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Nostalgia

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È da anni che Elena ha lasciato il suo Paese per seguire il marito a Marsiglia, dove ora vivono con la figlia Chiara. Ma un avvenimento drammatico fa riemergere la nostalgia per l’amata Sardegna: riaffiorano profumi e odori mai dimenticati, il mare, lo spettacolo dai bastioni della città. Insieme ai ricordi emerge anche la consapevolezza: Marsiglia è solo lo scenario di una com- media interpretata con levità e consumata esperienza da un personaggio, lei stessa, che replica la rappresentazione ogni giorno davanti a un pubblico ignaro. Ma l’inganno è causa di malessere per le persone che la circondano. Elena decide così di intraprendere un viaggio a ritroso tra sogno e realtà, un percorso terapeutico che porterà a un nuovo inizio.

1. IL LUNGO SONNO

Una figura di donna dai contorni sfumati le sfiorò il viso svanendo rapida oltre uno spazio lucente, quasi accecante, che la costrinse a dischiudere gli occhi, voltare il capo in direzione opposta alla sorgente di luce. Attraverso le sottili fenditure omesse dalle ciglia incollate, Elena intravide la sagoma del comò sormontato da un grande specchio con la cornice dorata, il delicato candelabro d’argento, regalo di nozze, posato sul ripiano in marmo bianco, la libreria eternamente in disordine, la sedia imbottita color cremisi, caso insolito sgombra di abiti, i quadri di Aldo Risi e Aligi Sassu alle pareti e, pendente da uno di essi, un rosario fine Ottocento di pregevole fattura dono della mamma, religiosa e credente. Il risveglio come al solito fu lento e faticoso, conseguenza dell’abituale riluttanza a lasciare il giorno per la notte. Avrebbe voluto allungare la mano verso il comodino di fianco al letto per raggiungere la piccola sveglia, ma decise di ritardare quel momento: si sentiva fiacca, priva di forze, le sembrò strano che quella mattina osservasse la stanza con inusitata attenzione, forse presagio di qualcosa che sarebbe accaduto o era già accaduto? Ma che cosa? Avvertiva che quel malessere aveva una sua ragion d’essere, ma la memoria rifiutava di rendergliela palese. Era irrequieta, turbata, e questo non la aiutava a ricordare né soprattutto a star meglio.

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Un vocio confuso, lontano e impercettibile varcò la porta. Prima distinse la voce del babbo: parlava in dialetto… Discuteva con la mamma. Questo significava che era stato al mercato e la mamma era contrariata. Ancora una volta aveva speso più del consentito. Erano scene ricorrenti, schermaglie mai violente né volgari, semmai rassicuranti; dopo un lungo sfogo verbale fatto di epiteti come scema, cretina, balossa, quasi a volersi scusare degli irriverenti appellativi, il babbo cambiava registro e, con una carezza, che la mamma più per pudore che per insofferenza allontanava, tentava un riavvicinamento.

La mamma non era molto espansiva, ma spesso al mattino presto si sentivano lei e il babbo bisbigliare ancora a letto, in una calda e loro particolare intimità. Se qualcuno entrava nella stanza, subito la mamma si allontanava dall’abbraccio, confusa e turbata per essere stata scoperta. Teneva celati i suoi sentimenti verso il babbo, ma era molto attenta nel prevenire e soddisfare le esigenze del marito.

La sera attendeva, a lume di candela, china su un vestitino da cucire, una tovaglia da ricamare, un maglione da sferruzzare, che ritornasse dal suo turno di lavoro. A mezzogiorno gli preparava il pranzo e, spinta dalla fretta, agitava il soffietto di paglia circolare con il manico in legno per tenere viva la fiamma del carbone del fornello, nella frenetica attesa che la benedetta acqua della pentola bollisse. In quei momenti dovevano stare alla larga se non volevano vedere trasferire nelle loro mani il soffietto. Il suo amore era racchiuso nelle mani, le parole erano un lusso che si concedeva per raccontare fiabe o suggerire pensierini ai suoi bambini durante i compiti scolastici.

Il babbo a cinquant’anni aveva ancora un fisico atletico, risultato dell’attività pugilistica giovanile. La mamma quando era in vena di confidenze prendeva l’album e lo sfogliava, soffermandosi a osservare le fotografie incollate nelle pagine nere che ritraevano il babbo in pose statuarie: corpo leggermente chino sulle gambe piegate a forbice, mani infilate nei guantoni di pelle ai lati del viso in una mossa di attesa. «In guardia!» sembrava dicesse all’ipotetico avversario. Poi con un sospiro esclamava: «Come è bello»! Sì, il babbo era bello: statura media, corporatura snella, muscolosa e giovanile, sorriso aperto e franco, mai volgare o scortese, orgoglioso della sua potenza fisica che esibiva in pezzi di bravura atletica, come la bandiera, anche in età matura. Più spesso allegro che ombroso qualsiasi problema lo affliggesse, generoso, leale e tanto onesto quanto inguaribilmente ingenuo.

La domenica mattina, quelle rare volte che non era in servizio, perché i festivi venivano pagati bene e loro avevano sempre bisogno di soldi per tirar su una famiglia numerosa, si intratteneva con Elena e Rosa, le sue ultime due piccole donne. Si sdraiava sul letto, avvicinava le braccia ai lati del torace, piegava gli avambracci e invitava la più piccola a poggiare i piedi sui palmi delle sue mani rivolti verso l’alto, mentre la più grande sulle sue ginocchia. Le bambine, per evitare rovinose cadute, allungavano le braccia sostenendosi a vicenda. A quel punto il babbo sollevava ad arco le ginocchia, poi distendeva lentamente le braccia e le tirava su, su, su, assaporando i gridolini di paura delle bambine pericolosamente in bilico… Altre volte, sempre di domenica mattina, lei e Rosa tenute per mano, capelli intrecciati – le si sarebbe scambiate per gemelle se non fosse stato per l’altezza – aspettavano il babbo sedute su un muretto alla fermata del tram. Lo avvistavano da lontano, sempre più strette fra loro e rigide dall’emozione salivano gli alti gradini e a turno giravano la manovella di una grossa ruota simile a quella di una bicicletta, pigiando con tutta la forza disponibile il campanello sul pavimento. Elena capì molto presto quanto il babbo amasse la mamma e i suoi bambini.

Avrà avuto circa nove anni quando fu mandata in montagna a casa del nonno Pietro, dove trascorse alcuni mesi: era anemica. In quegli anni molti erano i bambini gracili e anemici; a scuola ogni mattina distribuivano un ripugnante olio di fegato di merluzzo, così ripugnante che i piccoli si dovevano turare il naso per ingurgitarlo. Poco prima della Pasqua lei contrasse la micidiale e contagiosissima influenza battezzata asiatica e dormì per una settimana. Risvegliata da quel letargo, trovò che anche il nonno e la zia Annetta si erano ammalati. A quel punto il medico condotto dottor Giomaria Atzeni li mise in quarantena: Elena fu costretta a trascorrere le feste pasquali non solo lontana dalla sua famiglia, ma con il nonno Pietro insolitamente fiacco e taciturno seduto sullo scranno in legno accanto al camino e la zia Annetta distesa sul letto al piano di sopra. In un angolo remoto della memoria Elena conserva una immagine: un uomo cammina in una strada deserta di un paese attraversato da raffiche di vento e tiene ben stretta la mano di una bambina con indosso un cappottino su cui spicca un luccicante colletto di velluto blu. Era il giorno di Pasqua e il babbo l’aveva raggiunta a Nusilo!

Gli occhi si inumidirono, sollevò con fatica la mano e, mentre la portava verso il viso, intravide delle dita scarne, il dorso lentigginoso e grosse vene bluastre. Rimase immobile, senza fiato, il cuore in tumulto, alla ricerca di qualcosa accaduto e sepolto, celato alla sua coscienza. Un’immagine sfocata di giovane donna apparve improvvisa: sembrava levitasse nel vuoto… poi scomparve e lei si sentì mancare, in sospensione come l’evanescente immagine. La mano ricadde su qualcosa di morbido. Riprese con fatica a respirare.

A un tratto la stanza fu inondata da un odore mai dimenticato, pungente, salmastro e lei si ritrovò a camminare prima sulla sabbia, poi sul selciato. L’odore si fece più intenso, proveniva dal vicino stagno che a metà agosto si prosciugava gradualmente, facendo emergere un sale bianchissimo misto a piccoli crostacei e pesci in putrefazione. Quelle esalazioni non erano sgradevoli, non era fetore, era avvertimento: le vacanze erano solo a metà, restava ancora tempo, molto tempo per il passatempo preferito: gironzolare in lungo e in largo per il paese, soprattutto per il porticciolo.

Passeggiò lungo la banchina del piccolo porto di Bolteula tra pescherecci, imbarcazioni di legno, barche a vela…

Inebriata da quelle fragranze proseguì con passo lento il suo pellegrinaggio, osservando la fila di case bianche dai grandi portali in legno aperti. Tutto era come sempre, ma con in più una magica perfezione di bellezza mai goduta prima. Affrettò il passo e si ficcò all’interno di una di quelle case. Il cortile era deserto, lo sguardo si soffermò sul pozzo in pietra col secchio posato sul bordo del muretto circolare, la pianta di limone e di alloro, le pervinche ai lati della tettoia in cotto e canne sormontata da rampicanti di profumatissimo gelsomino e buganvillea. Le reti stese su tralicci per essere rammendate, lavate e asciugate al sole. Era la casa del suo amico pescatore Efisio, ma non lo vide. Proseguì a girovagare per le strade deserte e le case vuote fino al tramonto.

All’orizzonte apparve la luna. A un crocicchio svoltò a sinistra, sbirciò all’interno del primo portale e, seduti sulle basse sedie in paglia, vide nonna Assunta assieme ai vicini che chiacchieravano incuranti del vociare dei piccoli, impegnati in giochi alquanto chiassosi. La nonna mentre ascoltava la conversazione sgranava piselli. Gli uomini ripetevano le solite battute di pesca con dovizia di particolari, di reti smagliate, del costo delle vernici delle barche, della vendita poco redditizia del pescato; le donne si inserivano con le loro lamentazioni sulle difficoltà della vita.

Le difficoltà della vita: incomprensibile quella espressione. Conosceva il significato della parola difficile, ma era legato a piccole cose, come allacciarsi le scarpe, che risolveva chiedendo aiuto. Così come non capì quella volta che la mamma, dopo aver districato i nodi e intrecciato in lucenti trecce i suoi lunghi capelli neri, a un tratto abbassando il tono della voce chiese alla vicina signora Rita se era vero che la povera, sì, disse proprio povera, Lucia fosse davvero incinta2. Perché si scambiavano quegli sguardi? Perché doveva restare nascosto che Lucia indossasse una cintura? Non capiva l’enfasi nel pronunciare quella semplice parola. Che fosse un loro modo di comunicare? Una specie di codice segreto simile a quello usato da lei e i suoi amici quando non volevano che gli avversari durante il gioco scoprissero le loro mosse?

Era stanca, aveva camminato a lungo, attraversò il cortile intenzionata a raggiungere la sua camera da letto al piano di sopra, diede la buonanotte ma non ottenne risposta, ci riprovò, ancora nessuna risposta, strano pensò, aveva fatto i primi due gradini, girò il capo un’ultima volta… la nonna e i vicini erano scomparsi. «Nonna…» Nessun suono uscì dalla sua bocca e un istante prima che potesse sorprendersi un brusio impercettibile attirò la sua attenzione: voci sommesse provenivano da una stanza al piano terra. Scese i gradini, davanti a sé un lungo andito scuro, una finestrella affacciata su un cortile e una bassa seggiola subito sotto. Si sedette, sentì la voce della mamma… tese l’orecchio e restò in ascolto. Presa dall’impazienza si alzò, fece alcuni passi, poi si rimise a sedere. Strani rumori, a lei sconosciuti, provenivano dalla stanza. Il resto della casa era silenzioso, i fratelli erano a scuola e lei era sola con la mamma, che ogni tanto sentiva lamentarsi, il babbo e una signora che dava ordini al babbo. Che buffo! Aveva un’aria smarrita, colpevole, come di chi voglia farsi perdonare. Non riuscendo a star ferma, Elena si alzò e si diresse verso la cucina dove tutto era grande: i fornelli a carbone, la cappa, il lavandino, il tavolo rettangolare, la credenza verde, la rastrelliera sempre verde su cui splendevano i tegami di alluminio resi lustri dalle mani infaticabili della mamma. Non arrivava mai, senza l’ausilio prezioso di una sedia, a nessuna altezza utile, come quella che serviva a raggiungere le pardulas, i gueffus, i candelaus. La mamma riponeva tutte quelle ghiottonerie nei ripiani alti della credenza da quella volta in cui Mario, il più discolo e dispettoso dei fratelli, diede un solo morso a ogni singola pardula per poi riposizionarle sul lato sbocconcellato affinché la mamma non scoprisse la malefatta.

Ma quella mattina la sua “salvezza più alta” fu usata per guardare fuori attraverso i vetri. Le galline razzolavano libere tra l’erba alta e ancora verde pur essendo a metà maggio, ignare del grande avvenimento che di lì a poco sarebbe accaduto. I conigli, con i loro grandi occhi rossi, la guardavano attraverso la rete della gabbia invitandola a uscire a giocare. Ignorò il richiamo: aspettava notizie da quella stanza.

Abbandonò la sedia e subito alla sua destra vide il presepe. Il presepe! Non era Natale! O sì? Ricordava d’essere stata con i fratelli nella vicina Calamosca per la raccolta del muschio che richiedeva più giorni, mentre i sassolini bianchi necessitavano di più incursioni al mare, alla prima fermata del tram, perché dovevano avere tutti la stessa calibratura: venivano usati per tracciare le stradine che raggiungevano la capanna di Gesù bambino. Le statue dei personaggi erano di cartapesta.

La voce del fratello la richiamò al gioco. Si ritrovò insieme ai fratelli seduta attorno al tavolo rettangolare con le gambe allungate verso il braciere. Salvatore brandiva come un trofeo su barralliccu imponendo a tutti di puntare. La posta consisteva in noccioline, noci e fichi secchi, raramente si trattava di soldi, solo quando si giocava a tombola con i grandi: cinque lire per l’ambo, dieci per il terno, quindici per la quaterna, venti per la cinquina e cinquanta lire per la tombola.

Un vagito attraversò la porta sempre chiusa. Finalmente si aprì, qualcuno la prese tra le braccia e la depositò accanto al lettone. C’era un fagotto piuttosto ingombrante da dove spuntava un faccino tutto rosso incorniciato da folti capelli neri. «Chi è?» chiese con tono carico di stupore, meraviglia e spavento.

«Rosa» rispose la mamma guardandola con affetto.

«Rosa… Rosa… Rosa» ripeteva sottovoce Elena, come volesse associare il più velocemente possibile il nome a quel fagottello. Che fosse la tanto attesa sorellina? Infine si sentì libera di uscire da quella stanza e dalla casa.

Sedette sui gradini che precedevano un grande padiglione su cui si affacciavano quattro porte. Davanti a sé la strada, larga, bianca, terrosa e deserta: gli amici erano all’asilo delle suore, da lei mai frequentato: non le piacevano le suore, erano tristi e fredde, non avevano le mani affettuose della mamma. Stringeva le gambe tra le braccia, il mento sulle ginocchia, gli occhi profondi e neri guardavano lontano, il visetto paffuto con ancora la rotondità tipica infantile assorto e pensieroso. Poi si avviò verso l’orto, rincorse la sua gallina e con lei in grembo sedette su un masso liscio.

«È nata, sai? Non è una bambola, gli occhi non sono di vetro e sempre fermi come quelli dei bambolotti che mi regalano e che non mi piacciono.»

Il giocattolo animato ogni tanto emetteva un gorgoglio spaventato che Elena scambiava per risposte affermative regalandole una patacca sul grembiulino con la pettorina ricamata a punto margherita dalla mamma. La pace e la tranquillità ebbero termine molto presto. I fratelli affamati e chiassosi riempirono la casa della loro presenza. In tavola troneggiava una panciuta pentola piena di brodo di pollo ripieno di dolci pisellini amalgamati con le uova delle loro galline. Il babbo la sera prima aveva tirato il collo alla migliore del pollaio, ma non quella della sua bambina.

Nei giorni che seguirono rimase accanto a Rosa e alla mamma che, ogni mattina, dal letto pettinava le sue trecce. Quando la mamma riprese a sfaccendare poté finalmente stare con Rosa e fare con lei lunghe conversazioni: «Sai, non sono gelosa di te anche se ora occupi il mio posto nel lettone. Adesso dormo con Carlo (in ricordo del giovane fratello della mamma morto tragicamente) e lui non è come quel dispettoso di Mario; anche se è maschio è gentile e quando è buio non mi dice dilin, dilin, dilin la chi seu in su primu scalinu». Parole magiche evocanti fantasmi chissà perché sempre di giovani donne incatenate ai cancelli del cimitero di Bonaria: storie narrate come vere dalla mamma e dalla nonna nelle lunghe serate invernali a lume di candela intorno al braciere, mentre fuori suoni e luci, come li chiamava la mamma? Tronus e Lampus, spaccavano l’aria e le orecchie.

Tronus e Lampus era anche il nomignolo che i buontemponi della Cagliari bene avevano affibbiato a una aristocratica signora per via di un tic che le scuoteva tutto il corpo.

13 aprile 2018

Presentazione

Nostalgia di Augusta Furia è titolo del libro che verrà presentato il prossimo 13 Aprile alle ore 18.00 nelle sale del Museo Donna Francesca Sanna Sulis a Muravera (SU).
L’evento si inserisce nella rassegna “Tè letterari al Mif” che si propone di dare spazio e voce alle penne femminili sarde. Ulteriori informazioni sulla presentazione disponibili a questo link!
29 Marzo 2017
MESSAGGIO DA PARTE DELL'AUTRICE: Il paradosso dello scrittore è non trovare le parole. Perciò un GRAZIE a tutti per il vostro sostegno. Se volete contattarmi sarò ben lieta di chiacchierare con voi. augustafuria@gmail.com Un abbraccio collettivo Augusta Furia

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Nostalgia è un libro che induce il lettore a soffermarsi talvolta sulle proprie nostalgie, coinvolgendolo emotivamente. Ciascuno può ritrovarvi qualche parte di se e assimilarvi ricordi lieti o anche meno lieti del proprio vissuto. E’ un libro che suscita emozioni nel fluire di una scrittura lieve e coinvolgente. Congratulazioni all’autrice per il convincente esordio. Gianluigi Cucca.

  2. IL libro “Nostalgia”……..è la storia che riguarda un po’ tutti noi:quanti non ricordano l’infanzia con rimpianto? Non avevamo niente …ma inventavamo giochi teatrini.Sopratutto eravamo spensierati,quindi avevamo tutto

  3. Il team di bookabook

    Invitiamo a non utilizzare il CAPS-LOCK per commentare e, in generale, a rispettare la netiquette. Grazie.
    Il team di bookabook

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    FUGA IN UN PASSATO CHE NON RITORNA,MA FA SOGNARE

  5. Your comment is awaiting approval

    EMOZIONI FORTI DEL TEMPO ANDATO,SI LEGGE TUTTO D’UN FIATO.VORREI ANCHE QUALCHE COMMENTO DEI MIEI AMICI…….GRAZIE

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    E’ IMPORTANTE LA LETTURA MA SERVE ANCHE IL COMMENTO

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Augusta Furia
Augusta Furia vive a Cagliari con la sua famiglia. Insegnante elementare, successivamente docente di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Cagliari, attualmente è in pensione. Nostalgia è il suo romanzo d’esordio.
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