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Odissea di una melodia

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Consegna prevista Agosto 2020

Lou non è un ragazzo come tutti gli altri. Ha un’anima complicata, elabora decine di pensieri anche sulle cose più semplici e non comprende la realtà così com’è. Non è bravo con le persone, non è bravo a tenersi un lavoro stabile e non è bravo a realizzare i propri sogni. Nella sua vita ha fatto poco e quello che ha fatto, l’ha fatto da solo. Non ha mai avuto amici, famiglia o una compagna. Finché un giorno sulla sua strada si pongono persone ed eventi destinati a cambiarlo per sempre e, soprattutto, una particolare melodia. Tutto ciò porterà Lou ad avventurarsi e spingersi oltre i limiti della sua mente.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché sento un forte bisogno di raccontare qualcosa, dare vita a una storia e sperimentare sui canoni della scrittura. Un altro obiettivo è raccontare una storia nuova in un modo nuovo. Scrivere è la mia passione principale e poter donare un’opera a questo mondo è un sogno che si avvera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo X

Lou
Cazzo! Cazzo cazzo!

Non posso ritardare oggi, devo correre. Che stupido che sono e ora come me la faccio mezza New York in mezzora. La metro è ancora chiusa, chissà quando arriverà il 78. Mi tocca chiamare un taxi e pregare per il traffico.

Lou
Taxi! La prego si fermi.

Se c’è il traffico che c’è sempre sono rovinato.

Lou
Allora, mi porti al The Big Cow, le dò un extra di 10 dollari se mi ci porta in mezzora.

Khaled
Sono un tassista non faccio miracoli.

Lou
20 dollari?

Khaled
Farò il possibile.

Oggi che c’è il banchetto no, non potevo scegliere giorno peggiore per fare la testa di cazzo. Spero tanto non prenda Midtown West che si creano sempre code infinite. Mancano venti minuti, non ce la farò mai, sarà meglio che mi cambio qui dentro.

Lou
Non ci credo…

Khaled
Che succede lì dietro?

Lou
Succede che sono un’idiota! Ecco cosa succede.

Scendo dal taxi e corro verso casa per prendere il borsone che puntualmente mi sono dimenticato. Corro finché i miei polmoni non reggono quasi più, il tempo stringe come un cappio intorno al collo ma se riesco a prendere la prima metro del giorno alla 50St potrei arrivarci al pelo. Dove ho messo le chiavi ora? Cazzo, se le ho messe nel borsone sono nella merda fino al collo. Non può succedere proprio oggi. Mi tocca suonare a Jonah sperando si svegli.

Lou
Dai rispondi Jonah, sei la mia unica speranza.

Jonah
Chi è a quest’or…

Lou
Sono Lou, apri in fretta, è un’emergenza.

In meno di un attimo sono davanti la sua porta ancor prima che lui l’aprisse.

Jonah
Buong…

Lou
Mi servono una camicia bianca e dei pantaloni neri dimmi che li hai è questione di vita o di morte.

Jonah
Sì, sono nell’armadio lì ma siediti e prendiamo un caff…

Lou
Grazie ci vediamo dopo.Continua a leggere
Continua a leggere

Non ho tempo devo vestirmi per strada e arrivare alla fermata adesso o sono finito. Supero la 49St e vedo la fila per la metro che finisce fuori dalla fermata, un fiume ininterrotto di persone. Non riesco a mettere a fuoco i miei pensieri, vedo i miei pensieri che quasi quasi si scontrano l’uno con l’altro. Tutto questo perché mi sono dimenticato di impostare una dannatissima sveglia, oggi che Dan è malato e sono l’unico in sala che può servire il banchetto. Alidia mi mangerà vivo.

Lou
Scusatemi o no ma io devo passare sennò mi licenziano.

E la prima metro parte davanti i miei occhi. Quasi non ci credo, mi viene da ridere istericamente, non solo per la metro che se ne va ma anche per sta camicia che non so quante taglie è più grande della mia o per i litri di sudore che ci ho versato sopra. Tanto vale sedersi ora che aspetto. Pure i pantaloni mi cadono, Jonah dovresti mangiare meno merendine, così non va bene. Ma in fondo cosa va bene? A me cosa interessa? Aspetta un secondo ma cosa c’è nelle tasche? Ricevute, scontrini, qualche briciola di non voglio sapere cosa e un biglietto da visita di un certo “Jon l’aggiustatutto” con un disegno particolare che, sembra fatto da un bambino di otto anni. Basta, non ho bisogno di sapere i fatti di Jonah, la metro è arrivata, devo volare. Come fanno tutte queste persone a stare in un vagone? O come fanno a stare insieme senza conoscersi nello stesso veicolo. Io lo vedo come un modo di conoscere nuove storie. Anche se qui stranamente è dove produco di più perché se mi giro vedo lei, non l’avessi mai fatto. Non è molto alta ma ha comunque una felpa enorme per lei, ha le cuffie che le scompigliano i capelli e penso di essermi innamorato anche se è appena scesa alla 59St. Mancano non so quante fermate e sono già in ritardo di otto minuti, sto pensando seriamente di non presentarmi. Però se mi giro vedo lei e traggo di nuovo la forza dai suoi occhi blu. Blu come il Pick-Up dei suoi genitori che prendeva di nascosto, per venire da me la notte. Blu come il cielo quando guardavamo le stelle sdraiati sulla parte posteriore. Blu come la linea della metropolitana che ha appena cambiato con la verde per andare dove non saprò mai. Di lei scrivo sempre perché ho tanto da raccontare e scrivere e sento che non è mai abbastanza. Mai nessuna somma di parole o mille vite possono dare tutto quello che voglio darle. E se poi non lo vuole? E se tutto nonostante milioni di vite e sforzi non fosse abbastanza? E se l’amore che ho avesse dei limiti? E se il mio limite per amare fosse il tempo stesso? Il tempo sa benissimo come fregarmi, oggi ne è stata la prova. Prova come quella dove lei è andata ma ha trovato la porta chiusa e al bar sottostante ha trovato me. Sono bastate due chiacchiere e avevo conquistato quelle meravigliose fossette. Ha un corpo incredibile, ha fatto danza fino ai sedici anni, finché non si è slogata la caviglia. Finché anche lei non è scesa dalla metro e nuovamente mi ritrovo a pensare di questo e di quello fin quando non toccherà a me scendere. Scendere nell’inferno, o almeno inferno per me. Anche se sono sicuro che molti quando escono da qui stanno andando all’inferno. E ora all’inferno della 181St mi tocca scendere, nella Hudson Heights in direzione The Big Cow in bocca a Cerbero, la mia ‘’capa’’. Attraverso il Bennet Park ancora sudato ma non più curante delle conseguenze, ormai il ritardo è più di un’ora e attorno a me c’è solo il verde di questo posto. Manco il tempo di attraversare la porta d’ingresso che Alidia corre verso di me urlando.

Alidia
Sei licenziato! Non farti più vedere da queste parti!

Lou
Posso spiegare-

Alidia
Non c’è niente da spiegare, guardati allo specchio. Sei inaffidabile, il banchetto è andato di merda ed è tutta colpa tua.

Lou
Ma-

Alidia
Vattene ora! Non farti vedere da queste parti mai più.

Di andare me ne vado sì. Anche se speravo di no. O di sì. Non lo so. Sono stremato e la giornata non è mai iniziata. Sarà meglio tornare a casa, se casa si può dire. Devo trovare un altro lavoro, un altro modo di continuare. Non ho il becco di un quattrino e giustamente mi faccio licenziare. C’è qualcosa che in me non va e non so come affrontarmi. Lo specchio non mi dà spunti eppure, davanti, ogni volta che mi ci rifletto vedo l’unico mio nemico in questo mondo. Oggi non è la fine ma nemmeno si ricomincia, è l’ennesimo punto che mettono senza che io lo voglia. Ho vissuto questi anni troppo velocemente, così tanto che non mi è stato permesso di fermarmi. Ancora giro e mi rigiro su me stesso aggrappandomi a ogni appiglio per sopravvivere. Così mi hanno insegnato e così sono cresciuto. Ripensare alla Magnolia Ave mi deprime, non sento nessuno da quando me ne sono andato e non voglio tornarci. Il torto peggiore non è stato quello di nascere in qualcosa senza amore ma è stato rendermi più “casa” qualsiasi altro posto che quello dove sono nato. Nonostante il cambio di stati, di appartamenti, di lavori, non ho mai rimpianto quel posto. Mai lo rimpiangerò. Anche se attraversare tutti i quartieri della costa di Manhattan un po’ mi impressiona e non è la prima volta. È tutto così immenso e inutilmente grande intorno a me, e io, vestito di stracci che dovrò ridare a Jonah, mi sento minuscolo. E pensare che il mio sogno è che tutti sappiano chi sono. Il mio sogno è coinvolgere tutti loro, dargli qualcosa che nessuno gli ha mai donato. Tutto questo potere non so dove prenderlo o come crearlo ma i modi sono molteplici eppure anche questo mi risulta così complicato. Questa cosa che la mia testa non si ferma mai non mi piace, mi confonde perennemente non riesco a compiere pensieri di senso compiuto. Infatti sto tornando a casa a piedi attraversando tutta l’isola. Di certo non fa male ma sono ore di camminata. Forse me le merito forse no. Vorrei fare una pausa ma sono nel bel mezzo del quartiere di Harlem, e ci sono troppe persone e posti facoltosi che sicuramente non mi accetteranno. Sarà un’ora che cammino e la stanchezza di prima si sta piano piano sommando, magari se mi siedo in questa panchina un po’ di forze riuscirò a recuperarle. Mi basta alzare gli occhi per vedere una sorta di Biblioteca, è pur sempre un quartiere universitario penso. Non ha un’insegna ben visibile, anche se c’è un cartello minuscolo con scritto “Getz Chance Library”. Strano, sembra casa di qualcuno con delle librerie stracolme di classici e non. Sembrano messe come se stessi entrando in un labirinto anche se il percorso è a senso unico. Ogni tanto sulle pareti ci sono dei poster anni ’60 che dicono abbastanza di chi potrebbe essere il proprietario. Spero non sia il solito fanatico. Però c’è uno scaffale particolare, l’etichetta dice “Libri del prossimo secolo”. Ne prendo uno a caso, il titolo è “Racconti di una giovane sprovveduta in una zattera nel Mississipi”. Non ha scritto l’autore da nessun lato e se provo ad aprirlo le pagine sono attaccate male e ci sono varie cancellature. Ogni tanto pure delle correzioni con una calligrafia quasi indecifrabile.

Sam
Lei chi sarebbe? Poggi subito quel libro dove l’ha preso!

Mi giro e c’è questo signore anziano con una barba piuttosto folta con peli bianchi e neri che si intrecciano. Porta degli occhiali spessi e non è così gracile anche se di bassa statura. Questo posto ha proprio l’aria di casalingo, penso sia una parte di casa sua adibita a biblioteca. Sembra esserci da molto tempo, proprio come questo signore qui. Sembra essere parte integrata di questa libreria, che strano.

Lou
Oh, mi spiace, non volevo disturbare ma ho trovato aperto e stavo dando un’occhiata.

Sam
Mhhh. Dovevi suonare il campanello, non ci sento benissimo. Comunque sono Sam, il proprietario, cerchi qualcosa in particolare?

Lou
Ehm, no, cioè penso di no. Non lo so forse mi sono perso, sono esausto e questo posto ha attirato la mia attenzione. Poi ho visto questa etichetta e mi ha attirato.

Sam
Ho capito. Stai tranquillo, quelli sono dei testi che ho trovato tempo fa e che ogni tanto mi diletto a leggerli per conto mio. Non sono per il pubblico ma sono nello scaffale in cui non ho bisogno di una scala per prenderli, sai com’è.

Lou
Eh sì. Comunque penso di andarmene. Mi spiace di averla disturbata.

Sam
No, non hai disturbato. Di sti tempi la clientela scarseggia, ormai non legge più nessuno. Sentiti libero di tornare quando vorrai.

Lou
A presto grazie di tutto.

A presto. Non so se ci ritornerò mai, questo posto mi ha catturato e Sam mi sembrava piuttosto solo. Conosco benissimo questa solitudine ma lui mi sa che ci è abituato più di me, più di tutti. Lui e i suoi libri. Strano e magico allo stesso momento. Però sarà meglio muoversi, è quasi sera e non mi sono accorto del tempo scorrere lì dentro. Le gambe da che erano pesanti sono ritornate leggere, magari arrivo entro mezzanotte. Magari riesco a prendere una birra con Jonah. Anche se di birra non ne ho nessuna voglia ma in qualche modo devo restituirgli questi vestiti.
Mi incammino nuovamente nella Clameront Ave e non mi bastano poche manciate di metri che sento un suono colpirmi. Non come una sberla ma come delle mani davanti gli occhi, come se qualcuno volesse farmi una sorpresa. Mi basta girarmi e la melodia di questo suono incalza. Proviene dalla finestra del secondo piano della scuola di musica, di Manhattan. Non avevo mai sentito un violino suonare così. Sapevo che qui facessero solo classica e jazz. Ne resto quasi imbambolato, chi suonerà mai una melodia così? Sarà per forza un maestro che si esercita. Non vorrei si fermasse mai. Non vorrei ma è come se mi cullasse. Come se cullasse me, che non mi hanno mai cullato. Non smettere ti prego. Musica non smettere mai che non mi sono mai sentito “figlio” di qualcosa prima di oggi. Musica ti prego. E la musica termina. Termina e io ne ho bisogno, ora più che mai. Ora che davanti a tutti mi sento solo e nudo. Ho deciso:

Lou
Ritornerò.

Certo che ritornerò. Non posso perderti di nuovo. É meglio tornare adesso, a casa. Sta iniziando pure a far freddo.
Sono le 23:07 e dal freddo si crepa ma ormai sono all’Upper West Side, quasi davanti al museo per bambini e non manca molto a Hell’s Kitchen. Sono in mezzo, tra il Central Park e l’Hudson, a quest’ora il miscuglio dei profumi del fiume, degli alberi e della città si mischiano. I brividi di freddo mi si riversano su tutto il corpo partendo dalla base della colonna vertebrale. Sento i sensi indebolirsi ma questo profumo lo sento benissimo. Anche perché il silenzio della città a quest’ora non aiuta. Le luci delle auto e dei semafori ogni tanto mi incrociano e mi passano attraverso come se non ci fossi. Ogni tanto girandomi verso i vicoli traversi e le finestre delle abitazioni che mi circondano noto, chi ancora c’è, chi va e chi torna. Chi raggiunge chi e chi andarsene. Vedo migliaia di storie non raccontate e vorrei conoscerle. Ma non basterebbe l’immortalità per conoscerli tutti. Sarà un problema per i posteri anche se me lo pongo piuttosto spesso. Mi pongo pure di sapere le storie dei posteri ma niente. Ogni tanto dovrei smettere di pensare.
Ecco. Finalmente arrivato. Busso o no a Jonah? Voglio seriamente incontrarlo? Voglio seriamente incontrare qualcuno? Meglio di no. Scendo nel mio seminterrato, mi cambio, metto i suoi vestiti in uno scatolone e glielo lascio dietro la porta bussando. In un batter d’occhio sono già sdraiato sul letto e questa volta le mie orecchie non vanno alle discussioni dei passanti ma alla musica di prima. Le mie orecchie non seguono più ciò che sta succedendo là fuori ma quello che sta succedendo qui dentro. Nella mia testa risento le urla di Alidia, le parole del signore della libreria e infine quelle note. Risento i ricordi di lei mischiati a questa musica. Combinazione che mi manda KO al solo pensiero. Al solo pensiero di non rivederla e di non risentirla. Al solo pensiero di non poter darle abbastanza. E ripenso, ripenso e ripenso. Sono senza un lavoro e ho altrettanto bisogno di lei. Le parole sul foglio non mi vengono. Di fare il cameriere o il lavapiatti sono stanco. Voglio cambiare questa situazione. Che poi non sono le storie o le parole a mancarmi ma non so metterle ancora insieme. In testa non mi risuonano come quelle note che una dopo l’altra formavano una melodia perfetta, capace di sconvolgermi. Devo trovare una scusa per tornare ma in quel quartiere chi mi vorrà mai. Lì ci finisci dopo che hai fatto fortuna e io fortuna non ne ho mai avuta. Potrei chiedere qualcosa a Joe, magari conosce qualche posto là vicino che cerca qualcuno. Solo per essere sopravvissuto in una libreria, così povera, in un quartiere del genere, merita rispetto. Spero di non fare altre cazzate come quella di oggi. Sento le ore passare dai solchi bianchi del soffitto sopra il mio letto. Non riesco a chiudere occhio, le note di quel violino rimbombano nei miei pensieri e nei miei ricordi. Sembra avermi accompagnato anche quando non c’era. Oggi più di prima mi sono sentito parte di qualcosa. Senza entrare in contatto con nessuno ed è come essere stato a casa per la prima volta. Una casa vera, dove se entri sei sempre accolto. Io che prima di oggi ho solo sentito freddo in ogni mia dimora. Ho sentito “madre” un suono. Io che madri non ne ho avute. Ho sentito “padre” quella melodia. Io che padri non ne ho avuti. Mi sono sentito più vicino a lei. Nello specifico tutte e nessuna di quelle che vedo ogni giorno. Di quelle che risiedono nelle parole che scrivo e nascondo alla mia vista. Ricordare anche quelle numerose vite che avrei vissuto e che non mi sarei mai goduto a pieno. Eppure ogni giorno sogno sempre la stessa cosa. Vorrei dirtelo, che ogni volta che ti vedo, di te scrivo e scrivo. Continuamente. E non vorrei che di fronte alle mie parole scappassi. Se mai ci incontreremo. Di sicuro non ci incontreremo oggi che sto per chiudere gli occhi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giordano Nolfo
Ho vent'anni e sono nato a Catania. A sedici anni ho studiato sceneggiatura, adesso sono al secondo anno di un'accademia di belle arti a Roma. Ho realizzato un cortometraggio come primo lavoro e il mio sogno è di raccontare tanto attraverso ogni mezzo possibile, come il cinema, racconti, fumetti o libri.
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