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Ombra del Monte

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Consegna prevista Settembre 2020
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Sul popolo Eduo regnano disperazione e conflitto. Aia e Taranos vivono la loro vita all’ombra di Bibracte, la città-montagna dalle mille sorgenti. In un mondo in guerra con se stesso la lotta per la libertà e la conoscenza si fa sempre più impari. Soprattutto per chi è destinato a cavalcare alla testa di eserciti e per colei che invece è destinata a tessere all’ombra degli alberi. Un nuovo alleato sta per entrare in scena. Roma e le sue legioni accorrono per aiutare i Galli. O per conquistarli. Tra i legionari vi è Gaius, un uomo privato del suo passato, legato solo ai commilitoni che rischiano di morire ad ogni battaglia. Minacciati dall’altrui incompetenza. Publio è un patrizio troppo giovane per comandare e troppo talentuoso per essere ignorato. Tramite lui e Illiano, cugino e fratello d’armi di Taranos, i due popoli combatteranno per la sopravvivenza. E per la verità. Tanto preziosa quanto rara. Perché la disperazione fa dell’amicizia un’arma a doppio taglio.

Perché ho scritto questo libro?

Ombra del Monte nasce perché un manoscritto che ho concluso due anni fa ne citava gli eventi. Dopo alcune ricerche ho capito come essi meritassero di essere esplorati a fondo. In sostanza Ombra del Monte ha origine da uno delle migliaia di commenti e battute sarcastiche che i protagonisti tendono a scambiarsi nei dialoghi. Romanticamente la vedo come una storia che scrive se stessa. Come una sfida lanciata da personaggi tanto veri da pretendere attenzione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Una bassa nota di corno si alzò dalla formazione nemica. Si prolungò per diversi lunghi istanti, vibrando e variando di tonalità. Non era un corno normale. Gaius dimenticò quel dubbio nel momento in cui gli Elvezi ripresero a marciare. Ad ogni passo, il tintinnio delle armi, il cozzare delle lance e degli scudi s’intensificava. Ma non si udivano i canti di guerra. Da sotto al loro muro di scudi, le alte sagome dei nemici venivano celate e zittite dall’insolita disciplina che era necessaria per mantenere quella formazione serrata. L’intenso silenzio mandò un brivido lungo la schiena del legionario. Continua a leggere
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Quei Barbari erano diversi da quelli del Rhodanum. Scrutando oltre l’elmo dell’uomo che lo precedeva, Gaius li vedeva avanzare. Osservava le lance e gli stendardi avvicinarsi ritmicamente ad ogni passo cadenzato, notava gli scudi ovali e dipinti nei colori più disparati. Erano quelli ad incutergli timore: un uniforme muro che si estendeva da un capo all’altro dello schieramento. Una formazione monolitica, coordinata sicuramente da una vera catena di comando. La decima legione occupava l’estremità destra dello schieramento rivolta verso la città Edua. La prima coorte era in prima fila e copriva il fianco sinistro della seconda. Alla sinistra di Gaius, a meno di trecento passi di distanza, i fianchi dei legionari della nona legione sembravano una parete di corazze e pila. Gaius sciolse le spalle, appesantite dalla lorica di maglia che iniziava a mostrare le prime macchie di ruggine. Doveva trovare dell’olio. Quel pensiero gli fece borbottare rumorosamente lo stomaco, al suo fianco Aquilinus sogghignò sommessamente. Il legionario dal sudarium rosso fiamma sembrava aver recuperato le proprie forze e stringeva saldamente il giavellotto, pronto all’ordine che sarebbe sicuramente giunto. Il costante avanzare degli Elvezi li aveva ormai portati ai piedi del colle. Fuori dalla portata dei pila. Ma non da quella degli arcieri cretesi. Questi si infiltrarono negli spazi tra le legioni, e scaricarono una pioggia di frecce contro la prima linea nemica. I dardi volarono silenziosamente nell’aria pomeridiana, prendendo forza con il favore del pendio. Si piantarono innocuamente negli scudi Gallici. Non sembrarono fare vittime, ma l’avanzata degli Elvezi si fermò per qualche istante.
Una cacofonia confusa di squilli di buccina sembrò esplodere improvvisamente nell’aria. I Cretesi arretrarono, la nona avanzò, il centurione Vibio sollevò il suo gladio al cielo, mentre sia il signifer che l’aquilifer inclinarono i loro stendardi verso il nemico. Le gambe di Gaius si allungarono in una rapida falcata, trenta passi. Erano in gittata.
– Pilaaa!- gridò il centurione, sforzandosi per essere udito al di sopra del costante tintinnare delle loriche e del pesante pestare delle caligae.
Rallentare. Piede sinistro avanti, destro dietro. Scutum basso e braccio destro contratto dietro al capo. Stretta sincopata attorno all’asta del pilum. Un passo. Gaius scattò, spingendo tutto il suo peso dietro all’arma da lancio. Il suo pesante giavellotto si unì alle centinaia di altri che vennero lanciati contro gli Elvezi. Mano sul fianco destro. Impugnare il gladio e sfoderarlo. La falange Elvetica subì la pioggia di proiettili. Grida di dolore e sorpresa. Gaius vide le vittime. Il muro di scudi si aprì, cadaveri a terra, sangue nell’erba; feriti in ginocchio e tanti, troppi uomini impegnati a cercare di togliersi di dosso l’impiccio dei pila. Uno di questi lasciò cadere il suo scudo ed impugnò la sua lancia a due mani.
Accelerare la corsa. Non un fiato venne emesso dai legionari, mentre i Galli rinunciavano alla propria formazione compatta e avanzavano alla rinfusa. Il Celta armato di lancia correva. Correva verso di lui col volto stralunato e distorto in un ruggito che si spense solo quando la quarta coorte fu in gittata. Un pilum trapassò da parte a parte l’addome di quel guerriero. Scutum alto e caricare. Correre. Una valanga di piedi si abbatterono sul terreno. La massa di acciaio, bronzo, occhi e muscoli si avvicinava. Poggiò lo scudo sulla schiena del legionario che lo precedeva. Sentì sulla propria la pressione di quello che lo seguiva, alla sua destra una schiera di braccia spingevano sulle spalle della prima fila. Le lance nemiche si protesero in avanti. Punte d’acciaio, brillanti nel sole del pomeriggio Gallico. Impatto. Cozzare di legno. Una punta di lancia scivolò sullo scudo dell’uomo in prima fila e si fermò ad una spanna dall’orecchio di Gaius. Una punta a foglia, dalle scanalature simmetriche. Spingere. La foglia d’acciaio tracciò un arco nell’aria mentre il suo possessore cadeva di schiena sotto l’impatto degli scuta dei legionari. Spingere. Il guerriero successivo si ritrovò un gladio piantato nella mandibola. Spingere. Gaius pestò qualcosa di urlante. Piantò la spada tra i propri piedi e spinse.

Aia si era arrampicata sul terrapieno che i ragazzi avevano scavato il giorno precedente. Non aveva più voglia di attendere ed aveva lasciato sua madre Adiega all’uscita della strettoia. Si era slacciata i calzari ed aveva arrotolato il suo lungo vestito fin sulle ginocchia, per scalare quell’ostacolo. Concluse quella scalata, profumata di terra bagnata, nel punto in cui poteva al godersi meglio lo spettacolo. Il sole sfuggiva alla vista, mentre i suoi primi raggi oscuravano le stelle notturne. Solo la stella della sera resisteva alla rinnovata oscurità. I fuochi erano stati già accesi. Bibracte, la sua città, emergeva a est come una silenziosa montagna di case, alberi e fortificazioni. Le alte mura che la cingevano erano vinte in elevazione solo dalle colline che si innalzavano sulla piana. Dalla città-montagna nascevano decine di sorgenti. Il ruscello di Sirona nasceva dal colle più vicino e si estendeva dalle mura fino a lì, creando un’ampia ansa che irrorava il querceto sacro e i pascoli per i cavalli. Da tempo immemore si era usato quell’ampio spazio per i riti. Il terrapieno avvolgeva la cella per poi estendersi verso nord, creando uno stretta trincea in cui i servi avevano posizionato la pira. Oltre quel corridoio attendeva sua madre ed il resto del Clan, attorniato dai cavalli impegnati a brucare docilmente l’erba del pascolo. Alcuni degli invitati aiutavano i servi nell’alimentare il fuoco cerimoniale. Sotto il suo sguardo attento le fiamme consumavano gran parte del loro combustibile, alzandosi verso il cielo ancora nerissimo. Quell’incendio luminoso occupava l’unica uscita della trincea, formando un’invalicabile barriera di fiamme alta una decina di piedi. Dentro al recinto filtrava ora la luce del falò, proiettando ombre evanescenti e traballanti sulle spesse pareti di legno. Si distinguevano le ombre lunghe dei testimoni, più vicini alla porta, e tre appena più basse. Una curva, una dritta e una dalla testa protesa verso la volta celeste. Sotto la luce rossastra si distinguevano le corde, i bastoni di legno, le lunghe vesti nere ed i cappucci cerimoniali che i testimoni avevano calcato sulle loro teste. Aia aveva già visto quel rito, qualche anno prima, ma sapeva che questa volta era diverso. C’erano grandi aspettative sui tre protagonisti. E anche loro dovevano saperlo. La testa e le spalle drittissime di Viridomaro ne erano un chiaro indizio. Non che fosse un segreto, ma lei aveva imparato a capire come ci fosse sempre un certo velo di riserbo in ciò che gli adulti erano soliti dirsi. Le parole “sconfitta”, “onta” e “massacro” erano state sempre più frequenti nelle conversazioni tra suo padre e gli altri capi. Il massimo magistrato del suo popolo, il Vergobreto, sapeva che gli Heddwyn erano soli. Per questo molte speranze erano ora poste sulle spalle di quei tre ragazzi stanchi, nudi ed infreddoliti. Aia sapeva che il futuro di tutti loro dipendeva dalla sua generazione. Strinse i pugni attorno ai lembi del vestito. Non la sua generazione: lei non poteva farci niente. Aia si spostò i capelli da davanti agli occhi. Il rito stava per iniziare.
Tre buoi erano stati condotti fino alla base del terrapieno. Alcune travi vennero posate a cavallo della trincea a formare un piccolo ponteggio. Gli animali furono portati su quella muraglia di terra smossa e friabile. Aia si fece da parte per farli passare, ma si ritrovò istintivamente ad aiutare uno dei servi che stava cadendo. Questi la ringraziò e proseguì con il bue dal manto grigio, tirandolo per l’anello nasale fin sopra alla passerella. La bestia sporgeva sulle travi di legno con metà del corpo, così che chiunque uscisse dal recinto dovesse passargli sotto. Lo svanire della stella della sera diede il segnale: Aia vide i sei testimoni scivolare silenziosamente fuori dalla palizzata. Alcuni uomini calarono una corta scala di legno e li aiutarono a superare il terrapieno. Albiorige e Diviziaco salirono per ultimi. Avevano passato i giorni precedenti seguendo i giovani nelle loro prove, senza mai dare e darsi riposo. La loro stanchezza si vedeva facilmente anche sotto la luce delle fiamme morenti.
– Aia, cosa fai qui?- le chiese Albiorige, bisbigliando.
– Voglio vedere. Non farò rumore.- rispose lei, ricevendo un muto cenno di assenso.
Diviziaco non le disse niente, ma si limitò a passarle una mano carezzevole sul capo. Il Vergobreto si guardò alle spalle, verso la folla riunita oltre la strada di braci fiammeggianti che andavano rapidamente consumandosi. In un paio di gesti silenziosi diede il via alla cerimonia, mandando i tre padri al loro posto, all’uscita della trincea. Si portò un corno alle labbra e lo suonò. Quella singola, cupa, nota vibrò e si dilungò nell’aria tutti vennero zittiti. I buoi sacrificali risposero a quel segnale muggendo mitemente, mentre alcuni dei cavalli risposero trottando verso il suono del corno da guerra.
I tre ragazzi s’incamminarono fuori dalla loro prigione, ancora legati. Sotto la luce delle braci si distinguevano i lividi e le ferite, trofei delle prove precedenti. Diviziaco si chinò verso di loro, attirandone l’attenzione con uno schiocco di dita. Si sfilò un pugnale dalla cintola e lo lanciò nella fossa: – Liberatevi.
Viridomaro s’inginocchiò al suolo per raccogliere la lama con le mani vincolate, in pochi tentativi le corde vennero tagliate ed i tre poterono muoversi più liberamente.
Diviziaco si posizionò di fronte al bue grigio, mentre controllava i tre strumenti. Il maglio, la scure e il martello.
– Viridomaro.- chiamò, lapidario.
Il ragazzo si fece avanti, mettendosi direttamente sotto alla vittima.
– Viridomaro, il tuo Clan ti chiama al tuo dovere da uomo e da guerriero. All’alba uscirà dalle fiamme un uomo nuovo, un capo ed un eroe del suo popolo. Ciò che egli ora è, sarà consumato. Come mille volte è stato già consumato il guscio mortale della sua anima immortale. Con la benedizione degli Dei, egli sarà la spada, lo scudo e il destriero del suo popolo. Condurrà gli Heddwyn fuori dall’oscurità, vincendo ogni ostacolo che si presenti sul suo cammino. Bambino, sei disposto ad essere provato per l’ultima volta?
Il ragazzo rispose ancora prima che il cavaliere potesse finir di pronunciare la domanda. A quell’assenso, Diviziaco si risollevò il cappuccio sul capo ed intonò la canzone del rituale. Si interruppe brevemente per sentire se la folla di spettatori lo aveva udito. Il canto si sollevava uniforme da ogni gola.
Anche Aia cantava e la notte morente venne cullata dal peana armonioso e bitonale: – L’erba muore. Rinasce nel bue.
Diviziaco fece cenno di tener ferma la vittima: -Il bue muore. Rinasce nel guerriero.
Lo zio di Viridomaro posizionò un cuneo di piombo sulla fronte dell’animale, Diviziaco impugnò il maglio: – Il guerriero combatte. Muore. Rinasce nell’erba.
Viridomaro alzò il capo e chiuse gli occhi, le ombre rosse delle braci danzavano sul suo volto teso. Il maglio venne sollevato verso il cielo nerissimo: – L’erba muore. Rinasce nel bue.
La canzone terminò ed il maglio calò di scatto, colpendo con precisione il cuneo ed aprendo una voragine nel cranio dell’animale. La bestia si accasciò senza un muggito ed un debole torrente di sangue prese a colare sulle travi del pontile. Diviziaco si fece passare la spada di Viridomaro, ancora infoderata.
– Il sangue di chi ha dato la sua vita per la tua ora bagnerà questa lama e bagnerà te.- annunciò il Vergobreto, prima di spezzare quell’aura di sacralità e suggerire al ragazzo. – Il fuoco ci metterà ancora un po’ per estinguersi e le braci sono calde: cerca di infradiciarti di sangue il più possibile. Soprattutto i piedi. Chiudi gli occhi.
Sguainò la spada e la affondò nel collo del bue, facendo leva sulle vertebre per squarciarlo. Il rigagnolo di sangue si trasformò in una cascata. Un fortissimo odore metallico si diffuse su tutta la fossa, mentre Viridomaro svaniva sotto il fiume sanguigno.

22 marzo 2020

Aggiornamento

Una nuova versione della bozza sarà presto caricata! Fatemi sapere cosa pensate delle modifiche.

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Lorenzo Suprani
Ravennate, classe 1997. Sono nato e cresciuto nello scoutismo. È facile scrivere di boschi ammantati dalla notte e di ferite accidentali se li si è vissuti in prima persona. Da rugbista ho ritrovato parte dei principi che mi erano familiari, nel lavoro di squadra e nel modo di vivere vittorie e sconfitte con rispetto e consapevolezza delle proprie capacità. Studio Medicina a Parma, così che possa dedicare la mia futura carriera al bene altrui. Lettore vorace di romanzi storici, durante l’adolescenza ho conosciuto eventi e personaggi del passato che non esistevano sotto forma di narrativa. Non ancora. Dopo migliaia di errori e rari successi ho gradualmente reso la scrittura parte di me. A vent’anni non è facile avere certezze, per questo devo ritenermi fortunato. Perché so che scriverò per il resto della mia esistenza. Anche se dovessi essere il mio unico lettore.
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