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Occidente

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Roma, cimitero monumentale del Verano. C’è il becchino, la gattara, la salma, il fioraio. C’è uno che pensa di reincarnarsi in Adamo (quello di Eva), c’è un gatto nero, un finto parroco, un immigrato clandestino che guida un carro funebre. L’Occidente espelle i diversi e loro si mettono in viaggio: uomini e donne che vivono la propria ottica individuale come parte della propria geografia ristretta e ogni tanto loro malgrado si incrociano.
Storie di famiglia, dal matrimonio al loculo; storie di soldi; desideri e ambizioni contenute e confessate a preti per caso. Storie minori di un Occidente che dopo l’undici settembre sembra essere passato all’opposizione del mondo.

LO SCONOSCIUTO (PARTE PRIMA)

Il cellulare tace mentre gli urlo dentro qualche istruzione. Tace anche dopo, quando ritengo di aver finito. Alzo gli occhi, mi guardo intorno, per fortuna sono in galleria, i riflessi del mio vicino si vedono nitidi nel vetro. Taccio, schiaccio un tasto, poso il cellulare e sbuffo. Sono appena salito sul treno, ho posato l’impermeabile nel portavaligie, mi sono seduto, ho fatto scattare le serrature della ventiquattro, ho tirato fuori il calcolatore, l’ho aperto e me lo sono messo sulle ginocchia, ho sfoderato il cellulare: tutto il mio armamentario bancario insomma, e mi sono seduto. Passa il controllore, mi guarda e non mi chiede il biglietto mentre fingo di parlare concentratissimo al telefono: è convinto di avermelo già controllato.

Che non mi si accusi di esser sconosciuto: lo sono. Da sempre. In maniera assoluta: sono anche anonimo. Se salgo su un treno a una fermata intermedia il controllore non mi chiede il biglietto. Li controllo sempre i controllori, rimango impassibile con lo sguardo fisso sul mio PC e loro passano, mi guardano e vanno oltre. Lo sconosciuto prototipo, insomma.

Come sconosciuto ho avuto il privilegio di riscontrare che ogni persona ha un suo tipo di sconosciuto personale, di cui spesso non si rende conto e che le compare accanto, sempre per caso: un vuoto personale, una specie di corrispondente chiaro per un colore scuro. Mio fratello per esempio ha uno sconosciuto alto e calvo, senza sopracciglia. Non se n’è mai accorto, ma non c’è volta che non veda mio fratello che, per un caso, tra i passanti non intraveda anche il suo sconosciuto. Una volta ho incontrato mio fratello per sbaglio: lui aveva fretta, io anche, ho subito guardato se c’era il suo sconosciuto calvo, non c’era, allora veloce svolto l’angolo e la cosa pareva concludersi lì, ma eccolo che lungo e dinoccolato sbuca da un portone. E mentre il tipo di sconosciuto è privato, la mia sola e unica eccezione è che io sono sconosciuto per tutti, anche per mio fratello.

Ma questa cosa non l’ho capita subito. Per anni ho spiato per capire chi fosse il mio sconosciuto tipo, non riuscivo a capirlo, mentre lo intuivo degli altri, non riuscivo a capirlo per me: ho avuto il sospetto che potesse essere una donna, mi sono messo a scrutare con attenzione e piano mi parve, ma non ne fui certo, di individuarlo in un tipo di donna ottocentesca, una governante, alta, con la crocchia, gli occhiali da zitella con gli spigoli alti e uno sguardo analiticamente privo di espressione: mia moglie Adelina insomma. Poi però mi accorsi che ogni volta che ero su un treno, saliva una persona con una valigetta, faceva scattar le serrature di una ventiquattrore, aveva una cravatta e un completo scuro, un personaggio del tutto simile a me. Ne fui certo, il mio tipo di sconosciuto ero io. Erano anni che tentavo di affrancarmi disperatamente dalla mia giacca e dalla mia cravatta e non ci riuscivo, una storia che meriterà di esser raccontata più tardi. Fatto sta che capii che il mio prototipo di sconosciuto ero io con il mio aspetto bancario: come sconosciuto ero talmente universale da essere sconosciuto anche a me stesso.

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Fu così che piantai mia moglie per un incidente che mi tolse la vita e mi misi a fare lo sconosciuto.

Da sconosciuto viaggio in treno, con i miei simili, sto zitto e guardo fuori, m’infastidisco quando in uno scompartimento sale gente che si conosce, che magari scambia qualche parola oppure che semplicemente tace consapevole della propria appartenenza all’altro. La cosa mi secca talmente che cambio scompartimento. Mi sento molto a mio agio nei bar, in banca, nelle hall degli alberghi, nei corridoi di un qualche immenso edificio pubblico. Mi metto in tipica posa da sconosciuto a leggere il giornale o un libro, oppure a scrivere sul mio taccuino o con il calcolatore. Scrivere, guardare dentro al calcolatore, quando si è in luogo pubblico, ti fa scomparire, la gente pensa “scrive” ed è come se tu non esistessi. E poi quando qualcuno sta per chiedermi l’ora o un’informazione faccio squillare il mio cellulare e rispondo, sprofondando in una conversazione collerica e professionale.

Per guadagnarmi il pane comunque scrivo libri. Non libri di successo, libercoli, romanzetti buoni per accendere il camino e ci guadagno quel che basta per comprarmi un abbonamento in prima classe sui treni, per pagare l’affitto di un monolocale ingiallito di una periferia suburbana, per mangiare panini e pagare di che lavarmi i vestiti e stirarmi le camicie (l’aspetto bancario ha un suo costo feroce).

Le uniche persone che conosco profondamente sono finte, sono di carta. Sono i miei personaggi. Ne ho una decina, sempre gli stessi, non li cambio mai e a forza di riciclarli in tutti gli oltre mille romanzetti che ho scritto li conosco molto bene. Personaggi per cui ormai non provo simpatia o antipatia; come in un matrimonio, si sa che esistono, li conosco da sempre e per sempre: moriranno con me. Hanno sempre il loro individuale tipo di sconosciuto e poi la loro età, giovani e vecchi, e se invecchio io magari cambia la prospettiva, invecchiano anche loro, ma tutto il resto rimane negli esatti spigoli del loro carattere, magari fanno figli. Non sono ingombranti però, stanno buoni nei loro libri.

“CHE ASPETTO FUNEREO!”

Sono dieci anni che faccio il ragioniere in questa azienda, che sto di fronte alla mia collega Adelina (a cui da dieci anni do del lei) e da quindici giorni, ogni volta che arrivo in ufficio, la signorina Adelina mi diagnostica un aspetto funereo. È perspicace la signorina Adelina, lo è sempre stata. Ogni volta che un qualche malore costernava la mia esistenza o quella di un qualche membro del mio entourage, lei subito se ne accorgeva. Una straordinaria qualità personale, forse soltanto inferiore all’abilità nel diramare successivamente, in maniera assolutamente capillare, le informazioni così carpite e i relativi aggiornamenti clinici, sociali o psichiatrici, man mano che, capita la fonte delle indiscrezioni, tra colleghi ci divertivamo a simulare terrificanti catastrofi psicologiche di incesti e tradimenti subiti e inflitti, infanticidi e altre amenità che di solito nella vita di un contabile sono all’ordine del giorno.

Il problema comunque è che la signorina Adelina ha ragione: ho una faccia da funerale. Per l’esattezza da diciannove giorni e non da quindici, ma all’inizio riuscivo a dissimularla, nella tarda primavera, poi è scoppiata un’estate torrida e non ho potuto esimermi dall’inventare la storia della zia di turno. Rimando tuttavia i lettori, qualora fossero interessati ai dettagli che la mia fantasia è stata capace di produrre, a qualunque collega impiegato nella mia azienda, ai viaggiatori pendolari da Bracciano a Roma San Pietro, a chiunque abbia modo di conoscere la signorina Adelina o terzi da lei conosciuti e di certo perfettamente al corrente.

Il problema è che cambierò lavoro e da diciannove giorni la cosa si va concretizzando: voglio diventare becchino. È una decisione recente e in quanto tale socialmente inconfessabile. Non ti puoi svegliare un giorno, sei stato ragioniere per dieci anni, hai studiato ragioneria per cinque, hai quasi quarant’anni, sposato con figli quasi adolescenti e dire “Oggi cambio lavoro, faccio il becchino”. Già manifestare l’intenzione di un cambio di lavoro provoca nell’entourage quegli scuotimenti di capo che di solito si riservano esclusivamente alla lettura delle pagine di Cronaca Vera, con sofferto e partecipato commento, tra le avventrici di Angela, la parrucchiera della nostra strada. Ma che poi, per sovrappiù, si decida di abbracciare una professione non in altra maniera definibile se non tramite l’aggettivazione “esistenzialista”, una professione quindi ritenuta assolutamente indegna di una persona del mio rango sociale, è cosa che butterà l’intero mio entourage nella più cupa disperazione.

Me ne farò una ragione, ma intanto sono costretto a mentire e a celare questa mia disdicevole inclinazione, sia in ufficio che in famiglia e a mimetizzare le mie uscite pomeridiane con un abbonamento alla piscina comunale, un regalo per il mio ultimo compleanno. La sera quindi, munito di borsone contenente costume da bagno, telo da mare, ciabatte e phon, con spirito sereno lascio l’ufficio e mi reco al cimitero monumentale Verano.

Il Verano è una mia antica passione, da quando ero piccino ci vado a passeggiare, dapprima per mano a mia madre, che con grande senso prospettico mi faceva imparare le geometrie e la disposizione geografica delle tombe più rappresentative. In particolare ricordo quella della sposa, strappata nel giorno del suo matrimonio alle gioie dell’esistenza, alla fine del penultimo secolo. Mia mamma mi insegnava a leggere le iscrizioni, a interpretare le date di nascita e morte, a carpirne i curricula.

Così progressivamente ho imparato a distinguere i caduti delle guerre d’indipendenza da quelli della prima guerra e da quelli della seconda, i civili dai militari e poi, più sottilmente, i morti di vecchiaia da coloro che sono stati strappati da un evento traumatico all’affetto dei loro cari, a determinare infine, nel volto di un cinquantenne fotografato, se negli occhi o sulla pelle sia distinguibile quell’invecchiamento precoce, tipico dei consumatori di alcol e nicotina e se quindi la morte possa essere ricondotta – in assenza di indizi migliori – a una malattia o a una circostanza fortuita.

A vent’anni smisi di essere accompagnato da mia madre. Lei trovò amena collocazione in un cubo rosato alla fine di un piacevole percorso tra i filari e i gatti e uccellini del cimitero da lei tanto amati. Percorso che cominciai quindi a frequentare settimanalmente da solo, dapprima per porgerle i racconti della settimana, rinfrescando e ripulendo l’aspetto del marmo, poi cominciando a visitare anche altre parti del cimitero, in particolare i loculi più recenti, i soli che, per mancanza di qualunque interesse poetico, mia madre non mi aveva mai portato a visitare. Così da quindici anni a questa parte, ufficialmente una volta a settimana, ma poi di soppiatto minimo tre volte, coltivo questa mia passione per le date di nascita e di morte, per le foto che si sfibrano in giallo, per sguardi bronzei dalle occhiaie calcificate, passando in rassegna tutto quel che resta dell’italica cultura monumentale, dalla più semplice croce romana, all’eroico sempiterno angelo in una lotta, che si sa vittoriosa, contro esecrabili atleti della falce, di volta in volta determinati nell’aspetto dai gusti sopraffini del committente o dagli spesso equivalenti talenti artistici degli scultori.

In ufficio poi, in quindici anni, ho ricostruito l’anagrafe e la geografia di ogni angolo del cimitero, in una banca dati interrogabile per nome di battesimo, cognome, data di nascita o morte, lotto, colore e tipo della tomba, regolarità della pulizia o stato di degrado e abbandono. Un’opera monumentale e segretissima, che mi ha preso tempo, soprattutto al momento di impostarla, ma che poi, unita alle carte catastali che sono riuscito a procurarmi e alle foto di ogni sepoltura che son riuscito ad allegare, ha raggiunto un grado ineguagliato di perfezione. Ora anche negli orari d’ufficio posso dunque navigare nel mio Verano virtuale. Ho persino inserito le foto delle gattare, quelle donne che portano da mangiare ai gatti, suddividendole tra quelle che lasciano in giro le carte unte con gli avanzi e quelle che invece poi puliscono. “Che aspetto funereo!” 

Il problema della contabilità è la precisione, una precisione soprattutto insiemistica, che definisce categorie e differenze di ogni singolo numero, il principio estetico è quello che riesce a ricondurre ogni numero alla sua originaria categoria di appartenenza o meglio, visto che di categorie ne esistono tante, quello che riesce a ricondurre un numero a ogni sua possibile categoria di appartenenza, ricomponendo poi nella maniera più vantaggiosa il tutto. E in questo senso mi è sempre piaciuto essere ragioniere. Ho cominciato a riordinare tutto per insiemi di appartenenza: l’ufficio, la famiglia. Mia moglie per esempio appartiene agli insiemi famiglia, casa, parrucchiera e così via. M’è toccato mettere su una banca dati, per ordinare le categorie di appartenenza del mio entourage, era un lavoro che mi piaceva, un lavoro giovanile, che mi pareva risolvere (se non altro a tavolino) i problemi sociali di tutti. Ognuno trovava la sua identità nella sua speciale appartenenza a determinate categorie e quindi potevo dire a mio figlio Giorgio: “tu sei il solo della famiglia che va a giocare a pallone” e la cosa lo rendeva orgoglioso, per un periodo breve, per la verità.

Le categorie risolvono molti problemi sociali, possono però anche essere problematiche.

Nel mio caso i problemi sono arrivati quando ho iniziato a creare delle categorie riferite al mio gradimento personale: simpatico, antipatico, bello, brutto. Io non ho voluto però riferire queste categorie alle persone, sarebbe stato decretarne un giudizio troppo massimalista. Che mia moglie sia simpatica o no, dopo dieci anni, mi conviene farlo giudicare alla portinaia o alla parrucchiera; così il simpatico, l’antipatico, il bello e il brutto, l’ho dedicato alle categorie di appartenenza. Quindi per esempio la categoria famiglia è simpatica, la categoria parrucchiera è antipatica, la categoria piscina è bella, la categoria sigarette è brutta.

Così ho cominciato ad analizzare in maniera scientifica chi mi stava intorno. Mia moglie, per esempio, lasciando la piscina e iniziando a frequentare la parrucchiera è cambiata non poco e se non fosse stato per le mie categorie ci avrei messo mesi, forse anni, prima di imporle a viva forza un corso di ginnastica serale alla polisportiva, cosa che invece così ho potuto controllare immediatamente tramite PC.

Il problema è stato che progressivamente ho registrato dei cambiamenti insignificanti, nella dieta per esempio: invece di mangiare fragole ha iniziato a mangiare kiwi, nulla di male per carità, ma mentre le prime piacciono anche a me e creavano una sorta di complicità felice, i secondi li odio e quindi io mangio fragole e lei kiwi, tendenza che si è poi andata allargando ai libri letti, al tipo di uscita prediletta, al tipo di film guardato. Tutto si è impercettibilmente spostato da una comunanza felice a una partecipe tolleranza e questo il mio calcolatore lo riesce anche a rendere graficamente. Senza questa analisi statistica mi sarei reso conto della cosa solo in un modo: constatando che il mio matrimonio era ormai in crisi. Invece così, malgrado il fatto che il mio matrimonio non sia in crisi, io so per calcolo matematico che presto lo sarà.

E questa cosa ha fatto sì che smettessi di allargare la sfera dei vivi cui dedicare le mie attenzioni e questo malgrado avessi l’intenzione di schedare tutti i conoscenti, amici, colleghi, parenti lontani. Si trattava di un ambizioso progetto sociale, quello di saper calcolare in anticipo le crisi famigliari, di quartiere e persino cittadine; un progetto pilota estendibile a tutta la nazione, capace di prevedere movimenti economici, movimenti culturali, riconoscere le strutture di protesta e quelle della felicità, e agire di conseguenza.

Ma continuare avrebbe significato dover sapere troppo di ognuno, di mia moglie (e va bene), ma anche di persone assolutamente prive di interesse, aggiustare variabili. Insomma, i vivi si muovono troppo per costruire un modello di analisi dei dati applicabile con certezza ad ampi strati della società. E poi la cosa, per raggiungere i miei obbiettivi, sarebbe stata decisamente troppo lunga e quasi impossibile da compiere da solo.

E così sono passato ai morti. I defunti infatti hanno l’incredibile vantaggio di non cambiare idea, di spostarsi con molta difficoltà e di ritrarre però una società certamente definita e statisticamente rilevante. Così per esempio è facile osservare che la tomba di un morto per incidente automobilistico a trent’anni sfiorirà meno facilmente di quella di un’altra persona, defunta nello stesso incidente, ma all’età di cinquanta. Oppure che una tomba ottocentesca, in rovina per decenni, improvvisamente si riaccende, perché altrove un loculo di nuova sepoltura, intestato al medesimo cognome, si è aggiunto alla comunità cimiteriale. Basterà poi capire i collegamenti, osservare, aggiungere categorie di analisi, ricostruire significati.

Il bello di questa cosa, poi, è che il risultato dell’analitica sociale applicata alle tombe interessa solo me. E io divento davvero produttivo solo quando sono assolutamente certo che nessuno si interessi di questa produttività, se non al livello puramente percettivo: “Fa quello”. Ma il fatto che un mio lavoro possa piacere o provocare interesse mi riempie d’angoscia.

Invece, di questo lavoro, tutt’al più all’amministrazione centrale del Verano interessa il catasto e la frequentazione delle tombe, per individuare quali espropriare. Ed è stato così che ha avuto la magnanimità di assumermi in qualità di becchino in cambio della mia banca dati. Credo sia inutile ricordare che un posto nelle italiche amministrazioni, persino quelle dedite alla tutela delle sacre spoglie dei nostri concittadini, è quanto mai difficile da conquistare e che certo non basta il proprio quotidiano lavoro per meritarsi l’assunzione, tanto meno la vittoria di un concorso.

Certo c’è il rischio che mi si schiaffi in un qualche ufficio. Ma questa è un’ambizione che coltivano in molti, mentre a me non interessa, dovrei quindi stare tranquillo. A scanso di equivoci, l’ho anche spiegato al mio futuro capo, io voglio lavorare sul campo, voglio vedere i famigliari, le madri, le mogli, i mariti, i figli, voglio vedere i volti, sentire le parole che circolano al momento dell’ultimo saluto e poi voglio vedere come i sopravvissuti si dispongono nei periodi successivi al trapasso, al duro compito di vegliare sull’eternità del defunto.

Io voglio capire come da un nugolo di persone a un funerale si distilli l’affetto e la costanza per il gesto del ricordo, che comporta il fatto di recarsi poi regolarmente al cimitero. Capire che relazione c’è tra dramma individuale e disponibilità oltre che al ricordo (che quello è insondabile) alla ricerca fisica del proprio passato di sopravvissuti.

Perché una cosa molto precisa è l’atto di andare al cimitero, sia che ci si vada a ricordare un morto conosciuto, sia che ci si vada per conoscerne di nuovi: ci si rapporta all’impossibilità d’interagire e si valuta l’energia instillata dal defunto nei suoi sopravvissuti, nella sua capacità di ispirare partecipazione, commozione, ricordo, forza. Una capacità che solo in vita può avere esercitato e che da morto rimane come forza cinetica. Ecco io, come becchino, voglio misurare la forza cinetica che i morti lasciano nei loro sopravvissuti.

Una forza che, lo so per certo, si muove verso l’alto, così come da un’altra galassia un cannocchiale puntato sulla terra, in questo momento, percepisce (se tutto va bene) dei dinosauri. Basterebbe piazzarsi con un cannocchiale sufficientemente preciso a trent’anni luce dalla Terra per sapere cosa è successo a Ustica, a quarant’anni per vedermi nascere. Insomma basterà aspettare che l’evoluzione tecnologica sia abbastanza progredita per risparmiarsi la fatica del lavoro d’archivio, d’indagine e ricerca, gettando nello sconforto qualunque servizio segreto.

Ma la forza cinetica dei morti, per ora, è percepibile soltanto nei sopravvissuti e io voglio vederla, misurarla, capire l’individualità della manifestazione del dolore e della follia, della pace o della soddisfazione, che si dipingono su ogni volto, quando arriva al cimitero. E quindi io al cimitero ci voglio stare sempre, dalla mattina alle sei alla sera quando chiude, per vedere il metabolismo dei vivi rincorrere quello dei morti, per capire dai volti, dai passi, dalle parole, lo spessore dei sopravvissuti. Voglio vedere i colori dei vestiti da scuri farsi chiari e poi tornare scuri, vedere i fiori cambiare qualità, da freschi diventare di tessuto, poi plastica, voglio vedere invecchiare le generazioni, di funerale in funerale, vedere sopravvivere a intere comunità vocianti solo vecchietti ottuagenari.

Questa è la caratteristica principale del cimitero (oltre alla tranquillità): ti permette di osservare in pochi anni quello che la vita intera non consentirebbe di osservare nella società vivente, di condensare il tempo degli astanti nei loro ritorni, come un film in cui tagli tutto quel che è superfluo e soprattutto immaginabile dal pubblico in maniera autonoma.

E quindi oggi, dopo quindici anni che aspetto funereo, cara la mia signorina Adelina, cara la mia consorte, cari figli, parenti e amici, dopo quindici anni di attesa funerea, io mi sono dimissionato e sono diventato becchino e guardiano al Verano. Mi hanno dato un appartamentino arredato all’ingresso, mi ci trasferisco e chi vuole, magari andando a trovare qualche caro estinto, può venire a trovare anche me. Io viceversa non mi muoverò più.

LO SCONOSCIUTO (PARTE SECONDA)

Come scrittore ho capito una cosa: ci sono i personaggi e poi c’è l’autore, son due cose ben distinte. Un personaggio è una faccenda completa, anche se non conclusa nella sua azione, ha comunque limiti esatti, determinati dal suo autore. Io invece, l’autore (per di più sconosciuto), non so per niente in che tempo vivo, se i personaggi che incontro siano protagonisti o comparse, come sconosciuto non so neanche se sono io stesso un protagonista o una comparsa. Insomma sarei quasi un personaggio, se non fosse che poi mi ci vorrebbe un autore per darmi quella completezza assoluta, la consapevolezza di far parte di un insieme.

Per questo motivo a un certo momento decisi di diventare burocrate. Mi dissi che non ci potesse essere nulla di meglio di un pessimo scrittore, sconosciuto, burocrate di mestiere: perché la completezza poi alla fine cos’è? È un contenuto e un prototipo di reazione preciso di fronte a una qualunque situazione nuova, un modo di essere costante, non proprio un carattere, ma delle regole esatte di comportamento, delle procedure. E allora in quanto autore in cerca di autore andai a bussare a una multinazionale americana, alla ricerca di quei contenuti imprescindibili, quella finitezza di cui un autore sente la mancanza, man mano che invece vede i propri personaggi concludersi in loro stessi.

E in una multinazionale ho scoperto che tutti i miei colleghi non erano magari tutti autori, ma non erano neanche personaggi, avevano una loro personalità monca che solo un autore, una mega multinazionale poteva completare. Anche loro avevano cercato un contenuto, una definizione, quell’ufficiale investitura di burocrate che solo un’azienda come la nostra poteva conferirci.

Io non so se sia stata la scuola, l’università, la disoccupazione, la società in genere o la semplice natura umana a produrci così, ma di fatto ci ha prodotti assolutamente vuoti, personaggi privi di ogni contenuto o comunque di qualunque opinione in un campo specifico. Non dico in tutti i campi, ma nel settore esatto in cui svilupperemo la nostra professionalità. Esattamente lì dove daremo il meglio di noi stessi – come si dice, “i migliori anni” – sarà l’azienda a riempirci: si chiama flessibilità, capacità di apprendere. E il vuoto che magari un amore ci aveva provvisoriamente riempito di qualche buona idea, il progetto di emigrare in Grecia a vivere coltivando l’orto, questo vuoto in età matura ce lo riempie la multinazionale.

Con una differenza però: a emigrare in Grecia nessuno ti aiuta, la gente intorno ti tratta da sognatore e sui giornali non trovi mai l’annuncio: “Consolidata comunità di sognatori in Grecia cerca nuovo/a membro per integrazione immediata a rischio zero”.

La multinazionale è di più facile accesso, porta uno status sociale, uno stipendio, la possibilità di accedere a leasing e rate e soprattutto riempie di significato, fissa obbiettivi, fornisce metodi, procedure, ti dà i mezzi insomma per raggiungere lo scopo. Uno scopo qualunque, che tu non distingui e che, nel suo insieme distingue soltanto chi sta molto in alto.

È un po’, tanto per citare un esempio corrente, come se ti chiedessero di uccidere ebrei. E tu non ci hai mai pensato e dici boh, e ti metti a uccidere ebrei alacremente perché non hai opinioni in merito e quello è il tuo lavoro, il tuo nuovo lavoro. E poi tu magari li ammazzi con la pistola e sei lì che fai una fatica mostruosa con questa coda di gente da ammazzare davanti e una montagna enorme di cadaveri dietro le spalle. Allora ti arriva uno che dice: “Io ho esperienza dello sterminio di scarafaggi, li ammazzo tutti con il gas”. E allora questo viene preso dalla tua azienda e innestato nel ciclo produttivo. Magari guadagna pure più di te e tu che lavoravi come un matto capisci che devi essere creativo, che ti ci vuole capacità, non ci dormi la notte, con la tua montagna di morti poi da seppellire e allora ti viene in mente che poi ’sti corpi, invece di seppellirli, si potrebbero bruciare. Allora vai a vedere dei bruciatori e parli con un qualche professionista dell’eliminazione di corpi, ti formi insomma e poi proponi la tua brillante idea: “Dei forni crematori con una capienza di centinaia di cadaveri”. E vieni promosso. E così su di un qualunque tema come appunto lo sterminio di ebrei, oppure “Una soluzione pervasiva per la gestione dei dati individuali di una popolazione metropolitana”.

Il fatto è che tu non ti eri mai chiesto se esistesse la possibilità di controllare esattamente ogni movimento economicamente rilevante di una popolazione di dieci milioni di persone in una metropoli e non avevi proprio idea che a qualcuno questa faccenda potesse interessare, esattamente come non si poteva ragionevolmente supporre che a qualcuno potesse premere lo sterminio degli ebrei e così assumi quel contenuto e non un altro. Ma questa è una faccenda del tutto casuale, oltre che banale. Insomma mettiamo di porre la domanda a un qualunque impiegato di sportello della mia multinazionale: perché devo firmare questo foglio, che lei assolutamente vuole che io firmi? Perché è il processo, risponderà, è il processo, non ci sono alternative. Ma è morale questo processo? Nessun impiegato si pone la domanda se il fatto di apporre una firma sia morale. Ma ancora la firma ha un suo significato preciso e individuale eventualmente ricostruibile. Prendiamo un codice a barre, e chiediamo a un impiegato se il processo di determinare un codice a barre per una banana da vendere sia morale o no.

Ecchejefrega. Il processo è stato seguito? Lo stipendio è stato versato? Fumo o banane sono la stessa cosa, ogni processo aziendale è completamente slegato dal prodotto finito e che quindi se poi alla fine dal turbinio di processi esce una banana su uno scaffale o fumo da una ciminiera per me in quanto impiegato non fa nessuna differenza. Insomma, concretamente, anche chi lavora in un lager avrà qualcuno che gli organizza le pause per andare a far la pipì.

E così un giorno mio fratello mi ha regalato un libro che racconta di certe macchine, inventate dalla mia azienda, che servivano a contare le popolazioni, a riconoscerne gli individui con la tecnica delle schede forate. Macchine attraverso cui sapere nomi e cognomi di tutti gli ebrei, medici, nati nel 1900 da avviare al prossimo trasporto ferroviario. Correva il 60° anniversario della liberazione di Auschwitz. Mi disse: «Ecco lo vedi, tu sei un nazifascista».

Uno scrittore sa che il tempo è un fattore, per l’appunto, climatico, sospetta addirittura che il tempo sia una cosa assolutamente fantastica: sa che un personaggio può essere preso e piazzato negli anni Trenta oppure preso e piazzato nel 2015 e non c’è nessuna differenza. Si tratta dello stesso personaggio che si troverà ad affrontare situazioni diverse, determinate dal suo momento storico, un momento che l’autore avrà scientemente determinato per i fini della sua storia.

Bene e allora se io come scrittore, personaggio incompiuto, ho scelto di avere come mio autore personale la mia bella multinazionale, non è per nulla escluso che questo mio autore a un certo punto, per economia della narrazione o semplicemente per capriccio, non decida di prendermi e spostarmi, mettermi in un tempo diverso da quello presente, mettiamo in un anno domini 1941. In quel preciso anno in cui in maniera altrettanto esatta le stesse mansioni che esercito oggi contribuiranno all’assoluta efficacia della Shoah. Come personaggio vuoto o appunto pieno solo delle mie singolarità, non avrei il diritto di lamentarmene e così tutti i miei colleghi. Oppure mettiamo semplicemente, senza alcun trasporto temporale, che un mio cliente sia il branch office del Pentagono che si occupa di Guantanamo o della costruzione, dell’acquisto, dello stoccaggio e soprattutto del destoccaggio delle atomiche leggere.

A livello personale non fa nessuna differenza, tu sei un box in un organigramma, un passo di un processo e se non ci fossi tu ma un automa sarebbe la stessa identica cosa. Non c’è nessuna differenza: il fatto è che il processo aziendale è un metodo di educazione che piano piano ha il sopravvento sulle tue capacità di prendere decisioni, un’educazione capillare che, oltre a farti lavorare in un certo modo, fa anche sì che tu ti metta a verificare se non altro se il principio di efficienza che teoricamente guida ogni processo sia stato rispettato, mettiamo, nell’acquisto della tua automobile o del pane di casa, nell’organizzazione della giornata, nell’educazione di un figlio. La razionalizzazione arriva così lontano che ti sembra un’assurda perdita di tempo se non impili tutti i piatti per sbarazzare la tavola con un viaggio solo, un po’ come riempire razionalmente un vagone merci.

Ricordo che a un certo punto durante il processo fu chiesto a Eichmann se fosse stato lui a decidere che in ogni vagone prendesse posto un numero esagerato di ebrei, un numero doppio rispetto a quello ammesso invece per i soldati tedeschi. La sua risposta fu semplice, i soldati tedeschi viaggiavano con uno zaino affardellato che occupava esattamente lo stesso posto di una persona e per questo motivo, visto che i prigionieri ebrei viaggiavano senza bagaglio, la capienza dei vagoni merce poteva considerarsi raddoppiata.

Così ti vogliono le aziende, proprio così: geniale nel miglioramento dell’efficienza.

Per fare questo non devi avere personaggi tra i piedi, non devi avere storie, contenuti, roba che possa essere d’intralcio alla tua efficacia e a quella delle tue scelte. Le cose intorno o si adeguano oppure via, meglio sbarazzarsene. Se i tuoi personaggi per esempio ti aiutano ad analizzare una situazione, a simularne un effetto, a immaginare cosa capiterebbe, questo consentirebbe un’analisi potenzialmente eccessiva della situazione aziendale, cosa che magari potresti comunicare a colleghi, capi e sottoposti, una situazione potenzialmente rivoluzionaria e pericolosissima: la tua comprensione non deve essere mai superiore al tuo livello di competenza. E del tuo livello di competenza fa parte il tuo capo, i tuoi colleghi e l’oggetto del tuo impegno, tutto il resto è come minimo inutile oppure controproducente, in questo secondo caso ti viene regolarmente diagnosticata una certa attitudine al sindacalismo militante che ti spinge ai margini di ogni prospettiva aziendale. È un fenomeno, questo, che è parte integrante di una moderna gestione del personale, tanto oggi di gente che si ribella ce n’è poca.

La ribellione al giorno d’oggi è una cosa non condivisibile, una cosetta privata, la voglia di passare trenta secondi in più in pausa pranzo o al bagno. Ribelle è già solo smoccolar di sé o del capo alla macchinetta del caffè, ribelle è leggere un libro, ribelle scrivere una lettera, ribelle un’improvvisa sincerità; di solito però si preferisce sfidar la morte a centottanta sulla Milano-Torino, rivincita sul mondo infame.

E così, un giorno che mi ritrovai tutti i miei personaggi in rivolta, una bella rivolta di una volta, quasi una rivoluzione, mi licenziai. Da allora ho assunto questa sola mia esistenza, quella di scrittore sconosciuto. Pensavo che così, orfano di cotanto autore, sarei caduto in un vuoto pneumatico, un po’ come cader dalle colonne d’ercole del mondo piatto. E invece ho scoperto che il mondo è rotondo: ci vuole ottimismo per farle ’ste cose.

26 Maggio 2017
Un'ascoltatrice della trasmissione Sunday Blues di Radio Popolare ha indicato "Occidente" come il suo libro preferito del 2016! Ecco l'audio per chi se lo fosse perso:

Commenti

  1. itlcarboni

    (proprietario verificato)

    Trovare la propria storia al Verano. Occhi per vedere se stessi, l’Altro, il mondo e per darsela la possibilità di vivere.

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Tito Gandini
Tito Gandini, nato a Roma nel 1972, sì è laureato in Storia e Filosofia, ha lavorato a Parigi, Den Haag, Zurigo, Milano. Ora vive sul lago di Como. Padre, compagno, lavoratore, pianista e artista quadrilingue ha pubblicato due romanzi in lingua tedesca e Occidente rappresenta il suo esordio letterario in italiano.
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