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Nonostante tutto

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Consegna prevista Agosto 2020

Cristina, una ragazza segnata da un passato ingombrante, si ritrova a fare i conti con la fine di un amore. Proprio quando ha il cuore a pezzi, la vita le riserva un imprevisto che la porterà a ripensare alle sue radici, al rapporto complicato con le sorelle e a quel passato che l’ha resa fragile ma più forte di quanto creda. Scoprirà così che a volte è proprio dal passato che bisogna ripartire per riuscire ad andare incontro alla felicità e per poter rinascere, libera dal peso di ciò che è stato.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questa storia senza sapere dove mi avrebbe portata. All’inizio è stata lei a trascinare me, finché non ho capito cosa cercava di dirmi Cristina, la protagonista. Ho instaurato una sorta di dialogo con lei e da quel momento ho sentito l’urgenza di dare vita a ciò che aveva da dire, di darle una voce. L’ho scritta perché voglio credere che tutti siamo destinati a incontrare qualcuno disposto ad ascoltarci e, soprattutto, ad accoglierci a cuore aperto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

La luce filtra dalla serranda e punta dritta sui miei occhi, così sono costretta ad alzarmi.
È il giorno del mio compleanno. Jacopo mi ha lasciata due settimane fa.
Cinque anni insieme e tutto quello che mi resta è un “ho bisogno di una pausa” seguito da un “forse siamo soltanto abitudine”. E io che pensavo fosse amore, che idiota.
Il fatto che abbia avuto la sensazione che ci fosse un’altra, conta? Forse è solo il mio cuore che cerca di darsi una spiegazione. Il pensiero che non mi ami più e basta paradossalmente mi fa più male. Chissà se potrebbe avere senso per qualcun altro questo ragionamento o se invece sto toccando livelli di disperazione tali che ho iniziato a delirare.Continua a leggere
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È domenica mattina, una persona normale dormirebbe fino a tardi avendone la possibilità, invece alle sette sono in piedi. Brava Cri, mai una volta che te la prendi comoda.
Mi guardo allo specchio, è il caso di fare qualcosa per rendermi il più possibile simile ad un essere umano. Colazione, doccia e magari mi dedico un po’ ai miei trenta metri quadri. Anche se soltanto il pensiero mi fa venire voglia di suicidarmi.
Dopo aver passato l’aspirapolvere accendo la radio, così magari mi distraggo. È appena iniziata, Portami via di Fabrizio Moro, adoro quest’uomo.
È stato un fulmine a ciel sereno, credevo andasse tutto bene. Il cervello nuovamente mi suggerisce “Smettila di pensarci” perché altrimenti trascorrerei altri giorni chiusa in casa a piangere.
Squilla il cellulare, mi viene un colpo. Ero proprio sovrappensiero. È un messaggio di Emma sul gruppo WhatsApp che abbiamo chiamato “Le sfigate”.
“Tanti auguri, Cri! Se ti va possiamo andare al cinema, stasera” e aggiunge un paio di emoticons di cuori e patatine.
“A che ora?”, chiede Susanna, senza emoticons
“Sei una vecchia”, scrive Emma aggiungendo lo smile che ride
“Vedremo come sarai tu quando lavorerai tutti i giorni”.
Rido, penso che mi piacerebbe proprio andare al cinema.
“Per me va bene”, rispondo con l’emoticon che fa l’occhiolino.
“Andiamo presto però, domani ricomincia la solita routine”, e stavolta Su aggiunge la faccina che sbuffa
“Ho avuto una settimana terrificante, devo proprio raccontarvi!”, risponde Emma, io invio l’emoticon di un pollice a mo’ di ok.
Dai Cri, così ti distrai un po’ finalmente. In fondo, ventisette anni si fanno una volta sola e magari tua sorella non monopolizzerà la serata come al solito parlando solo ed esclusivamente di sé.
Loki miagola qualcosa, guardandomi dritto negli occhi. Qualche volta penso che sappia leggermi nel pensiero.

2.

Non trovo le chiavi, come al solito. Finisco di truccarmi, le cerco dopo che sono già le quattro. Su mi ammazza se per le quattro e un quarto non sono pronta.
Incornicio gli occhi con un po’ di matita nera, sfumo, applico il mascara. I capelli nerosi, citando i miei alunni, sono in ordine. Elettrici, ma chi se ne frega, ho rinunciato a cercare di capire anche loro.
Improvvisamente mi rendo conto di aver indossato una maglietta che evitavo da secoli, l’ultima volta stavo ancora con Jacopo. Ogni scusa è buona per pensarlo.
“Tanto tu sei forte”. Che consolazione. Se sei una persona forte hai una marcia in più, è vero. Sei in grado di affrontare la vita e tutti i suoi ostacoli con orgoglio, pur sentendoti fragile, pur sentendoti morire. Però non è semplice. Quando sei una persona forte non ti è concesso stare male, sentirti vulnerabile o sola. Nessuno ti chiede mai “Come stai?”, nessuno capisce che qualcosa ti turba a meno che non lo dici chiaramente e anche a quel punto saranno poche le parole spese per te. Perché tanto tu sei forte, ce la fai sempre. Da sola. Non hai bisogno di niente, tantomeno di qualcuno. Tu te la canti e te la suoni, è sempre stato così, inutile tirare fuori l’argomento. Perché tu sei forte, non ti è concesso il lusso di ricevere senza dover chiedere, anche se tutto quello che chiedi è un abbraccio, qualche parola sincera che ti faccia sentire meno di merda. Stai zitta, sei forte, sopporta. È così che hai imparato a tenerti tutto dentro, così che quei pensieri, quei sentimenti, hanno creato un groviglio intricato di cose mai dette che ti tiene sempre lontana da tutto. Gli altri ti intravedono e basta, non alzano un dito. Sei forte, se vuoi, quando vuoi, puoi uscirne da sola.
Il prezzo da pagare quando sei una persona forte è che nessuno ti viene incontro. Nessuno si prende cura di te e alla fine sei così abituata a fare da sola che con qualcun altro non sai fare più niente, l’hai dimenticato. Chissà se tutta questa forza non ha fatto altro che allontanare Jacopo da me. Erica dice che sbaglio a colpevolizzarmi tanto, ma se avesse torto?
Essere forti non significa essere indistruttibili e nemmeno stupidi. Essere forti significa non fiorire mai, accontentarsi del poco che si ha perché tutto il resto serve agli altri, tu puoi farne a meno.
Sapessero gli altri che a volte odi essere forte, che anche tu ogni tanto hai bisogno di essere tempesta e non porto. Sapessero che soffochi un grido affamato di comprensione. Sapessero che a volte daresti tutta la forza che hai in cambio di un po’ più d’amore.
“Ha un’altra”, mormora all’improvviso il cervello.
Controllo il cellulare, nella speranza di trovare un messaggio o qualcos’altro. Nulla, silenzio, distanza.
“Non mi ama più”, mormora il cuore.
Mi siedo ai piedi del letto, respiro. Non voglio piangere più, stavolta mi prosciugherei.
Respira, ragiona, calmati. Ti sei chiusa in casa per due settimane per darti il tempo di sentirti una merda, ora basta. Indossa un sorriso e fai finta di niente, sai come si fa.
All’improvviso mi sento come un cane abbandonato in autostrada. Lancio un’altra occhiata al cellulare, sperando che per magia appaia la scritta “Jacopo”. Ma niente, fanculo tu e il tuo cuore, Cristina.
Trovo le chiavi accanto al lavello in cucina, giusto in tempo prima che Emma strombazzi ancora una volta sotto casa, come se le prime cinque volte non avessi sentito.
In macchina sono entrambe impegnate a parlare al cellulare, così mi godo il momento di quiete prima che arrivino le solite domande. Una, soprattutto.
Dopo un’infinità di tempo trascorso in fila per i biglietti, tra Su che come al solito non usa cinque parole se può usarne tre ed Emma che elenca i motivi per cui la sua settimana è stata peggiore della nostra e di quella di qualunque altro essere umano, finalmente entriamo in sala.
Emma sgranocchia già qualche patatina, Su scuote la testa.
“Che c’è?”, chiede con la bocca stracolma, rischiando anche di strozzarsi.
“Come va con Jacopo? Non se la prenderà con noi per averti trascinata qui, vero?”.
Iniziano a trasmettere i trailer. Ok, devo sputare il rospo.
“Ci siamo lasciati”.
Entrambe si voltano a guardarmi con gli occhi spalancati, scrutandomi per capire il mio stato d’animo.
“Cosa?”
“Perché?”
“Ha detto che ha bisogno di una pausa, che non se la sente di continuare a stare con me se prima non capisce alcune cose”
“Che cazzo deve capire? Ma si fa così, di punto in bianco?”, urla Emma ricevendo una gomitata da Su.
“E tu cosa hai fatto?”.
Rubo qualche patatina nel tentativo di soffocare il magone.
“Mi sono sforzata di non piangere. C’erano un sacco di cose che volevo dirgli, ma la voce era come sparita. Non ce l’ho fatta. Ha fatto le valigie e se n’è andato. Mi è bastato guardarlo negli occhi per capire che per lui è finita, altro che pausa”
“Ha un’altra”, bofonchia Emma, Su sospira “Pensi che tornerà sui suoi passi?”, poi chiede
“Non lo so. C’era una cosa che volevo dirgli, una cosa importante, ma non ne ho avuto la possibilità”
“Cioè?”, chiedono in coro.
Prendo qualche altra patatina anche se non ho salivazione, il cuore vuole scoppiare. Eppure devo dirlo a qualcuno.
“Ho paura di essere incinta”.
Entrambe hanno gli occhi fuori dalle orbite.
“E quindi? Lo sei?”
“Non ho ancora avuto il coraggio di fare il test, dopotutto ho solo qualche settimana di ritardo”, e d’istinto mi copro il viso con entrambe le mani, ecco che arriva la strigliata
“Cristina! Che cosa stai aspettando?”
“Pensavo mi sarebbe stato accanto, ecco cosa mi aspettavo. E comunque non è ancora detto niente, sono stressata ultimamente e magari è questo il motivo”.
Sto cercando di convincere loro o me stessa? Sto nascondendo la testa sotto la sabbia? Mi sento come se fosse morto qualcosa, fuori e dentro di me.
Spengono le luci, il film comincia.
“Quindi lui non lo sa”, mormora Su.
“Appena usciamo da qui facciamo un salto in farmacia e non sento ragioni”, dice Emma sempre più incavolata.
Appaiono le prime scene, qualcuno in sala ci rivolge un “Sssh!” abbastanza infastidito.
“E se fossi incinta? Non glielo diresti?”, chiede Su con un filo di voce.
“A che scopo? Mettiamo caso che abbia un’altra o che semplicemente non mi ami più. Condannerei tutti e tre all’infelicità. Non voglio questo per mio figlio, voglio una famiglia vera. E poi non è detto che sono incinta, potrebbe trattarsi di un semplice ritardo”.
A questo punto mi prende per mano e la stringe. Fa di tutto per trattenere le lacrime, tiene lo sguardo basso. Anche da bambina ha sempre fatto così per cercare di non piangere, tutte le volte che mamma ci sgridava per qualche incomprensibile ragione.
“Gli uomini sono delle merde”, mormora Emma ripulendo il sacchetto di patatine.
Faccio appello a tutta la mia forza di volontà e chiudo gli occhi nel tentativo di non scoppiare in lacrime.

3.

Siamo andate in una farmacia lontano da casa, la commessa mi ha fatto gli auguri con un sorriso spiazzante. Avrei voluto scavare un buco nel pavimento e sparirci.
Su mi porge il test di gravidanza, ha sempre quelle occhiaie così marcate e i ricci color cioccolato indomabili. È sempre stata così, anche da bambina.
Emma cammina avanti e indietro per la stanza, toccandosi ripetutamente quei capelli dorati che hanno sempre attirato l’attenzione e i complimenti di chiunque.
Mi tremano le mani, il tempo sembra incollato. Non trovo un altro modo per descriverlo. Bel modo di trascorrere il proprio compleanno. Non che avessi chissà quale voglia o motivo di festeggiarlo. Mi manca Erica.
Tratteniamo il fiato davanti al risultato, paralizzate.
“Forse sarebbe stato meglio prenderne un paio, non uno soltanto”, mormora Emma
“Ormai è tardi”, risponde Su, cercando di decifrare il mio sguardo che la evita.
Mi gira la testa, ho la nausea.
“Dai, potrebbe essere uno sbaglio. Un falso allarme, no?”, continua Emma camminando avanti e indietro per il bagno, mentre Su si siede sul bordo della lavatrice.
Mi tuffo sul letto. Mi soffermo a guardare una foto di noi tre da piccole, posta sopra il cassettone. Io ho gli occhi lucidi, probabilmente per via delle lacrime dato che piangevo spesso. Su ci tiene per mano con un’aria rassegnata, più grande della sua età ed Emma fa la linguaccia.
Sul comodino ne ho una di me e Jacopo. Siamo al mare, io sono bianca come un fantasma, lui abbronzato da fare invidia e anche i suoi capelli sono baciati dal sole. Sorridiamo anche con gli occhi, è stata una bella giornata. Adesso siamo più lontani che mai. Vorrei scrivergli, sentire la sua voce, sapere perché è finita. È finita.
“Grazie”, dico con un sorriso forzato, mi sento uno schifo.
“Adesso mi sa che dobbiamo proprio andare. Noi due lavoriamo domani e tu non hai lezione?”, chiede Su rivolgendosi ad Emma che sbuffa. È dura essere responsabili. O comunque, impegnarsi per sopravvivere.
Sento che potrei scoppiare in lacrime da un momento all’altro.
“Stai bene?”, mi chiede Su dopo aver sceso i primi gradini, sul pianerottolo. Annuisco.
“Cavolo! L’ho dimenticato! Ok, domani vi chiamo, devo assolutamente raccontarvi il casino che m’hanno combinato all’università. Tutte a me capitano”, aggiunge Emma.
Non appena chiudo la porta corro in bagno a vomitare. Mi sento sola come un cane, non riesco a credere che stia succedendo veramente. Improvvisamente mi assale il pensiero che nella vita ho sbagliato tutto. Se esistesse una macchina del tempo, quante cose cambierei. O chissà, magari basterebbe cambiarne soltanto una, la prima, quella che ha messo in moto il meccanismo che ha fatto si che tutto ciò che è capitato dopo capitasse, tutte cose che hanno colpito e cambiato la mia testa e il mio cuore.
Metto il pigiama, lavo i denti, mi strucco con poca forza di volontà. Farò meglio ad addormentarmi in fretta, altrimenti finirò col passare la notte in bianco e non posso permettermelo. Domani inizieremo il progetto sulla primavera a scuola, non devo dimenticare la filastrocca e di fotocopiare i disegni. E soprattutto, non devo pensare a questo ritardo. Provo a distrarmi ripensando al film appena visto, ma ho il vuoto assoluto. Ricordo a stento la trama. Faccio progressi.
Osservo ancora la foto di noi da piccole. Credo che Emma avesse due anni, Su dieci ed io sette, più o meno. Da bambine eravamo così unite. Dopo aver trascorso quegli anni lontane ci siamo ritrovate, ma nel profondo del cuore sento sempre una distanza incolmabile tra noi. Come se questo sangue che ci lega non sia abbastanza forte da unirci, eppure difficile da ignorare. Sembra più una specie di obbligo, un dovere. Non lo so. Qualche volta penso che i rapporti hanno una data di scadenza. Tutti, anche quelli più importanti, belli, che non penseresti mai possano finire. Perché si cambia, perché non ci si trova più, perché il tempo da trascorrere insieme ha fatto il suo corso. Quello che c’era da imparare, quello che c’era da perdere e acquisire è andato, fa parte di noi.
Ogni persona che incontriamo lascia un segno del suo passaggio e soprattutto il dubbio misto a certezza che niente dura per sempre. Si è destinati a fare soltanto un certo numero di passi insieme, a condividere tutto quello che c’è da sperimentare soltanto finché c’è ancora ragione di stare insieme. Finché ci fa stare bene, finché non si è costretti a illuderci che l’amore possa colmare distanze e differenze troppo marcate. Finché ci si sceglie perché non si concepiscono alternative e non per comodità, abitudine, morale.
Questo è quello che so. Finiscono i rapporti familiari, figuriamoci tutti gli altri.
Sono anni che non abbiamo più nessun rapporto con nostra madre. È stata l’unica decisione che abbiamo preso di comune accordo. L’ultima volta che siamo state complici, come da piccole.
Non abbiamo mai parlato davvero della nostra famiglia, a volte mi sembra assurdo, una carenza che non siamo state in grado di colmare. Chissà, forse non sappiamo come varcare la soglia e parlare, usare la voce e chiedere, spiegare, liberarci. Ma forse non ci si può liberare di certe ferite. Forse tutto quello che possiamo fare è dargli una spiegazione, accettarle e andare avanti. Smettere di guardarle e toccarle, aiutare la memoria a dimenticare.
Fisso lo schermo del cellulare. Nessun segno di vita, a parte il messaggio di auguri di Erica. Più ci penso e mi sembrano secoli che non la vedo.
Loki si è appisolato ai piedi del letto, la luna si vede appena tra le nuvole.
La manica del cappotto di papà è rimasta chiusa fuori dall’armadio, me ne accorgo solo adesso che mi sono infilata sotto le coperte. È l’unica cosa che gli è appartenuta che sono riuscita a salvare. Chissà se Emma e Su l’hanno visto.
Così faccio quello che una volta facevo quasi tutti i giorni, lo indosso e me ne vado a dormire.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Già dall’anteprima riesco a sentire l’emozione che l’autrice riesce a trasmettere. È così reale nelle descrizioni che mi sembra di essere all’interno della storia. Impossibile non lasciarsi coinvolgere e prendere dalla curiosità di ciò che ne sarà di Cristina…

  2. (proprietario verificato)

    Colpita e affondata. Mi è bastata l’anteprima, mi sono bastate queste poche parole, queste poche righe, per sentirmi totalmente coinvolta nella storia. È stato un pugno dritto al cuore. Commovente, sorprendente, reale, sincero. Non vedo l’ora di leggere tutta la storia e di sapere cosa ne sarà di Cristina e delle sue sorelle.

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Francesca Lizzio
Francesca Lizzio nasce a Catania il 22 Aprile del 1992, in “una notte buia e tempestosa”.
Dimostra fin dalla tenera età una spiccata predilezione per la lettura, unico strumento capace prima di renderla una bambina meno scalmanata, poi una ragazza che nelle parole trova il suo equilibrio interiore.
L’amore per la scrittura non tarda a manifestarsi e i professori la incoraggiano a coltivarlo dato che, tra le altre cose, il suo carattere timido e introverso riesce ad emergere proprio grazie alla scrittura.
Nel 2015 ha aperto un blog, cuore di cactus, dove mette a nudo le sue spine e si racconta a lettori sparsi per tutta l’Italia.
Con Panesi Edizioni ha preso parte all’antologia “Oltre i media – Raccontalo con un film o una canzone” col racconto breve “Giorni” (2016) e ha pubblicato il suo romanzo d’esordio “Fiore di cactus” (2017).
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