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Consegna prevista agosto 2019
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Un rituale oscuro e inquietante, frutto di un giuramento solenne, lega tutti gli abitanti dell’Isola. Nina ne è la sacerdotessa, ma anche l’unica a conoscere il vero motivo dei sacrifici che si ripetono puntuali nella notte di Ognissanti. Fra sensi di colpa, rancori e traumi che portano alla pazzia, le vicende si susseguono incalzanti, stravolgendo le vite di Enya, Dylan, Alyssa, Morgan e degli altri nativi dell’Isola. L’inaspettato ritorno di chi ormai doveva essere morto da tempo fa precipitare gli eventi, svelando il vero nemico che Nina stava combattendo in segreto. Per qualcuno però ormai è troppo tardi.

Oltremare fa parte della Trilogia dell’Acqua. Cronologicamente è la parte centrale di una storia. Porpora, che viene prima, narra le vicende di una giovane Nina, e Indaco, che viene dopo, racconta le storie di Alyssa e di Morgan. A fare da sfondo ci sono sempre il Mare e un’Isola.

Perché ho scritto questo libro?

Perché ho scritto Oltremare? Ci deve essere per forza un motivo? Scrivere per me è come innamorarsi: il senso lo si deve ricercare nella passione. Posso solo dire che tutto è nato da un’idea (come l’amore da uno sguardo), che si è sviluppata e ha preso forma, dipingendo luoghi e creando personaggi, che si sono persi e ritrovati nei vicoli della narrazione. Quest’idea è stata semplicemente dare vita alla frase di Bernard Giraudeau: “Il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni.”
Alessandro Baricco

Spiaggia

Ventiquattro anni prima

1

«Perché non piange?»
«Non tutti piangono…»
«Non è vero! Tutti piangono!»
«Ti assicuro che è vivo. Sta solo trattenendo il fiato.»
In quell’istante Nina capì che il piccolo apparteneva al Mare.
«Di che colore ha gli occhi?»
«Scuri come l’abisso.»

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La vecchia appoggiò il fagottino sul ventre della madre. Il neonato istintivamente spalancò la bocca e trasse un profondo respiro, come se stesse riemergendo dalle acque. Poi volse il capo verso il seno della giovane, alla ricerca del latte materno. Il movimento fece scoprire il petto al piccolo e la giovane lo accarezzò, facendovi scorrere il polpastrello del dito indice. E fu allora che la sentì: proprio all’altezza del cuore. E non ebbe più dubbi.
«Riprendilo!»
«Vuole il latte. Non lo vuoi allattare?»
«Non si deve abituare…»
«In che senso?»
«Domani non sarà più di questo mondo…»
Poi la giovane si voltò verso la finestra e percepì il chiarore dell’alba sbadigliare dal Mare. Una profonda stanchezza le pervase le membra, come se la battaglia di quella notte fosse durata una vita intera. L’oblio iniziò a salire fra i suoi pensieri con la lentezza inarrestabile della marea. Ma non poteva ancora arrendersi al sonno. Doveva essere sicura che tutto andasse come aveva deciso.
«Chiamalo!»
La vecchia guardò il neonato. Nonostante la madre gli avesse rifiutato il seno, non piangeva ancora. Anche la giovane fu attraversata dallo stesso pensiero.
“Non sa piangere…” pensò.
La vecchia aprì la porta di legno e fece cenno a qualcuno di entrare.
Un uomo, che puzzava di Mare, arrivò sulla soglia. Scrutò il bambino per un istante infinito, come se stesse cercando di capire che cosa fosse. Poi guardò la madre.
«L’hai promesso!»
«Sì, l’ho promesso.»
La giovane continuava a fissare il vuoto. Poi chiuse gli occhi, come se si fosse arresa.
L’uomo prese il piccolo dalle braccia della vecchia, nel modo in cui si raccoglie una serpe. Lentamente si voltò verso l’uscita con il fagotto tra le mani. Dopo un attimo si fermò.
«Come si chiama?» mormorò.
Un silenzio assordante si mescolò a quella che poteva essere luce invisibile dell’aurora. Un’onda s’accasciò sugli scogli poco lontano: ultimo respiro morente, dopo l’interminabile viaggio della notte per attraversare il Mare.
«Morgan.»
L’uomo annuì e poi sparì.
La vecchia disse qualcosa, ma poco importava.
La giovane si chiese se fosse tristezza quella che le mordeva il cuore, ma non aveva una risposta. Una lacrima le solcò il viso e le scese fino alle labbra. Aveva il gusto amaro del Mare. Finalmente s’abbandonò al rollio che le cullava la mente e decise che era giunto il momento di riposare. Al risveglio l’avrebbe attesa una lunga e logorante guerra, che l’avrebbe accompagnata fino alla morte. Ma lei sapeva bene quale fosse il suo dovere in quell’alba di Ognissanti. L’ultima cosa che avvertì prima di abbandonarsi all’oblio, fu il profumo intenso di una rosa abbandonata sul letto.

Ventitré anni e sei mesi prima

2

Il primo ad accorgersi che il Mare era diventato di pietra fu il vecchio Glauco, qualche ora prima dell’aurora. Stava spingendo la sua barca nell’acqua, quando qualcosa l’aveva afferrato alle caviglie, immobilizzandolo. All’inizio pensò che una strana bestia marina si fosse spinta fino a riva e gli avesse artigliato gli stinchi, ma presto si rese conto che anche la barca marcia da pescatore non voleva saperne di muoversi. Allungandosi col busto e tendendo le braccia, raggiunse la lampada ad olio e s’illuminò le gambe. Fu allora che imprecò per la prima volta durante quella giornata. Era a pochi metri da riva, con le gambe immerse nella pietra dalle ginocchia in giù.

3

L’Isola si svegliò lentamente, mentre la luce attecchiva da est ed un silenzio irreale avvolgeva ogni cosa. Non si sentiva il tonfo leggero delle onde che lambivano la sabbia, né il crepitio dei sassi graffiati dalla ritirata dell’acqua schiumosa. Non vi era traccia degli schiocchi dei marosi, che instancabili prendevano a sberle gli scogli. Raramente un’imprecazione spaccava la calma, alzandosi dalla riva, a pochi passi dal piccolo Porto.

4

Pigramente l’Isola si stiracchiò e un brusio di stupore e di curiosità si diffuse con rapidità. In pochi istanti tutti si riversarono sulla spiaggia.
«È diventato di pietra» biascicò la vecchia, sporgendosi dalla finestra.
«Il Mare tenta di riprendersi ciò che ci ha dato» mormorò Nina tra sé. Non si mosse da casa sua, ma continuò ad udire la folla che cresceva e crepitava sulla riva.
La vecchia dipinse la scena come rapita.
Qualcuno stava tentando di afferrare il vecchio Glauco dalle ascelle e cercava di strapparlo senza successo dalle grinfie del Mare. Poi la piccola Doris si fece coraggio ed iniziò a correre sul Mare di pietra, saltando le onde immobili e gridando di gioia. I suoi capelli ricci ondeggiavano al posto dei flutti.
In un attimo la maggior parte dei bambini la seguì in una rincorsa prima titubante, poi forsennata sulla lastra di marmo increspata.
Il Sindaco si spinse qualche decina di metri più avanti, verso l’orizzonte, appoggiandosi al suo bastone di ebano, ed iniziò a scrutare lontano, come se volesse capire se da qualche parte la pietra finisse e riprendesse l’acqua.
«Sciocchi!» gridò in silenzio Nina e nessuno la sentì.
Era come se si fosse fermato il Tempo e nessuno si rendesse conto che in realtà il Tempo non si ferma mai e corre inesorabile verso la fine. Prima o poi s’intuisce che si è consumata ogni cosa e che gli ultimi istanti servono solo a comprendere che ormai è troppo tardi.

5

Doris decise di correre lontano. Non era mai stata brava a nuotare e, quando gli altri bambini facevano il bagno, lei li guardava sempre da riva, con un misto di vergogna ed invidia. Non era facile accettare l’idea di essere nata sull’Isola e di non possedere il dono innato di galleggiare sull’acqua. Sapeva solo andare a fondo. Era come se il suo corpo fosse inesorabilmente attratto dagli abissi, come pure la sua anima. Ora tutto era diverso. Il Mare non le faceva più alcun timore e lei era stata la prima a sfidarlo. Gli altri l’avevano seguita con paura ed ammirazione. Ma lei era stata la prima!
“Il più valoroso è solo il primo!”
Un’onda le si gonfiò in petto, carica d’orgoglio. L’entusiasmo le mosse le gambe e la bimba iniziò a correre… correre… correre…
Davanti a sé aveva la sfida, nel suo cuore il coraggio. Dietro di lei s’affannava a rincorrerla la paura. E Doris decise di non voltarsi.
Saltò le prime onde di pietra senza difficoltà: erano basse ed increspate d’avorio. Poi la vasta lastra di malachite iniziò a salire e scendere dolcemente, come se volesse cullare la sua corsa. Superò il Sindaco con un urlo liberatorio.
Qualcuno la rincorreva a pochi passi. Forse due o tre bambini avevano seguito il suo esempio: probabilmente Dylan, che aveva la bellezza dell’incoscienza nel suo sorriso ingenuo.
Il Sindaco biascicò qualcosa d’incomprensibile. Un urlo lontano cercò di afferrarla: sua madre le stava senza ombra di dubbio gridando di tornare indietro. Aveva passato i suoi dieci anni a stare attenta, a ripararsi nel Porto: piccola nave costruita senza vele.
Accelerò, finché tutto divenne un brusio… finché non vi fu che silenzio assoluto… finché anche l’ansimare affannato di chi la inseguiva si spense. Solo ogni tanto un sibilo maligno del vento tentava invano di scalfire la pietra.
Poi le onde di zaffiro scuro divennero sempre più alte e difficili da scavalcare. Non bastava più un balzo e non serviva aiutarsi con le mani.
Doris si fermò esausta, con il fuoco nel petto ed il cuore impazzito nella testa. Spalancò la bocca avida d’aria ed alla fine si voltò.
L’Isola era un puntino lontano. Era immersa in un deserto di dune di lapislazzulo. Si sedette e guardò il cielo.

6

Il Sindaco fece cenno al Maresciallo di raggiungerlo. Il carabiniere si guardò intorno nella speranza che il gesto fosse stato rivolto a qualcun altro, non era però il suo giorno fortunato. Controvoglia si tolse le scarpe, come se potesse bagnarle sulla roccia, ma probabilmente lo fece solo per guadagnare un po’ di tempo, nella speranza che il vecchio cambiasse idea. Ma il Sindaco s’era voltato ed aveva ripreso a guardare lontano. Il Maresciallo si staccò dalla piccola folla che era rimasta a riva e mosse i primi passi sulla lastra di roccia.
“In fondo è come camminare sugli scogli,” pensò.
Passò di fianco al pescatore incagliato. L’uomo aveva smesso di boccheggiare e si era accasciato. Qualcuno con martello e scalpello stava cercando di liberarlo. Un altro stava arrivando dalla riva con una piccola mazza. La maggior parte della gente era rimasta sulla sabbia. La mamma di Doris era poco dietro il Sindaco e scrutava l’orizzonte in cerca della figlia. Due ragazzini si rincorrevano un centinaio di metri più avanti, balzando sulla cresta delle onde di gesso.
Quando raggiunse il vecchio, la pianta dei piedi gli scottava. Il sole era già alto.
«Comandi!»
«Che cosa significa?»
«In che senso?»
«Che il Mare è diventato di pietra…»
C’era irritazione nella voce del Sindaco. Il Maresciallo lo fissò per alcuni istanti. Il vecchio era un uomo abituato a comandare. Aveva fatto la guerra e portato a casa molte medaglie, oltre alla pelle. Però aveva dovuto lasciare sui campi di battaglia una gamba… dal ginocchio in giù. Aveva una protesi di legno e si aiutava a camminare con un bastone.
«Non saprei…» mormorò poco dopo il Maresciallo, sapendo che non era ciò che il Sindaco voleva sentirsi dire. Era in soggezione di fianco a quell’uomo. La sua uniforme pareva svilita vicino al completo di lino bianco del vecchio, che abbacinava alla luce del sole. Il carabiniere s’era tolto il cappello, in segno di rispetto, e strizzava gli occhi per la luce che rifletteva sulla roccia. Il Sindaco invece indossava il suo Panama, che gli conferiva un’aria da padrone, oltre che a proteggerlo dal sole.
«Ci sta dicendo qualcosa.»
Silenzio.
«Ci sta dicendo che la tregua è finita e che sta per iniziare la guerra.»
Il Maresciallo annuì, ma non aveva capito nulla. Si lisciò i baffi cercando di assumere un’espressione pensosa, ma aveva la mente vuota e la pianta dei piedi che avvampava.
Un urlo della mamma di Doris si levò stridulo e carico d’isteria, ritornando poco dopo, come se l’eco fosse stata generata da qualche parte contro un cavallone di roccia chissà dove.
Dylan ed il suo amico s’avvicinarono un po’, poi ritornarono a rincorrersi più al largo, senza perdere di vista la riva. Non vi era invece traccia di Doris.
«Può andare» sibilò il Sindaco.
Il Maresciallo lo prese come un rimprovero. Il vecchio non voleva la sua opinione e neppure il suo rispetto. Come tutti coloro che si nutrono di potere, voleva solo la sua paura. Chinò la testa e cercò di tornare verso riva, anche se ogni passo era un’agonia.
«Maledizione! Non dovevo togliere le scarpe!» biascicò fra sé.

7

La mamma di Doris decise che era inutile continuare a gridare. Non vedeva più la sua piccola ed un’inquietudine di cattivo presagio le scivolò nel petto come un rivolo scuro. Sì voltò un attimo. La folla confabulava sulla riva. Qualcuno si affannava intorno al vecchio Glauco. Qualcun altro pestava la roccia a pochi passi dalla spiaggia, come a voler verificare se sotto vi fosse acqua. Tornò a scrutare il vuoto ed iniziò a camminare verso l’orizzonte.
Incrociò il Maresciallo dopo alcuni istanti. Aveva un’aria sofferente e camminava come un pinguino. Le fece un sorriso stanco. Poi lo vide sedersi e sollevare i piedi.
Superò il Sindaco e lo salutò con un leggero inchino del capo. Lui rispose con un sibilo:
«È la guerra, piccola mia.»
Quando raggiunse Dylan e Pietro, era ormai lontana da riva poco meno di un miglio. I due bimbi stavano scivolando fra le onde di marmo. Conficcò lo sguardo all’orizzonte, ma vide solo i riflessi accecanti dei raggi del sole sul marmo blu scuro.
Sentiva l’inquietudine contrarle le mascelle. Serrava i denti con forza, come se volesse trattenere, con quel morso ostinato di madre, la fragile benda dalla quale sua figlia si stava ormai liberando.
Poi sentì i piedi sprofondare leggermente e, con un tuffo al cuore, capì che era la fine.

8

Il Mare si sciolse in un istante, con il guizzo di un cobra che attacca la sua preda, ingoiando ogni cosa, famelico.

9

Dylan tracannò l’acqua salata, ma gli ci volle un attimo per reagire. Con foga si riportò in superficie ed iniziò a mulinare le braccia verso riva. Gli parve di sentire qualcuno che chiedesse aiuto, poco lontano da lui, ma fu solo un istante. Aveva già scelto. In un istante aveva dovuto decidere se, in fondo al suo cuore, vi fosse qualcosa di più importante della sua stessa vita. Non ebbe dubbi, forse perché non ebbe il tempo di andare a cercare così in profondità. Certe scelte andavano fatte prima che iniziasse una battaglia.
La voce di Pietro tornò ad accusarlo nei suoi incubi per tutta la vita.

10

Il Maresciallo si ritrovò accartocciato fra le onde. I vestiti gli si impregnarono in un attimo e lo trascinarono sul fondo. Nel silenzio si sentì stranamente calmo. Non pensò ai famigliari o agli amici. Non aveva neppure voglia di dibattersi per cercare di riemergere. Nessun rimpianto gli attanagliò il cuore e neppure un sogno gli diede la forza di lottare. Probabilmente quello era il momento giusto per morire. Mentre la mente gli si riempiva d’acqua, non riusciva solo a capacitarsi di come fosse possibile perdere la vita a così pochi passi dalla riva.

11

Lo scalpello gli penetrò fino all’osso, ma il vecchio Glauco non sentì dolore. Le gambe erano diventate insensibili dal ginocchio in giù. Lo trascinarono a riva, ma nessuno si curò della sua barca, che lentamente andò alla deriva e scomparve all’orizzonte. Mentre tutti gridavano intorno a lui, il suo occhio era fisso sul punto in cui quel pezzo di legno marcio, che era stato la sua vita, era svanito.

12

Con la faccia schiantata sulla sabbia umida, il Sindaco respirò profondamente. Un’onda gli avvolse la schiena e gli strappò il cappello senza rispetto. Una rabbia folle gli fece serrare le mani. Quell’irriverenza era senza dubbio una provocazione. Poi qualcuno lo trascinò sulla spiaggia, lontano dalla fame del Mare.

13

Nessuno rivide più Doris, almeno fino a quando il suo spettro smise di tollerare la solitudine dell’abisso… ma questo avvenne molti anni dopo.

14

Nina s’avvicinò dalla porta. Il Tempo fece una risata folle nella sua mente. Come sempre, tutti avevano pensato che si fosse fermato e che quell’istante, che in fondo era lungo una vita, sarebbe durato in eterno.
“Ma nulla dura per sempre…”

15 dicembre 2018

Aggiornamento

Articolo comparso nel numero di dicembre di Solaro & Dintorni Informa:

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Andrea Zanchetta
Sono nato il primo giorno di primavera nell’anno in cui l’uomo è sbarcato sulla Luna. Vivo da sempre in un villaggio, terra di mezzo fra le province di Milano, Monza e Brianza, Como e Varese. Ho sposato Stefania, che mi ha donato Riccardo e Arianna. Amo lavorare con i numeri e con le parole: ingegnere per professione e scrittore per passione. Sono cresciuto con i libri di Gabriel Garcia Marquez, Isabel Allende, Hermann Hesse, Dino Buzzati, Ken Follett e con le quattro equazioni di Maxwell. Fondamentalmente sono timido. I miei libri sono il mio modo di comunicare.
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