, nel sonno profondo senza sogni, nell’assenza di pensieri. Parlare con gli altri, muovermi e addirittura pensare erano diventate attività sempre più complicate da portare a termine. Alzarsi la mattina significava vedere la luce, incontrare altre persone, discutere, sorridere, dare il massimo sul lavoro, e io non sapevo più farlo. La vita era diventata un peso impossibile da sostenere.
Per qualche tempo ero riuscito a tenere insieme tutti i pezzi e la commedia aveva funzionato. Nessuno avrebbe mai sospettato nulla, anche perché a volte stavo meglio e mi illudevo di essere guarito.
Allora tornavo a essere il brillante avvocato Benetti, la punta di diamante di uno degli studi legali più in vista di Milano. Non mi sarei fatto fregare il posto da uno stagista ambizioso, non dopo tutti i sacrifici che avevo fatto per conquistare quella posizione, mi ripetevo. Io portavo a termine le cause più interessanti e complicate perché sapevo come muovermi e come colpire, non mi facevo scrupoli e gli altri mi rispettavano. Sì, mi ero fatto un nome lì dentro.
Quando stavo meglio pensavo di avere tutto sotto controllo. Insomma, la mia vita era perfetta: avevo un lavoro prestigioso, la carriera, i soldi, gli amici, le donne, il divertimento. Cosa mi mancava?
Poi, però, senza nessun preavviso, qualcosa si spezzava dentro di me e cadeva a terra con un boato assordante.
All’inizio pensavo che fosse un semplice periodo di stanchezza: niente di strano, dato che lavoravo sempre dalle dieci alle dodici ore al giorno. L’alternativa poteva essere una malattia, ma gli esami erano nella norma.
I sintomi nel frattempo erano diventati sempre più forti e invasivi, come quelli di un cancro che si espande a poco a poco nel corpo. Ad un certo punto, le energie mi abbandonarono del tutto e mi arresi alla malattia che metteva radici nella mia vita. Fu così che smisi di alzarmi dal letto alla mattina.
Ero malato, ma la mia malattia era diversa e non sapevo come chiamarla; non c’erano analisi del sangue né ecografie in grado di darle un nome.
Comunque sia, la situazione peggiorava di giorno in giorno e non potevo più fare finta di niente. Mi chiedevo spesso come avrei fatto a spiegare il problema ai colleghi o al mio capo.

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  Guardandomi attraverso i loro occhi, freddi e spietati come quelli del mio alter ego sano, ero semplicemente uno che non ha voglia di andare a lavoro e rimane a letto a dormire. Uno sfaticato, un buono a nulla, un fallito, insomma. Era quello che stavo diventando?
Sapevo che la verità era un’altra, ma forse era anche peggio perché avrebbero pensato che ero matto. Mi sentivo mancare il terreno sotto ai piedi: ci avevo messo anni per conquistarmi la loro fiducia, e adesso rischiavo di perdere tutto in un attimo. Allora cercavo di reagire, ma il buio era più forte di me.
La parte peggiore era che non potevo confidarmi nemmeno con gli amici: non avrebbero capito perché erano uguali a me, quindi sarebbero spariti oppure mi avrebbero trascinato nel privé di qualche discoteca. Io invece avevo bisogno di qualcosa di diverso, qualcosa che non capivo e quindi non sapevo come raggiungere. Maledizione! Come si fa a chiedere aiuto quando non sai nemmeno qual è il problema?
In realtà sapevo che quella stanchezza che annebbia la mente ha un nome preciso, ma avevo paura a dirlo. Quel nome è come una condanna a morte, o peggio, una condanna a vita. Perché quando il corpo si ammala tutti ti capiscono e ti supportano, nessuno ti obbliga a uscire di casa: le persone vedono che stai lottando contro qualcosa e si complimentano per la tua forza di volontà. Il buio dentro di te, invece, nessuno lo può vedere.
Alzarsi e continuare la vita di sempre per chi ha provato la mia malattia è una battaglia giornaliera di cui nessuno saprà mai nulla, è una lotta silenziosa contro i mulini a vento, contro la propria testa, contro se stessi. Apparentemente non c’è nulla di eroico in tutto ciò, perché questa malattia è invisibile e non è nemmeno considerata tale dai più. Eppure, come tutte le altre colpisce i vecchi e i giovani, gli alti e i bassi, i magri e i grassi, i buoni e i cattivi senza distinzioni.
Mi rigirai nel letto, voltandomi verso il muro. Nessuno avrebbe mai saputo quale mostro mi divorava dentro, pezzo per pezzo, giorno dopo giorno.

Diana, giugno 2006

Aspettavo un treno in un’anonima stazione ferroviaria della periferia milanese sotto il sole cocente di giugno, quello che esplode all’improvviso in uno stordimento di sudore e clac-clac di sandali sul cemento rovente. L’estate non è mai stata la mia stagione preferita perché ogni cosa è forte, esagerata; i suoni e gli odori ti rincorrono con insolenza, stanandoti anche se non hai voglia, anche se vorresti startene per conto tuo e dimenticare quel che ti circonda.
Posso sentire il rumore di una goccia che cade su una foglia alle mie spalle e capire esattamente dove si trova: questo è uno dei pochi vantaggi che offre la mia condizione. È utile ma è anche bello, perché è come se il mondo decidesse di svelare i suoi segreti proprio a te. Ti senti forte: è come avere i superpoteri.
Questo però succede in autunno, in inverno o in primavera, ma non in estate. Da giugno ad agosto vengo stordita dal sole che mi provoca più dolore agli occhi di quanto non ne senta di solito. Ma il fastidio fisico non è nulla in confronto alla depressione in cui cado regolarmente ogni estate.
È come se la felicità di chi si muove attorno a me – consapevole di un mondo che io non vedo e non conosco – mi deridesse, ossessionandomi con suoni e odori che mi parlano di cose lontane, sempre troppo lontane perché io possa raggiungerle e toccarle, farle mie. Perché io non sono come gli altri.
Quel giorno però mi chiesi: il mondo è davvero così attraente, desiderabile, perfetto, irraggiungibile, oppure sono solo io ad essere imperfetta, macchiata, malata?
Sentivo lo schiac schiac dei sandali di cattiva qualità, il tunk tunk delle zeppe, avvertivo il profumo nauseante di alcune donne e le immaginavo vestite male, riuscivo persino a vedere le loro dita tozze dei piedi laccate di smalto. Dita ricurve, gialle, grinzose, piene di calli. Sentivo il dopobarba penetrante di alcuni uomini, vedevo le loro piccole ridicole valigette sfrecciare su e giù per la stazione e i loro pantaloni ben stirati che coprivano gambe secche e nervose, coperte di peli. Non erano tutti loro, forse, come me? Non erano anche loro donne e uomini imperfetti, soli, corrotti dal tempo? Ma questo non mi faceva stare meglio.
Temevo lo sguardo degli altri e lo sentivo pesare su di me come un macigno. Camminavo con gli occhi bassi e pensavo: ‘So quello che sono. Sono uno scherzo della natura, perciò smettetela di guardarmi, lasciatemi in pace’. Allo stesso tempo però volevo urlare: ‘Mi vedete? Qualcuno mi vede? Qualcuno mi può aiutare? Vi prego, solo un abbraccio, una parola gentile!’. Ma sapevo che lamentandomi avrei ottenuto solo pietà. Io invece volevo essere guardata come tutte le altre ragazze della mia età. Non volevo essere compatita.
In quei giorni pensavo spesso alla morte: avevo 22 anni, pochi per perdere le speranze in una vita diversa, troppi per chi aspetta qualcosa da una vita. E io aspettavo l’amore.
A volte ci rinunciavo, poi tornavo a sperare e cadevo, cadevo sempre in una depressione senza fondo perché alla mia condizione non c’è rimedio, quindi nemmeno un punto da toccare per poi rinascere e risalire.
Avevo 22 anni e ancora non sapevo che cosa fosse l’amore. Non avevo mai amato nessuno né avevo mai ricevuto un semplice complimento. Mai un bacio, mai una carezza, mai nulla, ed ero certa che avrei finito i miei giorni in quel modo, mentre gli altri si incontravano, si amavano e magari si lasciavano; ma andavano avanti, mentre io continuavo a stare ferma, bloccata nella mia malattia, sfiorendo a poco a poco. “Sfiorire” è la parola giusta per me, perché la malattia mi consuma ogni giorno di più da quando sono nata.
Ero ossessionata dalla morte. Pensavo continuamente: ‘E se morissi oggi, domani, fra un mese? Non saprò mai cosa significa essere baciata da un ragazzo, sentire il suo corpo vicino al mio’.
Ma la natura è crudele e nessuno poteva innamorarsi di me, lo sapevo. Allora cercavo di sorridere e di vestirmi bene, ma non serviva a nulla. Quando ero adolescente avevo iniziato a comprare vestiti e borse firmate, mi mostravo disinvolta e ridevo spesso, ma nessun principe azzurro si era mai fermato alla mia porta. A cosa poteva servire tutto questo se alla gente bastava guardarmi negli occhi per scappare?
Sì, sono cieca. Non completamente, ma questo ha poca importanza. Non ho l’iride e vedo solo con le pupille. Dilatate, offuscate, troppo grandi o troppo piccole a seconda della luce. Il mondo per me è una girandola di luci confuse, di pixel sfocati. Un tempo vedevo meglio, ma di anno in anno i contorni delle cose si sono fatti sempre meno definiti. È un processo inarrestabile e inevitabile, l’ho sempre saputo da quando ho memoria. Non l’ho mai accettato.
Ma non è detto che perderò la vista del tutto. Forse questo processo potrebbe interrompersi oggi, domani, dopodomani, fra un mese. Però io non lo so. Allo stesso tempo, in qualsiasi istante potrei perdere la preziosa diottria che mi è rimasta. Per me la vita è ancora più fragile e incerta di quanto possa esserlo per gli altri.
Instabile e in lotta col mondo intero, vivevo in costante attesa di qualcuno o qualcosa che mi salvasse. Maledicevo i miei genitori, il giorno in cui si erano incontrati e quello in cui mi avevano fatta nascere.
Sopra ogni cosa, però, detestavo mia sorella maggiore Stefania. Lei era bella, sana, piena di amici e di ammiratori, sempre in viaggio per il mondo. Se n’era andata via di casa a 18 anni e faceva la export manager in una multinazionale. Quello che avrei potuto fare anche io, se solo il mio DNA fosse stato come il suo. Invece così non era stato e per la mia malattia non c’erano cure. Era tutto sbagliato, io ero sbagliata, e l’unica cura possibile era la morte. Solo questa, pensavo, mi avrebbe liberato da un corpo programmato male, con una combinazione genetica errata − di quelle che si presentano casualmente e in percentuale bassissima nella popolazione mondiale. Ma cosa poteva importarmi della statistica? Io vivevo quell’errore della natura sulla mia pelle.
Da anni percorrevo a tentoni la stessa strada con gli stessi pensieri, ma in fondo riuscivo ancora a camminare in autonomia, quindi “avrei dovuto essere felice e smettere di lamentarmi”. Così mi ripetevano i miei genitori, e questo non faceva che accrescere la mia rabbia.
Intanto andavo e venivo dalla stazione a casa mia per lavorare in un call center e avevo smesso di studiare da anni. Dopo il liceo mi ero iscritta all’università, ma non avevo mai dato esami e di lì a poco avevo abbandonato definitivamente gli studi. Non riuscivo più a leggere i libri ed ero convinta che non sarei mai riuscita a stare al passo con il programma. Che senso aveva continuare a studiare, sapendo che tre anni dopo sarei potuta essere del tutto cieca? Meglio non rischiare e trovarsi subito un lavoro sicuro, mi ero detta.
Eppure le scelte che avevo fatto non mi convincevano fino in fondo e vivevo continuamente divisa tra quella che sarei voluta essere e quella che ero diventata. Vivevo in un corpo e in una vita che mi stavano stretti e che non mi appartenevano. Sognavo di raggiungere luoghi lontani, ma poi mi dicevo che non sarei mai stata in grado di viaggiare come gli altri. Immaginavo tutte le professioni che avrei potuto fare e rimanevo bloccata nella mia indecisione. Non potevo cambiare il presente perché avevo sbagliato nel passato e ormai era troppo tardi per invertire la rotta.
Ma in fondo non era colpa mia, mi dicevo. Non avevo fatto le scelte giuste perché la vita non mi aveva dato la possibilità di farlo.
A 22 anni ci si può reinventare la vita, ma non per me che la vita è una corsa contro il tempo.

 

Luca, gennaio 2016

Il profilo della città in cui vivo da più di 10 anni si staglia su un cielo piatto. Non ci sono contrasti netti: i palazzi sfumano i loro colori gradualmente in una nebbiolina opaca, verso il sole che a sua volta si spegne impallidendo verso la terra.
Sto ancora cercando quella luce che avevo trovato e che ho perso per sempre. Ho lasciato il lavoro e ho provato a viaggiare: ho visto luoghi bellissimi e ho vissuto esperienze sorprendenti, ma la luce si è affievolita di nuovo e Milano mi ha riportato alla realtà.
Ho iniziato a scrivere un diario – o qualcosa di simile –, ma non so da dove iniziare per raccontare la mia storia.
Sì, perché questa non è una storia, ma sono schegge di ricordi da ricomporre come in un puzzle. Sono immagini luminose, sono urla, risate, carezze, colori, parole sbagliate, balli, stagioni perdute. C’è da farsi male con tutti questi ricordi di vetro.
Sogno spesso quel cielo trafitto di luce sopra il mare d’inverno. Era un gennaio di qualche anno fa, e lei era ancora con me. Sento che devo tornare lì per afferrare il senso di quello che è successo.
Quella donna mi ha insegnato che puoi aspettarla per anni, la vita, puoi buttarti a capofitto nella mischia o fuggire, ma il destino ti troverà sempre.
Prima o poi capita a tutti un incontro, un avvenimento, un amore o un viaggio; insomma quella storia che se te la raccontasse qualcuno la ascolteresti con interesse e niente di più. Quando capita a te, invece, la senti scendere in profondità nella carne e tu lo sai: ti ha cambiato per sempre.
Alla fine, per quanto ne so, tutti trascorrono il tempo in tre modi: c’è chi aspetta, chi fugge e chi coglie l’attimo. Sono tre categorie apparentemente diverse, ma in fondo si assomigliano molto, perché dietro c’è la paura della verità. La verità è che il tempo passa e non lo si ferma aspettando, fuggendo, né accumulando successi.
Io ero uno di questi ultimi, e in fondo stavo bene così. Avevo una carriera avviata, tanti amici con cui uscire la sera e amavo conquistare le donne. A quei tempi non mi facevo domande, pensavo solo a me stesso e al mio lavoro e stavo bene così, fino a che non è successo qualcosa che mi ha portato sulla strada che ero destinato a prendere.
Sì, perché la vita sa aggirare tutte le nostre barricate e prima o poi ci viene incontro: lo fa sempre, senza eccezioni, e dopo nulla è più come prima.
A me venne incontro sotto le sembianze di una ragazza dai lunghi capelli rossi e dagli occhi strani.
Conobbi Diana un giorno di fine febbraio, uno di quelli in cui il sole torna a splendere e le persone iniziano a parlare di primavera.

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Recensisci per primo “Non si vede solo con gli occhi”

Cinzia Maria Caserio
Milanese, 30 anni, con il pallino della scrittura da sempre, prima mi sono avventurata per le accidentate strade del giornalismo, poi sono tornata alla mia grande passione: la narrativa. Fino ad ora ho pubblicato qualche articolo, un fantasy, un reportage di viaggio (menzione speciale al Taormina International Book Festival) e tre poesie (primo premio al concorso letterario "Alessandro Rizzo"). Da piccola, dopo aver visto il film “Scoprendo Forrester” ho iniziato a sognare un futuro da scrittrice e da allora non ho più smesso. Svegliatemi, oppure scegliete il mio racconto!
Cinzia Maria Caserio on sabtwitterCinzia Maria Caserio on sabfacebook

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