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Nonostante e incondizionatamente

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Consegna prevista Giugno 2020

Ultimi giorni di scuola: Caterina è affacciata alla finestra della sua classe, malinconica e sfiduciata nei confronti del mondo e di se stessa, ancora delusa e forse innamorata del passato. Per errore, uno dei suoi braccialetti, a cui è legata da un profondo valore affettivo, scivola di sotto ed è Tommaso a raccoglierlo, un misterioso sconosciuto che le promette di aspettarla al termine delle lezioni per restituirle il gioiello. Dopo quell’incontro è difficile che i due continuino le loro vite indifferentemente: entrambi sono rimasti colpiti l’uno dall’altra. Ostacoli e difficoltà, però, sono all’ordine del giorno… Ma se si ama nonostante e incondizionatamente, tutto si può superare? La famiglia, l’amore, il coraggio e la speranza sono i punti fondamentali della storia. E quando arriva il peggio e non si vede nessuna via d’uscita? In quell’angolo di cuore, anche quando sembra impossibile, c’è sempre uno spiraglio.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro dopo il diploma, mentre cercavo un lavoro che sembrava non arrivare mai. Con la presunzione che solo una diciottenne può avere, ho cominciato a scrivere due righe, che in poco tempo si sono moltiplicate migliaia di volte, mentre sognavo di vedere un giorno le mie idee stampate nero su bianco su carta rilegata. Nel corso degli anni l’ho modificato, abbandonato, riscritto più volte, facendogli acquisire quella maturità che lo rende adatto ad adolescenti ed adulti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Premessa

Cos’è l’amore vero?
La domanda appare banale.
E la risposta sembra scontata tanto quanto la domanda.
Tutto e niente.
Dipende.
La ragione dell’esistenza.
Non mi interessa.
Il motore di tutte le cose.
Non vale la pena porsi interrogativi su argomenti utopici.
Lo aspetto.
Non so se sperarci ancora.
Siamo confusi.
O, peggio, quasi disperati.
Lo cerchiamo senza sosta, come l’acqua durante la siccità, come la sigaretta per un fumatore, come una madre che cerca il figlio piccolo smarrito al parco.
Falso. Assolutamente falso.
Se fossimo così affamati d’amore l’avremmo già trovato.
C’è chi giura di averlo stretto tra le mani almeno una volta ma di averlo perso, chi invece grida che non esiste, chi si distrugge a cercarlo nel posto sbagliato.
Dipende sicuramente da noi, ma anche e soprattutto dagli altri.
Difficile, insomma.
La situazione si complica.
Meglio lasciar perdere, no? Se è troppo impegnativa la ricerca, tanto vale mollare subito. Non ha senso, no, cercare qualcosa che è irraggiungibile, che forse non esiste nemmeno?
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Meglio dedicarsi ad altro, quindi. Un festino oggi, una bella vacanza ai Caraibi tra un paio di mesi, un lavoro ben retribuito, vestiti firmati, gente di una certa reputazione sempre intorno. La popolarità, la bella vita. L’esistenza si riempie anche in questo modo, senza nemmeno troppa fatica, è risaputo. Basta liberarsi di valori come la sincerità, il rispetto, la coerenza, basta rinunciare ad alcuni ideali come la famiglia, gli amici, i legami veri. Non è neanche troppo difficile, se ci pensiamo. Ma quando le luci della bad life si spengono? Quando la musica si interrompe, quando gli altri si dileguano? Quando la carta di credito si esaurisce? Che gusto rimane in bocca? Cosa si prova dentro di sé? Ci si sente più maturi o, forse, soddisfatti? Quanto si è orgogliosi di ciò che si è fatto fino a quel momento? A patto di essere consapevoli di aver costruito o meno qualcosa. Perché, diciamocelo, alla fine, ognuno di noi cerca essenzialmente di stare bene. Riempire la vita di altro non è l’equivalente di riempire la vita di quello di cui si ha bisogno. È come se continuassimo ad aggiungere acqua in un bicchiere forato sul fondo in modo quasi impercettibile: l’acqua non riempirà mai completamente il bicchiere, continuerà invece a diminuire ogni volta che verrà aggiunta. Uno spazio mai sazio, un’attesa interminabile, uno sforzo vano e senza risultati. Perché l’amore riempia la vita, invece, è semplice, è come una goccia di vino rosso in un bicchiere d’acqua: in un battito di ciglia l’intero liquido prende una tonalità rossastra, segno che il vino, con il suo colore, il suo sapore, il suo odore ha pervaso lentamente ma interamente l’acqua. Perché quando l’amore arriva nella nostra vita, lo fa in modo totale: si intesse tra i legami, è intrinseco in ogni gesto, si legge negli occhi, traspare dal sorriso, vive nelle parole dette e non dette, nei pensieri più nascosti. Il fatto è che ci perdiamo in un bicchier d’acqua, lo stesso che possiamo scegliere di continuare a riempire senza rendersi conto del foro sul fondo o di farci cadere dentro una goccia di Valpolicella. Vuoi essere amato? Sii il primo a metterti in gioco e ama per primo. Fregature? Delusioni? Può darsi. È quasi sicuro. Ma chi rischia può vincere, chi non rischia, invece, non vince mai. Tra quelle persone, là fuori, può esserci l’amore più grande della tua vita. Vuoi correre il rischio di rinunciarci per sempre? Sei ancora qui? Corri.

Capitolo primo

Quel fiume. Quel fiume così familiare e così sconosciuto. Attraversato mille e più volte, da una sponda all’altra. “Non ci si bagna mai più di una volta nello stesso fiume”, aveva detto qualcuno, e ho capito solo dopo molto tempo che aveva ragione. Le acque scorrono inesorabili, quasi come il tempo. Per questo, domani non saranno più le stesse acque e io non sarò più la stessa persona di oggi. Tra un’ora o tra dieci anni, sarò comunque diversa da ora, inevitabilmente. Può succedere tutto o niente, ma la storia sicuramente sembrerà mutata ai miei occhi, anche solo per il fatto che nulla sia successo. L’immutabilità delle cose è un concetto difficile. Ho una calamita appiccicata al frigorifero, una di quelle che si comprano nelle località di villeggiatura, per ricordare una vacanza o per fare un regalo ad un amico. È appesa al mio frigo da un tempo che non saprei conteggiare, eppure ha acquisito significati diversi in questi anni, pur non essendo cambiata. All’inizio, era la calamita più preziosa che avevo, donata da qualcuno di importante; poi è diventata un banale souvenir da quattro soldi che quell’incoerente poteva evitare di comprarmi; adesso è semplicemente un magnete di Lloret de mar che mi è stato regalato da un estraneo. Eppure il regalo è sempre lo stesso. Penso che Eraclito intendesse proprio questo: non solo sono le cose a cambiare, ma siamo soprattutto noi che cambiamo il modo di guardarle. E non c’è niente di più incredibile di questo. Le cose stanno lì, non si spostano se non le tocchi tu, non si rovinano più di tanto se le tratti bene eppure quel maglione che indosseresti tutti i giorni potrebbe finire nei contenitori della Caritas tra due mesi perché l’avevi addosso quando hai saputo che la tua azienda avrebbe chiuso. Siamo noi a dare un valore alle cose. Siamo noi che cambiamo, spesso in modo repentino, spesso in modo irreversibile. E non solo rispetto alle cose. Vogliamo parlare delle persone? Il concetto è esattamente il medesimo. Quante volte succede che ci capita di condividere qualcosa di così personale, di così intimo, con qualcuno per poi accorgersi che quel qualcuno è un perfetto sconosciuto, che non ha nulla a che fare con ciò che conta davvero nel profondo della nostra anima. E fidatevi che si può condividere tanto, tutto, con chi non lo merita, o semplicemente, non è la persona giusta. E non parlo solamente di amore, è una questione di relazioni in generale.
Quel fiume, infatti, era sempre lo stesso: quello in cui pescavo con il nonno quando avevo sei anni, quello in cui era caduta la mia vicina di casa rompendosi una caviglia, quello che sente adesso l’intensità dei miei pensieri. Sì, penso che gli arrivino fino là, da quanto sono densi.
Mi è rimasto quel fiume, un pugno di ricordi e un leggero retrogusto di liquirizia. Nient’altro. Sembra poco, quasi nulla, ma per me è qualcosa a cui aggrapparmi. Mi basta in questa attesa. Questa assurda ed estenuante attesa. Un tempo che non so nemmeno se finirà perché mi rendo conto che potrebbe essere senza fine. Potrebbe lasciarmi senza risposte, senza qualcuno. Potrebbe anche portarmi qualcosa di nuovo.
Quel fiume è limpido e calmo. Lo è sempre stato, raramente l’ho visto agitato. È un rivoletto d’acqua dolce, che scorre tra la natura incontaminata, a qualche chilometro dal paese. In inverno è solitamente ghiacciato, le rive sono spoglie, sembra addormentato; nel periodo estivo invece rinasce, le acque scorrono indisturbate, la vegetazione è rigogliosa e il profumo che emana è intenso e rilassante. Odore di natura, di vita. Ci vado spesso ultimamente, cerco le mie risposte. Un giorno o l’altro arriveranno, lo so. La pazienza non mi appartiene, soprattutto quando si tratta di me. E poi il tempo, il problema del tempo. Quando desideri che rallenti, scappa via inesorabile; quando vorresti che galoppasse velocemente, se ne sta lì immobile. Dobbiamo imparare ad adattarci. Ad adattarci ai ritmi che non sono nostri, ma del mondo. Adesso, per esempio, vorrei qui l’uomo della mia vita. Non un ragazzo qualunque, il primo che passa. Voglio qui e adesso l’amore vero, l’amore mio. Quello per cui le farfalle nello stomaco non se ne vanno mai, quello che sai che è sbagliato ma siete troppo attratti l’uno dall’altra da non poter farne a meno, quello che maledici il giorno in cui l’hai incontrato ma ringrazi il cielo ogni secondo che sia venuto a cercare proprio te. Ma sono costretta ad aspettare, la vita me lo impone. E l’attesa è infinita ed estenuante, mi mancano quasi le forze. E la cosa più deludente è aspettarsi sempre qualcosa che non succede mai. È come quando un bambino si piazza alla finestra ad aspettare che il suo papà torni dal lavoro e il papà ci impiega un sacco ad arrivare, poi si distrae un attimo per dare un pizzicotto alla sorellina e il papà è già all’entrata. Voglio dire che la cosa di “quando meno te lo aspetti” è vera. Puoi stare anni, e dico anni, ad aspettare che una cosa succeda e quando non ci speri più invece succede. Quindi aspettate meno e sperate di più, ma sperate senza che gli altri vi scoprano, altrimenti non vale. Che a struggersi perché si vuole qualcosa che non arriva mai non produce nulla di buono. Tutto quello di cui abbiamo bisogno arriverà senza nemmeno chiederlo troppo. E giungerà nel momento meno opportuno, avrà il volto che non avremmo mai immaginato, ci rivoluzionerà la vita intera in un attimo soltanto e sarà indescrivibilmente bello. Tanto i casini ci sono sempre, no? Vogliamo evitarne uno così meraviglioso com’è l’amore? E ancora oggi, mentre sono ferma, in stallo, in attesa di un segno, di una chiamata, di due occhi, penso ancora a quel giorno, a quanto ero piccola e fragile, a quanto odiavo il fatto di essere sola, a quanto mi era incomprensibile il fatto che la vita degli altri andasse avanti mentre la mia sembrava arretrare a singhiozzi.

Una grande finestra aperta su quel vecchio muro giallo, vissuto di scritte indelebili di amore e di odio e di piccole crepe, testimoni di tanti anni e di tante voci. Una quindicina di banchi verdi un po’ datati, con le rispettive sedie di legno ormai sfibrato, erano in una fila ordinata davanti alla cattedra e alla lavagna. All’apparenza una classe qualsiasi di una scuola qualunque. Per me, però, non era così e sapevo bene che quelle mura sporche e scrostate erano state le custodi di sbagli e segreti da quattro anni a quella parte ed ero sicura che di vite ne avevano viste passare tante altre, oltre alla mia, ma non potevano far altro che restare mute, incapaci di dar torto o ragione a nessuno, grazie al cielo. Abbassai lo sguardo sul marciapiede asfaltato ormai da troppo tempo. La scuola era abbastanza in centro da meritare di avere una strada che le passasse davanti in condizioni decenti, ma probabilmente e giustamente le priorità dei lavori pubblici erano altre. Mi resi conto che stavo fissando la strada da oltre cinque minuti. In realtà la mia attenzione era rivolta ad altro. Che cosa poteva importarmi dei negozi affollati di Viale Rotondo? Erano i primi giorni di giugno e la gente si accalcava davanti alle vetrine, curiosa di vedere gli ultimi arrivi o i primi sconti, come ogni benedetta estate. Sembrava che la gente non avesse altro desiderio che comprare. Alcune giovani madri con i loro bambini piccoli cercavano nuovi costumi per l’estate, tre esaltate ragazze vestite alla moda si davano allo shopping sfrenato mentre una coppia di anziani passeggiava a braccetto, zoppicando tra la gente, chiacchierando in un dialetto incomprensibile e lamentandosi, forse senza troppi motivi, dei giovani e degli adulti, come solo gli anziani di oggi sanno fare. Scansafatiche, maleducati, insensati. Grazie, eh. Provate a vivere voi in un mondo in cui il lavoro non c’è, la società propone spesso solo donne scosciate e uomini tutto muscoli e niente cervello e la tecnologia viene infilata anche dove non serve. Non vogliamo giustificarci, ma certi atteggiamenti sono quasi comprensibili. Ma questa è un’altra storia.
A quell’ora gli studenti erano tutti sul retro, al bar da Franco, a bere il caffè o una Coca, gustando i suoi famosi panini, vantandosi delle ultime scarpe firmate comprate alla boutique in centro o lamentandosi nervosamente delle ultime interrogazioni. Le studentesse del primo e del secondo anno guardavano con ammirazione i ragazzi dell’ultimo che, divertiti dalla situazione, si scambiavano spintoni e battutine volgari, fumando sguaiatamente, convinti di sembrare più attraenti. Poveri illusi. Eppure facevano la loro figura. Dall’adolescenza ci si deve passare, no? Allora meglio farlo nel migliore dei modi, non come quelli noiosi che stanno tutto il giorno a studiare per arrivare a ottenere un buon risultato alla maturità. Ovvero quello che facevo io. Effettivamente il mondo del lavoro considera ben poco la meritocrazia, ma questo è un altro problema che non spetta a noi poveri babbani. Quadretto tipico dell’intervallo al liceo scientifico Gabriele D’Annunzio. In quella mattina viva di estate, ero rimasta in classe, non avevo per niente voglia di unirmi alla mischia, non quel giorno. Avevo lo sguardo perso all’orizzonte, desideravo scomparire almeno per un po’ dalla vista altrui anche se allo stesso tempo speravo di percepire un segnale, come se mi aspettassi che dovesse accadere qualcosa negli istanti successivi, senza sapere bene che cosa. Voglio essere sincera: nemmeno io sapevo cosa volevo, né che cosa avrei voluto mi succedesse. Cercavo il futuro e il passato insieme, consapevole che non potessero esistere all’unisono. Penso che mi mancasse un po’ essere amata, anche se forse non lo ero mai stata veramente o comunque non nel modo giusto. Mi stavo convincendo che non avrei mai trovato la mia persona, la famosa anima gemella, semplicemente perché pensavo di essere troppo complicata per essere compresa e apprezzata da qualcuno. Ma sarei rimasta sempre così? Sola ad aspettare? Ma aspettare chi? Improvvisamente, udii il suono della campanella. Per la fretta, strascicai il polso sugli infissi e sentii il braccialetto d’argento scivolare via dal mio polso, precipitando irrimediabilmente di sotto. Feci una leggera smorfia di preoccupazione, affacciandomi per assistere alla triste fine del mio dolce ricordo che, però, con mia grandissima sorpresa, non si era schiantato sull’asfalto, calpestato dai piedi noncuranti dei passanti, ma tra le mani di un misterioso sconosciuto, che proprio in quel momento si stava dibattendo tra il fantomatico dubbio che al giorno d’oggi potessero addirittura piovere gioielli e l’ipotesi più accreditata che qualcuno al secondo piano avesse perso qualcosa. Rivolse lo sguardo verso l’alto, ancora un po’ incredulo, e i suoi occhi incontrarono inevitabilmente i miei. Boom.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Silvia Boninsegna
Sono Silvia Boninsegna, ho 29 anni e abito in un paese in provincia di Verona. Lavoro come segretaria in uno studio medico sportivo e da un paio d'anni scrivo su un settimanale locale. Amo cucinare e guardare le partite di calcio, soprattutto quando gioca il mio fidanzato Marco, che sposerò l'anno prossimo. Sono orgogliosa dei miei genitori, Paolo e Serenella, e voglio un bene dell'anima a mia sorella Martina. Mi è sempre piaciuto leggere fin da quando ero piccola e letteratura italiana era la mia materia scolastica preferita. Dopo il diploma al liceo scientifico ho cominciato, per passione e per gioco, a scrivere questo libro, che è diventato il frutto del lavoro di 10 anni, riletto e riscritto in varie parti; ha acquistato maturità e sfumature nuove mentre anch'io crescevo e diventavo la persona che sono ora.
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